PROGRESSO E POVERTÀ

INDAGINE

SULLE CAUSE DELLE CRISI INDUSTRIALI

E

DELL'AUMENTO DELLA POVERTÀ IN MEZZO ALL'AUMENTO DELLA RICCHEZZA

IL RIMEDIO

DI

HENRY GEORGE

TRADUZIONE DI LUDOVICO EUSEBIO


ROBERT SCHALKENBACH FOUNDATION

NEW YORK – 1967


 


À QUELLI

CHE

VEDENDO IL VIZIO E LA MISERIA ASCERE DALLA INEGUALE DISTRIBUZIONE DELLA RICCHEZZA E DAI PRIVILEGI SENTONO LA POSSIBILITÀ DI TTNO STATO SOCIALE MIGLIORE

E

VORREBBERO INTENDERE A

RAGGIUNGERLO.

San Francisco, marto 1870.


 

« Fàtti una definizione ed una descrizione dell» cosa che ti è presentata, in modo che tu possa vedere che cosa essa sia nella sua sostanza, nella sna nudità, nella sua interezza; fa di dire a te stesso il suo vero nome e i nomi delle cose che la compongono e nelle quali essa si risolve. Imperocché, nulla dà una maggiore elevazione di spirito che essere capace di esaminare metodicamente e sinceramente ogni oggetto che si presenta nella vita; di considerare sempre le cose in modo da vedere nello stesso tempo che cosa sia questo universo, a qual uso ogni cosa sia destinata, qual valore abbia in relazione al tutto e in relazione all'nomo, che è il cittadino della pià nobile città, quella per la quale tutte le altre città sono come famiglie ; quale di ogni cosa sia la natura, di che sia composta e quanto per sua natura essa sia per durare ».

Marco Aurelio Antonino.

« Vi deve essere un rifugio! Gli uomini perivano al vento invernale, quando uno trasse dalla fredda pietra la vivida scintilla strappata al sole fiammeggiante; gli nominisi pascevano di carne come lupi, quando uno seminò il grano che cresceva come erba selvatica ed ora fa vivere gli umani; ruggivano, quando uno pronunziò la prima parola e dita pazienti tracciarono le prime lettere. Qual bene hanno i miei fratelli che non venga loro dalla ricerca, dalla lotta e dal sacrifizio mosso dall’amore? ».

Edvino Arnold.

« Mai finora particella di vero fu gettata invano sulla vasta brughiera del mondo. Dopo le mani che avranno gettato il seme, verranno le mani che, dalle colline alle valli, coglieranno le bionde messi ».    Whittier.

Gli Italiani riscontreranno nel libro "Progresso e Povertà" di Henry George una connessione col pensiero del proprio connazionale Gaetano Filangieri, il rinomato figlio del Principe di Arianello. Nel secondo volume della sua opera "La Scienza della Legislazione" che Filangieri scrisse nel 1780, egli riconobbe che la terra è "la vera e duratura fonte della pubblica ricchezza [che] dovrebbe assumere tutto il carico delle spese pubbliche. " In un senso esteso, questo è il punto di partenza dell'opera che, presso a poco un secolo più tardi, lanciò Henry George verso la preminenza mondiale quale economista e filosofo.

Henry George nacque a Filadelfia il 2 settembre 1839 e mori a New York il 29 ottobre 1897. Appena quattordicenne dovette sospendere la sua educazione formale dovendo provvedere a guadagnarsi la vita, ciò che non gli impedfdi continuare nella ricerca del sapere. Deciso a crearsi un'educazione, egli dedicò tutto il suo tempo libero allo studio e appena quarantenne, egli riuscì a poter scrivere un libro che dimostrò la sua competenza quale maestro di prosa inglese, di essere un uomo di intensa e compassionevole comprensione della precaria posizione dell'umanità e fornito di talento che lo predestinava alla grandezza. Quel libro fu il suo capolavoro "Progresso e Povertà. " Questo libro fu ed è ancora oggi una profonda e potente analisi delle condizioni che in un ambiente di abbondanza creano quei terribili periodi di ripetute stagnazioni industriali meglio conosciuti sotto il nome di depressioni economiche. Il pregio dell'opera di Henry George perdura perchè non si limitò alla presentazione di una lucida analisi ma fu estesa con la proposta di un rimedio logico.

Questorimedio, basato sulla roccaforte della giustizia sociale e presentato con rara eloquenza e bellezza dllinguagglo, suscitò l'entusiasmo degli uomini in tutto il mondo, n libro fu tradotto in molte lingue ed ottenne una vasta circolazione che ora ammonta a milioni di copie.

La traduzione italiana del libro "Progresso e Povertà” fu curata da Ludovico Eusebio e fu pubblicata inizialmente a Torino nel 1888 nella collezione della Biblioteca dell'Economista, serie 3a, tomo 9, parte ni. La prima riproduzione fatta negli Stati Uniti, fu stampata nel 1952 ed indicava la numerazione delle pagine del volume dal quale era stata fatta. In questa seconda edizione è stato possibile di eseguire una nuova numerazione delle pagine e di provvedere alla revisione dell'indice suqueBtabasé. Per tutto 11 resto, lltestoéldenticoaquellodellaprlma edizione.

Gli Editori

Le idee che qui presento furono in gran parte già brevemente esposte in un opuscolo dal titolo La noitra Urrà e la noilra politica agraria, pubblicato a S. Francisco nel 1874. Io allora intendeva, come appena lo avessi potuto, produrle in modo più completo ; ma l’opportunità di farlo non mi si presentò per lungo tempo. Intanto, io mi convinceva sempre più della loro verità c vedeva sempre più completamente e chiaramente i loro rapporti ed anche quante false idee, quante erronee abitudini del pensiero impedivano che esse fossero riconosciute e quanto fosse necessario andare propriamente al fondo delle cose.

Gli ò ciò che qui ho tentato di fare con quella maggior completezza che mi fu possibile. Fu per me necessario di sbarazzarmi dinnanzi il terreno prima di poter costrurre e dovetti cercar di scrivere ad un tempo per quelli che non hanno fatto alcun precedente studio su tali materie, e per quelli cui sono famigliari i ragionamenti economici; e il mio argomento è si vasto che molte questioni sollevate mi fu impossibile trattare con quella ampiezza che loro si sarebbe convenuta. Ciò che specialmente ho tentato di fare si è di stabilire principii generali, lasciando ai miei lettori di farne l’applicazione là dove ciò è necessario.

Sotto certi riguardi questo libro sarà meglio apprezzato da coloro, che hanno una qualche conoscenza della letteratura economica; ma nessuna precedente lettura è necessaria per comprendere l’argomento e giudicare le sue conclusioni. I fatti, sui quali mi sono appoggiato, non sono di quelli, che non possano essere controllali se non mediante ricerche di biblioteca. Sono fatti di osservazione comune, appartenenti al sapere comune, che ogni lettore può verificare da sò, come del pari può decidere se gli argomenti che ne traggo siano buoni o cattivi.

Cominciando con una breve esposizione dei fatti, che mi suggerjrono questa ricerca, io procedetti ad esaminare la spiegazione che, in nome della economia politico, comunemente si dà del fatto che, malgrado l’aumento della potenza di produzione, le mercedi tendono verso il minimum del necessario per vivere. Questo esame mostra come la teoria corrente delle mercedi sia fondata sopra una idea falsa; come in fatto le mercedi siano prodotte dal lavoro, per cui sono pagate e dovrebbero, tutte le altre cose rimanendo eguali, aumentare a misura che aument a il numero dei lavoratori. Qui la indagine si imbatte in una dottrina, che è il fondamento e il centro di teorie economiche di capitale importanza e che ha esercitato una grande influenza in tutte le direzioni del pensiero, la dottrina d> Malthus, secondo cui la popolazione tende ad aumentare più rapidamente che non i mezzi di sussistenza. Ma l’esame di questa teoria mostra come essa non abbia alcun fondamento nè nei fatti, nè nell'analogia, e come, messa alla prova, essa si appalesi inconsistente.

Fin qui i risultali della nostra indagine, per quanto di una importanza estrema, sono essenzialmente negativi. Essi mostrano come le teorie correnti non spieghino in modo soddisfacente la connessione, che esiste tra la povertà e il progresso materiale, ma non gettano alcuna luce sul problema in sè e solo mostrano come la sua soluzione si debba cercare nelle leggi, che governano la distribuzione della ricchezza. Necessario, quindi, portare le ricerche in questo campo. Uno studio'preliminare mostra come le tre leggi di ripartizione debbano necessariamente corrispondere fra loro, corrispondenza, che nella economia politica corrente non si incontra, ed un esame della terminologia in uso rivela la confusione di pensiero, che nasconde questa discrepanza. Procedendo allora ad esaminare le leggi di ripartizione, cominciai dalla legge della rendita. Questa legge, lo si vede facilmente, è dalla economia politica corrente definita in modo corretto. Ma anche si vede come non siasi apprezzata tutta la estensione del suo campo di applicazione e come essa importi quali corollari le leggi delle mercedi e dell’interesse, in quanto le cause che determinano qual parte del prodotto debba andare al proprietario, anche determinano necessariamente qual parte debba essere lasciata al lavoro ed al capitale. Senza rimanermene qui, procedetti a formulare una deduzione indipendente delle leggi dell’interesse e delle mercedi. Mi fermai a determinare la causa reale e la legittimità dell’interesse ed a segnalare una fonte di molte idee erronee — la confusione fra ciò che costituisce realmente i profitti del monopolio e ciò che costituisce i guadagni legittimi del capitale. Ritornando allora al principale argomento della mia indagine dimostrai come l’interesse debba aumentare e diminuire colle mercedi, come esso, al pari della rendita, dipenda in ultima analisi dal limile di coltura, ossia, dal punto a cui la rendila incomincia. Uno studio simile ma indipendente delle leggi delle mercedi dà risultali del pari armonici. Così, le tre leggi di ri-partizione si trovano armonicamente legate fra loro e si giunge a vedere come il fatto che dappertutto la rendita cresce col progresso materiale spieghi l’altro fatto che non crescano invece le mercedi e l’interesse.

Che cosa determini questo progresso della rendita, è la prima questione che qui sorge; questione, che rende necessario un esame dell’azione del progresso materiale sulla distribuzione della ricchezza. Posti come fattori del progresso materiale l’aumento della popolazione e i progressi delle arti, si vede anzitutto come l’aumento della popolazione tenda costantemente a far aumentare la quota del prodotto totale, che è presa dalla rendila ed a far diminuire quella che va in mercedi ed interesse e ciò non solo col ridurre il limite di cultura, ma ancora col localizzare le economie e le forze crescenti col crescere della popolazione. Eliminando allora l’aumento della popolazione, si vede come i perfezionament-dei metodi e delle forze di produzione agiscano nella stessa direzione e, la terra essendo tenuta come proprietà privata, produrrebbero in una popolazione slazionazia tulli gli effelli, che la dottrina di Malthus attribuisce all’eccesso di popolazione. La considerazione poi degli elTelti del continuo aumento dei valori della terra, che risulta per tal modo dal progresso materiale, rivela nell’aumento speculativo, inevitabile quando la terra è proprietà privata, una causa derivata, ma fra le più potenti, dell’aumento della rendila e della diminuzione delle mercedi. La deduzione prova come questa causa debba necessariamente produrre depressioni industriali periodiche e la induzione conferma questa conclusione, in quella che tale analisi mostra come, la terra essendo proprietà privala, il risultato necessario del progresso materiale sia, indipendentemente dall’aumento della popolazione, di ridurre i lavoratori a mercedi appena bastanti per vivere.

Questa identificazione della causa che associa la povertà al progresso indica il rimedio; ma questo rimedio è cosi radicale che ho creduto necessario di vedere se non ve ne fosse qualche altro. Riprendendo quindi la mia indagine da un altro punto, passai in rivista le misure e le tendenze, che generalmente si propongono o sulle quali si fa assegnamento per migliorare la condizione delle classi lavoratrici. Questa nuova indagine ebbe per risultato di confermare la precedente, in quanto essa mostra come non vi sia altro mezzo per sollevare durevolmente la povertà ed arrestare la tendenza delle mercedi a discendere al < punto di inanizione * che quello di rendere la terra proprietà comune.

Qui sorge naturalmente la questione di giustizia e la nostra indagine entra nel dominio della morale. Uno studio della natura e del fondamento della proprietà mostra come vi sia una differenza fondamentale e indistruttibile fra la proprietà delle cose, clic sono il prodotto del lavoro e la proprietà della terra; come l’una abbia una base ed una sanzione naturale, mentre l’altra non ne ha alcuna e come il riconoscere la proprietà esclusiva del suolo sia necessariamente un negare il diritto di proprietà sui prodotti del lavoro. Una ulteriore investigazione mostra come la proprietà privata della terra abbia sempre condotto e debba sempre condurre, a misura che lo sviluppo procede, all’asservimento della classe operaia; corne i proprietari della terra non abbiano diritto di reclamare alcun compenso, quando la società giudichi a proposito di riprendere i suoi diritti ; come la proprietà privala della terra, lungi dall’essere d’accordo colle idee naturali degli uomini, vi sia anzi contraria, e come finalmente negli Stali Uniti noi cominciamo a sentire gli effetti dell’ammissione di questo principio falso e distruttore.

La indagine entra qui nel campo della politica pratica. E qui si vede come la proprietà privata della terra, non che essere necessaria alla sua ammeglio-razionc ed al suo uso, sia anzi di ostacolo e tragga con sè un enorme disperdimento di forze produttive; come il riconoscimento del diritto comune alla terra non importi nè scosse nè spogliazioni, ma vi si debba giungere per la via semplice e piana dell'abolizione di tutte le imposte, tranne quella sulla terra, in quanto uno studio dei principii della imposizione prova come i valori fondiari siano, sotto tutti i riguardi, gli oggetti di imposizione migliori.

Un esame degli effetti del cambiamento proposto mostra poi come esso aumenterebbe enormemente la produzione, assicurerebbe la giustizia nella distribuzione, gioverebbe a tutte le classi e renderebbe possibile il progresso verso una civiltà più nobile e più alta.

Qui il campo della indagine si allarga; essa ricomincia da un altro punto di partenza, in quanto non solo le speranze, che essa ha fatto nascere, vengono in collisione colla idea, largamente difTusa, che il progresso sociale non sia possibile se non attraverso un lento miglioramento della razza, ma le conclusioni, a cui siamo pervenuti, anche affermano certe leggi, che, se veramente naturali, debbono affermarsi nella storia universale. Diventa quindi, come ultima riprova, necessario studiare le leggi del progresso umano, in quanto certi grandi fatti, che si impongono alla nostra attenzione come appena si prenda a considerare questo argomento, sembrano completamente in disaccordo con quella, che è oggi la teoria corrente. Questa nuova indagine mostra come le differenze della civiltà non siano dovute a differenze negli individui, bensì a differenze nella organizzazione sociale; come il progresso, sempre prodotto dall’associazione, si converta sempre in movimento retrogrado non appena si sviluppa la ineguaglianza; come anche oggi, nella civiltà moderna, le cause, che hanno distrutto le civiltà anteriori, comincino a manifestarsi e come la democrazia politica pura corra verso l’anarchia e il despotismo.

Ma nello stesso tempo la nostra indagine identifica la legge della vita sociale colla gran legge morale della giustizia e, confermando cosi le conclusioni antecedenti, mostra come questo regresso possa prevenirsi e possa iniziarsi un più grandioso progresso. E qui la indagine ha fine. Il capitolo finale si spiega da sé.

La grande importanza di questa indagine è evidente. Se essa sarà stata condotta con cura e con logica, le sue conclusioni cambiano completamente il carattere della economia politica, le dànno la coerenza e la certezza di una vera scienza, la mettono in completa armonia colle aspirazioni delle masse, alle quali essa rimase per lungo tempo straniera. Se ho correttamente risolto il grande problema, che cercai di studiare, ciò che in questo libro avrò fatto sarà stato di conciliare la verità percepita dalla scuola di Smith e di Ricardo colla verità percepita dalla scuola di Proudhon e di Lassalle; di mostrare come il laittex fa'<rt, nella sua vera e completa significazione, apra la via alla realizzazione dei nobili sogni del socialismo; di identificare la legge sociale colla legge morale e di di-strurre le idee, che nella mente di molti velano le grandi ed elevate percezioni.

Quest’Opera fu scritta fra l’agosto del 1877 e il marzo del 1879 e fu finita di stampare nel settembre 1879. Dopo d’allora nuove prove furono date della giustezza delle idee qui esposte, e la marcia degli eventi, specie il grande movimento incominciata in Inghilterra in seguito all’agitazione agraria dell’Irlanda, mostrano più chiaramente ancora la urgenza del problema, che ho cercato di risolvere. Ma nelle critiche, con cui le mie idee furono accolte, nulla trovai, che potesse indurmi a cambiare o modificare le mie conclusioni; in fatto, non ho rilevato finora una obbiezione sola, la quale non trovi la sua risposta in questo libro. Epperò, salvo alcuni errori materiali che furono corretti, e salvo la prefazione che ho aggiunto, questa edizione è identica alle precedenti.

Ncw-York, novembre 1880.

Henry George.


 

INTRODUZIONE

Lavorate, lavorate ! Jla voi non entrerete, simili alle tribù clic il deserto divora; lungi dalla Terra promessa voi vi logorate o morirete, prima che il suo verde brilli davanti ai vostri occhi stanchi.

M. Sigourney.

IL PROBLEMA.

Il secolo XIX fu contrassegnato da un aumento prodigioso della potenza produttrice di ricchezza. L’impiego del vapore e della elettricità, la introduzione di processi perfezionati c di macchine cconomizznlri. i del lavoro, la maggior suddivisione e la più vasta scala della produzione, le meravigliose facilitazioni degli scambi, hanno enormemente moltiplicato la clìicacia del lavoro.

Al principio di questura meravigliosa era naturale lo aspettarsi c si aspettava difatti clic invenzioni economizzanti il lavoro avrebbero diminuito la pena c migliorato la condizione dell’operaio; clic l’enorme aumento della potenza produttrice di ricchezza avrebbe fatto della povertà una cosa dei tempi passati. Se un uomo del secolo scorso, un Franklix o un Priestley, avesse, in una visione del futuro, potuto vedere il piroscafo prendere il posto della nave a vela, la locomotiva succedere alla vettura, la mietitrice alla falce, la trebbiatrice al battitoio, se avesse sentito il rombo delle macchine che, obbedendo alla volontà umana e pel soddisfacimento degli umani desideri, spiegano una potenza più grande di quella di lutti gli uomini e di tutte le bestie da lavoro; se avesse visto gli alberi della foresta trasformati in legno lavorato, in porte, imposte, mobili, botti, ecc., quasi senza tocco di mano d’uomo; macelline, da cui stivali c scarpe escono finite in meno tempo che non ne occorreva al calzolaio di una volta per mettere una suola; le fabbriche, dove, sotto l’occhio di una ragazza, il cotone diventa tessuto in meno di tempo che sarebbe occorso a centinaia di buoni tessitori, coi loro telai a mano; se avesse visto i martelli a vapore foggiare gli enormi alberi delle macchine, le poderose ancore delle navi e congegni delicati tagliare le tenui molle d’orologio; il punteruolo di diamante scavare le roccie e gli olii minerali sostituire l’olio di balena ; se avesse potuto concepire la enorme economia di lavoro risultante dai perfezionamenti dei mezzi di comunicazione e di scambio: la carne dei montoni uccisi in Australia mangiata fresca in Inghilterra, l’ordine dato al mattino dal banchiere di Londra eseguito la sera dello slcsso giorno a San Francisco; se avesse finalmente potuto vedere le centinaia di migliaia di progressi, di cui questi non fanno che suggerire là idea, quale conclusione ne avrebbe tratto per la condizione sociale dell’umanità?

Nè gli sarebbe parsa soltanto una illazione; a misura che la visione gli si fosse svolta davanti, gli sarebbe sembrato di vedere questa condizione stessa; il suo cuore avrebbe palpitato, le sue fibre avrebbero trasalito, come a chi da una altura vede al di là della carovana assetata il verde allegro dei boschi svettanti e il riflesso ridente delle acque. Certo, in questa, visione dell’immaginazione, avrebbe visto queste nuove potenze elevare la società al disopra della sua base, mettere il povero al riparo dalla possibilità del bisogno, sollevare i più umili dalle ansie pei bisogni della vita materiale; avrebbe visto questi schiavi della scienza prendere sopra di sè la maledizione tradizionale e quei muscoli di ferro, quei nervi d’acciaio, far della vita del più povero operaio un giorno di festa, in cui ogni alla facoltà, ogni nobile aspirazione avrebbero potuto svilupparsi.

E da queste felici condizioni materiali avrebbe visto sorgere, come conseguenze necessarie, condizioni morali realizzanti qilella età dell’oro, di cui ha sempre sognalo la umanità. La gioventù non più intristita e macilenta; i vecchi non più rosi dall’avarizia; i fanciulli scherzanti colle tigri; l’uomo propinare coi calici alla gloria delle stelle! L’abbiettezza scomparsa, la fierezza ammansata, la discordia fatta armonia ! Imperocché, come potrebbe esistere l’avidità, dove tutti avrebbero il bisognevole? Come potrebbero esistere il vizio, il delitto, la ignoranza,*la brutalità, nascenti dalla miseria e dalla paura della miseria, dove ogni miseria sarebbe scomparsa? Chi striscierebbe, dove non sarebbero che uomini liberi, chi opprimerebbe dove tutti sarebbero eguali?

Queste, più o meno nette o vaghe, furono le speranze, questi i sogni creati dai progressi, che diedero il primato a questo secolo meraviglioso. E queste speranze, questi sogni sono così profondamente entrati nell’animo del popolo da cambiare radicalmente le correnti del pensiero, trasformare le credenze e spostare le più fondamentali concezioni. Le visioni insistenti di possibilità più alte non hanno soltanto guadagnato di splendore e di forza ; anche la loro direzione è cambiata: invece della pallida luce di un tramonto che vanisce in occidente è tutta una gloria d’aurora che accende il cielo all’oriente.

Vero è che disillusioni succedettero a disillusioni e che scoperte su scoperte, invenzioni su invenzioni non valsero nè ad allieviare la pena a coloro che hanno bisogno di riposo nè a recar l’abbondanza ai poveri. Ma tante cose vi erano, a cui ciò pareva si potesse attribuire, che fino ai nostri giorni la nuova fede non ne apparve scossa. Noi abbiamo meglio apprezzato le difficoltà, che sono a superarsi, ma non per ciò si è avuto meno fiducia che la tendenza dei tempi fosse di superarle.

Eppure, noi ci troviamo ora in presenza di fatti, intorno ai quali non è possibile ingannarsi. Da tutte le parli del mondo civile vengoifo lamenti sulla depressione industriale, sulla condizione dell'operaio condannalo ad un ozio forzato, sulla inazione in cui rimangono masse di capitali, sulle difficoltà pecuniarie degli uomini d'affari, sulla miseria, sulle sofferenze, sull’ansietà del futuro che pesano sulle classi lavoratrici. Tutta la nera, la mortale tristezza, tutta l’angoscia acuta e violenta delle grandi masse, che è espressa dalle parole < tempi duri », affligge ora il mondo. Questo stato di cose comune a società cosi profondamente diverse per ciò che riguarda la loro situazione, le loro istituzioni politiche, i loro sistemi fiscali e finanziari, la densità della loro popolazione e la loro organizzazione sociale, non può essere spiegato da cause locali. Vi ha miseria nei paesi che mantengono grandi eserciti permanenti, e miseria in quelli dove gli eserciti permanenti non sono che nominali ; miseria nei paesi dove dogane protettive inceppano stupidamente e rovinosamente il commercio, e miseria in quelli dove il commercio è quasi libero; miseria nei paesi dove ancor prevale il governo aristocratico, e miseria in quelli dove il potere politico è intieramente nelle mani del popolo; miseria nei paesi dove la moneta è di carta, e miseria in quelli dove la moneta è solo d’oro e d'argento. Evidentemente, sotto a tutte queste cose noi dobbiamo inferire una causa comune.

E che una causa comune vi sia e che questa debba essere o ciò che noi chiamiamo progresso materiale o qualche cosa d’intimamente legato con esso, diventa più che una mera illazione, quando si osserva come i fenomeni che, nel loro complesso, noi chiamiamo crisi industriale, non siano che elevazioni a potenza di fenomeni, che accompagnano sempre il progresso materiale e che si rivelano più pienamente e con maggior forza a misura che il progresso materiale si svolge. Dove le condizionila cui dappertutto tende il progresso, sono in più alto grado realizzate, cioè, dove la popolazione è più densa e il meccanismo della produzione e degli scambi più altamente sviluppato, là noi troviamo anche maggiore la miseria, più accanita la lotta per l’esistenza e maggiore il numero dei condannali ad un ozio forzato.

Gli è verso i paesi nuovi, cioè verso i paesi dove il progresso materiale è ancora nei suoi primi stadi, che emigrano i lavoratori e i capitali, quelli in cerca di più alte mercedi, questi in cerca di più alti interessi. Gli è nei paesi vecchi, cioè nei paesi dove il progresso materiale è giunto agli stadi più avanzati, che si trova più diffusa la miseria in mezzo alla maggior abbondanza. Andate in una di quelle giovani comunità, dove la vigorosa razza anglo-sassone comincia ora appena la lotta pel progresso, dove il meccanismo della produzione e dello scambio è ancora rozzo, dove l’incremento della ricchezza non è ancora tale da permettere ad una classe di vivere nell’agiatezza e nel lusso, dove le migliori case non sono che capanne fatte con tronchi d’albero o tende di tela, dove anche l’uomo più ricco è obbligato al lavoro qdotidiano e là, sebbene voi non vi troviate ne ricchezza, nè nulla di quanto l’accompagna, neppure incontrerete mendicanti. Là, non lusso, ma neppure miseria; la vita non vi è larga e facile a nessuno, ma ognuno pud vivere e nessuno che possa e voglia lavorare può temere che sia per mancargli il necessario.

Ma giusto quando questa comunità realizza le condizioni, che tutte le società civili intendono ad asseguire; giusto quando jun più regolare stanziamento, una più intima connessione col resto del mondo ed un maggior impiego di macchine economizzatrici del lavoro rendono possibili maggiori economie nella produzione e nello scambiò e cosi la ricchezza cresce non solo in modo assoluto, ma anche in rapporto alla popolazione,.giusto allora la povertà assume un aspetto più triste. Per alcuni la vita diventa infinitamente più facile e migliore, ma altri molli stentano a guadagnarsi anche solo di che vivere come si sia. Colla locomotiva arriva il vagabondo e i ricoveri di mendicità, le prigioni, sono non meno infallibili segni di < progresso materiale » che i sontuosi palazzi, i ricchi magazzini, le splendide chiese. Nelle vie illuminate a gas e sorvegliate dai vigili in divisa, i mendicanti aspettano i passeggieri e all’ombra dei collegi, delle biblioteche, dei musei, si ammassano gli Unni ributtanti e i Vandali feroci, di cui Macaulay ha profetizzato la venuta.

Questo fatto, questo grande fatto, che la povertà, con tutte le sue conseguenze, fa la sua comparsa nelle comunità quando appaiono le condizioni, che il progresso materiale tende a produrre, questo grande fatto prova come le difficoltà sociali esistenti dappertutto dove un certo grado di progresso fu raggiunto, non derivino da circostanze locali, bensì siano, in un modo o in un altro, generale dal progresso stesso.

E per quanto possa riuscire disaggradevole il doverlo ammettere, apparisce alla fine evidente come l’enorme aumento di potenza produttiva che ha contrassegnato il nostro secolo ed ancora continua con moto acceleralo, non abbia alcuna tendenza a distrurre la povertà, ad alleviare la pena a coloro, che sono costretti al lavoro. Esso non fa che rendere maggiore la distanza, che separa l’epulone da Lazzaro, c più accanita la lotta per l’esistenza. I progressi delle invenzioni hanno dato all’umanità una potenza, che un secolo addietro la più fervida immaginazione non avrebbe sognato. Ma nelle manifatture, dove le-macchine economizzatrici del lavoro hanno raggiunto l’ultimo grado di perfezione, si vedono lavorare i fanciulli; dappertutto dove queste nuove forze sono come pienamente utilizzate, classi intiere sono mantenute dalla carità o sono nella condizione di.dovervi da un momentpall’altro ricorrere; in mezzo alle più grandi accumulazioni di ricchezze, vi sono uomini che muoiono di fame, bambini rachitici che succhiano aride poppe, mentre dappertutto la sete del guadagno, il culto della ricchezza provano quanta forza abbia la tema del bisogno. La Terra promessa fugge davanti a noi come un miraggio. I frutti dell’alberodclla scienza sono come i pomi di Sodoma, che vanno in polvere quando vi si porta la mano per coglierli.

Certo, la ricchezza è notevolmente aumentala e la media del benessere, dell'agiatezza c della raffinatezza è ora più alta, ma questi guadagni non sono generali. Le classi più basse non vi partecipano punto (1). Nqn, intendo già dire

(1) Vero è che i più poveri possono ora, sotto certi riguardi, godere di ciò che i più ricchi, appena'un secolo fa, non avrebbero potato procurarsi; ma ciò non prova punto che vi sia miglioramento, infino a tanto che la possibilità per essi di guadagnarsi il hecessario alla vita non sia aumentata. Il mendicante d'una grande città può godere di cose, di cui il farmer perduto nei boschi è privo; ma ciò non prova punto che la condizione del mendicante da migliore di quella del « farmer » indipendente.

che la condizione del povero non sia nè in nessun luogo, nè sotto alcun riguardo diventato migliore. Ciò che voglio dire si è che in nessun luogo si può attribuire un miglioramento qualsiasi all’aumento della potenza produttiva. Voglio dire che la tendenza, clic noi chiamiamo progresso materiale, non migliorerà in alcun modo la condizione delle classi inferiori per ciò che riguarda le condizioni essenziali di una vita sana e felice, che anzi la renderà sempre più disgraziata. Le nuove forze, per quanta possa essere la loro azione elevatrice, non agiscono punto, come per lungo tempo si è sperato e creduto, alla base della società, bensì su un punto intermedio fra la base e il vertice. Gli è come se un immenso cuneo fosse introdotto, non sotto la società, ma a traverso di essa : quelli che sono al disopra del punto di separazione vengono elevati, ma quelli che sono al disotto ne sono schiacciati.

Quest’azione deprimente non si mostra dappertutto e non è visibile nei paesi, dove esiste da tempo una classe capace di guadagnarsi appena il necessario per vivere. Là dove, come si vide in alcune parti d’Europa, la classe inferiore riesce appena a stentare la vita, è impossibile che questa scenda più in basso; chè in questo caso fare un passo più in giù gli è fare un passo fuori dell’esistenza ; in condizioni siffatte, non può manifestarsi alcuna tendenza verso una maggior depressione. Ma nel progresso di nuovi stanziamenti, di nuove comuuità verso le condizioni delle comunità vecchie, si vede chiaramente come il progresso materiale non solo non faccia diminuir la miseria, ma addirittura la generi. Negli Stati Uniti gli è chiaro che lo squallore e la miseria, i delitti e i vizi che ne derivano, aumentano dappertutto dove il villaggio diventa città e dove la marcia del progresso adduce i vantaggi dei metodi perfezionati di produzione e di scambio. Gli è negli Stati della Unione più vecchi e più ricchi che il pauperismo e la miseria delle classi lavoratrici si mostrano nella forma loro più penosa. Se la povertà è meno profonda a San Francisco che a New-York, non è forse perchè San Francisco è ancora addietro a New-York in tutto ciò a cui le due città intendono? Quando San Francisco sarà al punto, a cui è ora New-York, chi può dubitare che anche per le sue strade si vedranno fanciulli laceri c piè nudi ?

Quest’associazione della povertà col progresso è il grande enigma dei nostri tempi. Gli è questo il fatto centrale, da cui escono le difficoltà industriali, sociali c politiche, che affaticano il mondo e contro le quali lottano invano la politica, la filantropia e l’educazione. Gli è di qui che escono le nubi che coprono l’avvenire delle società più progressive e più fidenti in sè stesse. È questo l'enigma, che la sfingo del destino pone alla nostra civiltà: non rispondervi è un andare incontro alla morte. Infino a tanto che l’aumento di ricchezza, che il moderno progresso seco adduce, non servirà che a far sorgere grandi fortune, ad aumentare il lusso, a rendere più stridente il contrasto fra la casa del ricco e il tugurio del povero, il progresso non sarà reale e non potrà durare. La reazione deve necessariamente prodursi. La torre trema dalle sue fondamenta; ogni piano cho vi si aggiunge non fa che affrettare la catastrofe finale. Dare educazione a uomini, che devono essere condannati alla povertà, gli è renderli riottosi; fondare istituzioni politiche, secondo cui gli uomini sono teoricamente eguali, sulla più stridente ineguaglianza sociale, gli è voler far stare una piramide in equilibrio sul suo vertice..

Per quanto importante sia questa questione, per quanto essa urga penosa* mente l’attenzione da tutti i lati, essa non ha finora ricevuto una soluzione, la quale spieghi tutti i fatti ed indichi un rimedio semplice e chiaro. Lo provano tutti quegli cosi svariati tentativi che si sono fatti per spiegare la crisi attuale. Tutte queste svariate spiegazioni non accusano soltanto una. divergenza fra le nozioni volgari e le teorie scientifiche, ma anche mostrano come l’accordo, che per avventura esista fra quelli che professano le stesse teorie generali, si rompa c si cambi in una vera anarchia di opinioni come appena si viene alle questioni pratiche. Un’alta autorità economica ci ha detto che la crisi è dovuta ad un eccesso di consumo, ed un’altra autorità economica ci viene a dire che è dovuta ad un eccesso di produzione, in quella che altri .scrittori di grido denunziano come causa della crisi quali gli orrori della guerca, quali lo sviluppo delle ferrovie, quali i tentativi fatti dagli operai per mantenere alte le mercedi, quali la smonetazione dell’oro, quali l’emissione della carta-moneta, quali l’aumento delle macchine economizzatrici del lavoro, quali la apertura di nuove vie commerciali più brevi, ecc.

E mentre i professori così discordano, le idee che vi sia necessariamente con* ditto fra capitale e lavoro, che le macchine siano un male, che la concorrenza debba essere limitata e l’interesse abolito, che possa crearsi ricchezza col dar fuori moneta, che sia dovere del Governo fornir capitale o fornir lavoro, vanno rapidamente guadagnando terreno nelle masse sofferenti ed aventi la netta coscienza di qualche cosa che non va. Idee di tal fatta, che mettono le grandi masse, le depositarie infine del potere politico supremo, sotto la guida di ciarlatani e di demagoghi, sono gravide di pericoli, ma non potranno essere combattute con successo finché la economia politica non abbia dato alla grande questione una risposta, che sia in armonia coi suoi insegnamenti e s’imponga da sé all’intelligenza delle grandi masse.

E deve pur essere nel còmpito dell’Economia politica il dare questa risposta. Invero, l’economia politica non è un complesso di dogmi, bensì la spiegazione di un complesso di fatti. Essa è la scienza, che nella successione di certi fenomeni cerca di scoprire mutui rapporti, d’identificare la causa e l’effetto, precisa-mente come fanno per altri ordini di fenomeni le scienze fisiche. Essa getta le sue basi su un terreno solido. Le premesse, da cui essa trae le sue deduzioni, sono verità, che .hanno la più alta sanzione, assiomi che noi tutti ammettiamo, sui quali fondiamo con piena sicurezza i nostri ragionamenti e gli atti della nostra vita d'ogni giorno e che si possono ridurre all’espressione metafisica della legge fisica che il movimento cerca sempre la linea di minor resistenza, cioè, che gli uomini cercano di soddisfare i loro desideri col minor sforzo possibile. Partendo da una base cosi sicura, i suoi processi, che consistono semplicemente nella identificazione e nella analisi, hanno la stessa certezza. In questo senso la economia politica è una scienza cosi esatta come la geometria, la quale da verità similari relative allo spazio trae conclusioni con mezzi similari e le sue conclusioni, se giuste, dovrebbero essere come evidenti in se stesse. E sebbene nel campo della economia politica noi non possiamo, come si può in altre scienze, mettere alla ripro- i le nostre teorie mediante condizioni o combinazioni arti-ficialmenle prodotte, a riprove non meno conchiudenti noi possiamo sottoporle col paragonare fra loro società poste in condizioni diverse; finalmente, noi possiamo ancora, idealmente, separare, combinare, aggiungere od eliminare forze o fattori operanti in una direzione nota.

Mi propongo nelle pagine seguenti di tentare di risolvere, coi metodi della economia politica, il grande problema che ho delineato. Mi prepongo di cercare la legge, che associa la povertà al progresso, clic fa aumentare la miseria col crescere della ricchezza e credo clic nella spiegazione di questo paradosso noi troveremo la spiegazione di quei corsi e ricorsi ili paralisia industriale e commerciale, che, osservati indipendentemente dalle loro relazioni con fenomeni più generali, sembrano inesplicabili. Una tale investigazione, se bene cominciata e condotta con cura, deve riuscire ad una conclusione, la quale resisterà ad ogni riprova e che, essendo vera, dovrà accordarsi con qualsiasi altra verità. Imperocché, nella successione dei fenomeni non v’ha nulla di accidentale: ogni effetto ha una causa ed ogni fatto implica un fatto antecedente.

Se l’Economia politica, quale oggi la si insegna, non spiega la persistenza della povertà in mezzo all’aumento della ricchezza in un modo, che si accordi colle idee più profondamente radicate nello spirilo dell’uomo; se le verità incontestabili che essa insegna sono mal coordinale e sconnesse; se non è riuscita a fare nel pensiero popolare il progresso che la verità, anche disaggradevole, deve fare; se, all’incontro, essa, dopo un secolo dacché è coltivata, durante il quale occupò l’attenzione di alcune delle più sottili e più potenti intelligenze, si trova ad essere disprezzata dall’uomo di Stalo, derisa dalle masse, tenuta nell’opinione di molte persone intelligenti e istruite in conto d’una pseudo-scienza, nella quale nulla v’ha di accertato e nulla di accertabile, ciò, a mio avviso, deve essere attribuito non ad una inettitudine della scienza in sé, ma piuttosto ad un qualche errore nelle premesse od all’avere nelle estimazioni trascurato un qualche fattore. Or, siccome questi errori sono generalmente palliati'per rispetto all’autorità, io mi propongo in questo studio di nulla assumere come dato, ma di sottoporre anche le teorie più accettate al cimento dei primi principi c quando esse a tale cimento non reggeranno, interrogare i falli, nell’intento di scoprire la loro legge.

Mi propongo di non evitare nessuna questione, di non arretrarmi davanti a nessuna conclusione, ma di seguire la verità dovunque essa possa condurmi. A noi incombe la responsabilità di cercare la legge che ci spieghi perchè, pur in mezzo alla nostra civiltà, le donne soffrono c i bambini gemono. Quali si siano poi le cause, che questa legge porrà in luce, la cosa non ci riguarda: Se anche le conclusioni, a cui noi arriveremo, andranno contro ai nostri pregiudizi, non per ciò indietreggeremo davanti ad esse; se anche esse accuseranno istituzioni, clic per lungo tempo apparvero saggie c naturali, non per ciò le ripudicrcmo.


 

CAPITOLO I.

LA TEORIA CORRENTE DELLE MERCEDI. SUA INSUFFICIENZA.

Riducendo alla sua più lamplice espressione il problema, che ci siamo proposto di studiare, esaminiamo, passo a passo, la spiegazione, che ne dà l’Economia politica, quale è oggi accettata dalle autorità più competenti.

La causa, che genera la povertà in mezzo all’aumento della ricchezza, è evidentemente quella che si rivela nella tendenza, dappertutto constatata, che hanno le mercedi a discendere ad un minimum. Formuliamo adunque l'oggetto della nostra indagine in questa forma compendiosa:

Perchè, malgrado l'aumento della polenta produttiva, le mercedi tendono a discendere verso un minimum, che procura appena il necessario per vivere?

La risposta della Economia politica corrente si è che le mercedi sono determinate dal rapporto fra il numero dei lavoratori e la somma di capitale destinala all’impiego del lavoro e tendono costantemente a discendere al minimum di ciò che è necessario ai lavoratori per vivere e riprodursi perchè l’aumento del numero dei lavoratori tende naturalmente a seguire c superare qualsiasi aumento del capitale. L'aumento del divisore non essendo rattenuto che dalle possibilità del quoziente, il dividendo può aumentare all’infinito senza dare qjer ciò un risultato più grande.

Questa dottrina, nella opinione universale, ha una autorità indiscussa. Ad essa diedero il loro nome i più celebri economisti e sebbene la si sia talvolta attaccata, questi attacchi erano diretti più contro la forma che contro la sostanza (1). Buckle la pone a base delle sue generalizzazioni sulla Storia universale. Essa è insegnata in tutte o quasi tulle le grandi Università inglesi ed americane, esposta nei libri di testo, che hanno per iscopo di insegnare alle masse a correttamente ragionare sugli afTari pratici, in quella che essa sembra armonizzare colla nuova filosofìa, che avendo in pochi anni conquistato quasi tutto il mondo scientifico, va ora penetrando rapidamente lo spirito delle masse.

(1) Ciò parmi debba dirsi delle obbiezioni di M. Tiiornton, in quanto mentre da una parte ei nega la esistenza di un fondo predeterminato di mercedi, consistente in una porzione del capitale messo in disparte per la compera del lavoro, dall'altra ei sostiene (tocche è essenziale) che le mercedi sono tratte dal capitale e che l'aumento o la diminuzione del capitale vuol dire aumento o diminuzione del fondo destinato al pagamento delle mercedi. La più seria critica ohe io conosca della teoria del fondo riservato alle mercedi è quella del prof. A. Walker (La questione il-lle mercedi, Nuova- York, 1876) e tuttavia il Walker ammette che le mercedi siano in gran parte prese dal capitale — locchè è quanto può domandare il partigiano più risoluto del fondo delle mercedi — mentre accetta completamente la teoria di Malthus. E cosi le sue conclusioni pratiche non differiscono per nulla da quelle, a cui arrivano gli interpreti della teoria corrènte.

Questa dottrina, cosi fortificata nelle regioni superiori del pensiero, è, in una forma più cruda, radicata ancor più saldamente in quelle, che si possono chiamare le regioni inferiori. Ciò che alle fallacie della protezione dà tanta presa sugli spiriti, nonostante le sue evidenti inconseguenze ed assurdità, gli è l’idea che la somma, la quale deve essere distribuita in mercedi, sia in ogni comunilà, una quantità fissa che la concorrenza del « lavoro straniero » deve aver per effetto di suddividere. La stessa idea è in fondo alla maggior parte delle teorie, che vogliono l’abolizione dell’interesse e la restrizione della concorrenza, come mezzi, coi quali la parte, che il lavoratore viene a prendere nella ricchezza generale, può essere aumentata ed'essa ha corso fra tutti quelli, che non sono abbastanza serii per avere una teoria qualunque, come può vedersi su per le colonne dei giornali e nelle discussioni dei Corpi legislativi.

E tuttavia, per quanto universalmente accettala e profondamente radicata essa sia, questa teoria non mi sembra accordarsi con fatti ovvii. Invero, se le mercedi dipendono dal rapporto fra la quantità di lavoro che cerca impiego e la quantità di capitale destinata a questo impiego, la scarsità o l’abbondanza relativa di uno dei fattori deve voler dire l’abbondanza o la scarsità relativa dell’altro. Cosi, il capitale deve essere relativamente abbondante dove le mercedi sono alte e relativamente raro dove le mercedi sono basse. Ora, poiché il capitale impiegalo a pagare le mercedi deve essere in gran parte formalo da capitale che cerca impiego, il lasso corrente dell’interesse dev’essere la misura della sua abbondanza o della sua scarsità^relativa. Cosi, se è vero che le mercedi dipendono dal rapporto fra la somma di lavoro che cerca impiego e il capitale destinalo a questo impiego, mercedi alle (segno di una scarsità relativa di lavoro) devono essere accompagnate da un interesse poco alto (segno di una abbondanza relativa di capitale) e inversamente mercedi basse devono essere accompagnate da un interesse elevato.

Or, in fatto non è cosi, bensì il contrario. Eliminiamo dall’interesse l’elemento dell’assicurazione c consideriamo solo il vero e proprio interesse, cioè il corrispettivo per l’uso del capitale. Non è egli una verità generale che l’interesse è allo dove e quando le mercedi sono alle, basso dove e quando le mercedi sono basse? Tanto le mercedi quanto l’interesse furono più alti negli Stati Uniti che in Inghilterra, più alti negli Stati del Pacifico che in quelli dell’AIlantico. Non è egli un fatto notorio che i paesi,-a cui il lavoro affluisce in cerca di alte mercedi, sono anche i paesi a cui affluisce il capitale in cerca di alti interessi? Nella California, ad esempio, quando le mercedi vi erano più alte che in nessun altro paese del mondo, l’interesse era anch’esso egualmente alto. Le mercedi e l’interesse ribassarono, nella California, insieme. Quando le mercedi ordinarie vi erano di 5 dollari al giorno, il tasso ordinario dell’interesse presso le Banche era del 24 ora clic la mercede ordinaria non è più che di 2-2 '/, dollari al giorno, l’interesse ordinario non è più che del 10-12 "/„.

Or, questo fatto generale che le mercedi sono più alle nei paesi nuovi, dove il capitale è relativamente scarso, che nei paesi vecchi, dove il capitale è relativamente abbondante, è troppo evidente por poter essere ignoralo. E invero, tutti gli espositori della Economia politica corrente lo avvertono, sebbene non lo tocchino che di passata. Ma il modo come ne parlano prova quanto ho detto, che cioè esso è assolutamente inconciliabile colla teoria, generalmente ricevuta, delle mercedi. Invero, nello spiegarlo, scrittori come Mill, Fawcett e Price abbandonano virtualmente questa teoria delle mercedi, su cui essi insistono formalmente nella stessa Opera. Sebbene dichiarino che le mercedi sono determinate dal rapporto fra il capitale e il numero dei lavoratori, essi spiegano il fatto della maggiore altezza delle mercedi e deH’intcressc nei paesi nuovi colla maggior produzione relativa di ricchezza. Mostrerò fra poco come la cosa non sia in questi termini e come all’incontro la produzione sia relativamente più grande nei paesi più vecchi e più popolati che non nei paesi nuovi e dove la popolazione ò rada. In questo momento mi importa segnalare la contraddizione. Invero, gli è chiaro clic dire che le mercedi elevate dei paesi nuovi sono dovute ad una maggior produzione relativa, gli è fare del rapporto colla produzione, non del rapporto col capitale, il determinatoci* dell’altezza delle mercedi.

Sebbene questa contraddizione sembri non essere stala avvertita dalla classe di scrittori, a cui ho alluso, essa fu tuttavia segnalata da uno dei più logici espositori delle teorie correnti di Economia politica. Il professore Cairnes (I) tenta, in un modo assai ingegnoso, di mettere d’accordo il fatto e la teoria col sostenere che nei paesi nuovi, dove l’industria è generalmente volta alla produzione delle derrate alimentari o di quelle, che nelle manifatture diconsi materie prime, la quota del capitale impiegato nella manifattura, che viene destinala al pagamento delle mercedi è maggiore che non nei paesi più vecchi, dove una maggior porzione del capitale deve essere impiegata nell’acquisto di macchine e di materie prime; e così in un paese nuovo, sebbene il capitale sia più scarso (e l’interesse più alto) la parte riservata al pagamento delle mercedi è in realtà maggiore e le mercedi sono più alte. Ad esempio, in un paese vecchio, su 100,000 dollari destinati ad una manifattura, se ne spenderanno 80,000 in costruzioni, macchine, e materie prime, riservandone solo 20,000 per le mercedi, mentre in un paese nuovo su 30,000 dollari destinati ad una intrapresa agraria non se ne spenderanno nell’acquisto di strumenti più di 5,000, riservandone per le mercedi 25,000. In tal modo si spiega come il fondo per le mercedi possa essere relativamente grande dove il capitale è relativamente scarso e quindi mercedi alte possano andar di conserva con un interesse del pari alto.

Mi riprometto di potere in seguito mostrare come questa spiegazione sia fondata sopra un concetto assolutamente falso dei rapporti fra capitale e lavoro, sopra un errore fondamentale per ciò che riguarda il fondo, da cui le mercedi sono tratte ; qui mi basta mostrare come la connessione fra le fluttuazioni delle mercedi e quelle del tasso dell’interesse negli stessi paesi e negli stessi rami di induslrianon possa in tal modo essere spiegala. In quelle alternazioni di cosidetli « tempi buoni » e « tempi cattivi » una forte domanda di lavoro e mercedi alte sono sempre accompagnale da una viva domanda di capitali e da stregue d’interesse elevate, mentre quando i lavoratori non possono trovar lavoro e le mercedi di-

fi) Cahines, Nuova esposizione di alcuni importanti principii (li Economia politica, cap, I, parte 2*.

mimiiseoiio, vi Ita sempre una somma di capitali die cerca impiego a bassi interessi (1). La crisi attuale non fu meno contrassegnata dalla mancanza di lavoro e dalla miseria delle classi lavoratrici, clic daU’accumulamenlo, nei grandi centri, di capitali oziosi; c così, in condizioni, clic non ammettono alcuna spiegazione fondala sulla teoria corrente, noi troviamo un interesse alto coincidere con mercedi alle c un interesse basso coincidere con mercedi basse, il capitale visibilmente raro quando il lavoro e raro, abbondante quando anche il lavoro è abbondante.

Tutti questi fatti ben noti, clic coincidono gli uni cogli altri, accusano un rapporto fra le mercedi e l’interesse, ma un rapporto di congiunzione, non di opposizione. Evidentemente, essi non sono d’accordo colla teoria corrente, secondo cu i le mercedi sono determinate dal rapporto fra il lavoro e il capitale o una parte qualunque del capitale.

Ma allora, si domanderà, come potè formarsi una siffatta teoria? E come avvenne clic una sequela di economisti, da A. Smith ai giorni nostri, l’abbia accettata?

Se si esaminano gli argomenti, coi quali questa teoria delle mercedi è sostenuta nei trattati, non si tarda a vedere come essa non sia una induzione da fatti osservati, ma una deduzione da un’altra teoria presupposta, la teoria cioè, secondo cui le mercedi sono tratte dal capitale. Una volta posto che il capitale è la fonte delle mercedi, ne consegue necessariamente che la somma totale delle mereedi deve essere limitata dalla somma di capitale destinata all’impiego del lavoro e che per conseguenza la somma, che i singoli lavoratori possono ricevere, deve essere determinata dal rapporto fra il loro numero e la somma di capitale esistente per la loro retribuzione (2). Il ragionamento in sè corre, ma, come vedemmo, la conclusione non corrisponde ai fatti. L’errore deve essere quindi nelle premesse.

Ben so che il teorema che le mercedi sono tratte dal capitale, è uno dei più fondamentali e, apparentemente, dei meglio piantali della Economia politica corrente c che esso fu accettato come un assioma da tutti i grandi pensatori, che si applicarono alla elucidazionc di questa scienza. Tuttavia credo si possa dimostrare come esso sia un errore fondamentale, la matrice feconda di una lunga

(1)1 tempi di panico commerciale sono caratterizzati da alti saggi dello sconto; ma ciò non importa certo nn alto saggio dell'interesse propriamente detto, bensì nn alto saggio dell'assicurazione contro i rischi.

(2) Ad esempio, Mac Cdlloch (nota VI alla Ricchezza delle nazioni) dice: « Quella porzione del capitale o della ricchezza di un paese, che quelli che fanno lavorare intendono spendere nell’acquisto di lavoro, può essere molto più grande in un'epoca che in un'altra. Ma qualunque possa essere la sua grandezza assoluta, essa forma evidentemente la sola fonte, da cui una porzione qualunque di mercede del lavoro può essere derivata. Non esiste altro fondo, da cui il lavoratore, in quanto lavoratore, possa trarre un solo scellino. E di qui consegue che la media delle mercedi, ossia la porzione del capitale nazionale destinato all’impiego del lavoro, che tocca ad ogni singolo lavoratore, deve intieramente dipendere dal rapporto fra l'ammontare di quel capitale c il numero di coloro, fra cui esso deve andare diviso ». E citazioni simili si potrebbero prendere da tutti gli economisti di grido.

serie di alili errori, i quali viziano molle conclusioni pratiche importanti. Mi accingo a fare questa dimostrazione. È mestieri che essa sia chiara e con-chiudcnte, in quanto una dottrina, su cui tanti importanti argomenti sono fondati, che è accettata dalle autorità più incontestate, che apparisce in sè così plausibile, che può ricorrere sotto così diverse forme, non è certo tal dottrina, di cui si possa aver ragione in un paragrafo.

La proposizione, che mi accingo a dimostrare, è questa :

Le mercedi, invece di essere tratte dal capitale, sono in realtà tratte dal prodotto del lavoro, per cui esse sono pagate (1).

Ma poiché la teoria corrente, secondo cui lo mercedi sarebbero tratte dal capitale, anche sostiene che il capitale è rimborsato dalla produzione, la mia può a prima fronte sembrare una distinzione non fondata sopra una differenza, una mera questione di terminologia, da mettersi insieme a quelle tante discussioni senza profitto, che rendono tanti scritti di Economia politica non meno inutili delle dispute delle società scientifiche sulla vera significazione della iscrizione scoperta dal signor Piclavick. Ma che la distinzione non sia a gran pezza di mera forma apparirà evidente a chi consideri come sulla differenza fra le due proposizioni siano costrutte tutte le teorie intorno ai rapporti fra capitale e lavoro e come da essa siano dedotte dottrine, che, tenute in conto di assiomatiche, legano, dirigono gli spiriti più capaci nella discussione delle più momentose questioni. Invero, gli è sul presupposto che le mercedi siano tratte dal capitale che è basata non solo la dottrina che fa dipendere le mercedi dal rapporto fra il capitale c il lavoro, ma anche la dottrina, secondo cui l’industria è limitata dal capitale ed occorre che il capitale sia accumulato prima che si possa impiegare il lavoro e che al lavoro non può darsi impiego se non quando il capitale è accumulato; quella secondo cui ogni aumento di capitale procura o può procurare un maggior lavoro all’industria; quella secondo cui la conversione del capitale circolante in capitale fisso diminuisce il fondo applicabile al mantenimento del lavoro; quella secondo cui si impiega un maggior numero di lavoratori quando le mercedi sono basse che non quando sono alle; quella secondo cui il capitale applicalo all’agricoltura mantiene più lavoratori che non ne mantenga applicato alle manifatture ; quella secondo cui i profitti sono alti o bassi, secondo che basse od alle sono le mercedi ed i profitti dipendono dal costo del mantenimento dell’operaio — e finalmente paradossi quale quello che la domanda di prodotti non è una domanda di lavoro o che il costo di certi prodotti può essere aumentato da una diminuzione o diminuito da un aumento delle mercedi.

Insomma, tulli gli insegnamenti della Economia politica corrente, nella più vasta e più importante parte del suo campo, sono fondati, più o meno diretta-mente, su questo principio che il lqvoro è mantenuto e pagato dal capitale esistente prima che il prodotto formante l’oggetto finale della produzione sia assicurato. Se si prova che questo è un errore e che il mantenimento e il paga-

fi) Noi parliamo del lavoro speso nella produzione, al quale, per maggior semplicità, sarà bene limitare la nostra indagine. Epperò, qualsiasi questione che possa sorgere nella mente del lettore quanto allo mercedi pei servizi improduttivi, sarà bene differirla.

mento del lavoro nulla detraggono, anche solo temporaneamente, al capitale, bensì sono tratti direttamente dal prodotto del lavoro, tutta questa vasta super-struzione viene a mancare di base e dovrà crollare. Come del pari dovranno sfasciarsi le teorie volgari aventi anch'esse la loro base nella credenza che la somma da distribuire in mercedi sia una somma fissa, le cui quote individuali devono necessariamente diminuire se il numero dei lavoratori aumenta.

La differenza che passa fra la teoria .corrente e quella che io propongo i, in fatto, simile a quella che passa fra la teoria degli scambi internazionali mercantile e la teoria che A. Smith vj ha sostituito. Fra la teoria secondo cui il commercio è lo scambio di prodotti contro denaro e la teoria secondo cui il commercio è lo scambio di prodotti contro prodotti, sembra non vi sia differenza alcuna, dal momento che i fautori della vecchia teoria mercantile non sostenevano punto che il denaro non potesse avere altro impiego che quello di essere scambiato contro prodotti. Eppure, all’applicazione pratica, da queste due teorie sorge tutta la differenza che è fra il rigido protezionismo governativo e il libero scambio.

Se con quanto ho detto sarò riuscito a mostrare al lettore la importanza finale dei ragionamenti, attraverso ai quali gli domando di seguirmi, neppure sarà necessario che mi indugi a scusarmi della loro semplicità o prolissità. Quando si imprende a combattere una dottrina di tanta importanza ed avente per sé il peso di tante autorità, è necessario essere ad un tempo chiari e completi.

Se non fosse di ciò sarei tentato di sfatare con una sola frase la teoria che fa uscire le mercedi dal capitale. Invero, tutta la vasta superstruzione che la Economia politica ha elevato su questa teoria poggia essenzialmente sopra una base, che si pone senz’altro come data, senza prendersi la più piccola pena per distinguere l’apparenza dalla realtà. Perchè le mercedi sono ordinariamente pagale in denaro e, in molte operazioni della produzione, prima che il prodotto sia completamente finito o possa essere utilizzato, si deduce che le mercedi sono tratte da un capitale preesistente e quindi che la industria è limitata dal capitale, locchè vai quanto dire che il lavoro non può essere impiegato prima che si sia accu- • mulalo capitale, nè può esserlo se non nella misura rispondente a tale accumulazione.

Tuttavia, nei trattati stessi dove il principio che l’industria sia limitata dal capitale è affermato senza alcuna riserva e posto a base dei più importanti ragionamenti e delle più elaborate teorie, noi troviamo detto che il capitale è lavoro immagazzinato, accumulato, < quella porzione di ricchezza che è messa in disparte per aiutare la produzione futura ». Se noi sostituiamo al vocabolo « capitale » la definizione or ora data, la proposizione viene ad avere in se stessa la propria confutazione, in quanto il dire che il lavoro non può essere impiegalo infina a che non siano stati messi in disparte e accumulati i risultali del lavoro, è una proposizione troppo assurda per poter essere seriamente discussa.

Tuttavia, se noi volessimo chiudere la discussione con questa reductio ad abturdum, ci si potrebbe forse osservare non già che i primi lavoratori siano siali forniti dalla Provvidenza del capitale necessario per mettersi al lavoro, ma

che la proposizione enumerata si riferisce unicamente ad uno stato sociale, nel quale la produzione sia diventala una operazione complessa.

Ma la verità fondamentale, quella che, nel ragionare di Economia politica, deve essere tenuta ferma e sempre presente, si è che la società nella sua l'orma più sviluppata non c clic una .elaborazione della società più rudimentale, e clic quei principii clic ricorrono ovvii nelle più semplici relazioni umane, non sono che disguisali, non distrutti dalle più complesse rclazioi\i clic risultano dalla divisione del lavoro c dall’uso di strumenti c di metodi complicati. Il molino mosso dal vapore, coi suoi complicali meccanismi producesti tutte le specie di movimento, non e se non ciò che un tempo era, pei nostri antenati, il rozzo mortaio di pietra scavato fuori daU’anlico letto di un fiume, uno strumento per stritolare il grano. Ed ogni individuo occupato a far andare il molino, o metta legna nel focolare, o sorvegli la macchina, o prepari le macine, o marchi i succhi, o tenga i libri, lavora in realtà allo stesso scopo per cui lavorava il selvaggio dei tempi preistorici quando si serviva del suo mortaio, la preparazione del grano per l’alimentazione dell’uomo.

Cosi, se noi riduciamo alla loro più semplice espressione tutte le complesse operazioni della produzione moderna, noi vediamo come ogni individuo che prende parte al lavoro infinitamente suddiviso c complicato della produzione e dello scambio, faccia in realtà ciò che l’uomo primitivo faceva quando si arrampicava sugli alberi per cercarvi frutti, o seguiva la marea discendente per trovar conchiglie, cercando di trarre dalla natura, mediante l’esercizio delle sue facoltà, il soddisfacimento dei suoi desideri. Se noi teniamo ben ferma nella mente questa idea, se noi consideriamo la produzione come un tutto, come la cooperazione di tutti quelli clic i suoi grandi gruppi comprende, per soddisfare gli svariali desideri dei singoli, noi vedremo nettamente come la retribuzione, che ciascuno di essi riceve per i suoi sforzi, gli venga non meno realmente c direttamente dalla natura, come risultalo dcl*suo sforzo, che quella dell’uomo primitivo.

Prendiamo un esempio. Nel più semplice stato clic noi possiamo concepire, l’uomo cerca da se l’esca e pesca il suo pesce. Ma ben presto appaiono i vantaggi della divisione del lavoro, e gli uni si dànno a cercar esche, mentre gli altri pescano. Tuttavia gli è evidente che colui che cerca le esche lavora per la pesca non meno di colui clic prende veramente il pesce. Parimenti quando, conosciutisi i vantaggi dell’uso dei canotti, invece di partire lutti per la |>esca, alcuni rimasero a terra a fare e riparare canotti, costoro vennero a lavorare per la pesca al pari dei pescatori stessi, e i pesci che essi si mangiavano la sera, dopo ritornali dal largo i pescatori, non erano meno il prodotto del lavoro dei costruttori di canotti che di quello dei pescatori. Cosi, quando la divisione del lavoro è completamente organizzata, c invece di soddisfare ciascuno a lutti i suoi bisogni col ricorrere direttamente alla natura, gli uni pescano, altri cacciano, altri colgono bacche, altri cercano fruiti, altri fanno utensili, altri coslruggono capanne, altri preparano vesti, ognuno, in quanto scambia il prodotto diretto del suo lavoro contro il prodotto diretto del lavoro di un altro, applica realmente il smi lavoro alla produzione delle cose di cui fa uso, soddisfa in realtà i suoi particolari desideri coll'esercizio delle sue particolari facoltà, vai quanto dire, ciò che esso riceve ei l’ha realmente prodotto. Se ei raccoglie radiche per pqi scambiarle con selvaggina, in fallo ei lavora a procurarsi selvaggina come se andasse lui alla caccia e il caccialorc fosse rimasto lui a raccoglier radiche. La espressione volgare « ho fallo tanto » perdile « ho guadagnato tanto», oppure « ho guadagnato tanto denaro da procurarmi questo o quest’allro » è, economicamente parlando, una espressione punto metaforica, bensì letteralmente esalta. Guadagnare è fare.

Or, se questi principii, abbastanza evidenti in uno stato soffiale primitivo, noi seguiamo attraverso le complessità dello stato che noi chiamiamo incivilito, noi vedremo chiaramente come in tutti i casi in cui lavoro è scambialo con beni, la produzione preceda in realtà il godimento; come le mercedi siano i guadagni, cioè i prodotti del lavoro, non le anticipazioni del capitale; come il lavoratore che riceve la sua mercede in denaro (che può essere coniato o impresso prima che il suo lavoro sia incominciato), in realtà riceva, in compenso dell’aggiunta che il suo lavoro ha fatto al fondo generale di ricchezza, una tratta su quel fondo, tratta che ei può utilizzare sotto quella particolar forma di ricchezza che meglio soddisfa i suoi desideri, e come nè il denaro, che non è se 11011 la tratta, nè la forma particolare di ricchezza che con esso si procura, non rappresentino anticipazioni del capitale pel suo mantenimento, bensì rappresentino la ricchezza o una porzione della ricchezza, che il suo lavoro aveva già aggiunto al fondo generale.

Tenendo sempre presenti questi principii, noi vediamo che il disegnatore clic, chiuso in un oscuro ufficio sulla riva del Tamigi, fa il disegno di una grande macchina per la marina, in realtà applica il suo lavoro alla produzione del pane e della carne, come se coltivasse terre a grano nella California, o prendesse al laccio buoi nelle pampas della Piata; fa i suoi abiti nè più nè meno che se tondesse pecore nell’Australia, o tessesse panni a Paisley; e produce il vino che si beve a tavola nè più nè meno che se cogliesse grappoli d’uva sulle rive della Garonna. Il minatore, che a duemila piedi sotto terra, nel cuore del Comstock, scava il minerale d’argento, in realtà, in virtù di migliaia e migliaia di scambi, gli è come se falciasse messi di cinquemila piedi più vicine al centro della terra, cacciasse la balena attraverso i campi di ghiaccio artici, cogliesse foglie di tabacco nella Virginia o bacche di caffè nell’Honduras, tagliasse canne di zucchero nelle isole Hawai, raccogliesse cotone nella Georgia e lo tessesse a Manchester o a Lowell, facesse giocattoli pei suoi bambini nelle montagne del -l’Hartz o cogliesse nei verdi e dorali verzieri di Los Angeles gli aranci, che porterà alla moglie inferma quando alla sua squadra sarà dato il cambio. Il salario che ei riceve il sabato sera alla sua uscita dal pozzo, clic altro è se non la certificazione per tutti che esso ha fatto tutte queste cose, il primo di quella lunga serie di scambi che trasforma il suo lavoro nelle cose, per avere le quali esso ha realmente lavoralo?

Tutto ciò è chiaro quando si considera la cosa in questo modo; ma per incalzare quella falsa idea in tutti i suoi recessi, noi dobbiamo cambiare la forma del nostro ragionamento e passare dalla deduzione alla induzione. Vediamo adunque se, partendo dai fatti e cercando le loro relazioni, noi arriviamo a quelle stesse conclusioni, che ci si presentano cosi ovvie quando, partendo dai primi principii, ne seguiamo la esemplificazione in tutti i fatti complessi.

CAPITOLO II.

SIGNIFICAZIONE DEI TERMINI.

Prima di proceder oltre nella nostra indagine, fissiamo il significalo dei termini che dovremo usare; chè la incertezza dei vocaboli ingenera l’ambiguità e la indeterminatezza dei ragionamenti. Non solo bisogna in Economia politica dare a vocaboli quali « ricchezza >, c capitale », * rendita », * mercedi » o t salario», un significato più preciso di quello che essi hanno nel linguaggio ordinario, ma anche occorre ricordare che, pur troppo, anche in Economia politica, alcuni di questi vocaboli non hanno una significazione certa, fissata dal consentimento generale, in quanto scrittori diversi dànno allo stesso vocabolo significazioni diverse, e lo stesso vocabolo è spesso da uno stesso scrittore adoperato in diversi significati. Nulla può meglio avvalorare ciò che scrittori eminenli dissero della importanza che hanno la chiarezza e la precisione delle definizioni, quanto l’esempio, non infrequente, di scrittori che cadono in gravi errori per la causa stessa contro cui essi mettono in guardia gli altri, e nulla mostra meglio la importanza che il linguaggio ha pel pensiero quanto il vedere pensatori pur acuti fondare conclusioni importanti sull’impiego di un vocabolo in significati diversi. Io cercherò di evitare questi pericoli, e sarà mio studio, ogni volta che un termine avrà una importanza pei miei ragionamenti, di stabilire chiaramente il significato che gli attribuisco e di usarlo in questo solo significato e in nessun altro. Voglia il lettore prender nota di queste mie definizioni e tenerle presenti; chè altrimenti non potrei ripromettermi di riuscire a farmi ben comprendere. Non mi farò ad attribuire ai miei termini significazioni arbitrarie od a coniarne di nuovi pur quando per avventura potrebbe essere conveniente il farlo; bensì vedrò, per quanto mi sarà possibile, di conformarmi all’uso, cercando solo di fissare il valore dei termini in modo che essi esprimano nettamente il mio pensiero.

Ciò che ora ci occupa si è scuoprire se in fallo le mercedi siano tratte dal capitale. Determiniamo quindi innanzi tutto che cosa intendiamo per « mercede » c che cosa per t capitale». Al primo di questi due vocaboli fu dagli scrittori di Economia dato un significato abbastanza definito; ma le ambiguità nelle quali fu, in Economia politica, avvolto l’uso del secondo, rendono necessario un più lungo discorso.

Nell'uso ordinario del linguaggio dicesi « salario » o t mercede » il compenso pagato pei suoi servizi ad una persona presa a lavoro o « a conduzione » (< condotta »), e cosi si parla di una persona che « lavora a salario » in opposizione ad un’altra che « lavora per sè » (per conto proprio). Il significato di questo vocabolo i ancora, nell’uso ordinario del linguaggio, ristretto dall’abitudine di applicarlo solo alla retribuzione del lavoro manuale. Di un esercente una professione liberale, di un amministratore, di un ministro del culto, non si dice che essi ricevano un «salario», bensì un onorario, una commissione, uno stipendio. Cosi, nel linguaggio corrente, salario è la retribuzione pagata ad una persona presa a conduzione pel suo lavoro manuale. Ma in Economia politica il vocabolo « salario » ha una significazione molto più lata, e comprende qualsiasi corrispettivo per uno sforzo. Imperocché, come spiegano gli economisti, i tre agenti o fattori della produzione sono la « terra », il < lavoro » e il « capitale >, e quella parte del prodotto, che va al secondo di questi fattori, è detta da essi « mercede » o « salario »,

Cosi, il vocabolo < lavoro » comprende ogni sforzo fatto dall’uomo nella produzione della ricchezza, e il vocabolo « mercede > (salario) — mercede essendo la porzione di prodotto che va al lavoro — comprende ogni retribuzione per questo sforzo. Epperò, il vocabolo mercede, nel significato che esso ha in Economia politica, si applica indistintamente a qualsiasi genere di lavoro, senza che a nulla rilevi che la retribuzione sifl o non ottenuta coll’intervento di un < dator di lavoro » o padrone; esso significa, in genere, il compenso o la retribuzione che si riceve per lo spiegamento del lavoro, in opposizione al compenso per l’uso del capitale o per l’uso della terra. Colui che coltiva la terra per sè, riceve la sua mercede nel prodotto della terra; come del pari, se la terra che coltiva è sua e suo il capitale che usa nella coltivazione, ei potrà ancora ricevere nel prodotto la rendita della sua terra e l’interesse del suo capitale: la mercede del cacciatore i la selvaggina che egli uccide; la mercede del pescatore il pesce che ei prende, ecc.; l’oro che ottiene colla lavatura il cercatore indipendente, è la sua mercede, al pari della moneta che il minatore a servizio riceve da colui che compera il suo lavoro (1) e, come dimostra A. Smith, gli alti profitti dei dettaglianti sono anch’essi in gran parte mercedi, in quanto sono la retribuzione del loro lavoro e non del loro capitale. Insomma, tutto ciò che si riceve come risultato o compenso di uno sforzo è « mercede ».

Questo è quanto per ora i necessario di notare per ciò che riguarda il concetto di mercede; ma imporla tenerlo ben fisso in mente. Invero, nelle opere di Economia politica che fanno testo, questa significazione del vocabolo « mercede» o «salario» non è, in modo più o meno chiaro, ammessa se non per essere in seguito dimenticata.

Più difficile è il trar fuori dalle ambiguità clic l’avvolgono il concetto di «capitale», e fissare il significato scientifico di questo vocabolo. Nel linguaggio comune «capitale» si dice di tutte le cose che hanno un vaioreo possono dare un

(1) È questo il concetto che si traduceva nel linguaggio comune in California, dove i minatori dei placers chiamavano « salari » ( Wage») i loro guadagni, e parlavano di salari alti e di salari bassi secondo la quantità d'oro che trovavano, reddito, mentre gli scrittori di Economia politica discordano talmente nell’uso di questo vocabolo, che appena si può dire che esso abbia una significazione fissa. Paragoniamo fra loro le definizioni di alcuni degli scrittori che fanno autorità;

« Quella parte della sostanza (fondo) di un uomo, scrive A. Smith (I), che esso attende gli apporti una rendita, è della il suo capitale », e il capitale di un paese o di una società, ei prosegue, consiste: 1) in macchine o strumenti industriali, che facilitano e diminuiscono il lavoro; 2) in costruzioni, che non siano semplicemente, abitazioni, ma che possano considerarsi quali strumenti di industria, come botteghe, magazzini, opifici, fattorie, con tutte le loro dipendenze necessarie, ecc.; 3) in miglioramenti della terra, che la rendano più acconcia ad essere arata e coltivata ; 4) nelle altitudini acquisite ed utili di tutti eli abitanti; 5) nel denaro; 6) nelle provvigioni, che sono in possesso dei produttori c venditori, c dalla vendita delle quali questi attendono un profitto ; 7) in materiali, sia intieramente greggi, sia più o meno lavorati, che ancora sono nelle mani dei produttori o venditori; 8) negli articoli finiti che sono ancora nelle mani dei produttori o venditori. Di questi elementi del capitale, i primi quattro A. Smith chiama « capitale fisso », gli altri quattro t capitale circolante », distinzione, della quale, pel proposito nostro, non ci è necessario tener conto.

La definizione di Ricardo (2) è questa: c II capitale è quella parte della ricchezza di un paese clic è impiegata nella produzione, e consiste in derrate alimentari, indumenti, utensili, materiali, macchine, ecc., necessari a dare efficacia al lavoro ». Come si vede, questa definizione è molto diversa da quella di A. Smith, in quanto esclude cose che quella di Smith comprende, cioè, le attitudini o facoltà acquisite, gli articoli di gusto o di lusso in possesso dei produttori o venditori, e ne include altre che la definizione smilhiana esclude, cioè, i cibi, le vesti, ecc., in possesso del consumatore.

Secondo Mac Cullocii (3) < il capitale di una nazione comprende realmente tutte quelle porzioni del prodotto dell’industria in esso esistente, che postino essere impiegale sia a mantenere la vita dell’uòmo, sia' a facilitare la produzione ». Questa definizione segue la linea di quella di Ricardo, ma è più lata. Mentre essa esclude tutto ciò che non può aiutare la produzione, include tutto ciò che può aiutarla, senza tener conto della effettività dell’uso o della sua necessità; il cavallo, ad esempio, che tira una vettura di lusso essendo, secondo Mac Cullocii, come egli espressamente dice, un capitale al pari di un cavallo che tiri un aratro, in quanto esso può, al bisogno, essere impiegato in quest’uso.

(1) A. Smith, Ricerche sopra la natura e le cause della ricchezza delle nazioni, libro li, cap. I (nella Biblioteca dell'Economista, serie I, vol. II).

(2) Ricardo, Piincipii di Economia politica, cap. V (nella Biblioteca dell'Economista, serio I, vol. II).

(3) Mac Cullocii, Note sulla Ricchezza- delle nazioni, libro II, cap. I.

J.-St. Mill (1), seguendo la stessa linea generale delle definizioni di Ricardo e di Mac Culloch, fa, non dell'uso o dell’attitudine all’uso, ma della destinazione all’uso il carattere distintivo del capitale. Ei dice: « Tutte le cose che sono destinate a fornire al lavoro produttivo riparo, protezione, strumenti e materiali da esso richiesti ed a nutrire od altrimenti mantenere l'operaio durante il processo di produzione, sono capitale ».

Queste citazioni mostrano abbastanza quanta divergenza sia fra i maestri. Quanto agli autori minori le divergenze sono ancora più grandi, come apparirà da alcuni pochi esempi:

Il professore Wayland, i cui Elementi di Economia politica furono a lungo un libro di testo favorito dagli Istituti americani di educazione, dove si aveva qualche pretesa di insegnare la Economia politica, dà questa lucida definizione: « Il vocabolo «capitale» è impiegato in due sensi. In relazione al prodotto, significa qualsiasi sostanza sulla quale può esercitarsi la industria. In relazione alla industria significa la materia a cui la industria ha dato o è per dare valore, gli strumenti, che servono a dare questo valore e i mezzi di sussistenza coi quali l’essere è mantenuto durante il tempo che attende all’operazione della produzione » (2).

H. C. Carey, l’apostolo americano del protezionismo, definisce il capitale:

« lo strumento, col quale l’uomo si rende signore della natura, comprendendovi le facoltà fisiche e mentali dell’uomo stesso ». Il professore PERnr, un libero-scambista del Massachusetts, mentre giustamente appunta questa definizione di confondere completamente i limiti fra capitale e lavoro, alla sua volta confonde i limiti fra capitale e terra col- definire il capitale « qualsiasi cosa avente valore, a parte l’uomo, dal cui uso risulta un incremento o profitto pecuniario ».

Un economista inglese di grande valore, M. W. Thornton (3), comincia un suo elaboralo esame dei rapporti fra capitale e lavoro col dire che esso comprenderà nel capitale la terra; locchè, a un dipresso, gli è come se uno, nel farsi ad insegnare l’algebra cominciasse col dichiarare che considererà i segni del « più » c del « meno » come esprimenti la stessa cosa ed aventi lo stesso valore. — Uno scrittore americano, anch’esso di grande valore, il professore F. A. Walker, fa la stessa dichiarazione nel suo studio, assai elaborato, sulla Questione dei salari. Un altro scrittore inglese, N. A. Nicholson (4), sembra voler passare il colmo dell’assurdo col dichiarare in un paragrafo che « il capitale deve naturalmente essere accumulato dal risparmio » e, proprio nel paragrafo che vien dopo, che « la terra che produce una messe, l’aratro clic rompe la terra, il lavoro che assicura il raccolto e il raccolto stesso, se un profitto materiale si può ritrarre dal suo impiego, sono egualmente capitale ». Ma in qual modo si

(1) J.-St. Mill, Principii di Economia politica, libro I, cap. IV (nella Biblioteca dell'Economista, serie I, vol. XII).

(2) Wayland, Elementi di Economia politica, libro I, cap. I.

(3) M. W. Thornton, 27 lavoro.

(4) N. A. Nicholson, La scienza degli scambi. — Londra, 1873.

possa col risparmio < accumulare > la terra ed il lavoro, gli è ciò che il Nicholson non ci fa la cortesia di spiegarci. — Similmente, un autore americano, A mata Walker (1), dichiara prima che il capitale esce dal risparmio netto dei lavoro, poi immediatamente dopo ci dice che la terra è capitale.

Potrei cosi andare innanzi per molle pagine a citare definizioni contradditorie fra loro e in se stesse ; ma ciò non farebbe che stancare il lettore. È inutile moltiplicare le citazioni. Quelle che ho fatto bastano a mostrare quanta grande divergenza esista intorno al contenuto del concetto di capitale. Chi desiderasse conoscere più a fondo la confusione, che esiste a questo riguardo fra i professori di Economia politica, non ha che a cercare in una biblioteca, dove le loro opere stanno allineate le une accanto alle altre.

Senonchè i nomi che noi diamo alle cose non fanno gran differenza se quando ci serviamo di essi noi abbiamo sempre presenti le stesse cose, non altre. Ma il guaio delle difficoltà, che nascono da queste vaghe e varianti definizioni, sta in ciò che gli è solo nelle premesse del ragionamento che il vocabolo è impiegato in quel tal senso particolare, che gli è assegnato dalla definizione, mentre poi nelle conclusioni pratiche a cui si arriva esso è sempre usato o almeno lo si intende sempre nel suo significato generale e definito. Quando, ad esempio, si dice che le mercedi sono tratte dal capitale, il vocabolo « capitale» è preso nello stesso significalo in cui lo si prende quando si parla della scarsezza o dell'abbondanza, dell’aumento o della diminuzione, della distruzione o della formazione del capitale, significato compreso da tutti e definito, che separa il capitale dagli altri fattori della produzione, terra e lavoro, ed anche dalle coso simili, di cui uno non si serve che per suo diletto. In realtà, molti sono che intendono assai bene ciò che è capitale sino al momento in cui si fanno a definirlo; c credo che i loro scritti mostrerebbero come gli economisti, che dònno definizioni così discrepanti, usino il vocabolo in questo senso più generalmente ammesso in tulli i casi, tranne nelle loro definizioni e nei ragionamenti, che su tali definizioni sono fondali.

Le difficoltà, che presenta l’impiego del vocabolo « capitale > come termine esatto c che sono ancor più salienti nelle discussioni politiche e sociali correnti che nelle definizioni degli scrittori di Economia, nascono da due fatti: il primo si è che certe classi di cose, il cui possesso è per gl’individui l’equivalente esatto del possesso del capitale, non fanno parte del capitale della comunità; il secondo, che cose della stessa specie possono essere o non essere capitale, secoùdo l’uso a cui sono destinate.

Per poco che si ponga attenzione a ciò, non riesce difficile farsi una idea abbastanza chiara e fissa di ciò che il vocabolo < capitale », nel senso, in cui è generalmente usato, include; una idea, che ci permetta di dire quali cose sono e quali non sono capitale e di servirci del vocabolo senza ambiguità o errori.

La terra, il lavoro e il capitale sono i tre fattori della produzione. Or, se noi porremo mente che il vocabolo « capitale » lo si usa qui in opposizione ai termini « terra » e * lavoro », noi vedremo subito come nulla di ciò che è coni

ti) *4. Walker, Scienza della ricchezza (Bill. ilell'Econ., 3* serie, vol. II).

preso nell’uno o nell’altro di questi due ultimi concetti possa essere compreso nel concetto di « capitale ». Il concetto espresso dal vocabolo « terra > comprende necessariamente non solo la superficie della terra, come distinta dall'acqua e dall’aria, ma l’universo materiale intiero, a parte l’uomo; imperocché, gli è solo in quanto è sulla terra, da cui lo stesso suo corpo è tratto, che l’uomo può entrare a contatto colla natura e servirsene. Epperò, il concetto di < terra » comprende necessariamente tutte le materie, tutte le forze e tutti i beni naturali; quindi, nulla di ciò che è gratuitamente dato da natura potrà, propriamente, dirsi capitale. Un campo fertile, una ricca vena di minerale, una caduta d’acqua che fornisce forza, possono procurare al loro possessore vantaggi equivalenti al possesso d’un capitale; ma considerare queste cose come capitale sarebbe togliere ogni distinzione fra capitale e terra e, per ciò che concerne i rapporti fra le due cose, togliere ogni significazione ai due termini. Parimenti, il concetto espresso dal vocabolo < lavoro » comprende qualsiasi sforzo umano; epperò, le facoltà umane, vuoi naturali, vuoi acquisite, non potranno mai, propriamente, dirsi capitale. Nel linguaggio corrente si parla spesso del sapere, delle attitudini, della industriosità di un uomo come costituenti il suo capitale; ma gli è questo, evidentemente, un modo di esprimersi metaforico, che si deve evitare in ogni argomentazione che voglia essere esatta. La superiorità in queste qualità può far aumentare il reddito d’un individuo, come lo farebbe il capitale; ed un aumento del sapere, delle altitudini, della industriosità di una comunità può avere per effetto di far aumentare la sua produzione come farebbe un aumento del capitale; ma quest’effetto è dovuto alla maggior potenza di lavoro, non al capitale. Col dare ad un proiettile maggior velocità, si ottiene lo stesso effetto che si otterrebbe col dargli un peso maggiore, e tuttavia il peso e la velocità sono cose diverse.

Epperò, noi dobbiamo escludere dalla categoria « capitale » tutto ciò che può venire o sotto il concetto di terra o sotto quello di lavoro. Fatta tale esclusione, non rimangono più che cose, che non sono nè terra nè lavoro, ma che sono il risultato della unione di questi due fattori primitivi della produzione. Nulla può dirsi capitale, che non consista di queste due cose; vai quanto dire, nulla può essere capitale, che non sia « ricchezza >.

Ma gli è da ambiguità nell’uso di questo termine comprensivo < ricchezza » che derivano molte delle ambiguità, che avvolgono il concetto espresso dal termine « capitale ».

Nell’uso comune « ricchezza » si dice d’ogni cosa avente un valore di cambio. Ma quando è usato come termine di Economia politica, si deve dare a questo vocabolo un significato più definito, in quanto, comunemente, di molte cose si parla come di ricchezza, le quali in riguardo alla ricchezza collettiva o generale, come ricchezza non possono considerarsi alTatto. Queste cose hanno un valore di cambio, e di esse si parla come di ricchezza in quanto rappresentano fra individui o complessi d’individaui il potere di ottenere ricchezza; ma ricchezza, veramente, non sono, in quanto il loro aumento o la loro diminuzione non affetta la somma della ricchezza. Tali sono le obbligazioni, le ipoteche, le promesse, le banconote od altre stipulazioni pel trasferimento della rie-nizioni, già riferite, di Ricardo, di Mac Culloch e di J. St. Mill più non lo si incontra. Nè queste definizioni, nè quella di Smith, non cadono nell'errore volgare di considerare come capitale reale cose che non sono che capitale relativo, come i titoli di debito, i valori fondiari, ecc. Ma quanto alle cose che sono realmente ricchezza, le loro definizioni differiscono grandemente l’una dall’altra e da quella di Smith sul punto che cosa debba e che cosa non debba considerarsi come capitale. Ad esempio, secondo la definizione di Smith, il fondo d’un gioielliere dovrebbe considerarsi come capitale e gli alimenti o le vestimenta in possesso dell’operaio, no; mentre le definizioni di Ricardo e di Mac Cullocii escluderebbero dalla categoria del capitale il fondo del gioielliere, come ne lo escluderebbe quella di J. St. Mill, quando le parole che ho riferito si debbano intendere come le intendono molti. Ma, come lo stesso Mii.l spiega, non è nè la natura, nè la destinazione delle cose in sè ciò che determina il loro essere o non essere capitale, bensì la intenzione del possessore di destinare le cose o il denaro ricavalo dalla loro vendita a fornire al lavoro produttivo strumenti, materiali e mezzi di esistenza. Tulle queste definizioni però si accordano neli’inclu-dere nel capitale gli alimenti e gli indumeuti degli operai, che Smith invece escludeva.

Esaminiamo queste tre definizioni, che rappresentano i migliori insegnamenti della Economia politica corrente:

Obbiezioni assai ovvie si possono fare alla definizione di Mac Cullocii, secondo cui sarebbero capitale « tulle le porzioni del prodotto dell’industria, clic possono essere direttamente impiegate, sia a mantenere la esistenza dell’uomo, sia a facilitare la produzione ». Passando per le vie principali di una grande città, si possono vedere magazzini pieni di ogni maniera di cose aventi valore, le quali sebbene non possano essere impiegate nè a mantenere l'uomo nè a facilitare la produzione, pur tuttavia costituiscono indubbiamente una parte del capitale dei commercianti e della comunità. Parimenti, si possono vedere prodotti dell’industria, che potrebbero servire a mantener l’uomo od a facilitare la produzione, consumati per ostentazione o per vano lusso. Certamente, queste cose non costituiscono una parte dei capitale, sebbene costituirla potrebbero.

La definizione di Ricardo evita di includere nel capitale le cose che potrebbero essere, ma non sono impiegate nella produzione, coll’includervi solo quelle che nella produzione sono impiegale. Ma la definizione ricardiana offre il fianco alla stessa obbiezione, che fu fatta a quella di Mac Culloch: se solo la ricchezza che può essere, o che è destinata ad essere impiegata a mantenere i produttori ed a facilitare la produzione, è capitale, allora i fondi dei gioiellieri, dei negozianti di giocatoli, di quadri, di vesti, ecc., e tulli i fondi che consistono in articoli di lusso c in quanto consistono di articoli di lusso, non saranno capitale.

Se J. St. Mill, col far dipendere la distinzione dall’intenzione del capitalista evita questa difficoltà (locchè pare a me non chiaro), gli è però col rendere la distinzione così vaga che solo l’onniscienza potrebbe dire che cosa, in un dato paese c in un dato momento, sia c che cosa non sia capitale.

Ma il grande difello comune a tutte queste definizioni si è di comprendere nel capitale cose, che evidentemente non possono come capitale considerarsi, se una qualche distinzione si vuol fare fra lavoratore e capitalista. Invero, esse comprendono nel capitale gli alimenti, gl’indumenti, ecc., che sono in possesso del lavoratore, che esso consumerà, sia che lavori, sia che non lavori, e i fondi che ha in mano il capitalista e coi quali intende pagare il lavoratore pel suo lavoro.

Tuttavia, gli è evidente come non sia questo il senso, in cui il vocabolo è usalo da questi scrittori quando parlano del lavoro e del capitale come di due fattori, che prendono ciascuno una parte distinta nell’opera della produzione e ciascuno una distinta quota del suo prodotto, quando parlano delle mercedi come tratte dal capitale o come dipendenti dal rapporto fra il lavoro e il capitale o in uno dei sensi, in cui il vocabolo < mercedi > (salario) è da essi generalmente usato. In tutti questi casi il termine c capitale » è preso nella sua significazione comune, per indicare quella porzione di ricchezza, che i possessori nan intendono usare direttamente pel loro proprio godimento, ma per ottenere una ricchezza maggiore. Insomma, per gli scrittori di Economia politica, tranne nelle loro definizioni e nei loro primi principi, come per la generalità, il capitale è, per usare le parole di Smith, « quella porzione del fondo (sostanza) di un uomo, dalla quale ei spera ritrarre un reddito ». È solò in questo significalo che il vocabolo < capitale » esprime un’idea netta e ci permette di distinguere il capitale dalla ricchezza e di opporlo al lavoro. Imperocché, quando si avesse a considerare come capitale tutto ciò che fornisce al lavoratore alimenti, indumenti, riparo, ecc., per trovare un lavoratore che non fosse capitalista, ci bisognerebbe trovare un uomo completamente nudo, che non avesse neppure un bastone digrossato, una tana, condizione nella quale, salvo circostanze eccezionali, non si trovarono finora esseri umani.

Sembra a me che la discrepanza e la inesattezza di queste definizioni vengano da ciò che l’idea di ciò che è il capitale la si è dedotta da un’idea preconcet.a del come il capitale aiuta la produzione. Invece di determinare che cosa il capitale i ed osservare poi che cosa il capitale fa, si è cominciato col porre le funzioni del capitale e poi si è dato del capitale una definizione, che comprendesse tutte le cose che compiono o possono compiere quelle funzioni. Invertiamo il processo e, adottando l’ordine naturale, cerchiamo ciò che la cosa è prima di dire ciò che la cosa fa. Ciò che qui ci proponiamo di fare e che solo importa di fare si è unicamente di fissare i limiti di un concetto che, in complesso, è già bene inteso, cioè, definire e rendere chiari i contorni di un’idea comune.

Se gli articoli di ricchezza reale esistenti a una data epoca in una data comunità fossero in situ presentati ad una dozzina d’uomini intelligenti, che non avessero mai letto nulla di Economia politica, è più che probabile che neppure riguardo ad' un solo articolo essi si troverebbero in disaccordo sul punto se esso debba o non debba dirsi capitale. II denaro che uno tiene per impiegarlo nei suoi affari o in speculazioni, sarebbe considerato come capitale; il denaro messo in disparte per le spese di casa o personali, no; capitale si direbbe la parte di raccolto, che il coltivatore tiene per venderla o per la seminagione, non quella tenuta pel consumo della famiglia ; i cavalli c le vetture di chi dà cavalli e vetture in affitto sarebbero delti capitale, non l’equipaggio che uno tenga per suo piacere. Così, a nessuno verrebbe in mente di considerare come capitale i falsi capelli che una donna porla in capo, il sigaro che uno tiene in bocca, il giocattolo con cui un bambino si trastulla ; ma i fondi di negozio di un parrucchiere, di un negoziante di tabacchi o di un negoziante di giocattoli sarebbero, senza esitazione, considerali come capitale. L’abito clic un sarto ha»fatto per venderlo, è capitale; non quello che ei fa per sè. Le provviste di un albergatore si diranno capitale, non quelle che la donna di casa tiene in dispensa, non la colazione che l’operaio porta nel suo paniere. Capitale saranno i « pani » di ferro nelle mani del fonditore o del negoziante, non quelli che servono da zavorra nella stiva di una nave. I mantici del fabbro, i telai di una fabbrica saranno detti capitale, non la macchina a cucire della donna che cuce solo per sè; capitale sarà la costruzione che si dà in affitto o è fatta servire agli affari o alla produzione, non la casa che uno abita. Insomnia, io penso che noi troveremmo oggi, come quando Adamo Smith scriveva, che « capitale è quella porzione del fondo (sostanza) di un uomo, da cui questo si aspetta un reddito ». E correggendo quel suo disgraziato lapso sulle qualità personali e modificando alquanto ciò che esso dice del denaro come capitale, difficilmente forse si potrebbe fare una enumerazione dei diversi articoli di capitale migliore di quella che ci Ah Adamo Smith nel passo che ho riassunto nella prima jiarte di questo Capitolo.

Ed ora, se, dopo avere cosi distinto la ricchezza che è capitale da quella che non è capitale, noi ci facciamo a cercare che cos’è clic distingue Luna classe di cose dall’altra, noi troveremo clic non è nè il carattere, né l'attitudine, nè la destinazione finale delle cose in sé, come si tentò invano di provare, bensì, secondo a me sembra, l’essere o non le cose in possesso del consumatore (I). I tali articoli di ricchezza, in quanto in sé, nei loro usi o nei loro prodotti, sono per essere scambiali, saranno capitale; gli stessi articoli, in quanto nelle mani del consumatore, noi saranno. Epperò, se noi definiremo il capitale « la ricchezza/a corso di scambio i>, includendo nel concetto di scambio non solo il passaggio di una cosa da una mano ad un'altra, ma ancora tutte le trasmutazioni che occorrono, quando le forze produttive o trasformative della natura sono utilizzale per accrescere la ricchezza, noi verremo, io penso, a comprendere nella definizione tutte le cose, clic la idea generale di capitale comprende e ad escluderne tutte quelle, che la idea generale di capitale esclude. Per esempio, sotto questa definizione verranno, mi sembra, tutti gli strumenti clic sono realmente capitale. Invero, gli è l’essere o il non essere i suoi servizi o

(1) Si può dire che la moneta è nelle mani dei consumatori quando è destinata a procurare godimenti, in quanto, sebbene non sia per sé stessa destinata al consumo, rappresenta una ricchezza che lo è; cosi, quella che ho dato nel paragrafo precedente come classificazione comune, sarchile coperta da questa distinzione c diventerebbe rigorosamente corretta. Parlando della moneta sotto questo riguardo, intendo naturalmente della moneta coniataj in quanto sebbene la carta possa compiere tutte le funzioni della moneta coniata, tuttavia non è ricchezza c quindi non può essere capitale.

usi destinati allo scambio ciò che fa di uno strumento un articolo di capitale o solo un articolo di ricchezza. Cosi, il tornio, che il fabbricante adopera a fare oggetti, che saranno scambiati, è un capitale, mentre noi sarà il tornio che uno tenga per sua ricreazione. Cosi, la ricchezza impiegata a rostrurre una ferrovia, una linea telegrafica, una diligenza, un teatro, un albergo, ecc., può dirsi essere in corso di scambio. Lo scambio non si effettua in una volta, ma poco a poco e con un numero indefinito di individui. Tuttavia uno scàmbio vi ha e i < consumatori» della ferrovia,della linea telegrafica, della diligenza, del teatro, dell’albergo, ecc., non sono i proprietari di queste cose, ma le persone che di tempo in tempo se ne servono.

Nè questa definizione è in contraddizione colla idea che il capitale è la parte di ricchezza destinata alla produzione. Gli è farsi della produzione un concetto troppo ristretto il limitarla alla fabbricazione delle cose. La produzione non comprende solo la fabbricazione delle cose, ma anche l’adduzione loro ai consumatori. Epperò, il negoziante, il tenitore di magazzino sono veri produttori non meno del fabbricante c del coltivatore, e il loro fondo o capitale è, al pari del fondo o capitale di questi, consacrato alla produzione. Ma non accade qui di doverci indugiare sulle funzioni del capitale, funzioni che saremo in grado di meglio determinare più oltre. Nè la definizione del capitale, che ho qui proposto, ha qualche importanza. Non scrivo qui un librq di testo, ma solo cerco di scuoprire le leggi che governano un grande problema sociale; e se il lettore si troverà ora in grado di farsi una idea chiara di ciò che intendo significare quando parlo di capitale, il mio scopo sarà raggiunto.

Ma prima di chiudere questa digressione, mi sia permesso chiamare l’attenzione del lettore su una circostanza, che troppo spesso si dimentica, ed è che i termini « ricchezza », c capitale», « salario », ed altri simili, sono, in Economia politica, termini astratti e nulla si può generalmente affermare o negare di uno di essi, che anche non si possa alTermare o negare di tutta la categoria di cose che essi rappresentano. Il non essersi ben recato in mente questo, ingenerò non poca confusione nelle idee e permise a molte fallacie, che altrimenti sarebbero subito apparse tali, di passare per verità ovvie. Ricchezza essendo un termine astratto, la idea di ricchezza, bisogna ben recarselo in mente, implica la idea di scambiabilità. Il possesso di una certa somma di ricchezza è potenzialmente il possesso di qualsiasi altra specie o di tutte le altre speci di ricchezza aventi lo stesso valore di cambio. Per conseguenza, la stessa cosa è del capitale.

CAPITOLO III.

LE MERCEDI NON SONO TRATTE DAL CAPITALE, MA PRODOTTE DAL LAVORO.

L’importanza di questa digressione apparirà, io penso, sempre più evidente a misura che noi procederemo nella nostra indagine; ma la sua pertinenza col nostro argomento vuol essere qui subito constatata.

Gli è evidente che ei perde di vista il significato economico del termine « mercede » e che l’attenzione si concentra sul suo significato stretto ed ordinario quando si afferma che le mercedi sono tratte dal capitale. Invero, in tutti i casi, nei quali il lavoratore è il suo proprio dator di lavoro o padrone (employer), cioè, quando lavora per proprio conto, gli è abbastanza chiaro che la mercede non è tratta dal capitale, benài presa direttamente sul prodotto deUlavoro. Se, ad esempio, applico il mio lavoro a cercar uova d’uccelli o a raccoglier bacche selvatiche, le uova e le bacche che raccoglierò saranno la mia mercede. Certo, nessuno vorrà, in questo caso, sostenere che questa mercede è presa sul capitale, chè qui non vi ha capitale di sorta. Un uomo completamente nudo, gettato sopra un’isola, su cui essere umano non abbia mai prima messo piede, può cercare uova d’uccelli e bacche selvatiche.

Se prendo un pezzo di cuoio e ne faccio un paio di scarpe, le scarpe saranno la mia mercede; la ricompensa del mio lavoro. Certo, queste scarpe non sono tratte da un capitale, nè mio, nè d’altri, ma furono creale dal lavoro, di cui esse diventano la mercede; nèdall’otlenere che io faccia quel paio di scarpe come mercede del mio lavoro, il capitale viene ad essere neppure momentaneamente diminuito di un iota. Invero, richiamando qui la idea di capitale, il mio capitale, al momento in cui mi accingo al lavoro, consiste in un pezzo di cuoio, filo, ecc. A misura che il mio lavoro procede, nuovo'valore è continuamente aggiunto, finché, quando il mio lavoro avrà avuto per risultato un paio di scarpe finite, io avrò il mio capitale, più la differenza di valore fra la materia prima e le scarpe. Or, nell’ottenere questo valore addizionale, che è la mia mercede, come può in un momento qualunque esser tratto qualcosa dal capitale?

Adamo Smith, a cui è dovuto l’indirizzo del pensiero economico che condusse a formulare le teorie correnti sul rapporto fra le mercedi e il capitale, riconobbe che nei casi semplici, quali quelli che ho citato, le mercedi sono il prodotto del lavoro, e cosi incomincia il suo capitolo sulla mercede del lavoro: « Il prodotto del lavoro costituisce la ricompensa naturale o il salario del lavoro. In questo stato primitivo di cose, che precede l’appropriazione delle terre e l’accumulazione dei capitali, il prodotto intiero del lavoro appartiene al lavoratore. Non havvi proprietario o padrone, con cui il lavoratore debba dividere ».

Se il grande Scozzese avesse preso questo fatto come punto di partenza della sua argomentazione e continuato a considerare il prodotto del lavoro come la mercede naturale del lavoro ed il proprietario e il padrone solo come partecipanti al prodotto, le sue conclusioni sarebbero state assai diverse e la Economia politica non conterebbe oggi una cosi grande quantità di contraddizioni e di assurdi; ma, invece di seguire la verità ovvia nei modi più semplici di produzione come un filo d’Arianna, attraverso il labirinto delle forme più complicate, ei non la riconobbe momentaneamente, se non per subito abbandonarla e, dopo aver detto che « in tutte le parti d’Europa vi sono venti operai che servono un padrone per uno che è indipendente », ei ricomincia la sua indagine, partendo da questo punto di vista, che il padrone provvede alle mercedi dei suoi operai col suo capitale.

Gli è evidente che in questo ragguagliare che esso faceva ad uno su venti il numero dei lavoratori indipendenti, Adamo Smith non aveva presenti che le arti meccaniche, mentre, se riferita a tutti i lavoratori in genere, la proporzione di quelli che conseguono i loro guadagni direttamente senza l’intervento di un padrone, doveva, anche nell’Europa di un secolo fa, essere molto più alta. Invero, oltrecchè il numero dei lavoratori indipendenti è considerevole in ogni comunità, l’agricoltura di vaste regioni. dell’Europa si è, dai tempi dell’Impero romano, svolta secondo il sistema della mezzadria, nel quale è il capitalista che riceve un reddito dal lavoratore, non il lavoratore dal capitalista. Ad ogni modo, negli Stati-Uniti, dove la legge generale delle mercedi, quale essa si sia, deve pure applicarsi come in Europa, e dove, malgrado i progressi delle manifatture, una gran parte della popolazione è di coltivatori indipendenti, il numero dei lavoratori, che ricevono la retribuzione del loro lavoro da un padrone, deve essere relativamente piccolo.

Ma non è punto necessario discutere qual sia la proporzione dei lavoratori indipendenti rispetto ai lavoratori a padrone, nè moltiplicare gli esempi di questa verità evidente, che cioè là dove l’operaio riceve là sua mercede direttamente, questa mercede è il prodotto del suo lavoro, in quanto, essendo dimostrato che il concetto espresso col vocabolo «mercede » comprende qualsiasi retribuzione del lavoro, sia che il lavoratore la consegui direttamente nei risultati del suo lavoro, sia che la riceva da un padrone, gli è evidente che la proposizione che le mercedi sono tratte dal capitale — sulla qual proposizione, presa come verità assoluta, una cosi vasta superstruzione fu con tanta sicurezza innalzata nei trattati di Economia politica classici — è, almeno in gran parte, falsa, c che tutto ciò che si può con qualche plausibilità affermare si è che certe mercedi (ad esempio, quella che l’operaio riceve dal suo padrone) sono tratte dal capitale. Questa restrizione della premessa maggiore ne invalida senz'altro tutte le deduzioni. Ma senza rimanercene a questo punto, vediamo se, pure in questo senso cosi ristretto, quella proposizione si accordi coi fatti. Riprendiamo il filo di Arianna, là dove Adamo Smith lo lasciò cadere, e procedendo passo passo vediamo se la relazione dei fatti, evidente nelle forme della produzione più semplici, non ricorra attraverso le più complesse.

Subito dopo a quello « stato di cose primitivo », di cui molti esempi si possono trovare e in cui tutto il prodotto del lavoro appartiene al lavoratore, viene, in ragione di semplicità, la combinazione, nella quale il lavoratore, pur lavorando per un’altra persona, o col capitale di un’altra persona, riceve la sua mercede in natura, cioè in cose prodotte dal suo lavoro. In questo caso, come in quello del lavoratore indipendente, gli è chiaro che la mercede è tratta dal prodotto del lavoro, non punto dal capitale. Se prendo a servizio un uomo per raccoglier uove o bacche o per far scarpe e lo pago con uova, bacche o scarpe prodotte dal suo lavoro, non vi può esser dubbio che sorgente della sua mercede sia il lavoro, pel quale la mercede è data. Questa forma di conduzione si ritrova ancora nel modo di tenuta a soccida dei popoli pastori, studiato con tanta perspicuità da sir Henry Maine nella sua Storia primitiva delle istituzioni e che implica sì nettamente la relazione di uno che impiega e di uno che è impiegato, di guisa che colui che riceve i| bestiame viene ad essere l’uomo

0 il vassallo del capitalista, che in tal modo lo impiega. Egli era in queste condizioni che Giacobbe lavorava per Labano,*e ai nostri giorni, anche in paesi inciviliti, questo modo di impiegare il lavoro non è infrequente. E che altro sono la coltura in partecipazione, prevalente in cosi larga misura negli Stati del sud dell’Unione e nella California, la mezzadria in uso in Europa, e tutti gli altri casi, in cui sorveglianti, mediatori, ecc. sono pagati con un procento dei profitti (commissione), se non l’impiego del lavoro a una mercede che consiste in una parte del suo prodotto?

Un secondo passo dalla semplicità alla complessità si ha quando le mercedi, sebbene estimate in natura, sono pagate con un equivalente di qualche altra cosa. Ad esempio, sui balenieri americani è uso di non pagare mercedi fisse, ma di dare ai singoli componenti la imbarcazione una quota della presa, la quale varia da un sedicesimo o un dodicesimo pel capitano, ad un trecentesimo pei mozzi. Cosi, quando un baleniere arriva a New-Bedford o a San Francisco dopo una buona pesca, esso porta nei suoi fianchi le mercedi del suo equipaggio, non meno che

1 profitti dei suoi proprietari ed un equivalente che li rimborserà di tutte le provviste consumate durante il viaggio. Gli è chiaro come queste mercedi, quest’olio, questi ossi di balena che l’equipaggio ha preso, non siano punto tratti dal capitale, ma siano effettivamente una parte del prodotto del suo lavoro. Nè la cosa è per nulla mutata quando, per maggior comodità, invece di distribuire fra i singoli componenti l’equipaggio ciò che loro tocca di olio o di ossi di balena, si estima al prezzo di mercato il valore della parte di ciascuno e, invece di darla in natura, la si paga in denaro. Il denaro non è che l’equivalente della mercede reale, olio e ossi di balena. Non havvi in questo pagamento anticipazione alcuna di capitale. L’obbiigazione di pagare le mercedi non sorge se non quando il valore, sul quale devono essere pagate, entra in porto. Nel momento in cui l’armatore prende dal suo capitale denaro per pagare l’equipaggio, egli aggiunge a quel suo capitale olio e ossi di balena.

Fin qui non può esser luogo a discussione. Facciamo ora un nuovo passo avanti, che ci porterà al modo ordinario di impiegare il lavoro e di pagare le mercedi.

Le isole Farallone, al largo della baia di San Francisco, sono un luogo di covata per gli uccelli di mare, ed una Compagnia, che possiede quelle isole, impiega, nella stagione opportuna, uomini nella cerca delle uova. La Compagnia potrebbe pagare questi uomini che impiega con una quota della quantità di uova da essi colte; e probabilmente terrebbe questo modo, se vi fosse molta incertezza in questo genere di lavoro; ma poiché gli uccelli sono numerosi e poco selvatici e con tanto di lavoro si possono, a un dipresso, raccoglier sempre tante uova, la Compagnia trova più conveniente pagare ai suoi uomini una mercede fissa. I cercatori d’uova vanno nelle isole, vi rimangono, raccolgono le uova e le portano in un dato luogo, d’onde, a intervalli di pochi giorni, un piccolo bastimento le porta a San Francisco, dove sono vendute. Quando la stagione è finita, i cercatori ricevono in denaro la mercede pattuita e se ne vanno. Or, questa combinazione non ha essa, in sostanza, lo stesso risultato che se le mercedi pattuite, invece di essere pagate in denaro, lo fossero in un equivalente d’uova raccolte? Il denaro non rappresenta forse le uova, dalla cui vendita esso fu ricavato? E le mercedi non sono forse anche qui il prodotto del lavoro, pel quale sono pagate, precisamente come lo sono le uova in possesso di chi le ha raccolte per sè, senza l’intervento di alcun padrone?

Or ecco un altro esempio che mostra per riversione la identità delle mercedi in denaro e delle mercedi in natura. A San Bonaventura vive un tale che si fa una piccola entrata coll’uccidere, per cavarne l’olio e le pelli, i vitelli marini comuni, che frequentano le isole formanti il canale di Santa Barbara. Quando nelle sue spedizioni ei prendeva con sè due o tre Cinesi, li pagava dapprima in denaro. Ma i Cinesi, a quanto sembra, dànno un certo valore ad alcuni organi del vitello marino, che essi fanno seccare e polverizzano per farne poi certi loro rimedi, ed ai lunghi peli dei mustacchi dei maschi, che essi apprezzano grandemente per uno scopo non molto chiaro ai barbari stranieri. Quel tale non tardò a scuoprire che i Cinesi preferivano avere, invece del denaro, quelle parti dei vitelli marini, ed oggi paga loro in gran parte le loro mercedi in questo modo.

Or, ciò che può vedersi in tutti questi casi — la identità della mercede in denaro e della mercede in natura — non è forse vero di tutti i casi, nei quali una mercede è pagata per unJavoro produttivo? Il fondo creato dal lavoro non è esso realmente il fondo, da cui sono prese le mercedi che si devono pagare?

Si dirà forse che una differenza vi è; che quando un uomo lavora per sè, o quando, lavorando per un padrone, riceve la sua mercede in natura, questa dipende dal risultato del suo lavoro, e se questo, per una mala ventura qualunque, è nullo, ei nulla riceve; quando invece lavora per un padrone, ei riceve sempre la sua mercede, in quanto questa dipende dal compimento del lavoro, non dal suo risultato. Se non che questa distinzione non è evidentemente reale. Invero, il lavoro fatto per una mercede fissa produce, in media, non solo l’ammontare della mercede, ma qualche cosa di più ; chè altrimenti i padroni non potrebbero realizzare benefizi. Quando le mercedi sono fisse, il padrone prende su di sè i rischi; ma per questa assicurazione ei riceve un compenso; ed è cosi che le mercedi fisse sono sempre alquanto minori delle eventuali. Ma sebbene, quando è convenuta una mercede fissa, il lavoratore che da parte sua ha eseguito il contralto abbia un’azione legale contro il suo padrone, spesso, se non generalmente, avviene che il disastro che impedisce al padrone di ritrarre un beneficio dal lavoro, anche gli impedisce di pagarne la mercede. E in un ramo importante di industria il padrone è, in caso di disastro, prosciolto dall’obbli-gazione, sebbene il contratto porti la stipulazione di una mercede certa e non eventuale o proporzionale. Invero, è detto nella legge dell’Ammiragliato che < il carico è il padre delle mercedi »; e sebbene il marinaio abbia dato per parte sua esecuzione al contratto, il disastro, che impedisce di realizzar noli, lo priva dell’azione per esser pagato della sua mercede.

In questa massima è espressa la verità cheintendo dimostrare. La produzione è sempre la madre delle mercedi. Senza la produzione le mercedi non sarebbero e non potrebbero essere. Gli è dal prodotto del lavoro,' non da anticipazioni del capitale, che vengono le mercedi.

Dappertutto, analizzando i fatti, noi troveremo che è questa una verità. Imperocché sempre il lavoro precede la mercede. Nè havvi luogo a distinguere fra la mercede che il lavoratore riceve da un padrone e quella che consegue direttamente il lavoratore che lavora per conto proprio. Nell’un caso come nell’altro la ricompensa dipende dal lavoro. Il pagamento della mercede fatto dal padrone al lavoratore da lui impiegalo, sia esso fatto alla fine della giornata o, più spesso, alla fine della settimana o, eventualmente, alla fine dell’anno o, come in molti rami della produzione, a fattura, implica sempre un lavoro precedente fatto dal lavoratore a benefizio del padrone; chè i pochi casi in cui pagamenti anticipati sono fatti per servizi personali, sono evidentemente da riferirsi o alla carità, o ad un desiderio di garanzia, o all’intento di assicurarsi l’opera. Il nome di c ritenimento » (retainer) che negli Stati Uniti si dà ai pagamenti anticipati che si fanno agli uomini di legge, mostra il vero carattere della transazione, come lo mostra del pari il nome di c denaro del sangue » (blood money) che, nel vernacolo della gente di mare dell’America, si dà al pagamento che, nominalmente, è una anticipazione sulla mercede del marinaio, ma in realtà è un « prezzo di compera », la legge inglese e l’americana considerando il marinaio come una cosa qualunque.

Ho insistilo su questo fatto evidente che il lavoro precede sempre la mercede, perchè, a ben comprendere i più complicati fenomeni delle mercedi, è necessario tenerlo sempre presente. Evidente qual è questo fatto o quale parmi di averlo reso, se la proposizione che le mercedi sono tratte dal capitale — proposizione che servi di base a tante importanti deduzioni — potè apparire plausibile, lo si deve specialmente ad una affermazione che disconosceva o stornava gli occhi da questo fatto, all’atrermazione, cioè, che il lavoro non può spiegare il suo potere produttivo se non in quanto il capitale provveda a mantenerlo (1). Il lettore, che non riflette più che tanto, non vede altro se non che il lavoratore, per poter lavorare, deve avere alimenti, indumenti, riparo, ecc. ; e poiché gli si è detto che gli alimenti, gli indumenti impiegati dagli operai sono capitale, egli ammette senz’altro la conclusione che il consumo del capitale è necessario per l’applicazione del lavoro; d’onde viene ovvio il dedurre che l’industria è limitata dal capitale, e di qui che le mercedi dipendono dal rapporto fra il numero degli operai che cercano impiego e la somma di capitale destinata ad impiegarli.

Se non che io spero di avere nel Capitolo precedente messo ognuno in grado di riconoscere dove sta la fallacia di questo ragionamento; fallacia, che ha vi-

(1) « L'industria è limitata dal capitale; non vi può essere industria più di quanta ne permetta la massa delle materie da lavorare e del vitto da consumare. Per quanto ciò sia evidente, pure non è raro che si dimentichi che la popolazione di un paese è mantenuta e soddisfa ai suoi bisogni non sul prodotto del lavoro presente, ma su quello del lavoro passato. Essa consuma ciò che è stato prodotto, non ciò che sta per prodursi. Or, di ciò che è stato prodotto, una parte soltanto è destinata al sostegno del lavoro produttivo; e di questo lavoro non vi sarà e non vi potrà essere più di quanto la porzione così destinata (che costituisce il capitale del paese) può alimentarne e può provvedere di materiali e strumenti di produzione ». — J. St. Mill, Principii di Economia politica, libro I, cap. V, § 1 (nella Biblioteca dell'Economista, serie I, voi. 12, pag. 493).

luppalo alcune delle menti più acute in una rete formata dalle stesse loro mani. La fallacia sta nell’impiego del termine < capitale » in due sensi diversi. Nella premessa, quando si dice che il capitale è necessario all'esercizio del lavoro produttivo, il termine « capitale » è inteso nel senso, secondo cui comprende gli alimenti, gli indumenti, i ripari, ecc. ; mentre nelle deduzioni lo si prende nel suo significalo comnne e legittimo di ricchezza destinata non al soddisfacimento immediato dei desideri, ma all’aumento della ricchezza, della ricchezza che è nelle mani dei padroni, in opposizione ai lavoratori. La conclusione non è più logica di quello che sarebbe il dire che perchè un operaio non può andare al suo lavoro senza aver fatto colazione e senza avere indosso vestimenta, se ne deve conchiudere che non possono andar al lavoro più operai di- quanti possano dai padroni essere forniti di colazione e di vestimenta. Il fatto si è che in generale i lavoratori si procurano essi la loro colazione e gli abiti con cui vanno al lavoro; ed è un altro fatto che il capitale (nel senso in cui il vocabolo è usato in opposizione al lavoro) può in alcuni casi eccezionali, ma non è mai costretto a fare anticipazioni al lavoro prima che il lavoro incominci. Dell’immenso numero di lavoratori disoccupati che sono oggi nel mondo incivilito, non ve ne ha probabilmente un solo che, avendo voglia di lavorare, non potrebbe essere impiegato senza anticipazione alcuna di mercede. Un gran numero sarebbero indubbiamente lieti di andare al lavoro se anche la mercede non dovesse esser loro pagata che alla fine del mese; probabilmente sarebbero ben pochi quelli che avrebbero difficoltà ad andare a lavorare ed aspettare la mercede sino alla fine della settimana, come fanno la più parte dei lavoratori; certo non ve ne sarebbe un solo che non sarebbe disposto ad aspettare la sua paga fino alla fine della sua giornata o, se così piace, sino all’ora del suo primo pasto. Il momento preciso del pagamento è irrilevante; il punto essenziale, il fatto 6u cui insisto, si è che questo pagamento si fa dopo che il lavoro è compiuto.

Epperò, il pagamento delle mercedi implica sempre il risultato di un lavoro antecedente. Ma che cosa il risultato di questo lavoro antecedente implica nella produzione? Evidentemente la produzione della ricchezza, la quale, se deve essere scambiata od usata nella produzione, è capitale. Epperò, la spendita del capitale in mercedi presuppone una produzione di capitale per opera del lavoro, per cui le mercedi sono pagate. E poiché il padrone ha generalmente un profitto, il pagamento delle mercedi non è, per ciò che concerne lui, se non la restituzione al lavoratore di una porzione del capitale, che esso ha ricevuto dal lavoro. Per ciò che concerne il lavoratore, non è che la recezione di una porzione del capitale che il suo lavoro ha già prodotto. E poiché il lavoro speso in mercedi è per tal modo scambiato contro un valore creato dal lavoro, come può dirsi che le mercedi siano tratte dal capitale o dal capitale anticipate? Poiché nello scambio di lavoro contro mercedi il padrone ottiene sempre il capitale creato dal lavoro prima di pagare le mercedi, come può, ad un momento qualunque, il capitale essere anche solo temporariamente diminuito? (1).

(1) Parlo del lavoro che prodace capitale per maggior chiarezza. Ciò che il lavoro sempre procura si c o ricchezza (che può essere o non essere capitale) o servizi, i casi che da essg

Giudichiamo la cosa alla stregua dei fatti. Sia, ad esempio, un padrone di manifattura, il quale attende a trasformare materie prime in articoli finiti, cotone in vestimenta, ferro in chincaglierie, cuoio in scarpe, ecc., e, come è uso generale, paga i suoiyoperai una volta alla settimana. Facciamo un inventario esatto del suo capitale al lunedi mattina, prima che il lavoro incominci. Questo capitale consisterà nei fabbricati, nelle macchine, nelle materie prime, nel denaro in cassa e nei prodotti finiti che ha in magazzino. Supponiamo, per maggior semplicità, che durante la settimana nè comperi nè venda ; e il sabato sera, dopo che il lavoro sarà cessato e che esso avrà pagato i suoi operai, facciamo un'nuovo inventario. Il denaro in cassa sarà minore, perchè parte di esso sarà stato speso in mercedi; vi sarà una minor quantità di materie prime, meno carbone, ecc., e una certa deduzione dovrà essere fatta dal valore degli edifizi e delle macchine pel deterioramento e logoramento della settimana. Ma se, come è in media il caso, quel padrone fa aifari rimunerativi, la quantità di prodotti finiti sarà abbastanza grande da compensare tulle queste diminuzioni e presentare in definitiva un aumento di capitale. Evidentemente, dunque, la somma che esso ha pagato in mercedi per la mano d’opera non fu presa sul suo capitale, nè su quello di chi si sia altri. Essa non viene dal capitale, ma dal valore creato dal lavoro stesso. Non vi ha qui anticipazione del capitale più che non vi sarebbe se questo padrone avesse preso a conduzione uomini per raccogliere conchiglie, pagandoli poi con una parte delle conchiglie raccolte. Le loro mercedi non sono meno realmente il prodotto del loro lavoro che non lo fosse la mercede dell’uomo primitivo quando, « molto tempo prima dell’appropriazione delle terre e dell’accumulazione del capitale», ei si procurava un’ostrica staccandola con una pietra dallo scoglio.

Poiché l’operaio che lavora per un padrone non riceve la sua mercede che quando ha compiuto il suo lavoro, il suo caso è simile a quello di un depositante presso una banca, il quale non può trarre da questa denaro se non dopo avervene messo. E come col ritirare quanto aveva prima depositato il depositante non diminuisce il capitale della banca, similmente l’operaio, col ricevere la sua mercede, non può diminuire, neppure temporaneamente, nè il capitale del suo padrone, nè il capitale complessivo della comunità. La sua mercede non viene dal capitale più di quanto gli assegni del depositante siano tratti sul capitale della banca. Vero è che gli operai, nel ricevere le loro mercedi, generalmente non ritirano ricchezza nella forma che essi hanno prodotto, più di quanto

nulla si ottenga essendo meramente casi eccezionali di mala ventura. Quando l'oggetto del lavoro è unicamente la soddisfazione del dator di lavoro, come quando prendo uno perchè mi lucidi le scarpe, non prendo già il salario sul capitale, ma sulla ricchezza che ho destinato, non a usi riproduttivi, ma al consumo per mia propria soddisfazione. Anche se le mercedi cosi pagate si considerino come tratte dal capitale, esse passafao per l’atto stesso dalla categoria del capitale a quella di ricchezza destinata al soddisfacimento dei desideri del possessore, come quando un tabaccaio prende dal fondo che tiene per la vendita una dozzina di sigari e li mette nel suo taschino pel suo uso personale.

i depositanti presso una banca ritirino le stesse pezze di moneta o gli stessi biglietti, ma la ritirano sotto una forma equivalente e a quel modo che noi abbiamo ragione di dire che il depositante riceve dalla banca ciò che ei le ha dato, similmente abbiamo ragione di dire che il lavoratore riceve come mercede la ricchezza che egli ha prodotto col suo lavoro.

L’essere questa verità universale cosi spesso disconosciuta lo si deve in gran parte a quella feconda sorgente di oscurità economica ch’è il confondere la ricchezza col denaro, ed è curioso il vedere quelli che, dacché A. Smith ha fatto star ritto l’uovo sulla punta, hanno largamente dimostrato le fallacie del sistema mercantile, cadere in errori dello stesso genere trattando delle relazioni fra capitale e lavoro. La moneta essendo il medium generale degli scambi, la corrente comune, attraverso la quale avvengono tutte le trasformazioni della ricchezza da una in altra forma, se ad operare uno scambio esistono difficoltà, queste si mostrano, in generale, nella riduzione in moneta, e gli è cosi che talvolta torna più facile scambiare moneta contro un’altra forma di ricchezza che scambiare ricchezza contro una forma particolare di moneta, e eiò perchè sono più quelli che possedendo ricchezza desiderano fare un qualche scambio che non quelli che desiderano fare uno scambio determinato. Gli è così che un produttore, il quale ha speso il suo denaro in mercedi, può talvolta incontrare difficoltà a prontamente convertire in denaro il nuovo valore, contro il quale esso ha realmente scambiato il suo denaro, e che si è tratti a dire che, nel pagare le mercedi ai suoi operai, esso ha attinto al suo capitale, ha fatto anticipazioni col suo capitale. Tuttavia, purché il nuovo valore creato dal lavoro non sia minore dell’ammontare delle mercedi pagate (locchè non avviene se non in casi eccezionali), esso avrà ora in merci il capitale, che prima aveva in denaro; questo capitale ha cambiato di forma, ma non è diminuito.

Hawi un ramo di produzione, rispetto al quale le confusioni d’idee, che nascono dall’abitudine di confondere insieme capitale e.denaro, debbono prodursi meno spesso, in quanto il suo prodotto è la materia generale ed il tipo della moneta. Ed avviene così che questo ramo di produzione ci presenta, quasi l’uno di fianco all’altro, esempi del trapasso della produzione dalle forme più semplici alle più complesse.

Nei primi tempi della scoperta dell’oro nella California e più tardi nell’Australia, i cercatori d’oro, che trovavano nel letto di un fiume o in un deposito superficiale Ie*pìrrlicelle brillanti, che i lenti processi della natura vi avevano accumulato, raccoglievano o t lavavano t, per cosi dire, i loro « salari » (chè cosi li chiamavano) e se ne servivano come di moneta, in quanto la moneta coniata essendo rara, la polvere d’oro girava come valore corrente al peso, e alla fine della giornata i cercatori d’oro si trovavano ad avere in una borsa di pelle di daino la loro mercede. Qui non vi può essere questione sul punto se questa mercede venisse o non dal capitale; essa era evidentemente il prodotto del lavoro. Ed anche sarebbe precisamente lo stesso se il possessore dj un ricco deposito aurifero prendesse a conduzione un certo numero d’uomini per farli lavorare per suo cento, pagandoli con una moneta identica a quella che il loro lavoro avrebbe loro fatto trovare in un deposito qualunque. A misura che la moneta coniala diventava più abbondante, la sua maggior convenienza, in quanto con essa si risparmiava l’incomodo della pesatura e la perdila, da cui questa era accompagnata, fece sì che la polvere d’oro diventasse non altro che un prodotto qualunque, e da questo momento i padroni presero a pagare i loro operai in moneta coniata ricavata dalla vendita della polvere, che il lavoro degli operai aveva « prodotto ». Quando i padroni avevano moneta bastante, invece di vendere il loro oro al mercato più vicino e di rimetterci così il profitto del negoziante, lo accumulavano per portarlo o mandarlo a San Francisco, dove alla zecca potevano cambiarlo senza perdita contro moneta coniata. Mentre per tal modo da una parte andavano accumulando polvere d’oro, dall’altra andavano diminuendo il loro fondo di moneta coniata, precisamente come l’industriale, il quale, mentre da una parte va accumulando un fondo di merci, dall’altra va diminuendo il suo fondo di cassa. E tuttavia nessuno sarà tanto ottuso da figurarsi che con questo accumular polvere d’oro e dar via moneta coniata il proprietario della miniera andasse diminuendo il suo capitale.

Ma i depositi che si potevano sfruttare senza un lavoro preliminare non tardarono ad esaurirsi, e la industria dell’eslrazione dell'oro prese allora un carattere di maggior complicatezza. Per trovare depositi che potessero dare un qualche reddito, bisognò aprire profondi pozzi, costrurre grandi chiuse, scavare nella più dura roccia grandi gallerie, derivar acqua da grandi distanze attraverso monti e valli, comperare macchine costose. Or, tutte queste opere non potevano farsi senza capitali. Talvolta per la loro costruzione occorrevano anni, durante i quali non c’era da sperare alcun reddito, mentre agli uomini in esse impiegali bisognava pure pagare, ogni settimana od ogni mese, la loro mercede. Or, si dirà, in questi casi, se non negli altri, le mercedi sono effettivamente tratte dal capitale, anticipate dal capitale, ed il loro pagamento deve necessariamente diminuire il capitale; almeno qui, l’industria è certo limitala dal capitale, in quanto senza il capitale tali opere non potrebbero eseguirsi. Vediamo:

Sono casi di questa specie quelli che sempre si portano innanzi per provare che le mercedi vengono dal capitale. Imperocché, là dove le mercedi debbono essere pagate prima che l’oggetto del lavoro sia ottenuto o finito — come nell’agricoltura, dove l’aratura e la seminagione debbono precedere di parecchi mesi il raccolto della messe, come nella costruzione di case, di navi, di ferrovie, di canali, ecc. — gli è chiaro che i possessori del capitale speso5n mercedi non possono sperare un reddito immediato, ma debbono, come si dice « rimanere in disborso », od t esservi per le loro spese » durante un certo tempo, che talvolta va fino a parecchi anni. Ed allora, se non si tengono presenti i primi principii, è facile correre alla conclusione che le mercedi sono anticipate dal capitale.

Ma simili casi non porranno in imbarazzo il lettore, che abbia afferrato quanto, con ciò che precede, ho voluto render chiaro. Una analisi facile mostrerà come questi esempi, nei quali le mercedi sono pagate prima che il lavoro sia compiuto od anche solo iniziato, non siano punto eccezioni alla regola, che apparisce così evidente quando il prodotto è finito prima che le mercedi siano pagate.

Se vado da un cambista a cambiare monete d’argento con monete d’oro, io do le mie monete d’argento, che il cambista numera e ripone, dandomi poi l’equivalente in monete d’oro, meno la provvigione. Forsecchè il cambista mi anticipa un capitale qualunque? Evidentemente, no. Ciò che prima egli aveva in oro, lo ha ora in argento, più il suo profitto. E siccome egli ha preso l’argento prima di dar l’oro, non vi fu da parte sua, neppure momentaneamente, anticipazione alcuna di capitale.

Or, questa operazione del cambista è tutt’afTatto analoga a ciò che fa il capitalista quando, in casi simili a quelli che stiamo esaminando, egli spende capitali in mercedi. Siccome la esecuzione del lavoro precede il pagamento delle mercedi e la esecuzione del lavoro nella produzione implica la creazione di un valore, il padrone riceve un valore prima di darne fuori un altro; egli non fa che scambiare capitale sotto una forma con capitale sotto una forma diversa. Imperocché, la creazione di un valore non dipende dalla finitura del lavoro ; essa ha luogo ad ogni stadio del processo della produzione come il risultato immediato dell’applicazione del lavoro; epperò, sia lungo o breve il processo di produzione a cui il lavoro è applicato, sempre esso, ad ogni momento del suo spiegamento, aggiunge qualche cosa al capitale prima di prendere sul capitale la sua mercede.

Ecco qui alla sua fucina un fabbro che attende a far mazzuoli. Gli è chiaro ch’ei produce capitale, aggiungendo mazzuoli al capitale del suo padrone, prima di trarne denaro come mercede. Ecco qui un macchinista od un fabbricante di caldaie, che lavorano attorno alla chiglia di un Great Eastern. Non creano anch’essi un valore, un capitale? Il gigantesco piroscafo è, come il mazzuolo, un articolo di ricchezza, uno strumento di produzione, e sebbene a finir quello occorrano anni ed a finir questo bastino pochi minuti, il lavoro di ogni giorno è evidentemente, nell’un caso come nell’altro, una produzione di ricchezza, una aggiunta fatta al capitale. Nell’un caso e nell’altro non è l’ultimo colpo di martello quello che crea il valore del prodotto finito; la creazione del valore è continua e risulta immediatamente dallo spiegamento del lavoro.

Noi vediamo chiara la cosa dove, per la divisione del lavoro, le singole parli del processo di produzione sogliono compiersi da produttori diversi, cioè, dove noi abbiamo l’abitudine di estimare il valore che il lavoro ha creato in qualsiasi stadio preparatorio della produzione. Or, basta un momento di riflessione per vedere come sia questo precisamente il caso per la massima parte dei prodotti. Sia un bastimento, un edifizio, un temperino, un libro, un ditale, un pane; son tutti prodotti finiti, ma essi non furono creati da una operazione sola, nè da una sola classe di produttori. Così essendo, noi distinguiamo prontamente punti e stadi diversi nella creazione del valore che essi rappresentano come articoli finiti. E quando non distinguiamo gradi diversi nella operazione finale della produzione, noi distinguiamo il valore dei materiali, e questo valore può anch’esso essere successivamente decomposto più volte, in modo da aver davanti altrettanti stadi nettamente definiti della creazione del valore finale. A ciascuno di questi stadi noi constatiamo abitualmente una creazione di valore, una addizione al capitale. La infornata di pane che il panattiere ritira dal forno ha un cerio valore; ma questo valore è composto in parte dal valore della farina con cui fu fatta la pasta, e questo valore è alla sua volta composto del valore del frumento, del valore aggiunto dalla macinazione, ecc. 11 ferro in forma di pani è lungi dall’essere un prodotto finito; esso deve passare per parecchie, e forse per molte fasi di produzione prima di diventare gli articoli finiti, per ottenere i quali si estrasse il minerale di ferro dalla miniera. Eppure, il ferro in pani non è esso un capitale? Similmente, il processo della produzione non è ancora realmente, finito una volta che il cotone è raccolto, nè quando è mondato e pressato, e neppure quando arriva a Lowell o a Manchester, nè quando è filato o convertito in vesti, ma solo quando finalmente arriva nelle mani del consumatore. Eppure, ad ogni stadio di questo processo vi ha certo creazione di valore, addizione al capitale. E perchè dunque, sebbene ordinariamente non la distinguiamo e non ne facciamo stima, non vi sarebbe anche una creazione di valore, una addizione al capitale, quando il terreno è arato pel raccolto? Forse perchè potrebbe sopravvenire una intemperie e il raccolto andar fallito? Evidentemente no; imperocché la stessa possibilità di una mala ventura minaccia ognuna delle molte fasi della produzione dell’articolo finito. In media, si è sicuri di raccogliere la semente che si è sparsa e tanto di aratura e di semente darà in media tanto di cotone greggio, a quel modo che tanto di cotone filato darà tanti metri di tela.

Insomma, poiché il pagamento delle mercedi è sempre condizionalo alla esecuzione del lavoro, il pagamento delle mercedi nella produzione, quale si sia la lunghezza del suo processo, non implica mai una anticipazione, e neppure una temporanea diminuzione del capitale. La costruzione di un bastimento può richiedere uno o più anni; ma la creazione di valore,di cui il bastimento finito sarà la somma, avviene di giorno in giorno, di ora in ora, dal momento in cui la chiglia è messa in cantiere, od anche dal momento in cui l’area pel cantiere è preparala. Nè col pagare le mercedi prima che il bastimento sia finito, il costruttore diminuisce il suo capitale nè quello della comunità, in quanto il valore del bastimento finito in parte prende il posto del valore distribuito in mercedi. Non vi ha in questo pagamento delle mercedi anticipazione ili capitale, in quanto il lavoro degli operai durante la settimana o il mese crea e rende al costruttore più capitale che esso non dia loro, in mercedi, alla line della settimana o del mese, come lo prova il fatto che se ad uno stadio qualunque della costruzione si domandasse al costruttore di vendere un bastimento (inito solo in parte, ei vorrebbe ritrarne un beneficio.

Similmente, quando si scava una galleria, come quella di Sutro o del S. Gottardo, o si taglia un canale, come quello di Suez, non vi ha anticipazione alcuna di capitale. La galleria o il canale, una volta compiuti, diventano un capitale equivalente al denaro speso nello scavo, nel taglio o, se cosi piace meglio, equivalente alla polvere, alle perforatrici, ecc., consumale nell’opera ed agli alimenti, indumenti, ecc., consumali dagli operai, come lo mostra il l’alto che il valore del capitale della Compagnia costruttrice non diminuisce a misura che questo capitale sotto forme diverse è cambiato in capitale sotto forma di galleria o di canale. Che anzi, questo valore il più spesso aumenta a misura che il lavoro progredisce, precisamente come aumenterebbe, in media, il capitale investito in .un più rapido genere di produzione.

E ciò è egualmente evidente anche nell’agricoltura. Che la creazione del valore non avvenga d’un tratto, quando la messe è raccolta, ma a poco a poco, durante il processo di produzione, compreso il raccolto, e che durante tutto questo processo il pagamento delle mercedi non intacchi il capitale del coltivatore, lo si tocca con mano quando il fondo è venduto o dato in affitto durante questo processo di produzione, in quanto un campo arato avrà un prezzo maggiore di un altro che non lo sia, ed un campo seminato avrà un prezzo maggiore di un altro che sia soltanto arato. Anche Io si tocca con mano quando il raccolto è, come talvolta avviene, venduto prima del taglio, oppure quando il coltivatore non fa lui stesso la mietitura, ma fa un contratto col proprietario delle macchine mietitrici. Lo si tocca con mano quando si tratta di frutteti o vigneti che, sebbene non diano ancora un raccolto, si vendono a prezzi maggiori o minori, secondo la loro età. Lo si tocca con mano pei cavalli, le vacche, i montoni, in quanto essi aumentano di valore a misura che si avvicinano alla loro maturità. E se anche non lo si può sempre toccar con mano per quelli, che si possono chiamarei punti di scambio usuali della produzione,questo aumento di valore si ha del pari ad ogni nuovo spiegamento di lavoro. Epperò, quando il lavoro è fatto prima che la mercede sia pagata, l’anticipazione di capitale è, in realtà, fatta dal lavoro e dal lavoratore al padrone, non dal padrone al lavoratore.

« Tuttavia, si dirà, nei casi simili a quelli che noi stiamo considerando, il capitale è necessario ». Certo, nè mi farò a negarlo. Ma non per fare anticipazioni al lavoro, bensi per un tutt’altro scopo. Quale questo sia, è facile vedere.

Quando le mercedi sono pagale in natura, cioè in ricchezza della stessa specie di quella prodotta dal lavoro, quando, ad esempio, prendo un certo numero d’uomini per far legna, convenendo con essi che darò loro per mercede una parte della legna che avranno tagliato (metodo praticato talvolta dai proprietari o affittuari di foreste), gli è evidente che non avrò bisogno di capitale per pagare la loro mercede. E neppure ne avrò bisogno quando, nell’interesse comune — in quanto una grande quantità di legna può essere più facilmente e più vantaggiosamente scambiata che noi possano separatamente parecchie piccole quantità — io pattuisco di pagare le mercedi in denaro, invece che in legna, purché io possa scambiare legna con denaro prima che le mercedi siano dovute. Gli è solo quando non posso fare questo scambio o noi posso alle condizioni che desidero, finché non abbia ammassato una grande quantità di legna, che avrò bisogno di capitale. E neppure allora avrò bisogno di capitale, se arrivo a fare uno scambio parziale col prendere denaro a mutuo sulla mia legna. Se non posso o non voglio nè vendere la mia legna, ne farmi su di essa imprestar denaro e pur tuttavia desidero continuare ad accumulare un grande fondo di legna, allora avrò bisogno di capitale. Ma è evidente che avrò bisogno di capitale, non per pagare le mercedi dei lavoratori, ma per accumulare una grande quantità di legna. E la stessa cosa è se si tratti di scavare una galleria. Se gli operai fossero pagati in porzioni di galleria (locchè, quando vi fosse convenienza, potrebbe far3i facilmente col pagarli in azioni della Società costruttrice), nessun capitale sarebbe necessario pel pagamento delle mercedi. Gli è solo quando gli inlraprcnditori vogliono accumular capitale sotto forma di galleria, che essi hanno bisogno di capitale. Per ritornare al nostro primo esempio, il cambista, al quale vendo il mio argento, non può intraprendere il suo genere di affari senza capitale. Ma non è per farmi una anticipazione di capitale quando riceve il mio argento e mi dà oro, che di capitale ha bisogno. Ei ne ha bisogno perchè la natura del suo negozio vuole che egli abbia sotto mano una certa somma di capitale, per essere, quando un cliente si presenta, in grado di fare il cambio clic questi desidera.

E ciò noi ritroviamo in tutti i rami di produzione. Non si ha mai bisogno di mettere in disparte capitale per pagare le mercedi, quando il prodotto del lavoro, pel quale le mercedi sono pagate, è scambiato come appena è ottenuto. Questa messa in disparte di un capitale è necessaria solo quando il prodotto è accumulato, oppure, ciò che per l’individuo torna allo stesso, è introdotto nella corrente generale degli scambi, senza esserne immediatamente ritiralo, cioè, quando è venduto a credilo. Ma il capitale è allora necessario, non per pagare le mercedi, nè per fare anticipazioni al lavoro, come sempre si dice a proposito del prodotto del lavoro. Non è mai in quanto impiega un certo numero di lavoratori che il produttore ha bisogno di.capitale, bensì in quanto non solo occupa lavoratori, ma vende i prodotti del loro lavoro o vi specula sopra, oppure li accumula. Ed è questo generalmente il caso per lutti i padroni.

Recapitoliamo. L’uomo che lavora per sè riceve la sua mercede nelle cose che esso produce e quali esso le produce, e scambia questo valorecontroun’allra forma di valore tutte le volle che ei vende il prodotto. L’uomo che lavora per altri a una mercede stipulala in denaro, lavora sotto un contratto di scambio. Anch’csso produce la sua mercede a misura che eseguisce il suo lavoro, ma non la riceve se non ad epoche determinate, in una somma determinala c sotto una forma diversa. A misura che ei va compiendo il suo lavoro, ei va innanzi nello scambio; quando riceve la sua mercede, lo scambio è compiuto. Per tutto il tempo ch’ci va guadagnando la sua mercede, egli anticipa capitale al suo padrone; ma in nessun momento, a meno che la mercede sia pagata prima dcH’incominciamenlo del lavoro, il padrone non anticipa capitale a lui. Che il padrone, il quale riceve il prodotto in cambio della mercede, lo scambi di nuovo immediatamente o lo tenga per un cerio tempo, ciò non affetta il carattere della transazione più di quanto possa affollarlo l’impiego finale, che del prodotto faccia colui, che ultimo se ne serve; impiego, che può esser fatto in un’altra parte del globo e alla fine di una serie di centinaia di scambi.

CAPITOLO IV.

li, MANTENIMENTO OELI/OPERAIO NON È TRATTO DAL CAPITALE.

Ma nella mente del lettore può ancora rimanere o sorgere una pietra d’intoppo, una difficoltà.

Come l’aratore non può mangiare il solco che apre, nè la macchina a vapore incompiuta aiutare in alcun modo a produrre le vesti che porta il macchinista, non avrei io, come dice J. St. Mill, dimenticato che gli c abitanti di un paese sono mantenuti e vedono i loro bisogni soddisfatti non dal prodotto del lavoro presente, ma da quello del lavoro passato »? 0, per usare le espressioni di cui si serve Ms. Fawcett in un trattato elementare e popolare, non avrei io dimenticalo che <r ci vogliono mesi dall’epoca della seminagione a quella in cui il prodotto della semente è convertito in un pane » e che « è quindi evidente che gli operai non possono vivere su ciò che il loro lavoro aiuta a produrre, ma sono mantenuti dalla ricchezza che il loro lavoro o il lavoro di altri ha precedentemente prodotto, ricchezza che è capitale »? (1).

La supposizione fatta e secondo cui la proposizione che il lavoro deve essere sostenuto dal capitale, sarebbe cosi evidente che basti enunciarla, perchè la si debba senz’altro ammettere, informa tutto l’edifìcio della Economia politica corrente. E che il lavoro sìa mantenuto dal capitale, lo si crede con tanta fiducia, che la proposizione: « la popolazione si regola da sè sui fondi destinati a farla lavorare, e quindi aumenta o diminuisce secondo che aumenta o diminuisce il capitale » (2) — è anch’essa considerata come un assioma e diventa, a sua volta, la base di importanti argomentazioni.

Or bene, all’esame, queste proposizioni non solo non appaiono evidenti per sè stesse, ma appaiono anzi assurde, in quanto esseimplicano l’idea che il lavoro non possa essere eseguito finché non si siano economizzali i prodotti del lavoro, ponendo così il prodotto prima del produttore.

E l’esame prova come esse derivino la loro apparente plausibilità da una confusione di idee.

Ho già segnalato l’errore, nascosto in una erronea definizione, che sta a base della proposizione, secondo cui gli alimenti, gli indumenti e l’abitazione essendo necessari al lavoro produttivo, l’industria sarebbe limitala dal capitale. Dire che un uomo deve aver fatto colazione prima di andare al suo lavoro, non vuol dire ch’ci non possa lavorare a meno che un capitalista non gli fornisca una colazione, in quanto questa, in qualsiasi paese dove non regni la fame, può venire, e in fatto viene, non dalla ricchezza messa in disparte per aiutare la produzione, ma dalla ricchezza messa in disparte per fornire i mezzi di sussistenza. E, come già fu provato, gli alimenti, gli indumenti e, insomma, tutti gli articoli di ricchezza, non sono capitale se non finché essi rimangono in possesso di colui che si propone, non di consumarli, ma di scambiarli con altri beni o contro servizi produttivi, e cessano di essere capitale quando passano nelle mani di coloro che intendono consumarli; imperocché, allora essi passano dal fondo di ricchezza formato per procurarsi un altro genere di ricchezza, al fondo di ricchezza formalo per soddisfare desideri, senza che importi vedere se il loro consumo sarà o non sarà per aiutare la produzione della ricchezza. Se non si mantiene questa distinzione, riesce impossibile segnare una linea di separa

ti) Milliccnl Garrett Fawcett, Economia politica pei principianti, cap. Ili, pag. 25. ( 2) Queste parole sono di Ricakdo, ma l’idea si trova in tutti i trattati classici.

zione fra la ricchezza clic è capitale e la ricchezza che nun è capitale, anche se si lasci questa distinzione all’c intenzione del possessore », come fa J. St. Mill. Invero, gli uomini mangiano o si astengono dal mangiare, si vestono o vanno nudi, non già secondo che essi hanno o non hanno in vista il lavoro produttivo, bensì mangiano, perchè hanno fame e si vestono, perchè nudi non possono andare. Prendiamo il cibo che si trova sulla tavola di un operaio, il quale lavorerà o non Lavorerà nella giornata, secondo che porterà l’occasione. Se la distinzione fra la ricchezza che è capitale e la ricchezza che non è capitale dipende dal sapere se essa aiuterà o non aiuterà il lavoro produttivo, come si potrà sapere so quel cibo è o non è capitale? È impossibile cosi all’operaio, come al filosofo della scuola di Ricardo e di Mill, di dirlo. E non potrebbero dirlo neppure quando il cibo fosse già disceso nello stomaco e, supposto che l’operaio non trovi subito lavoro e continui a cercarne, neppure quando fosse già trasformalo in sangue e in tessuti. Eppure, l’uomo mangerà la sua colazione egualmente.

Sebbene logicamente potremmo arrestarci qui, gli è difficile lasciare questo punto per ritornare alla distinzione fra ricchezza e capitale. Nè ciò è necessario. Sembra a me che la proposizione, la quale afferma che il lavoro presente deve essere mantenuto dal prodotto del lavoro passato non apparisca, ad analisi fatta, vera se non nel senso che il lavoro del pomeriggio deve essere fatto coll’aiuto del pasto del mezzodì e clic prima di poter mangiare dello spezzatino di lepre, occorre che una lepre sia stala presa e cucinata. Or, non è questo, evidentemente, il senso clic si dà a questa proposizione, quando la si pone a base di ragionamenti di una certa importanza. Il senso, in cui allora la si prende, si è che prima che il lavoro, il quale non abbia per risultato immediato una ricchezza impiegabile come mezzo di sussistenza, possa essere intrapreso, bisogna che l’operaio abbia un fondo di mezzi di sussistenza, che lo mantenga durante il processo di produzione. Or, vediamo se ciò sia vero.

Il canotto che Robinson Crusoè si costrusse con tanta fatica, era una produzione che non poteva dare al suo lavoro una ricompensa immediata. Ma era forse necessario che prima di incominciarlo egli avesse accumulato un fondo di alimenti sufficiente per mantenersi mentre abbatteva l’albero, tagliava il canotto c, finalmente, lo lanciava al mare? Punto. Ciò che solo era necessario si era cli’ei potesse dedicare una parte del suo tempo a procurarsi alimenti, dando il resto alla costruzione ed al lanciamento del canotto. Supponiamo ora che un centinaio d’uomini siano gettali, senza nessun fondo di alimenti, sopra una terra sconosciuta. Sarà forse loro necessario accumulare un fondo di alimenti per un’annata prima di potersi dare a coltivare la terra? Punto. Cièche solo sarà necessario si è che il pesce, la selvaggina, i frutti selvatici siano abbastanza abbondanti, perchè il lavoro di una parte di quei cento uomini basti per fornire giornalmente tanto di questi beni, quanto ne occorre pel mantenimento di tutti e clic vi sia fra tutti un tale sentimento del mutuo interesse o una tale correlazione di desideri Che quelli, il cui lavoro procura loro mezzi di sussistenza immediati, siano disposti a dividerli (scambiarli) con quelli, il cui lavoro non avrà clic una ricompensa futura. Perla produzione delle cose, che non possono servire come mezzi di sussistenza o non possono essere immediatamente utilizzate, non è punto necessaria una precedente produzione di ricchezza alta a mantenere i lavoratori durante questa produzione. Solo occorre che contemporaneamente vi sia, qua o là, nel circolo degli scarnili, una produzione sufficiente di mezzi di sussistenza pei lavoratori e la disposizione a scambiare questi mezzi contro le cose, alla cui produzione il lavoro fu applicato.

E infatti, non è egli vero che, in condizioni normali, il consumo è alimentalo dalla produzione contemporanea ?

Ecco qui un ozioso, che non fa nè col cervello nè colle braccia lavoro alcuno, ma che vive, come si dice, sulla ricchezza che suo padre gli ha lasciata investita in buona rendita dello Stato. Forsecchè, in fatto, i suoi mezzi di sussistenza vengono da una ricchezza accumulata in passato, o non piuttosto dal lavoro produttive che si fa attorno a lui? Sulla sua tavola sono uova fresche, burro battuto da pochi giorni, latte munto al mattino, pesci che ventiquattro ore prima guizzavano nel mare, carne che il garzone del macellaio portò giusto al momento di farla cuocere, legumi e frutta colte ora nel verziere, insomma, cose tutte che sono uscite da poco dalla mano del produttore (dovendosi comprendere fra i produttori quelli, che operano il trasporto e la distribuzione al pari di quelli, che attendono ai primi stadi della produzione), nulla» che sia stalo prodotto molto tempo prima, se non forse alcune bottiglie di vecchio vino. Ciò che quest’uomo ha ereditato da suo padre e di cui noi diciamo clic esso vive, non è punto ricchezza, bensì solo il potere di servirsi della ricchezza prodotta da altri. Ed è di questa produzione contemporanea ch’ei vive.

Le cinquanta miglia quadrale di Londra contengono, senza dubbio, più ricchezza che non ve ne sia, su egual superficie, in tutto il mondo. Tuttavia, se d’un tratto il lavoro produttivo venisse a Londra a cessare assolutamente, in capo a poche ore la gente comincicrebbe a morire, come pecore colpite dalla schiavina c in capo a poche settimane o a pochi mesi non vi rimarrebbe più anima viva. Imperocché, una assoluta sospensione di ogni lavoro produttivo sarebbe un flagello più terribile di quanti abbiano mai potuto colpire città assediata. Non sarebbe solo il muro esterno di circonvallazione, che Tito coslrusse attorno a Gerusalemme per impedire l’entrata delle derrate onde vive una grande città; sarebbe un muro eretto attorno ad ogni casa. Si immagini una tale sospensione di lavoro produttivo in una comunità qualunque, e si vedrà quanto sia vero che l’umanità vive alla giornata e che è il lavoro giornaliero quello che alla comunità fornisce il suo pane qùolidiano.

A quel modo che il mantenimento degli operai che costrussero le Piramidi non era tratto da un fondo di provvigioni precedentemente accumulato, bensì dalle messi continuamente rinascenti della valle del Nile; a quel modo chq uno Stato moderno, quando intraprende una grande opera che debba durare anni, non vi applica una ricchezza già prodotta, bensì una ricchezza ancora da prodursi e che è presasui produttori mediante imposte a misura che l’opera progredisce; similmente, il mantenimento dei lavoratori che fanno un lavoro produttivo si, ma che non procura direttamente mezzi di sussistenza, viene dalla produzione di mezzi di sussistenza, alla quale altri lavoratori contemporaneamente attendono.

Se noi teniamo dietro alla serie di scambi, mercè i quali il lavoro fatto nella produzione di una grande macchina a vapore assicura al lavoratore pane, indumenti c riparo, noi troveremo clic sebbene fra l’operaio meccanico c il produttore di pane,di abili, ecc., possano esservi mille scambi intermedina cosa, ridotta ai suoi minimi termini, si risolve pur sempre in uno scambio di lavoro fra quello c questo. Or, la causa clic determina questo spiegamento di lavoro intorno ad una macchina a vapore, si è evidentemente Tesservi qualcuno che, mentre possiede il potere di dare all’operaio meccanico ciò che questi desidera, dal suo canto ha bisogno di una macchina a vapore; vai quanto dire, Tesservi domanda di una macchina a vapore da parte di coloro clic producono ciò, di cui hanno bisogno i produttori di pane, di carne, ecc. Gli è questa domanda ciò che spinge il lavoro del meccanico ad applicarsi alla produzione della macchina, come, inversamente, la domanda di pane, di carne, ecc., del meccanico spinge una somma equivalente di lavoro ad applicarsi alla produzione di quesìe cose ; ed è cosi che il lavoro attualmente applicato alla produzione di una macchina produce virtualmente le cose, nelle quali il meccanico spenderà la sua mercede.

Ossia, per ridurre questo principio ad una formola:

La domanda pel consumo determina la direzione, nella quale il lavoro sard applicato alla produzione.

Questo principio è cosi semplice, cosi evidente, da non abbisognare di ulteriore dichiarazione ; eppure, alla sua luce spariscono tulle le difficoltà del nostro soggetto, c noi arriviamo ad avere, in mezzo alla complicatezza della moderna produzione, quella visione netta degli oggetti reali e delle ricompense del lavoro, clic già acquistammo osservando, negli esordi della società, le forme più semplici della produzione c dello scambio. Noi vediamo clic oggi, come allora, ogni lavoratore cerca di ottenere coi suoi sforzi il soddisfacimento dei suoi desideri; noi vediamo che, sebbene la estrema divisione del lavoro assegni ad ogni produttore la produzione di una piccola parte della cosa clic esso vuole ottenere col suo lavoro, od anche non gli lasci prender parte alcuna a questa produzione, tuttavia, col concorrere alla produzione delle cose clic altri produttori desiderano, esso indirizza il lavoro di altri alla produzione di queste cose di cui esso ha bisogno c in fatto le produce egli stesso. Cosi, se ci fabbrica coltellini e mangia frumento, il frumento è realmente prodotto dal suo lavoro, come se egli stesso Tavcssc fatto crescere ed avesse lascialo clic i produttori di frumento facessero essi stessi i loro coltellini.

Noi vediamo cosi essere assolutamente c completamente vero che, quale si sia la cosa clic i lavoratori ricevono e consumano in ricambio del lavoro da essi fallo, nuu vi ha mai anticipazione alcuna del capitale al lavoro. Se ho fallo coltelli, e colla mercede clic ho ricevuto ho comperato grano, non avrò fatto altro clic scambiare coltelli contro grano, aggiungere coltelli al fondo di ricchezza esistente c toglierne grano. E siccome la domanda pel consumo determina la direzione, nella quale si eserciterà il lavoro produttivo, non si può neppur dire, finché i limiti della produzione non sono raggiunti, che io abbia diminuito il fondo di grano; imperocché,coll’introdurre coltelli nel fondo scambiabile della ricchezza e toglierne grano, ho, all’altro estremo della serie degli scambi, indirizzato lavoro verso la produzione del grano; come, inversamente, il produttore di grano, coll’introdurre grano in quel fondo della ricchezza e domandar coltelli, indirizza il lavoro verso la produzione dei coltelli, come il mezzo più facile per ottener grano.

Cosi, l’uomo che guida l’aratro, sebbene il grano per cui egli rompe la terra non sia ancora seminato e, una volta seminato, ci vogliano mesi .prima che esso giunga a maturità, pure col suo lavoro di aratura produce il pane che esso mangia e la mercede che riceve. Imperocché, sebbene l’aratura non sia che una parte della produzione di un raccolto, ne è pur sempre una parte, cd una parte non meno necessaria della mietitura, ad esempio. Il compimento di questa parlo della produzione è un passo verso l’assecuzione di un raccolto; passo che, colla assicurazione che esso dà che vi sarà un raccolto in avvenire, permette di ritirare dal fondo costantemente tenuto il mantenimento e la mercede dell’aratore.

E ciò non è solo vero teoricamente, ma anche praticamente e alla lettera. Pongasi che all’epoca propizia per l’aratura ogni lavoro di aratura cessi. I sintomi della penuria, della carestia, non si manifesteranno forse immediatamente, assai prima dell’epoca dei raccolti? L’effetto di questa cessazione del lavoro di aratura non si sentirà forse immediatamente nel banco, nel magazzino delle macchine, nella fabbrica? Il telaio ed il fuso non rimarranno oziosi come l’aratro? Che cosi avverrebbe, lo mostrano gli effetti, che seguono immediatamente un cattivo raccolto. E se cosi è, non si dovrà dire clic l’aratore produce realmente il suo mantenimento e la sua mercede, come se, durante la giornata

0 la settimana che egli ara, il suo lavoro avesse per risultato attuale le cose, contro le quali egli scambia il suo lavoro?

In fatto, dove vi ha lavoro che domanda impiego, la mancanza di capitale non impedisce al possessore della terra, la quale prometta un raccolto per cui vi sia domanda, di affittarla. 0 farà un accomodamento per coltivare in partecipazione, metodo seguito in alcune regioni degli Stati Uniti, ed in questo caso

1 lavoratori, se non hanno mezzi di sussistenza, ottengono sul lavoro che essi fanno un credito presso il magazzino più vicino; oppure, se preferisce pagare mercedi, sarà l’affittuario stesso che otterrà un credito, e cosi il lavoro fatto nella-collivazione sarà immediatamente utilizzato e scambiato a misura che si andrà compiendo. E se si impiegherà qualche cosa di più di quanto si sarebbe impiegato se i lavoratori fossero stati costretti a mendicare invece di poter lavorare (imperocché, in tutti i paesi inciviliti, dove le cose siano in uno stato normale, i lavoratori devono in qualche modo essere aiutati), questo qualche cosa clic si impiegherà di più sarà tratto dal capitale di riserva in vista di una reintegrazione, che di fatto avverrà a misura che il lavoro si compie. Ad esempio, nei distretti puramente agricoli della California meridionale, il raccolto nel 1817 mancò completamente e di milioni di pecore non rimasero che le ossa. Nella grande valle di San Joaquin molti coltivatori non avevano tampoco di che mantenere le loro famiglie sino all’epoca del prossimo raccolto, non che poter mantenere lavoratori. Ma le pioggie vennero a buon punto, e questi stessi coltivatori cominciarono ad assoldar braccia per arare e seminare. Imperocché, vi erano qua e là coltivatori, i quali avevano messo in riserva una parte dei raccolti precedenti; e questi, come appena vennero le pioggie, si affrettarono a cercar di vendere il loro fondo di grano, prima clic il prossimo raccolto ne facesse ribassare il prezzo; c il grano cosi tenuto in riserva passò, attraverso il meccanismo degli scambi e delle anticipazioni, nelle mani dei coltivatori, reso disponibile c di fatto prodotto dal lavoro compiuto pel prossimo raccolto.

La serie discambi, clic unisce la produzione al consumo, può essere paragonata ad.un tubo ricurvo pieno d’acqua. Se si versa una certa quantità d’acqua dauna parte, una egual quantità ne esce dall’altra; non è la stessa acqua versata, ma il suo equivalente. Similmente, quelli die compiono un lavoro produttivo introducono nella produzione l’equivalente di ciò die ne tolgono; essi non ricevono in mezzi di sussistenza, in mercedi, se non ciò die è il prodotto del loro lavoro.

CAPITOLO V.

I.E FUNZIONI REALI UEL CAPITALE.

Se il capitale non è necessario per pagare le mercedi e per mantenere il lavoro durante la produzione, quali sono, si potrà ora domandare, le sue funzioni ?

L’esame da noi precedentemente fatto renile facile la risposta. Noi vedemmo come il capitale sia la ricchezza impiegata ad ottenere ima ricchezza maggiore, in opposizione alla ricchezza impiegata nel soddisfacimento immediato dei desideri; ossia, come parmi di poterlo definire, il capitale è la ricchezza posta nella corrente degli scambi.

Eppcrò, il capitale aumenta la potenza del lavoro nel produrre la ricchezza, in quanto: i) fa si clic il lavoro possa spiegarsi in modo più cflìcucc, come quando, ad esempio, si dissotterrano conchiglie con una vanga invece di adoperare le mani, oppure si fa andare una nave col gettar carbone in un focolare invece di muoverla faticosamente col remo; 2) permette al lavoro di servirsi delle forze riproduttive della natura, come quando si ottiene grano col seminarlo, o si allevano animali coll’inrrociamcnto ; d) permette la divisione del lavoro, tocche da un luto aumenta la efficacia del fattore umano della ricchezza eolia utilizzazione delle capacità speciali, coll’acquisto di una maggior abilità e colla riduzione delle perdite; dall’altra mette in gioco le forze del fattore naturale spinte alla loro più alta potenza, coll’ulilizzarc i vantaggi delle diversità del suolo, del clima, delle situazioni, por ottenere le varie specie di ricchezza dove la natura è più propizia alla loro produzione.

Il capitale non fornisce le materie che il lavoro trasforma in ricchezza, come erroneamente si insegna; le materie prime della ricchezza sono fornite dalla natura. Ma queste materie, parzialmente trasformate dal lavoro e messe nella corrente degli scambi, sono capitale.

Il capitale non fornisce nè anticipa le mercedi, come erroneamente si insegna. Le mercedi sono la parte del prodotto del lavoro ottenuta dal lavoratore.

11 capitale non mantiene i lavoratori durante la esecuzione del lavoro, come' del pari erroneamente si insegna. Gli operai sono mantenuti dal loro lavoro; l’uomo che produce, in tutto o in parte, una cosa qualunque, la quale possa scambiarsi contro articoli indispensabili alla esistenza — alimenti, indumenti, ecc. — produce virtualmente questi articoli.

Dunque, il capitale non limita l’industria, come erroneamente si insegna; il solo limite dell’industria essendo la quantità di materie prime disponibili. Ma il capitale può limitare la forma dell’industria c la sua produttività col limitare l’uso degli strumenti e la divisione del lavoro.

Gli è chiaro come il capitale possa limitare la forma dell’industria. Senza fabbriche non vi potrebbero essere operai, senza macchine da cucire non macchine cucitrici ; senza aratri non aratori ; c senza un capitale considerevole messo negli scambi, l’industria non potrebbe prendere le yumerose forme speciali, che le operazioni di scambio richiedono. Ed anche è chiaro del pari come la mancanza di strumenti debba grandemente limitare la produttività dell’induslria. Se il coltivatore deve servirsi della vanga perchè non ha abbastanza di capitale per procurarsi un aratro; se deve servirsi della falce invece della mietitrice, del corcggiato invece della trebbiatrice; se il meccanico deve servirsi del forbicione per tagliare il ferro, il tessitore del telaio a mano, e così via, la produttività dell’industria non potrà essere neppure il decimo di ciò che sarebbe, se aiutata dal capitale sotto forma di strumenti perfezionati. Nè la divisione del lavoro potrebbe andar oltre ai primi e quasi impercettibili inizi, nè gli scambi che la rendono possibile potrebbero estendersi oltre i più prossimi vicini, se una parte delle cose prodotte non fosse costantementetenuta in serbo o in circolazione. E neppure potrebbero la caccia, la pesca, la raccolta delle noci, la fabbricazione delle armi,ecc.,diventare occupazioni specializzale, nè l’individuo vi si potrebbe applicare in modo esclusivo, quando una porzione di quanto ciascuno produce non fosse sottratta all’immediato consumo; di guisa che quegli, che si applica alla produzione di una cosa, potesse ottenere le altre di cui manca e far sì che la buona ventura di un giorno possa supplire allo scarso'guadagno del giorno successivo. Perchè la grande divisione del lavoro, necessità e caratteristica di una civiltà progredita, sia possibile* una grande somma di ricchezze d’ogni specie deve costantemente essere tenuta in serbo o incircolazione. Perchèl’abitantedi un paese incivilito possa a libito scambiare il suo lavoro coi vicini e col lavoro degli abitanti delle più remote regioni del globo, bisogna che fondi di merci esistano nei magazzini, nei depositi, nelle stive dei bastimenti, nei carri delle ferrovie; a quel modo che perchè i cittadini di una grande città possano ad ogni momento avere un bicchier d’acqua, bisogna che migliaia di ettolitri siano raccolti nei serbatoi e scorrano attraverso chilometri di tubi.

Ma dire che il capitale può limitare la forma o la produttività dell’induslria, non è punto dire che il capitale limiti l’industria. Or, la formola della Economia politica corrente « il capitale limita l’industria », non vuol già dire che il capitale limiti la forma o la produttività del lavoro, bensì che esso limita l’esercizio del lavoro. Questa proposizione deriva la sua plausibilità dal supposto che il capitale fornisca al lavoro le materie prime ei mezzi di sussistenza; supposto, che noi vedemmo essere infondato e che è anzi evidentemente assurdo, dal momento che si sa che il capitale è creato dal lavoro, e che per conseguenza bisogna che vi sia lavoro prima che vi possa esser capitale. 11 capitale può limitare la forma e la produttività dell’industria; ma ciò non vuol punto dire che non vi possa esser industria senza capitale, più di quanto si possa dire che senza il telaio meccanico non vi sarebbe tessitura, che senza macchina da cucire non vi sarebbe cucitura, che senza aratro non vi sarebbe coltivazione o che in una comunità composta di un solo individuo, come quella di Robinson Crusoc, non vi potrebbe esser lavoro, perchè non vi sarebbe scambio.

E dire che il capitale può limitare la forma e la produttività dell'industria, non c punto dire che esso le limiti di fatto. Imperocché, i casi in cui si può veramente dire che la forma e la produttività della industria di una comunità sono limitate dal capitale, mi sembrano, ad esame fatto, più teorici che reali. Gli è evidente che, in un paese come il Messico o Tunisi, un maggiore e più generale impiego del capitale cambierebbero profondamente le forme dell’industria e aumenterebberoenormemente la sua produttività ; e di tali paesi spesso si dice che essi mancano di capitali per sviluppare le loro risorse. Ma non vi ha dietro a ciò qualche cos’altro, la mancanza di qualche cosa che importa la mancanza di capitale? Non sono forse la rapacità e gli abusi del Governo, la poca sicurezza della proprietà, la ignoranza e i pregiudizi del popolo, ciò che impedisce l’accumulazione e l’impiego dei capitali? La vera limitazione 11011 è forse in tutto questo e non nella mancanza del capitale, che non sarebbe neppure impiegato, se anche vi fosse? Noi possiamo naturalmente immaginare unav comunità, nella quale la mancanza di capitale sia il solo ostacolo all’aumento della produttività del lavoro; ma per ciò ci bisognerebbe immaginare un concorso di circostanze, che, se pure può verificarsi, non si verifica clic accidentalmente c come uno stato di cose transitorio. Quello di una comunità, nella quale il capitale sia stato distrutto dalla guerra, da una conflagrazione 0 convulsione della natura, 0 forse quello di una comunità composta d’uomini inciviliti, che le onde abbiano gettato pur ora in un paese nuovo, sembrano a me essere i soli esempi, che si possano immaginare. E ancora si è spesso potuto vedere con quanta rapidità il capitale usato abitualmente si ricostituisca in una comunità, che sia stata esausta dalla guerra; come del pari si è potuto vedere quanto prontamente si produca, in una comunità nuova, il capitale, che questa può od è disposta ad usare abitualmente.

Io non so immaginare altre condizioni che queste, rare e passeggiere, nelle quali la produttività del lavoro sia realmente limitata dalla mancanza di capitale. Imperocché, sebbene in una comunità possano esservi individui, che per manco di capitale non possono spiegare la loro forza di lavoro così efficacemente come vorrebbero, tuttavia, se nel complesso della comunità vi sia un capitale sufficiente, la limitazione reale non starà nella mancanza di capitale, bensì nella mancanza di una buona distribuzione. Se un cattivo Governo spoglia il lavoratore del suo capitale, se leggi ingiuste tolgono al produttore la rie-chena, colla quale-égli aiuterebbe la produzione, e la dònno a coloro che non sono se non i < pcnsionari » dell’industria, la limitazione reale della efficacia del lavoro starà nel cattivo governo, non nella mancanza di capitale. Lo stesso dicasi della ignoranza, dell'abitudine c delle altre condizioni, che impediscono l’uso del capitale. Sono esse, non la mancanza di capitale, quelle clic costituiscono realmente la limitazione. Dare una sega circolare ad un Fuegiano, od una locomotiva ad un Beduino, od una macchina da cucire ad una selvaggia, non sarebbe un aggiungere efficacia al loro lavoro. Nè sarebbe maggiormente possibile lo aggiungere alcun che al loro capitale col dar loro qualsiasi altra cosa; imperocché, qualsiasi altra ricchezza, che non sia quella, clic essi sono abituati ad usare come capitale, sarà consumata o la si lascierà andar a male. Non è la mancanza di sementi o di strumenti quella che impedisce all’Apaca o al Sion di coltivare la terra. Se anche se ne fornisse loro, essi non se ne servirebbero; a meno che nel tempo stesso si impedisse loro di vagabondare c si mostrasse loro come la terra si coltivi. Se, nella condizione in cui sono attualmente, si desse loro tutto il capitale di una città come Londra, questa ricchezza non farebbe altro che cessare di esser capitale, in quanto non ne userebbero che quella infinitesima porzione, che rendesse loro più facile la caccia ; e neppure di questa si servirebbero e si asterrebbero dal caccciare, finché la parte buona a mangiarsi della ricchezza su di essi piovuta non fosse tutta consumata. Ma il capitale, di cui hanno bisogno, essi ben sanno procurarselo, vincendo talvolta le più grandi difficoltà. Queste tribù selvaggio vanno a caccia e combattono colle migliori armi, che sappiano produrre le fabbriche inglesi c americane e sono al corrente degli ultimi perfezionamenti. Gli è solo quando arrivassero a civilizzarsi, che essi si darebbero pensiero di quell’allro capitale, di cui un popolo incivilito abbisogna e che sarebbe loro di una qualchc.utililà.

Durante il regno di Giorgio IV, alcuni missionari, di ritorno dalla Nuova Zelanda, condussero secoloro in Inghilterra un capo di tribù chiamalo Hongi. 11 suo aspetto nobile, i suoi bei tatuaggi, attirarono l’attenzione; c quando fu in sul ritornare al suo paese, il Re e alcune società religiose gli regalarono una grande quantità di utensili, di strumenti agrari e di sementi. Hongi impiegò questo capitale a produrre mezzi di sussistenza, ma per ciò se la prese in un modo, che i suoi ospiti inglesi non si sarebbero mai sognato. A Sydney, nel suo ritorno, ei cambiò tutti quei regali in armi e munizioni, e con queste, giunto ai suoi paesi, incominciò contro una tribù vicina una guerra cosi fortunata, che sul campo della prima battaglia trecento nemici furono arrostiti c mangiali, ed Hongi diè principio al banchetto col cavar gli occhi al capo, mortalmente ferito, della tribù nemica, mangiarseli e succhiarne, caldo caldo, il sangue (1). Ma oggi che le loro guerre, un tempo continue, sono cessate c che i discendenti dei Maoris hanno adottato le usanze europee, molli vi sono, fra essi, che fanno uso di capitali considerevoli.

Parimenti, sarebbe un errore attribuire le forme semplici di produzione e di scambio, che si incontrano nelle comunità nuove, unicamente ad una man-

(1) Rev. Ricardo Taylor, Tm Nuova Zelanda e i suoi abitanti. Londra, 1855, cap. XXI.

canza di capitale. Queste forme, richiedenti pochi capitali, sono in sè rozze e poco efficaci ; ma quando si considerano le condizioni, nelle quali quelle comunità si trovano, si chiariscono come le migliori. Una grande manifattura, con tutti i più recenti perfezionamenti della meccanica, è l’istrumcnlo più efficace clic siasi mai inventato per trasformare la lana o il cotone in tessuti; ma solo là dove questi occorrono in grandi quantità. Gli indumenti necessari a un piccolo villaggio saranno fatti con molto minor lavoro dal filatoio o dal telaio a mano; — un torchio perfezionato, che un uomo solo basta a far andare, stampa parecchie migliaia di copie, in quella che un uomo ed un ragazzo, con un torchio Stanhope o Francklin, non ne stampano che un centinaio; ma per tirare le poche copie di un giornale di provincia, il vecchio torchio sarà pur sempre a gran pezza più conveniente; — per trasportare di tanto in tanto due o tre passeggieri, il canotto è un mezzo migliore del piroscafo; — pochi sacchi di farina saranno danna bestia da soma trasportati con minor dispendio di lavoro che da una locomotiva; — mettere un gran fondo di mercanzie in un piccolo magazzino su un crocevia di una grande foresta, non sarebbe che sciupar capitali. E in generale si troverà che la rozzezza dei mezzi di produzione e di scambio, che si svolgono fra le popolazioni rade dei paesi nuovi, è dovuta non tanto alla mancanza di capitali, quanto alla impossibilità di impiegarli in modo prtfiltevole.

E a quel modo che, per quanta acqua si versi in un secchio, non ve ne può stare più.della sua contenenza, cosi non si userà mai come capitale più ricchezza di quanta è richiesta dai mezzi di comunicazione e di scambio che, in quelle date condizioni di intelligenza, di abitudini, di sicurezza, di densità della popolazione, ecc., meglio si convengono a quel tal paese. E io inclino a pensare che, di regola generale, questo capitale si ottiene sempre; che l'organismo sociale scccrnc la quantità di capitale che gli è necessaria, come l’organismo umano, in condizioni di salute, secerne il grasso di cui ha bisogno.

Ma sia che la quantità di capitale limiti o non limiti le forze produttive della industria e fissi così un maximum, che le mercedi non possono oltrepassare, gli è evidente che la povertà delle masse nei paesi inciviliti non procede dalla scarsità del capitale. Imperocché, non solo le mercedi non raggiungono in nessun luogo il limite fissato dalle forze produttive della industria, ma le mercedi sono relativamente più basse dove il capitale è più abbondevole.

Gli strumenti e le macchine della produzione eccedono evidentemente, nei paesi più progrediti, l’uso che se ne fa, ed una prospettiva qualunque d’impiego rimunerativo fa uscir fuori più capitali che non ne occorrano. Il secchio non solo è pieno, ma riversa. Ciò è così evidente, che non solo profani alla Economia politica, ma anche economisti di grido attribuiscono la crisi industriale all’abbondanza degli strumenti di produzione ed alla accumulazione di capitali, e la guerra, la grande distruttrice di capitali, si considera come una causa di risveglio industriale c di elevazione delle mercedi; idea abbastanza strana, e che pure, tanta è la confusione delle idee a questo riguardo, è sostenuta da molli, che pure ritengono sìa il capitale quello che occupa il lavoro e paga le mercedi.

Lo scopo, die in questa nostra indagine ci proponiamo, è di risolvere il problema, a cui tante soluzioni contradditorie furono date.

Collo stabilire chiaramente che cosa realmente sia il capitale e quali siano realmente le sue funzioni, noi abbiamo fatto un primo ed importante passo. Ma non è pur sempre che un primo passo. Recapitoliamo e andiamo avanti:

Noi abbiamo visto come la teoria corrente, che fa dipendere le mercedi dal rapporto fra il numero dei lavoratori e la somma di capitale destinala all’im-piego del lavoro, non si accordi col fatto generale che le mercedi e l’interesse non salgono e non ribassano inversamente, ma congiuntamente.

Questa contraddizione avendoci condotto ad esaminare il fondamento della teoria, noi abbiamo veduto come, lutto al rovescio della idea corrente, le mercedi non siano tratte dal capitale, ma direttamente dal prodotto del lavoro, per cui sono pagate. Abbiamo visto come il capitale non anticipi punto le mercedi, non mantenga i lavoratori ; bensì le sue funzioni siano di aiutare il lavoro nella produzione col fornirgli strumenti, sementi, ecc., e la ricchezza necessaria per operare gli scambi.

Noi siamo quindi irresistibilmente condotti a conclusioni pratiche abbastanza importanti per giustificare la pena che ci siamo dato per assodarle.

Imperocché, se le mercedi sono tratte non dal capitale, ma dal prodotto del lavoro, le teorie correnti sui rapporti fra capitale e lavoro sono sbagliate e tutti i rimedi proposti sia dai professori di Economia politica, sia dqi lavoratori, per diminuire la povertà o coll’accrescere il capitale o col diminuire il numero dei lavoratori, o la efficienza del lavoro, debbono essere condannate.

Se ogni lavoratore, nel compiere il suo lavoro, crea realmente il fondo, da cui è tratta la sua mercede, le mercedi non possono essere diminuite dall’au-menlo del numero dei lavoratori ; anzi, siccome la efficienza del lavoro aumenta evidentemente col numero dei lavoratori, più lavoratori vi sono e più, tutte le altre cose rimanendo eguali, le mercedi dovranno essere alte.

Ma questa condizione necessaria « tutte le altre cose rimanendo eguali » ci porta ad una questione, che deve essere discussa e risolta prima di andar oltre. E la questione è questa: le forze produttive della natura tendono esse a diminuire a misura che aumentano le tratte, che su di esse tira la popolazione in aumento?

LIBRO II.

POPOLAZIONE E MEZZI DI SUSSISTENZA

Dio e la Natura sono dunque in lotta perchè la Natura dia segni cosi terribili? Cosi sollecita essa sembra del tipo e così indifferente alla vita dello individuo!

Tekhtsoh.

CAPITOLO I.

LA TF.OniA DI Malthus, SUA GENESI E SUOI SOSTEGNI.

Dietro alla teoria, clic abbiamo fin qui esaminalo, sta un’altra teoria, che dobbiamo esaminar ora. La teoria corrente intorno alla derivazione ed alla legge delle mercedi trova il suo più forte sostegno in una teoria anch’essa generalmente accettata, la dottrina, a cui Malthus ha dato il suo nome, secondo la quale la popolazione tenderebbe ad aumentare più rapidamente che non i mezzi di sussistenza. Queste due dottrine, legate l’una all'altra, informano la risposta, clic la Economia politica corrente dà al grande problema, che noi cerchiamo di risolvere.

Io credo di essere, colle considerazioni precedenti, riuscito a dimostrare come la teoria, secondo cui le mercedi sono determinate dal rapporto fra il capitale e i lavoratori, sia a tal punto inconsistente da recar meraviglia come abbia potuto essere da tanti e per tanto tempo accettala. Non fa meraviglia che questa teoria sia nata in uno stato di società, dove la gran massa dei lavoratori sembra dipendere, per l’impiego e per la mercede, da una classe distinta di capitalisti, nè clic, in queste condizioni, tale teoria siasi mantenuta nella massa di coloro, clic raramente si danno la pena di distinguere la realtà dall’apparenza. Bensì reca meraviglia che una teoria, la quale all’esame apparisce cosi priva d’ogni base, sia stata successivamente accettata da tanti acuti pensatori, che in questo secolo applicarono il loro ingegno alla lucidazione ed allo sviluppo della scienza dell’Economia politica.

La spiegazione di questo fatto, altrimenti inesplicabile, vuoisi cercare nella generale accettazione della teoria di Malthus. La teoria corrente delle mercedi non fu mai posta sèriamente alla prova, perchè, appoggiata qual’era alla teoria di*MALTiius, essa appariva come una verità evidente per se stessa. Queste due teorie, fornicatisi l’una nell’altra, si rafforzavano, si difendevano a vicenda ed entrambe trovavano un appoggio addizionale in un principio, che specialmente si metteva avanti nelle discussioni della teoria della rendila c secondo cui, oltrepassalo un certo limite, l’applicazione del capitale e del lavoro alla terra produce un reddito decrescente. Tutte due insieme davano dei fenomeni, che presenta una società altamente organizzata e progrediente, una spiegazione, che sembrando rispondere a tutti i fatti, preveniva per ciò stesso ogni discussione un po’ seria.

Quale fra queste due teorie abbia titolo alla precedenza storica, è difficile dire. La teoria della popolazione non fu formolata in modo da darle l’autorità di un dogma scientifico se non dopo che ciò era già stato fatto per la teoria delle mercedi. Ma esse sono naturalmente nate insieme, si svilupparono insieme ed entrambe esistettero sotto una forma più o meno elaborata assai prima che siasi cercato di costrurre un sistema di Economia politica. Gli è evidente da parecchi passi dell’opera di Smith, che la teoria che prese poi il nome da Malthus esisteva allo stato rudimantale nella mente dell’economista scozzese, sebbene non l’abbia mai sviluppata; ed a ciò parmi debba in gran parte attribuirsi il falso indirizzo, che presero le speculazioni di Smith intorno alle mercedi. Ma, checché sia di ciò, le due teorie sono cosi intimamente legate l’una all’altra, clic si completano a vicenda ; cosi che Buckle, passando in rassegna la storia dei progressi della Economia politica nel suo: Esame dello spirito scozzese durante il secolo XVIII, attribuisce specialmente a Malthus l’onore di avere « provato in modo decisivo » la teoria corrente delle mercedi col formulare la teoria corrente della pressione della popolazione sui mezzi di sussistenza. « Il secolo xviii, egli scrive, era appena finito, che fu provato in modo perentorio clic la retribuzione del lavoro dipende unicamente da due cose: la entità del fondo, col quale ogni lavoro si paga, e il numero dei lavoratori, fra i quali quel fondo deve essere diviso. Questo importante passo fatto dalla nostra scienza è dovuto specialmente, non però esclusivamente, a Malthus, il cui Saggio sulla popolazione, oltre al segnare un’epoca nella storia del pensiero speculativo^. ha già avuto effetti pratici considerevoli ed altri più considerevoli ancora ne avrà forse in avvenire. Quest’Opera fu pubblicata nel 1798; Adamo Smith era morto nel 1790; di guisa che ei non potè avere la soddisfazione, che sarebbe stata sì grande per lui, di vedere come nell’opera di Malthus le sue idee fossero piuttosto estese che corrette. In realtà, gli è certo che senza uno Smith non si sarebbe avuto un Malthus; che cioè se Smith non avesso posto le basi, Malthus non avrebbe potuto costrurre il suo edifizio ».

La famosa dottrina, che, dacché fu enunciata, ha cosi profondamente informato il pensiero non solo nel campo della Economia politica, ma anche nelle regioni della più astratta speculazione, fu formulata da Malthus in questa proposizione: la tendenza naturale della popolazione (come lo mostra la crescenza delle colonie dell’America del Nord) è di raddoppiare almeno ogni venticinque anni, crescendo cosi secondo un rapporto geometrico, mentre i mezzi di sussistenza, che si possono trarre dalla terra < nelle condizioni più favorevoli al lavoro umano non possono essere aumentati se non secondo un rapporto aritmetico, cioè, ogni venticinque anni, di una quantità eguale a quella che esso produce attualmente ». Gli effetti necessari di questi due rapporti d’incremento operanti insieme, aggiunge Malthus (I), saranno sorprendenti (striking). E cosi ei li fa operare insieme:

(I) Buckle, Storia della civiltà in Inghilterra, vol. Ill, cap. 5.

« Poniamo clic la popolazione di quest’isola sia di 11 milioni di abitanti e supponiamo che il prodotto attuale sia eguale a ciò che occorre per mantenere facilmente questo numero di abitanti. In capo ai primi venticinque anni la popolazione sarebbe di 22 milioni e, il prodotto essendo anch’esso duplicato, i mezzi di sussistenza saranno eguali a questo incremento. In capo ad altri successivi venticinque anni, la popolazione sarebbe di -14 milioni ed i mezzi di sussistenza eguali soltanto alla quantità necessaria per mantenerne 33. In capo ad altri successivi venticinque anni la popolazione sarebbe di 88 milioni ed i mezzi di sussistenza eguali soltanto alla quantità necessaria per mantenerne 44. Alla fine del primo secolo la popolazione sarebbe di 176 milioni ed i mezzi di sussistenza eguali soltanto alla quantità necessaria per mantenerne 55; vi sarebbero quindi 121 milioni di individui che mancherebbero assolutamente del necessario per vivere.

« Prendiamo la terra intiera invece della nostra isola, non tenendo conto naturalmente della emigrazione, e poniamo che la sua popolazione sia attualmente di 1000 milioni; il genere umano crescerebbe come i numeri 1,2,4,8,10,32,64, 128, 256, ecc. e i mezzi di sussistenza come i numeri 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8, 9 ; in capo a due secoli la popolazione starebbe ai mez2i di sussistenza : : 256 : 9, in capo a tre secoli : : 4096 :13 e in capo a mille anni la differenza sarebbe quasi incalcolabile » (I).

Questo risultato è naturalmente impedito dal fatto fisico che non vi possono essere più individui di quanti possano trovare i mezzi per vivere e quindi la conclusione di Malthus si è che questa tendenza della popolazione ad aumentare indefinitamente deve essere rattenuta, sia da un freno morale imposto alla facoltà riproduttiva, sia dalle diverse cause che aumentano la mortalità; cause, che esso riassume nel vizio e nella miseria. Le cause, che prevengono la propagazione della specie, ei chiama « freno preventivo » ; quelle, che aumentano la mortalità, « freno positivo ». Ecco la famosa teoria, quale Malthus l’ha esposta nel suo Saggio sulla popolazione.

Non mette conto insistere sull’errore, che si contiene nella assunzione di rapporti geometrici ed aritmetici di incremento; gli è questo un giuoco sulle proporzioni, che arriva appena all’altezza di quello famigliare della lepre e della tartaruga, dove la lepre è fatta correr dietro alla tartaruga per tutta l’eternità, senza che mai possa raggiungerla. Invero, questa assunzione non è punto necessaria alla dottrina di Malthus e fu espressamente ripudiata dà alcuni, che pure accettarono pienamente la dottrina malthussiana, come ad esempio da J. St. Mill, che ne parla come di c un disgraziato tentativo di dare precisione a cose che non l’ammettono ; precisione, che ogni persona capace di ragionare deve considerar come superflua alla argomentazione » (2). La popolazione tende ad au-

(1) Malthus, Saggio sulla popolazione, cap. 1.

(2) J. St. Mill, Principia di Economia politica, libro II, cap. 9, § 6 (nella Biblioteca dell'Economista, Serie I, vol. II, pag. 314). Malgrado ciò che dice Mill, gli ò chiaro che Maxthi's stesso annetteva una grande importanza ai suoi rapporti geometrici ed aritmetici ed anche è probabile che a questi rapporti Malthus debba gran parte della sua celebrità, in quanto essi presentano una di quelle formole roboanti, che per molti hanno più peso di qualsiasi più chiaro ragionamento.

menlare più rapidamente dei mezzi di sussistenza; ecco, nella sua essenza, la dottrina di Malthus; che poi questa differenza la si esprima con un rapporto geometrico per la popolazione ed un rapporto aritmetico pei mezzi di sussistenza, come fa Malthus, oppure con un rapporto costante per la popolazione ed un rapporto decrescente pei mezzi di sussistenza, come fu Mill, non sarà mai questo che un modo diverso di esprimere la stessa cosa. Il punto vitale, su cui entrambi sono d’accordo, si è, per usare le parole di Malthus, che « vi ha una tendenza naturale della popolazione a crescere al di là dei mezzi di sussistenza ».

La dottrina di Malthus, quale la si presenta oggi, può, nella sua forma più salda e meno obbiettabile, essere enunciata cosi:

La popolazione tendendo incessantemente ad aumentare, deve, quando non sia contenuta, urtare alla fine contro il limile dei mezzi di sussistenza, non già come contro una barriera fissa, ma come contro una barriera in certo modo elastica, che rende sempre più difficile l’ottenimento dei mezzi di sussistenza. E cosi, dovunque la riproduzione ha avuto il tempo di affermare il suo potere e non è frenata dalla prudenza, deve esistere quel grado di miseria, che terra la popolazione nei limiti dei mezzi di sussistenza.

Sebbene in realtà questa teoria non sia più incompatibile col sentimento di armonica adattazione fatta dalla Sapienza e dalla Bontà creatrice, di quello che sia la comoda credenza, che getta la responsabilità della miseria e di tutto ciò che l’accompagna sul conto dei decreti imperscrutabili della Provvidenza, senza tentare di scuoprirli, tuttavia, facendo apertamente del vizio e della miseria i risultati necessari di un istinto naturale, al quale sono legati i più dolci e più puri alletti, essa entra crudamente in lotta con idee profondamente radicate nello spirito umano e, come appena fu enunciata, la si combattè con una acri-mia, nella quale era spesso più zelo che logica. Ma essa resistette trionfalmente alla prova; e malgrado le confutazioni di Godwin, le denunciazioni di Cobbett e tutti i colpi, che poterono darle il ragionamento, il sarcasmo, il ridicolo e il sentimento, essa sta oggi nel mondo del pensiero come una verità accettata e che si impone anche a quelli, che volontieri la ripudierebbero.

Le cause del suo trionfo, le fonti della sua fò^za, non sono oscure. Poggiala, in apparenza, sopra una verità aritmetica indiscutibile— che cioè una popolazione, la quale vada crescendo continuamente, deve alla fine giungere ad un punto da eccedere ciò che la terra può fornire di mezzi di sussistenza e perfino di spazio — la teoria di Malthus è ancora suffragata da analogie esistenti nel regno animale c vegetale, dove la vita lotta dappertutto contro le barriere, che tengono in arresto le diverse speci — analogie, alle quali l’indirizzo del pensiero moderno, col distrurre le distinzioni fra le diverse forme della vita, ha dato un valore sempre più grande — ed anche è, apparentemente, corroborata da fatti innegabili, quali sono la prevalenza della povertà, del vizio, della miseria fra le popolazioni dense, l'effetto generale del progresso materiale, che aumenta la popolazione senza diminuire la povertà, il rapido aumento della popolazione nei paesi nuovi e l’evidente rallentamento di tale aumento nei paesi a popolazione più densa per la grande mortalità delle classi condannate alle privazioni.

La teoria di Malthus fornisce un principio generale, che spiega questi ed altri simili falli, e li spiega in un modo che armonizza colla dottrina,secondo cui le mercedi sono traile dal capitale e con tulli i principii che se ne dedussero. Secondo la teoria corrente delle mercedi, queste diminuiscono a misura che un aumento nel numero dei lavoratori rende necessaria una maggior divisione del lavoro; secondo la teoria di Malthus, la povertà apparisce quando un aumento della popolazione rende necessaria una maggior divisione dei mezzi di sussistenza. Non occorre più se non identificare da una parte il capitale e i mezzi di sussistenza, dall'altra il numero dei lavoratori e la popolazione — identificazione, che si trova nei trattali correnti di Economia politica, dove i termini sono spesso invertiti — per rendere le due proposizioni identiche formalmente, come già lo sono sostanzialmente (1). E gli è cosi che, come ebbe a dire Buckle nel passo che abbiamo riferito, la teoria della popolazione esposta da Malthus è apparsa per dare una prova decisiva della teoria delle mercedi esposta da Smith.

Ricardo, che pochi anni dopo la pubblicazione del Saggio sulla popolazione correggeva l’errore, in cui era caduto Smith sulla natura e sulla causa della rendita, apportò alla teoria mallhusiana un nuovo appoggio, col chiamare l’attenzione sul fallo che la rendila dovrebbe aumentare a misura che i bisogni di una popolazione in aumento costringono a coltivare terre sempre meno produttive o punti sempre meno produttivi di queste stesse terre, spiegando cosi l’aumento della rendita. Si formò per tal modo la triplice combinazione, nella quale la teoria di Malthus si trovò ad essere sofTulla da due lati: dalla teoria delle mercedi, anteriormente accettata, e dalla più recente teoria della rendita; teorie, le quali non olTrivano se non esempi speciali dell’azipne del principio generale, a cui è legalo il nome di Malthus — la diminuzione delle mercedi c l’aumento delle rendite, clic accompagnano l’aumento della popolazione, non essendo che due modi diversi, in cui si manifesta la pressione della popolazione sui mezzi di sussistenza.

Avendo cosi preso il suo posto nel corpo stesso della Economia politica (chi questa scienza, come scienza corrente, non ha dopo Ricardo subito alcun materiale cambiamento o avanzamento, sebbene sia stata chiarita ed illustrata in alcuni punti secondari), la teoria di Malthus, per quanto incompatibile coi sentimenti cui abbiamo accennalo, non lo è però con altre idee, clic, almeno nei paesi vecchi, prevalgono in generale nelle classi operaie; anzi, come la teoria delle mercedi che le serve di sostegno, e che alla sua volta essa rafforza, con esse armonizzava. Per l’artigiano od operaio, la causa delle basse mercedi e della impossibilità di trovar lavoro era evidentemente la competizione causala dalla pressione del numero, c nelle squallide dimore dei poveri qual’allra più chiara idea di quella che vi è troppa gente al mondo?

Ma la grande causa del trionfo di questa teoria si fu che, invece di minacciare un qualsiasi diritto stabilito o di oppugnare interessi potenti, essa è cmi-

(1) L’influenza della dottrina di Malthus sulla definizione del capitale si può, parmi, vedere paragonando fra loro la definizione di Smith, che scriveva prima di Malthus, colle definizioni di Ricardo, Mac Cullocb e J. St. Mill, che scrìssero dopo.

nentemenle riguardosa e rassicurante per le classi che, avendo in mano la forza che la ricchezza procura, dominano il pensiero. In un tempo, in cui i vecchi sostegni crollavano, essa venne alla riscossa dei privilegi speciali, in forza dei quali un piccolo numero di individui monopolizza tanta parte delle buone cose di questo mondo, proclamando una causa naturale del bisogno c della miseria, che, se si fossero dovuti attribuire alle istituzioni politiche, sarebbero stati la condanna di ogni governo, sotto il quale essi esistono. Il Saggio della popolazione era apertamente una risposta alla Indagine tulla giustizia politica di Guglielmo Godwin, opera che affermava il principio della eguaglianza degli uomini e il suo scopo era di giustificare la ineguaglianza esistente, coU’altribuirne la responsabilità non alle istituzioni umane, ma alle leggi del Creatore. Nulla era in essa di nuovo, in quanto già Wallace, circa quarant’anni prima, aveva segnalato il pericolo di una moltiplicazione eccessiva della specie come risposta alle domande di una più giusta distribuzione della ricchezza; ma le condizioni del tempo erano tali da rendere la stessa idea, presentata da Malthus, particolarmente accetta alla classe influente, in cui la esplosione della Rivoluzione francese aveva fatto nascere un grande sgomento di qualsiasi messa in questione dello stato di cose esistente.

Oggi, come allora, la dottrina di Malthus previene qualsiasi domanda di riforma e mette l’egoismo al riparo da qualsiasi rimprovero della coscienza col far intervenire una necessità ineluttabile. Essa fornisce una filosofia,grazie alla quale l’Epulone può, quando banchetta, scacciare l’immagine del Lazzaro che muore di fame davanti alla'sua porla; il ricco può, colla coscienza tranquilla, abbottonarsi e tirare innanzi quando il povero gli domanda l’elemosina, e il cristiano opulento può, la doménica, inginocchiarsi sul suo comodo sgabello imbottito per implorare i doni del Padre di tutti, senza sentirsi per nulla responsabile della squallida miseria che si rode a pochi passi da lui. Chè, secondo questa teoria, la povertà, la miseria, la fame non sono da attribuirsi nè all’avidità individuale, nè ai cattivi ordinamenti sociali; bensì sono il risultato ineluttabile di leggi universali, colle quali, quando non fosse una empietà, sarebbe vano il voler dare di cozzo, come sarebbe vano il voler opporsi alla legge della gravitazione. Epperò, colui che, in mezzo alla miseria, ha ammassato ricchezze, non ha fatto che assicurarsi in una piccola oasi contro le sabbie del deserto, che altrimenti lo avrebbero inghiottito. Egli ha guadagnalo per sè l’agiatezza, ma non ha fatto male ad alcuno. Ed anche se il ricco obbedisse letteralmente ai precetti di Cristo e dividesse i suoi beni coi poveri, non vi sarebbe nulla di guadagnatola popolazione continuerebbe ad aumentare per assieparsi di nuovo contro la insormontabile barriera dei mezzi di sussistenza o del capitale, e la eguaglianza per tal modo prodotta non sarebbe clic In eguaglianza nella miseria comune. E cosi le riforme, che ferirebbero gli interessi di una qualche classe potente, sono dissuase come inutili cd impotenti a checchessia. E siccome la legge morale vieta di ricorrere ai melodi, con cui la legge naturale sa sbarazzarsi dell’eccesso di popolazione e reprime una tendenza all’aumento cosi forte, che in capo ad un certo tempo gli uomini verrebbero ad essere sulla faccia della terra cosi pigiati come le acciughe in un barile, cosi non vi ha nulla a fare realmente per estirpare sia con sforzi individuali, sia con sforzi collettivi la miseria, tranne che confidare nella efficacia della educazione e predicare la necessità della continenza.

Una teoria, che mentre entrava nel modo di pensare abituale delle classi povere, giustificava per tal modo l’avidità dei ricchi e l’egoismo dei potenti, doveva diffondersi rapidamente e gettare profonde radici. E così fu della teoria di Malthus.

In questi ultimi anni la teoria malthusiana ha ricevuto un nuovo rinforzo dalla rivoluzione avvenuta nelle idee sulla origine deU’uomo e sulla genesi delle speci. Che Buckle avesse ragione quando diceva clic la teoria di Malthus segna un’epoca nella storia del pensiero speculativo, lo si può facilmente dimostrare; ma rintracciare l’influenza da essa esercitata nelle regioni più elevate della filosofia (e la stessa opera di Buckle ne sarebbe un esempio), per quanto interessante possa essere tale ricerca, ci trarrebbe oltre lo scopo della nostra indagine. Ma in una rivista dei sostegni, da cui la teoria di Malthus trae la forza, che essa ha attualmente, non vuoisi dimenticare il serio ed originale appoggio, che ad esso apportò la nuova filosofia della evoluzione, che ora si va rapidamente diffondendo in tutte le direzioni. Come, in Economia politica, l’appoggio prestalo dalla teoria delle mercedi e dalla teoria della rendita aiutò ad elevare la teoria di Malthus al grado di una verità fondamentale, cosi l’applicazione di somiglianti idee allo sviluppo della vita sotto tutte le sue forme ebbe per effetto di collocarla in una posizione più alta e meno esposta ad essere attaccata. Agazziz, che fino alla sua morte fu uno strenuo avversario della nuova filosofia, parlava del Darwinismo come di un « Malthusianismo in grande » (I); e Darwin stesso diceva che t la lotta perla esisienza è la dottrina di Malthus applicata con forza multipla all’intiero regno animale e vegetale » (2).

Tuttavia, non mi sembra del tutto corretto il dire che la teoria dello sviluppo per mezzo della,selezione naturale o della sopravvivenza del più forte sia un Mallhusianismo in grande; imperocché, la dottrina di Malthus non implicava punto in origine, nè implica necessariamente, la idea di progresso. Ma questa le fu bentosto aggiunta. Mac Cullocii attribuisce al « principio dell’aumento » il progresso sociale ed industriale, e dichiara che la povertà che esso genera agisce come un potente stimolo allo sviluppo dell’industria e della scienza ed all’accumulazione della ricchezza nelle classi superiori e medie; stimolo, senza di cui la società non larderebbe a cadere nell’apatia (3). Or, che altro è questo se non riconoscere,perciò che riguarda la società umana,gli effetti evolutivi della « lotta per l’esistenza » c della « sopravvivenza del più forte », che, secondo quanto si sostiene sull’autorità della scienza naturale, sarebbero stati i mezzi di cui si servì la natura per produrre tutte le forme infinitamente diversificate, e meravigliosamente adattate, che l’intensa vita del globo ci presenta? Che altro

(1) Discorso pronunciato davanti al Consiglio di Agricoltura del Massachnssets, 1872.— Rapporto al Ministero di Agricoltura degli Stati Uniti, 1873.

(2) Darwin, Origine delle speci. Cap. III.

(3; Mac Cclloch, nota IV alla Ricchezza delle nazioni.

è se non riconoscere la forza che, crudele in apparenza e spietata, ha tuttavia, attraverso una serie di età innumerevoli, sviluppato il verme da un tipo inferiore, la scimmia dal verme, l’uomo dalla scimmia e il secolo XIX dall’età della pietra?

Così raccomandata c apparentemente dimostrala, connessa così alle altre teorie e da queste sulfulta, la teoria di Maltiius — la teoria, secondo cui la povertà è dovuta all’eccesso della popolazione in rapporto ai mezzi di sussistenza o, per mettere la stessa cosa sotto un’altra forma, la teoria, secondo cui la tendenza all’aumento del numero dei lavoratori deve sempre tendere a ridurre le mercedi al minimum necessario c bastante perchè i lavoratori possano vivere e riprodursi — è ora generalmente accettata come una verità indiscutibile, alla cui luce si possono spiegare i fenomeni sociali, precisamente come durante secoli si spiegarono i fenomeni del mondo siderale supponendo che la terra fosse fissa, e i fatti geologici fondandosi sulla narrazione mosaica. Se l’autorità fosse la sola cosa da considerarsi, per negare formalmente questa teoria ci vorrebbe quasi lo stesso coraggio, che bisognò a quel predicatore negro, che non è molto intraprese una crociata contro la teoria che la terra giri intorno al sole; imperocché, sotto una forma o sotto un’altra, la dottrina di Malthus fu accolta quasi da tutto il mondo intellettuale, e nella più alla come nella più volgare letteratura ha preso posto. Essa fu accettala dagli economisti, dagli uomini politici, dagli storici, dai naturalisti, dai Congressi di scienza sociale, dalle Società operaie, dagli ecclesiastici e dai materialisti, dai più stretti conservatori e dai più assoluti radicali. E quelli, che non hanno mai inteso parlare dì Malthus e che non hanno la minima idea della sua teoria, la professano e vi ragionano sopra.

Tuttavia, come le basi della teoria corrente delle mercedi svanirono davanti ad un serio esame, cosi io credo che le basi della teoria gemella, la teoria di Malthus, svaniranno davanti allo studio dei fatti. Col dimostrare che le mercedi non sono tratte dal capitale, noi abbiamo già sollevato da terra questo Anteo.

CAPITOLO II.

DISCUSSIONE DEI FATTI.

Di fronte all’universale accettazione della teoria di Maltiius ed all’alta autorità ond’essa è rivestita, mi parve necessario passare in rassegna le cause, che con-tribuironoa darle una così dominante influenza nella discussione delle questioni sociali.

Ma se noi sottoporremo la teoria stessa alla prova di una analisi rigorosa, essa non ci apparirà, io credo, maggiormente sostenibile della teoria corrente delle mercedi.

In primo luogo i fatti, che si adducono a suo sostegno, non sono concludenti e le analogie invocale non la suffragano punto.

In secondo luogo, vi sano fatti, clic la distruggono completamente.

Io vado al cuore della questione col dire che nulla, nei fatti c nelle analogie, permette di assumere che la popolazione tenda ad aumentare più rapidamente dei mezzi di sussistenza. I fatti addotti per provare questa tendenza mostrano unicamente clic dove, per effetto della poca densità della popolazione, come nei paesi nuovi c dove, per effetto dell'ineguale distribuzione della ricchezza, come nelle classi povere dei paesi vecchi, la vita umana è occupata dalle necessità fisiche dell’esistenza, la tendenza riproduttiva è tale che, se non fosse frenata, la popolazione arriverebbe un giorno ad eccedere i mezzi di sussistenza. Ma da ciò non si può punto inferire che questa tendenza avrebbe la stessa forza se la popolazione fosse abbastanza densa e la ricchezza abbastanza bene distribuita da elevare una comunità intiera al disopra della necessità di consacrare tutte le sue forze unicamente alla lotta per la vita. Parimenti, non si può supporre clic questa tendenza, col causare la povertà, debba impedire l’esistenza di una simile comunità; imperocché, sarebbe questo un supporre ciò che appunto è in questione. E se anche si ammettesse che questa tendenza debba alla fine produrre la povertà, non si può dire che la povertà esistente sia intieramente dovuta a questa causa, a meno che si provi che non ve ne ha altra, a cui la si possa attribuire, cosa assolutamente impossibile nello stato attuale dei govèrni, delle leggi e dei costumi.

Gli è ciò clic mostra lo stesso Saggio sulla popolazione. Questo libro famoso, di cui tanti parlano senza averlo letto, merita pur sempre una lettura, non fosse che come curiosità letteraria. Il contrasto fra il merito intrinseco del libro e gli effetti che ha prodotto o che almeno gli si attribuiscono (imperocché,sebbene sir James Stewart, il/. Townsend ed altri dividano con Malthus la gloria di avere scoperto il « principio della popolazione », fu però la pubblicazione del Saggio sulla popolazione quella che gli fece far strada), questo contrasto, dico, é, a mio avviso, uno dei più curiosi fenomeni della storia letteraria; ed é facile comprendere come Godwin, la cui Giustizia politica aveva provocato il Saggio sulla popolazione, abbia, fino ai suoi ultimi anni, sdegnato di rispondervi. Malthus comincia col porre che la popolazione tende ad aumentare secondo una progressione geometrica, mentre i mezzi di sussistenza possono, nella migliore delle ipotesi, essere fatti aumentare solo secondo una progressione aritmetrica; supposto, che non ha nè più nè meno valore di quello che avrebbe un ragionamento di questa falla: la lunghezza della coda del mio cane si è raddoppiala mentre il suo peso crebbe di tante libbre, dunque la coda cresce in ragione geometrica c il peso in ragione aritmetica. E la deduzione, che Malthus trae da questo supposto, somiglia a quella che Swift avrebbe, in una delle sue satire, potuto attribuire ai dotti di un’isola, dove non si fossero prima mai visti cani. Questi dotti, combinando le due progressioni, avrebbero potuto dedurne questa ii grave conseguenza » : che nel tempo, che il cane mette ad arrivare al peso di cinquanta libbre, la sua coda deve arrivare alla lunghezza di un miglio e diventare difficile a muoversi c t hè quindi, non volendo ricorrere al « freno repressivo d delle amputazioni continue, non vi è altro a fare che applicare alle code dei cani il « freno preventivo » di un bendaggio. — Dopo avere esordito con una simile assurdità, il Saggio entra iti una lunga argomentazione in favore della imposizione di un dazio sulla importazione del grano e della concessione di premi alla sua esportazione; idea, clic da tempo fu mandata al limbo degli errori ormai universalmente condannati. E in tutta la parte argomentativa l'opera è infiorata di passi, clic rivelano nel .reverendo scrittore la più ridicola mancanza di logicità di pensiero; come quando, ad esempio, ci viene a dire che se le mercedi aumentassero da 18 pence o *2 scellini a 5 scellini al giorno, il prezzo della carne aumentereDhe necessariamente da 8-0 pence a -2-3 scellini la libbra, c clic per conseguenza la condizione delle classi lavoratrici non no sarebbe migliorala; modo di ragionare, che non saprei con quale altro mettere a paro se non con quello di un tal tipografo di mia conoscenza, il quale perché un certo autore ila lui conosciuto aveva quarantanni quando lui ne aveva venti, mi sosteneva sul serio clic l’autore doveva ora avere otlant'anni, perché lui nc aveva quaranta. Nè questa confusione di pensiero apparisce solo qua e là, ma caratterizza l’opera iutiera (1). La massima parte del Saggio è occupata da quella, clic può dirsi la miglior confutazione della teoria iu esso esposta ; imperocché, la rivista che Maltiics la di quelli, ch’egli chiama < freni positivi a dell’eccesso della popolazione, è tutta una prova che i risultati, che esso attribuisce a questo eccesso, hanno ora altre cause. Di tulli i casi clic esso cita — e a questo riguardo lutti i paesi del mondo, o poco ci manca, sono passati in rivista — nei quali il vizio c la miseria frenano l’aumento, sia col limitare il numero dei matrimoni, sin coll'accorciarc la vita dell'uomo, non ve ne ha un solo, nel quale il vizio c la miseria possano veramente attribuir i all’eccessivo aumento del numero delle bocche in rapporto alle braccia da cui devono essere mantenute; bensì, in tutti si vede il vizio e la miseria nascere dalia ignoranza e dalla rapacità, o dai cattivi governi, o dalla ingiustizia delle leggi, o dal flagello delle guerre.

Nò ciò clic Malthus uon è riuscito a provare, altri è riuscito a provarlo dopo di lui. Si ha un bel cercare in tulio il mondo e rovistare in tutta la storia, ma non si troverà un solo esempio di un grande paese (*2), dove la povertà e la miseria possano essere senz’altro attribuite all'eccessivo aumento della popolazione iu rapporto ai mezzi di sussistenza. Quali si siano i pericoli, che il potere d'incremento della umanità involge, questi pericoli non si sono mai finora inanile-

(1) I.e nitro opero di Malthus, sebbene scritto dopo In sua celebrità, non limino importanza alcuna c sono tenute in poco conto da quelli stessi, die vedono nel Saggio una grande scoperta. La Enciclopedia britannica, ad esempio, sebbene accetti pienamente la teoria di Malthus, della sua Economia politica dice che essa è « un'opera male concepita, che non espone nè praticamente, nè scientificamente la materia. Essa è ili gran parte occupata da un esame di alcune dottrine di Ricaiido e da uno studio sulla natura e sulle cause del valore. Nulla vi lia di meno soddisfacente di queste discussioni. In realtà, Malthus non ebbe inai una idea chiara delle teorie di Ricardo o dei principii, clic determinano il valore di cambio dei beni ».

(■>) Dico di un u grande » paese, in quanto vi possono essere piccole isole, come le isole l’itcairn, tagliate fuori da qualsiasi comunicazione col resto del mondo e quindi dagli scambi necessari ai modi perfezionati di produzione, che sorgono a misura che la popolazione aumenta di densità, che sembra offrano simili esempi. Ma un momento di riflessione basta a mostrare come questi siano casi eccezionali e fuori di questione.

siali; nè ad ogni modo fu mai questo il flagello, onde fu afflitta l'umanità. La popolazione tenderebbe ad oltrepassare il limite segnato dai mezzi di sussistenza ! Ma allora eom’è che il nostro globo, dopo le migliaia o, come oggi si pensa, i milioni d'anni dacché l’uomo vi è apparso, è ancora cosi poco popolato?. Come si spiega che tante arnie della vita umana siano oggi deserte, clic campi un giorno coltivati siano oggi coperti di sterpi e che le fiere lecchino i loro nati là dove un giorno si agitavano affannate folle di umani?

Gli è un fatto clic mentre noi contiamo i milioni onde aumenta la popolazione, perdiamo di vista, sebbene sia questo un fallo, che, per ciò che si sa della storia del mondo, la diminuzione della popolazione è un fenomeno comune al pari dell'aumento. Quanto al sapere se oggi la popolazione intera del globo sia più grande che ad un periodo anteriore qualunque, non si possono fare che congetture. Dacché Montesquieu, al principio del secolo scorso, affermava clic la popolazione della terra è dall’èra cristiana grandemente diminuita, la opinione ha completamente cambiato. Ma i risultali, delle ultime ricerche ed esplorazioni tendono a dare maggior credito a quelle, che prima sembravano esagerazioni degli storici e dei viaggiatori, in quanto esse hanno rivelato indizi di popolazioni più dense e di civiltà più progredite clic non si credesse prima e di una più remota antichità della razza umana. E fondando la nostra estimazione della popolazione sullo sviluppo del commercio, sul progresso delle arti, sulla grandezza delle città, siamo piuttosto condotti a tenere tioppo bassa la densità della popolazione, clic la coltivazione intensiva, caratteristica delle civiltà primitive, poteva mantenere, specie dove si aveva ricorso alle irrigazioni. Come lo si può vedere nei distretti più coltivali della Cina e dell’Europa, popolazioni molto dense, aventi abitudini semplici, possono benissimo esistere con un commercio poco sviluppalo, con uno stato molto arretralo di quelle arti, nelle quali il progresso moderno fu maggiore c senza quella tendenza a concentrarsi in città, clic mostrano le popolazioni moderne (1).

Ad ogni modo,'il solo continente, del quale si possa con sicurezza affermare che ha ora una popolazione maggiore di quella che abbia mai avuto in passalo, è l’Europa. Ma ciò non si può neppur dire di tutti i suoi paesi. Gli è certo che la Grecia, le isole del Mediterraneo, la Turchia d’Europa e, probabilmente, l’Italia, e forse anche la Spagna, ebbero un tempo una popolazione maggiore della odierna; e ciò può dirsi fors’anche di parte del nord-ovest e del centro dell’Europa.

Anche l’America aumentò di popolazione dacché la si conosce; ma questo

(1) Come si può vedere dalla carta delle 1lazze native di H. U. Bancroft, lo Stato di Veracruz non è una parte del Messico notevole per le sue antichità. Tuttavia Ugo Fink, di Cordova, scrivendo al Smithsonian Institute (Rapporto, 1870) dice che non vi è quasi palmo di terreno, dove scavando non si trovino pezzi di coltelli di silice o rottami di terrecotte; che il paese è intersecato di linee parallele di pietre, destinate a rattenere la terra nella stagione delle pioggie; locchè prova come anche le terre più povere fossero requisite e come sia impossibile non accettare la conclusione che la popolazione vi dovette essere almeno cosi densa come nelle regioni più popolose dell’Europa.

aumento non è cosi grande come generalmente si suppone, alcune estimazioni dando al solo Perù, all’epoca della sua scoperta, una popolazione più grande di quella che esiste oggi in tutta l’America meridionale. E lutto fa credere che, prima della sua scoperta, la popolazione sia andata in America diminuendo. Quali nazioni abbiano vissuto, quali Imperi siano sòrti e caduti in « questo Nuovo Mondo che è l’antico », noi possiamo soltanto immaginarcelo. Ma frammenti di rovine grandiose attestano l’esistenza, prima degli Incas, di una civiltà progredita; in mezzo alle foreste tropicali del Yukatan c della America centrale si trovano resti di grandi città, già obliate all'epoca della conquista spaglinola ; il Messico, quando Cortes vi arrivò, mostrava la sovrapposizione di uno stalo di barbarie ad uno sviluppo sociale superiore, mentre in una gran parte delle regioni, che oggi sono gli Stati Uniti, si trovano disseminati aggel i, i quali provano l’esistenza, un tempo, d’uua popolazione relativamente densa e, qua e là, come nelle miniere di rame del Lago superiore, trame di un'arte superiore a quella che conoscevano gli Indiani, quando gli Europei vennero con essi a contatto.

Quanto all'Africa, non vi può essere questione. L’Africa settentrionale non contiene che una parte della popolazione che ebbe nei tempi passali; la valle del Nilo ebbe un giorno una popolazione enormemente maggiore di quella che ha oggi, mentre nel sud del Sahara nulla pro\a che vi sia stato, nei tempi storici, un aumento di popolazione e lo spopolamento vi dovette essere certo causato dalla tratta dei Negri.

Quanto all’Asia, che ancor oggi contiene più della metà della razza umana, sebbene la densità della sua popolazione sin poco più della metà di quella dell'Europa, noi abbiamo indicazioni clic ci mostrano come l'India e la Cina avessero un giorno una popolazione molto maggiore dcH’altuale e come quel vasto paese prolifico, che mandò fuori sciami d’uomini per l’India e la Cina e inondò l’Europa con fiotti di genti, dovesse essere un giorno mollo più popoloso. Ma il cambiamento più profondo è quello avvenuto nell'Asia Minore, nella Siria, a Babilonia, nella Persia, insomma in tutto il paese conquistalo da Alessandro. Là dove furono un giorno grandi città e popolazioni stipale, non sono più oggi che squallidi villaggi e sterili deserti.

È strano che fra tante teorie escogitate, non si sia tirala fuori anche quella della fissità della popolazione del globo. Al postutto, essa si accorderebbe coi fatti storici più che non faccia quella di una continua tendenza della popolazione a crescere oltre i mezzi di sussistenza. Gli è chiaro clic la popolazione in alcuni paesi è diminuita, in altri aumentata; i suoi centri si sono spostali ; nuove nazioni sono sòrte e vecchie nazioni declinate; paesi quasi deserti sono diventati popolosi e paesi popolosi diventali deserti; ma per quanto ci è dato risalire attraverso ai secoli senza cadere nelle supposizioni, nulla troviamo che ci provi un aumento continuo della popolazione c neppure nulla ci prova chiaramente un aumento complessivo di periodo in periodo. Per quanto ci è dato saperne, i pionieri delle popolazioni non si avanzarono mai in paesi affatto disabitati; la loro marcia fu sempre una lotta contro una qualche altra popolazione, da cui la terra era già occupala; dietro a Imperi, clic noi conosciamo appena,s’intrav-vedono in lontananza le ombre ili altri Imperi. Clic la popolazione del mondo abbia dovuto incominciare dal poco, gli ò ciò clic noi arditamente inferiamo, sapendo clic vi fu un’èra geologica, nella quale l’uomo non potè esistere; nóci possiamo fare a credere che gli uomini siano nati tulli in una volta corno dai denti del dragone seminali da Cadmo; ma attraverso gli squarci, dove la storia, le tradizioni, le antichità gettano sprazzi di luce, che non tardano a svanire in incerti barlumi, noi possiamo intravvedere popolazioni numerose. E durante questi lunghi periodi, il principio della popolazione non fu abbastanza forte da riempire il mondo e neppure, che si sappia, da aumentare assolutamente la sua popolazione totale. In confronto della sua potenza a mantenere la vita umana, la terra, nel suo complesso, è ancora poco abitata.

Un altro fatto generale vi ha, il quale non può 11011 colpire chiunque, meditando su queste cose, spinga il suo sguardo al di là della società moderna. Malthus proclama come legge universale che la popolazione tende per natura a superare i mezzi di sussistenza. Se questa logge 6 vera, essa, dovunque la popolazione abbia raggiunto una certa densità, dovrebbe imporsi allo spirito umano, come fanno tutte le grandi leggi naturali, le quali furono universalmente riconosciute. Ma allora come si spiega che nò nelle credenze c nei codici dell’antichità classica, nè in quelli degli Ebrei, degli Egizi, degli Indi, dei Cinesi, nè presso alcuno dei popoli, clic vissero in dense assunzioni e crearono credenze c codici, noi non troviamo alcun precetto, clic abbia imposto la pratica di quei ratlenimenti prudenziali, che Mai.iihs consiglia; clic anzi la sapienza dei secoli, le religioni del mondo, sempre inculcarono come dovere civile e religioso l’opposto di ciò, clic la Economia politica corrente consiglia, c clic Anuie Resant tenia in questo momento di popolarizzare in Inghilterra?

E vuoisi ricordare come vi siano stale società, nelle quali la comunità garantiva ad ogni membro ili essa un lavoro e mezzi di sussistenza. J. St. Mill ci dice clic accordare questa garanzia senza regolare i matrimoni e lo nascile sarebbe produrre uno stalo di miseria e di degradazione generale. « Queste conseguenze, ei dice, furono »i spesso e cosi chiaramente segnalale, clic l’ignoranza di esse non è più, nelle persone di una qualche istruzione, scusabile. » Eppure, a Sparta, nel Peni, nel Paraguay c nelle Comunità di lavoro, che sembrano avere quasi dappertutto costituito la organizzazione agricola primitiva, pare siasi stato nella più profonda ignoranza di tutte queste terribili conseguenze ili una tendenza naturale.

Oltre a questi falli generali, altri latti vi sono noti a tutti c che sembrano assolutamente in disaccordo con questa tendenza naturale ad una eccessiva moltiplicazione. Se la tendenza alla riproduzione è cosi potente come Malthus suppone, come si spiega clic laute famiglie si estinguano, c famiglie clic non conoscevano punto il bisogno? Com’ò elio mentre ogni genere di premio è dai titoli e dai possessi ereditari oITcrto 11011 solo al principio della riproduzione, ina alla conservazione della scienza genealogica ed alla prova della discendenza, in una aristocrazia quale quella dell'Inghilterra, tante parie si estinguano e la Camera ilei Lords non sia mantenuta ili secolo in secolo clic mediante sempre nuove investiture?

Per trovare il solo esempio di una famiglia, die abbia sopravvissuto per un grande lasso di tempo, sebbene avesse assicurati i mezzi di sussistenza e fosse colmata di onori, ci bisogna andarla cercare nella immobile Cina. Là esistono ancora i discendenti di Confucio e vi godono privilegi speciali ed una grandecon-siderazione, tanto che formano in realtà la sola aristocrazia ereditaria del paese. Supposto clic la popolazione tenda a raddoppiare ogni venticinque anni, essi, 2150 anni dopo la morte di Confucio, dovrebbero essere

859, 558, 193, 106, 709, 070, 198, 710, 528.

Invece di questo od altro simile numero, di cui ci è impossibile farci una idea, la discendenza di Confucio, 2150 anni dopo la sua morte, sotto il regno di Knnghi, non contava clic 11000 maschi, ossia, a un dipresso, 22000 individui. Vi ha, come si vede, una qualche differenza, tanto più notevole se si considera che la stima, in cui questa famiglia è tenuta in grazia del suo antenato r il più santo degli antichi Maestri », ha dovuto impedire l’azione del freno positivo e che le massime di Confucio inculcano tutt’allro che la pratica del contenimento prudenziale.

Tuttavia si potrebbe osservare che anche questo aumento non lascia di esser notevole. Ventidue mila persone, che discendonoda una sola coppia in21 ùOanni, non sono certo la progressione di Malthus, ma fanno pur sempre nascere l’idea della possibilità di un ingombro.

Ma, vediamo. Un aumento nel numero dei discendenti non importa per sè un aumento della popolazione; lo imperlerebbe solo quando la procreazione fosse continua. Smith e sua moglie hanno un figlio ed una figlia, che rispettivamente sposano la figlia e il figlio di un’altra coppia ed hanno ciascuno due figli. Smith e sua moglie avranno così quattro nipoti ; ma ciò non importerà punto una generazione più numerosa dell'altra, ogni nipote avendo quattro avi. Supponendo clic il processo continui, la linea della discendenza potrà costantemente andar crescendo e comprendere via via centinaia, migliaia, milioni di discendenti ; ma in ogni generazione di discendenti non vi saranno più individui di quanti ve ne fossero in una generazione qualunque di antenati. 11 tessuto delle generazioni è come una tela a fili diagonali. Partendo da un punto qualunque del sommo c andando verso il fondo, gli occhi seguono linee che divergono notevolmente; ma partendo da un punto qualunque del fondo gli occhi seguono linee che divergono nello stesso modo verso il sommo. Quanti figli un uomo possa avere è incerto; ma che abbia dovuto avere due genitori gli è certo; c clic questi abbiano alla loro volta dovuto avere due genitori ciascuno, gli è certo del pari. Si segua questa progressione geometrica attraverso alcune generazioni c si veda se essa non riesco a conseguenze notevoli tanto quanto quelle, a cui riesce Malthus, che ci va popolando i sistemi solari.

Ma lasciamo queste considerazioni ed assorgiamo ad uno studio più preciso c definito. Io affermo che i casi, che comunemente si citano come esempi di popolazione eccessiva, non reggono all’esame. L’India, la Cina, l’Irlniida sono i paesi, che forniscono i casi più salienti; in ognuno di questi paesi grandi masse d'uomini sono morti di fame e classi numerose furono ridotte alla miseria più abbietta od all’emigrazione Ma è ciò realmente dovuto ad un eccesso di popolazione?

Se si riferisce la popolazione totale alla superficie totale, l’India e la Cina sono lontane dall’essere i paesi del mondo dove la popolazione sia più densa. Secondo le estimazioni di Bkiim c Wagner, l’India non ha che 132 abitanti per miglio quadrato, la Cina 110, mentre la Sassonia ne conta 112, il Belgio HI, l’Inghilterra 422, i Paesi Bassi 201, l’Italia 231, il Giappone 233 (1). Sono dunque in questi due paesi grandi spazi non utilizzati o incompletamente utilizzati; ma anche i distretti più popolosi potrebbero, senza alcun dubbio, mantenere una popolazione molto più numerosa e in condizioni molto migliori; imperocché, tanto nell’India quanto nella Cina il lavoro è applicato alla produzione nel modo più primitivo c meno produttivo, in quella che grandi ricchezze naturali sono assolutamente neglette. E ciò non dipende punto da una deficienza innata del popolo; invero, gli Indiani, come mostra la litologia comparata, sono del nostro sangue e la Cina possedeva un alto grado di civiltà c i rudimenti delle più importanti invenzioni moderne, quando i nostri padri erano ancora nello stalo selvaggio; — hensi dipende dalla forma della organizzazione sociale, forma, che ha inceppato la potenza produttiva c spogliato il lavoro della sua ricompensa.

Nell’India, le classi lavoratrici furono da tempo immemorabile ridotte dalle esazioni c dall’oppressione in uno stato di irrimediabile c disperata degradazione. Ber secoli c secoli il coltivatore del suolo si tenne felice quando del prodotto del suo lavoro le estorsioni dei potenti gli lasciavano tanto da vivere e da poter seminare per l’annata successiva; il capitale non poteva essere con sicurezza accumulato od impiegato un po’ largamente ad aiutare la produzione; tutta la ricchezza, che veniva estorta al popolo, era in possesso di principi, veri capi di ladroni acquartierati per tutto il paese, o nelle mani dei loro appaltatori

0 favoriti c dissipala in un lusso inutile o peggio, mentre la religione, degradatasi in una superstizione terribile c complicata, tirannizzava le menti, come la forza fisica tirannizzava i corpi. In condizioni di tal fatta, le sole arti che potessero prosperare, erano quelle che servivano alla ostentazione ed al lusso dei polenti. Gli elefanti dei rajah rispondevano di ori di squisita fattura, c

1 parasoli, simboli della loro regia autorità, scintillavano di gemme preziose; ma l’aratro del ryot non era che un bastone digrossato. Le donne degli harem dei rajah si avvolgevano in mussole cosi fine da esser dette un i soffio tessuto »; ma gli strumenti degli artigiani erano ciò che si può immaginare di più povero e grossolano e il commercio non poteva farsi che di nascosto.

Non è egli evidente che furono questa tirannia c questa mancanza di sicurezza quelle che produssero nell'Iudia la miseria e la fame e non già che, come affermò Buckle, l'eccesso delia popolazione rispetto ai mezzi di sussistenza abbia prodotto la miseria e questa la tirannia? (1) Il rev. Guglielmo Tennant, cappellano al servizio della Compagnia delle Indie orientali, nel 17%, due anni prima della pubblicazione del Saggio sulla popolazione scriveva:

« Quando si pensa alla grande fertilità dell’Indostan, reca meraviglia il vedere come vi siano cosi frequenti le fami. Gli è evidente come ciò non sia dovuto alla sterilità del suolo o al clima; il male deve essere riferito a qualche causa politica e non c’è bisogno di molta penetrazione per scoprire che esso viene dalla avidità e dalle estorsioni dei diversi governi. Il grande stimolo dell’industria, la sicurezza, manca. Ne segue che nessuno si cura di produrre più grano di quanto è strettamente necessario pel suo bisogno e cosi la prima stagione che non vada bene porta con sè la fame. In nessun periodo il governo mongolo offri piena sicurezza al principe e meno ancora ai suoi vassalli; quanto ai contadini, la protezione era affatto illusoria. Di qui una sequela continua di violenze e di insurrezioni, di tradimenti e di punizioni, in mezzo alle quali nè l’industria, nè il commercio potevano prosperare e l’agricoltura assumere anche solo l’apparenza di un sistema. La caduta del governo mongolo diè luogo ad uno stato di cose ancor più funesto, in quanto peggiore del malgoverno è l’anarchia. Il governo maomettano era cosi spregevole, che le nazioni europee non ebbero neppure il merito di rovesciarlo. Esso cadde sotto il peso della propria corruzione ed a lui succedette la multiforme tirannia di piccoli capi, il cui diritto a governare non aveva altro titolo che il tradimento verso lo Stato e le cui angherie sui coltivatori della terra non avevano altro limite che la loro avarizia. Le imposte del governo erano, ed aucora sono dove il governo è indigeno, levate due volte all’anno da briganti efferati, sotto l’apparenza di militi, i quali senza ritegno alcuno distruggevano o portavan via la parie di prodotto che piaceva al loro capriccio o poteva saziare la loro avidità, dopo aver caccialo dai villaggi nei boschi i disgraziati coltivatori. Ogni tentativo, che questi facessero di difendere la loro vita o i loro beni entro le mura di fango dei loro villaggi, non riusciva che ad attirare su di essi terribili vendette. Allora essi erano circuiti, attaccati a colpi di moschetto e di cannone fino a cessazione di ogni resistenza, i superstiti venduti, le loro abitazioni arse o rase al suolo. E così voi vedrete spesso il ryot raccogliere i resti dispersi di quella che ieri era la sua casa, se la paura ve lo ha lasciato ritornare; ma più spesso vedrete le rovine fumanti dopo una seconda di queste visite, senza che anima viva turbi il silenzio imponente della desolazione. Questa descrizione si applica non solo ai capi maomettani, ma anche ai rajah dei distretti governati dagli Indou » (2).

A questa rapacità spietata, clic avrebbe prodotto la miseria e la fame se anche la popolazione fosse stala di un solo abitante per miglio quadrato e la terra un Eden, succedette, nei primi tempi della dominazione inglese nell’India, un’altra rapacità non meno spietata, sorretta da un potere molto più forte. Macaulay nel suo Saggio su lord Clue, scrive :

« Enormi fortune si accumulavano rapidamente a Calcutta, mentre milioni di rrealure umane erano ridotti nlVcslrcmo della miseria. Ben esse erano ormai accostumate a vivere sotto la tirannia, ma non sotto una tirannia come questa. Esse trovavano il dito mignolo della Compagnia più pesante del pugno di Surajnh Dovvlnh... Era il governo di genii del male più che il governo di uomini tiranni. Talvolta glilndou si sottomettevano, rassegnati nella loro miseria; talvolta fuggivano davanti all’uomo bianco, come i loro padri erano fuggiti davanti al Malia-ratta e spesso il palanchino del viaggiatore inglese attraversava città c villaggi silenziosi, che l’annunzio del suo avvicinarsi aveva resi deserti ».

Su questi orrori, che Macaulay non fa clic segnalare, la calda eloquenza di Buckle getta una luce più viva — intieri distretti abbandonali alla sfrenata cupidigia di ciò che vi era di peggio nella specie umana; contadini nell’estremo della povertà torturati per costringerli a dar fuori il loro misero peculio; regioni una volta popolose cambiate in deserti.

Ma la licenza sfrenata del primo governo inglese fu ben tosto repressa. A tutta quella immensa popolazione la mano ferma dall’Inghilterra ha dato più della pace romana; gli equi principii della legge inglese furono estesi da un elaborato sistema di codici, e magistrati furono istituiti per assicurare al più umile di quei poveri esseri i diritti di un anglo-sassone libero; la penisola fu intersecata da ferrovie, c grandi opere di irrigazione furono fatte. E tuttavia, raddoppiando di frequenza, le fami succedettero alle fami, infierendo con sempre maggior intensità su sempre più estese regioni.

Non è questa una dimostrazione della teoria di Malthus? Ciò non prova forse clic per quanto i mezzi di sussistenza aumentino, la popolazione tende pur sempre a diventare eccessiva rispetto ad essi? Non prova forse clic, come sosteneva Malthus, chiudere i canali di scarico, pei quali l’eccesso di popolazione è portalo via, non è che un costringer la natura ad aprirne altri, e che a meno rbe le fonti dell’aumento della popolazione non siano da un contenimento prudenziale moderate, non havvi altra alternativa che la guerra o la fame? Fu questa la spiegazione ortodossa. Ma, come può vedersi dai fatti messi in luce dai giornali inglesi nelle ultime discussioni intorno agli affari dell’India, la verità si è clic queste fami, che portarono e ancora portano via milioni di individui, non sono dovute all’eccesso della popolazione rispetto ai mezzi di sussistenza, più di quello che lo fossero la rovina del Karnatico, quando i cavalieri di Hyder-Hali vi passarono sopra come un turbine distruttore.

I milioni di abitanti dell’India curvarono il collo sotto il giogo di non pochi rnnquistalori ; ma il flagello peggiore di tulli fu quello della incumbente,schiacciante dominazione inglese — peso, che rende assolutamente impossibile l’esistenza a milioni di individui e che, come mostrano gli scrittori inglesi, trae inevitabilmente verso una catastrofe terribile ed enorme. Altri conquistatori occuparono il paese, e per quanto governassero in malo e tirannico modo, compresero il popolo e furono da questo compresi; ma oggi l'India è come una grande tenuta di un proprietario straniero e sempre assente. Un’amministrazione civile e militare costosissima vi ha, tenuta econdolla da inglesi, che considerano l'India come un luogo di temporaneo esilio; od una somma enorme, estimata ad almeno 20 milioni di lire sterline all’anno (levata su un paese, dove in molti luoghi i lavoratori sono felici quando riescono a guadagnare nei tempi buoni da 0,75 a 2 lire al giorno), se ne va in Inghilterra sotto forma di rimesso, di pensioni, di spese del governo, ecc., senza che per questo tributo vi sia un compenso. Le somme immense spese in ferrovie furono, come mostrano i prospetti,economicamente improduttive; i grandi lavori di irrigazione furono anche essi, per la più parte, costosi insuccessi. In gran parte dell'India, gli Inglesi, nel loro desiderio di creare una classe di proprietari della terra, misero questa in possesso assoluto dei collettori ereditari delle imposte, i quali fanno pagare ni coltivatori fitti esosi. In altre regioni, dove l’imposta continua ad essere percepita dallo Stato sotto forma di imposta sulla terra, il lasso di questa è cosi allo e l’imposta levala con tanta durezza, che i rgol, i quali nelle buone annate non raccolgono che quanto è loro strettamente necessario per vivere, cadono per forza fra le unghie degli usurai più rapaci ancora, se possibile, dei « Zemindar ». Il sale, articolo di prima necessità, specie quando l'alimentazione è esclusivamente vegetale, è colpito da una lassa di circa il 12 0(0, di guisa che qualsiasi impiego industriale di questa sostanza è reso impossibile, c gran parte della popolazione non'può procurarsene quanto è necessario per l'alimentazione individuale e del bestiame. Al disotto dei funzionari inglesi sta un'orda di impiegati indigeni, che esercitano ogni maniera di oppressioni e di estorsioni. La legislazione inglese, coi suoi rigidi principii e colla sua procedura piena di misteri per gli indigeni, non fece altro che mettere un potente strumento di spogliazione nelle mani degli usurai del paese, ai quali i contadini sono costretti di ricorrere per avere, a interessi esosi, di che poter pagare le imposte ed a cui facilmente si inducono a rilasciare obbligazioni, di mi non conoscono la portata. « Noi non ci diamo pensiero dell’India », scrive Florence Nightingale come con un singhiozzo; * ciò diedi più triste si può vedere nell'Oriente, e forse in tutto il mondo, è la condizione del coltivatore nel nostro Impero orientale »; c prova come causa delle terribili fami siano le imposte, che tolgono ai contadini i mezzi di coltivazione c la schiavitù a cui sono ridotti i ryot, * conseguenza delle nostre leggi », le quali fanno si che « nel più fertile paese del mondo, anche là dove per avventura la vera c propria fame non esiste, la popolazione è ròsa da una estenuazione cronica profonda » (1). « Le fami che hanno desolato l’India, scrive //. SI. IIyndiunn (1), sono in gran parte crisi finanziarie. Gli uomini e le donne non possono avere di che vivere, perchè non possono mettere in disparte il denaro necessario per comperarselo. E tuttavia noi siamo, si dice, costretti ad imporre a questo popolo pesi ancor maggiori »; e mostra come pur dai distretti colpiti dalla fame si esportino le derrate in pagamento delle imposte; come l’India intera sia assoggettata come a un « drenaggio » continuo ed esauriente, che, in un colle enormi spese del governo, rende di anno in anno sempre più povera la popolazione. Le esportazioni dall’India sono quasi esclusivamente di prodotti agrari. I’er almeno un terzo di questa esportazione il paese non riceve nulla in ricambio, in quanto esso rappresenta il tributo, le rimesse dell’Inghilterra sull’India o le spese del ramo inglese del governo indiano (2). E pel resto, il ricambio consiste per la massima parte in provviste pel governo od in articoli di lusso impiegati dai signori inglesi dell’India. M. Hyndmann mostra come le spese del Governo siano notevolmente aumentale sotto la dominazione imperiale ; come le imposte spietate, che pesano sopra una popolazione cosi povera da non potersi nutrire che a metà, la privino ili quei pochi mezzi per coltivare la terra; come il numero dei giovenchi (la bestia da tiro degli Indiani) diminuisca e gli strumenti di coltivazione siano impegnati presso gli usurai « dai quali noi, un popolo dato agli affari, costringiamo i coltivatori a farsi imprestare al 12, al 24, al 00 % (3) per fare grandi opere pubbliche, che non diedero mai il 5 °/„ ». Il signor Hvndjiann scrive: « Il vero si è che la società indiana nel suo insieme fu, sotto la nostra dominazione, impoverita in Tnodo spaventoso, e che questo processo d'impoverimento continua in una misura straordinaria » — la quale esposizione di cose non può esser messa in dubbiò di fronte ai fatti addotti non solo dagli scrittori che ho citato, ma dagli stessi impiegati dell’amministrazione dell’India. Gii stessi sforzi fatti dal Governo per diminuire le fami, non riescono ad altro che a rendere più intensa e più generale la loro vera causa, in quanto si traducono in un aumento di imposte. Sebbene l’ultima carestia che infierì nell’India meridionale si ritenga abbia portato via da G milioni di abitanti e la gran massa dei superstiti siano nello squallore, tuttavia le tasse non furono punto ridotte o rimesse, e l’imposta sul sale, che già era tale da impedire a quella povera genie di procurarsene, fu aumentala del 40 °/„, precisamente come dopo la terribile fame del Bengala del 1770 si accrebbero le entrale coll’alimentare le imposte sui superstiti e con modi di riscossione più severi.

Solo u:i modo superficiale di considerare le cose può attribuire all’eccesso della popolazione in rapporto ai mezzi di sussistenza la miseria e le fami, che desolarono ed ancora desolano l’India. So i coltivatori potessero conservare il loro piccolo capitale, se fossero sollevati da quelle sottrazioni, da quei « drenaggi », che pur nelle annate inedie riducono le grandi masse ad un tenore di vita che è al disotto non solo di ciò cli’è ritenuto necessario ai cipatj, ma anche di ciò che l'umanitarismo inglese dà ai prigionieri, l’industria si sveglerebbe, prenderebbe forme più produttive e basterebbe certo a nutrire una popolazione più grande. Sono ancora nell’India vaste distese di terra, grandi risorse minerarie non tocche ancora; ed è certo che la popolazione dell’India non ha raggiunto ancora, come nei tempi storici non ha raggiunto mai, il limite segnato dalla potenza del suolo a fornirle i necessari mezzi di sussistenza, c neppure non ha ancora raggiunto il punto, oltre il quale questa potenza va diminuendo a misura che più largamente la si requisisce.

Ciò che è vero dell'India, anche è vero della Cina. Per quanto densa sia, in molte parti, la popolazione di questo paese, il fallo prova come la estrema povertà delle classi inferiori vi debba essere attribuita a cause simili a quelle, che hanno agito nell'India, non all’eccesso di popolazione. Anche nella Cina, la insicurezza prevale, la produzione vi si fa in condizioni estremamente svantaggiose, il commercio vi è in mille modi impacciato. Dove il governo non òche tutta una sequela «li atti oppressivi e la sicurezza d’un capitale qualunque deve essere comperata da un mandarino; dove il dosso dell’uomo è il principal mezzo di trasporlo per terra; dove il junk deve essere costrutto in modo da non poter tenere il mare; dove la pirateria è un commercio regolare; dove i ladri vanno a reggimenti, la povertà deve prevalere e la fallanza di un raccolto aver per risultato la fame, sia quale si voglia la densità della popolazione (1). Chela Cina sia capace di mantenere una popolazione mollo più numerosa, lo mostrano non solo le grandi distese di terre incolte, di cui i viaggiatori attestano l’esistenza, ma anche le immense ricchezze minerarie, ancora intatte, che si sa esistervi. Cosi, ad esempio, si dice che la Cina abbia i più ricchi depositi di carbone che si conoscano. Quanto la coltivazione di queste miniere aggiungerebbe all’altitudine del paese a mantenere una popolazione maggiore, ognuno può immaginarlo facilmente. Certo, il carbone non è pane; ma la sua produzione equivale alla produzione di derrate alimentari, in quanto non solo il carbone può essere scambiato contro derrate, come si fa in tutti i distretti carboniferi, ma la forza sviluppata della sua combustione anche può essere impiegata nella produzione alimentare o permettere al lavoro di liberamente applicarsi a tale produzione.

Epperò, né nell’India nè nella Cina, la miseria e le fami possono «ssere attribuite all'eccessivo aumento della popolazione in rapporto ai mezzi di sussi-slenza. Non la densità della popolazione, bensì le cause, che impediscono alla organizzazione sociale di prendere il suo assetto naturale ed al lavoro di ricevere la sua retribuzione, sono quelle clic tengono e di tempo in tempo spingono milioni d’individui oltre a quel punto, oltre il quale è la morte per inanizione. Se il lavoratore indiano si reputa fortunato quando può guadagnarsi un pugno di riso, se il Cinese mangia topi e cagnolini, ciò non è dovuto all’eccessivo aumento della popolazione, più che non sia dovuto all’eccessivo aumento della popolazione se l’Indiano Digger vive di locuste o l'aborigene dell'Australia dei vermi che trova nel legno imputridito.

Ma mi si comprenda bene. Non voglio già dire soltanto che l’India e la Cina potrebbero, con una civiltà più sviluppata, mantenere una popolazione più numerosa; chè in ciò tutti i malthusiani sono d'accordo. La dottrina di Malthus non nega che il progresso nelle arti della produzione permetta ad 1111 maggior numero di persone di vivere. Bensì essa afferma, e qui sta la sua essenza, che, quale si sia la forza produttiva di un paese, la popolazione tende naturalmente ad oltrepassarla e, in questa sua tendenza, a produrre, secondo la espressione di Malthus, quel grado di vizio e di miseria, ch’è necessario per impedire un ulteriore aumento; di guisa chese le forze produttive aumentano, la popolazione aumenterà di una quantità corrispondente, e in capo a qualche tempo si produrranno gli stessi risultali di prima. Ciò che voglio dire è questo: non si può trovare in nessun paese un solo esempio che confermi questa teoria; in nessun paese, nello stato attuale delle nostre cognizioni a questo riguardo, la miseria può essere unicamente attribuita all’eccessivo aumento della popolazione in rapporto ai mezzi di sussistenza; dappertutto il vizio e la miseria possono essere attribuiti non all’eccesso della popolazione, ma alla guerra, alla tirannia, all’oppressione, che impediscono la utilizzazione dei progressi della scienza e tolgono la sicurezza essenziale alla produzione. La ragione, per cui l’aumento naturale della popolazione non produce la miseria, la vedremo fra poco. Qui vogliamo soltanto mostrare come finora non l’abbia in nessun paese prodotta. Ciò è evidente per l'India e la Cina ed anche è evidente per qualsiasi altro paese, purché si cerchino bene le cause dei risultati, che una considerazione superficiale delle cose attribuisce spesso all'eccesso della popolazione.

Di tutti i paesi d’Europa, l'Irlunda è quello a cui più generalmente si ricorre per trovarvi un esempio di eccesso di popolazione. La estrema povertà dei contadini e la bassa ragione delle mercedi che in quel paese prevalgono fanno sì che la fame irlandese, la emigrazione irlandese sono continuamente tirale in campo come una dimostrazione della teoria di Maltiius, svolgetesi sotto gli occhi del mondo incivilito. Non so se si possa citare un esempio più saliente per mostrare quanto una teoria preconcetta valga ad acciceare gli uomini anche in cose di puro fatto. Il vero è, e ciò lo si vede, che l'Irlanda non ebbe mai ancora una popolazione, che le forze naturali del paese, nello stato attuale delle arti produttive, non potessero comodamente mantenere. Nel periodo, durante il quale la sua popolazione fu maggiore (18 IO-15), l’Irlanda aveva poco più di 8 milioni di abitanti. Ma una gran parte di questi cercavano unicamente di trarre innanzi la vita, riparandosi in misere capanne, coperti di miseri cenci, e non mangiandoche patate. Quando la malattia delle patate sopravvenne, gli Irlandesi morirono a migliaia. Ma era forse la incapacità del suolo a nutrire una cosi grande popolazione quella che costringeva tanti a vivere cosi miseramente e li esponeva a morire di fame al primo raccolto delle patate che fosse andato fallito? No: era quella stessa rapacità efferata che spogliava il ryol indiano dei fruiti della terra e lo condannava a morir di fame dove la natura era pur generosa dei suoi doni. Bande di collettori d’imposta non percorrevano il paese saccheggiando e torturando gli abitanti; ma il lavoratore era egualmente spogliato da un'orda non meno spietata di proprietari, fra cui la terra era stata divisa in assoluta proprietà, senza riguardo alcuno ai diritti di coloro, che vi vivevano sopra.

Consideriamo le condizioni di produzione, nelle quali questi otto milioni di individui riuscivano a vivere prima della malattia delle patate. Erano condizioni, alle quali si possono non meno appropriatamente applicare le parole usate dal Te.n.nant per l’India: « il grande stimolo al lavoro, la sicurezza, mancava ». La terra era in massima parte coltivata da < tenitori » (tenants) o fittavoli congedagli t a volontà » (« tenants at will »), i quali, quand'anche i fitti esosi, « da tortura > (* rack-rents »j che erano costretti a pagare lo avesse loro consentito, non avrebbero osalo fare miglioraménti, in quanto questi non sarebbero stali altro che il segnale di un aumento del fitto. Il lavoro si faceva quindi nelle condizioni meno produttive e più rovinose; il coltivatore irlandese si lasciava andare ad un ozio senza scopo, mentre, pur che un po’ di sicurezza avesse proietto i risultati del suo lavoro, avrebbe lavoralo senza posa. E tuttavia gli è un fatto che, pure in queste condizioni, l'Irlanda faceva più di quanto sarebbe occorso per mantenere i suoi otto milioni di abitanti; imperocché, pur quando la sua popolazione era massima, l'Irlnuda era un paese esportatore di derrate alimentari. Pur durante la fame carri di grano, di carne, di burro, ili formaggi, ecc., andavano all’estero per quelle stesse strade, lunghesso le quali si assiepavano turbe di famelici e si gettavano in profonde fosse i morti ili inanizione. E in ricambio di queste derrate che andavano fuori, nulla o quasi nulla entrava in Irlanda. Pel popolo, le derrate cosi esportate avrebbero egualmente potuto essere bruciate, o gettate in mare, o non prodotte affatto : esse se ne andavano fuor< di paese non come oggetti di scambio, ma come un tributo, per pagare le rendite ai proprietari, ai landlo'ds assenti; erano una imposta spremuta ai produttori da gente che non concorreva per nulla alla produzione.

Se queste derrate fossero state lasciate a coloro che le avevano prodotte; se i coltivatori del suolo avessero potuto conservare e impiegare il capitale prodotto dal loro lavoro; se la sicurezza avesse stimolato l’industria e permesso di adottare melodi economici, i mezzi di sussistenza sarebbero stati sufficienti a mantenere la massima popolazione che i’Irlamla abbia mai avuto, e la malattia delle patate, come era venula, cosi avrebbe potuto andarsene senza aver limitato di un solo pasto il mantenimento di un solo irlandese. Invero, non fu la imprevidenza, comedicono freddamentegli economisti inglesi, quella che ridusse i contadini irlandesi a fare della patata la base della loro alimentazione. Gli emigranti irlandesi, quando riescono a poter avere di meglio, non vivono di palale e certo negli Stati Uniti la previdenza dell’Irlandese nel cercar di mettere in disparte qualche cosa pei tempi difficili, è notevole. Gli Irlandesi vivono di patate perchè i fitti esosi portano loro via tutto il resto. Il vero si è che la povertà e la miseria dcll'Irlanda non poterono mai legillimamenie attribuirsi all’eccesso di popolazione.

Mac Culloch, scrivendo nel 1838, diceva nella nota IV alla Ricchezza delle Nazioni : « La enorme densità della popolazione dell’Irlanda è la causa immediata della povertà abbietta e della disgraziata condizione della gran massa della popolazione. Non si esagera affermando che in Irlanda vi ha oggi un numero di persone più che doppio di quello che l'Irlanda possa, coi suoi mezzi attuali di produzione, occupare o mantenere in uno sialo di media agiatezza ».

Siccome nel 18il la popolazione dell’Irlandà era estimala a 8175 milioni di abitanti, si può ritenere che nel 1838 fosse di circa 8 milioni. Dunque, cambiando la proposizione negativa di Mac Culloch in affermativa, l’Irlanda nel 1838 avrebbe potuto, secondo la teoria dell’eccesso di popolazione, impiegare e mantenere in uno stalo di media agiatezza un po’meno di 4 milioni di abitanti. Ebbene, al principio del secolo scorso, quando il decano Swift scriveva il suo Modest Proposal, la popolazione dell’Irlanda era di circa 2 milioni. Or, siccome nell'intervallo da quell’epoca al 1838 le arti della produzione non hanno fatto ncll’Jrlanda progressi apprezzabili, se l’abbietta povertà e la disgraziata condizione degli Irlandesi nel 1838 si fosse dovuta attribuire all’eccesso di popolazione, nel 1727 i due milioni di abitanti avrebbero dovuto, secondo la teoria di Mac Cullocii, esser tutti occupati e vivere tutti in uno stalo di più die media agiatezza. Invece, l’abbietta povertà e la disgraziata condizione della popolazione irlandese anche nel 1727 era tale, che con terribile ironia Swift proponeva di ridurre l’eccesso di popolazione collo sviluppare il gusto pei bambini arrosto e condurre ogni anno al macello, per servire di ghiotto cibo ai ricchi, 100 mila Irlandesi.

A chi, come ho dovuto far io nello scrivere questo capitolo, abbia percorso tutto ciò che fu scritto sulla miseria irlandese, riesce difficile parlare in termini convenienti di quel comodo sistema di attribuire la miseria e le sofferenze di quella nazione all’eccesso di popolazione, che si trova in opere di uomini pur di mente cosi elevala come Mill e Buckle. Io non conosco nulla che più faccia ribollire il sangue che quei freddi resoconti della schiacciante tirannia a cui fu soggetto il popolo irlandese e a cui, non a nessuna pretesa inettitudine del paese a mantenere la sua popolazione, bisogna attribuire il pauperismo e le fami dìli’ Irlanda. E se non Tosse che la storia del mondo ci mostra quanta sia stala dappertutto l’azione snervante della miseria abbietta, sarebbe difficile resistere ad un certo senso come di disprezzo per una popolazione che, oppressa in siffatto modo, non ha che ucciso, qua c là, un qualche proprietario.

Se l’eccesso di popolazione abbia mai causato il pauperismo e la fame, è una questione che si può porre; ma il pauperismo e le fami dell’Irlanda non pos-sono<csserc attribuiti a questa causa, più di quanto si possa attribuire la tratta dei negri alla eccessiva popolazione dell’Africa o la distruzione di Gerusalemme al non avervi potulo i mezzi di sussistenza seguire l’aumento della popolazione. Se anche l’Irlanda fosse stata un giardino di banani e di alberi del pane e le sue coste ricche dei depositi di guano dei Chinchas e il sole delle più basse latitudini avesse riscaldato e fecondato il suo umido suolo, le condizioni sociali, che prevalsero in quell’isola, avrebbero egualmente prodotto la povertà e la fame. E come non avrebbero il pauperismo c le fami dovuto regnare in un paese dove filli esosi toglievano al coltivatore tutto il prodotto del suo lavoro, tranne giusto ciò che gli era necessario per non morir di fame pur nelle annate buone? dove la tenuta risolvibile a volontà del proprietario («tenure al ivill») impediva i miglioramenti e toglieva ogni incentivo all’adozione di qualsiasi forma di coltura che non fosse la più rapace e primitiva? dove il fittavolo, pur quando gli fosse riuscito, non avrebbe osato accumulare alcun capitale, per tema che il proprietario non glie lo reclamasse nel fitto? dove il coltivatore era di fatto uno schiavo abbietto, che al cenno di un uomo come lui poteva esser cacciato dalla sua miserabile capanna di fango e diventare un essere ramingo, un mendico affamalo, al quale era perfin proibito di portar la mano ai frutti naturali della terra c cogliere una lepre per soddisfare la sua fame? Per quanto rada vi sia la popolazione, per quante possano essere le sue risorse naturali, non dovranno il pauperismo e la fame necessariamente regnare in nn paese, dove i produttori della ricchezza sono costretti a lavorare in condizioni che tolgono loro ogni speranza, ogni rispetto di sé, ogni energia, ogni profitto? dove i proprietari assenti sottraggono, senza nulla dare in ricambio, un quarto almeno del prodotto netto del suolo e, oltre ad essi, una industria stremata deve mantenere i loro cavalli, i loro cani, i loro agenti, i loro domestici, i loro fattori, mantenere una Chiesa straniera ed officiale per insultare ai sentimenti religiosi, mantenere un esercito di agenti di polizia o di soldati per soffocare qualsiasi opposizione ad un sistema iniquo? Non è una empietà di gran lunga peggiore dell’ateismo rigettare sulle leggi della natura la miseria prodotta da tali cause?

Ciò clic è vero dei tre casi che abbiamo ora esaminato, si troverà, ad esame fatto, vero di lutti gli altri casi. Nello stato attuale della nostra conoscenza dei fatti, noi possiamo con piena sicurezza negare che l’eccesso di popolazione rispetto ai mezzi di sussistenza sia mai stato tale da produrre il vizio e la miseria, che l'aumento del numero degli individui abbia mai fatto diminuire la produzione relativa di tali mezzi. Le fami dell’India, della Cina, dcH'Irlauda non possono essere attribuite all’eccesso di popolazione, più che noi possano essere le fami del Brasile, dove pure la popolazione è rada. Il vizio e la miseria clic derivano dal bisogno non possono essere attribuite all'avarizia della natura più clic noi possano essere i sci milioni di uomini uccisi da Genghis Khan, la piramide di cranii di Tamerlano o lo sterminio degli antichi Brettoni o degli aborigeni delle Indie occidentali.

CAPITOLO III.

DISCUSSIONE DELLE ANALOGIE.

Se dall’esame dei falli, che si adducono in appoggio della teoria di Maltiius, noi passiamo a quello delle analogie, su cui del pari la si vuol fondare, noi vedremo come queste non siano più conchiudenti di quelli.

La forza del potere riproduttivo degli esseri appartenenti al regno animale e al regno vegetale — esempi: una coppia di salmoni potrebbero, se difesi per alcuni anni contro i loro nemici naturali, popolare tutti i mari; una coppia di conigli, nelle slesse condizioni, cuoprircbhc tutto un continente; molle piante producono centinaia di semi; certi insetti depongono migliaia d'uova, di guisa che in ciascuno di questi regni le specie tendono ad addensarsi e, quando non fossero limitale dal numero dei loro nemici, si addenserebbero difatti contro le barriere dei mezzi di sussistenza — la forza del polere riproduttivo degli animali c dei vegetali, diciamo, è costantemente citata, da Maltiius giù fino ai Manuali dei nostri giorni, per provare che anche la popolazione tende ad addensarsi contro la barriera dei mezzi di sussistenza e, quando non fosse rattenuta da altri mezzi, il suo aumento naturale deve necessariamente tradursi in tale abbassamento delle mercedi, in tale miseria o (se ciò non basta c l’aumento continua) in tale inanizione da tenere e ridurre la popolazione entro il limite segnato dai mezzi di sussistenza.

Ma questa analogia è essa valida? Gli è dal regno animale e dal regno vegetale che l’uomo trae il suo nutrimento; quindi, se il potere riproduttivo è maggiore nej regno animale e nel vegetale che nell’uomo, ciò prova unicamente che i mezzi di sussistenza hanno la potenza di crescere più che non cresca la popolazione. Il fatto che tutte le cose che forniscono all'uomo il suo nutrimento hanno la facoltà di moltiplicarsi per centinaia, per miliaia, talvolta per milioni o bilioni, mentre l'uomo non fa clic raddoppiare il suo numero, non prova forse che, se anche gli esseri umani fossero lasciati moltiplicarsi secondo tutta la misura del loro potere riproduttivo, mai l'aumento della popolazione potrebbe giungere ad eccedere i mezzi di sussistenza? Ciò gli è chiaro quando si ponga mente che sebbene nel regno animale e vegetale ogni specie, in virtù della sua forza riproduttiva, tenda a premere necessariamente e naturalmente contro le condizioni che limitano il suo aumento ulteriore, tuttavia queste condizioni non sono in nessun luogo fisse e immutabili. Nessuna specie giunge a toccare gli estremi limiti del suolo, dell'acqua, dell’aria, del calore solare; ma il limile attuale di ciascuna è nella esistenza di altre speci, sue rivali, sue nemiche o suo pasto. Dunque, le condizioni, che limitano la esistenza delle speci, dalle quali l'uomo trae il suo alimento, possono dall’uomo essere estese (ed in alcuni casi basta la sua comparsa ad estenderle) e cosi le forze riproduttive delle speci, che gli forniscono il nutrimento, invece di consumarsi lottando contro i limili primitivi, li oltrepassano in suo servizio e con una rapidità di incremento, a cui il suo potere riproduttivo non può tenere il passo. Se l'uomo uccide gli avoltoi, aumenteranno gli uccelli buoni a mangiarsi; se distrugge volpi si moltipliche-ranno i conigli selvatici, e della materia organica, onde la presenza deM’uomo inquina i corsi d’acqua, si nulrono i pesci.

Anche a voler escludere qualsiasi considerazione di cause finali, anche se non sia permesso supporre che la grande e costante forza riproduttiva degli animali e dei vegetali sia stata appunto preordinata perchè essi potessero servire ai bisogni dell'uomo, c clic quindi l’addensarsi delle forme inferiori della vita contro i limili della sussistenza non tenda punto a provare che lo stesso debba essere dell’uomo, « il culmine e la corona di tutti gli esseri », havvi pur sempre fra l’uomo e tutte le altre forme della vila una differenza che distrugge ogni analogia. Di tutti gli esseri viventi, l’uomo è il solo che possa far giocare forze riproduttive più potenti della sua, e che gli forniscono il nutrimento. Se invece di uomini, fossero dall’Europa sbarcali noll’Ameriea del Nord degli orsi, non vi sarebbero là oggi più orsi che ai (empi di Colombo, e forse ve ne sarebbe di meno, in quanto nè i mezzi di alimentazione degli orsi sarebbero aumentati, nè le condizioni necessarie per la loro vila si sarebbero estese per effetto di questa immigrazione d’orsi, anzi, sarebbe avvenuto l’opposto. Ma solo negli Stati Uniti vi sono oggi quarantacinque milioni di abitanti, mentre allora non ve ne erano che poche centinaia di migliaia; c tuttavia, pei quarantacinque milioni d’oggi vi sono per capo più mezzi di sussistenza clic non ve ne fossero per quelle poche centinaia di migliaia d’aìlora. Non è l’aumento di mezzi di sussistenza clic abbia causato questo aumento di popolazione, bensì è l’aumento di popolazione che ha determinato l’aumento dei mezzi di sussistenza. Vi sono oggi più mezzi di sussistenza semplicemente perchè vi è una popolazione maggiore.

Qui è la differenza fra l’animale c l’uomo. Tanto l’avoltoio quanto l’uomo mangiano galline; ma mentre più avoltoi vi sono e meno vi sono galline, invece, più v’ha d'uomini c più vi ha di galline ; — tanto il vitello marino quanto l’uomo mangiano salmoni; ma mentre quando un vitello marino prende un salmone ciò vuol dire un salmone di meno, se il numero dei vitelli marini venga ad oltrepassare un certo punto, invece l’uomo, co! mettere il fregolo del salmone in condizioni adatte, può faraumeutare il numero dei salmoni in modo da compensare, e sovrabbondantemente, le prese che ei fa; e cosi, per quanto il numero degli uomini aumenti, non è detto che per questo aumento debba necessariamente venire un punto in cui i salmoni siano scarsi al bisogno.

Insamma, mentre in tutto il regno animale e vegetale il limite della sussistenza èindipendcnle dalla cosa che sussiste, invece pcrl’uomo il limite della sussistenza è, entro i limiti della terra, dell’aria, dell’acqua, del calore solare, dipendente dall'uomo stesso. E, si noti, questo non è vero soltanto del complesso, ma anche di tutte le parti. Come noi non possiamo abbassare il livello della più piccola baia, del più piccolo porto, senza abbassare il livello non solo del mare con cui questi comunicano, ma di tutti i mari e di tutti gli oceani del mondo, cosi il limite della sussistenza in una regione non è il limite fìsico della regione stessa, ma il limite fisico del globo. Nello stato attuale delle industrie produttive, cinquanta miglia quadrale di terreno non forniscono i mezzi di sussistenza clic per poche migliaia d'individui; c tuttavia sulle cinquanta miglia quadrate che cuopre In ritta ili Londra, circa tre milioni c mezzo di individui riescono a vivere, e i mezzi di sussistenza aumentano a misura die aumenta la popolazione. Per quanto dipende dal limite dei mezzi di sussistenza, la popolazione di Londra potrebbe benissimo crescere a cento, a cinquecento, a mille milioni, in quanto essa trae la sua sussistenza dal mondo intero, ed il limile, clic i mezzi di sussistenza oppongono al suo aumento, non è altro che il limile clic incontra il globo intiero a fornire alimenti.

Ma qui c’imbattiamo in un’altra idea, da cui la teoria di Malthus trac un grande appoggio, quella cioè della progressiva diminuzione della forza produttiva della terra. Come prova concliiudcntc di questa legge della progressiva diminuzione della produttività della terra, i detto nei trattali correnti di Economia politica che se non fosse vero che, al di là di un certo punto, la terra dà un maggior prodotto via via minore ad ogni nuova applicazione ad essa di una data somma di lavoro e ili capitale, 1’aumcnlo della popolazione non determinerebbe alcun eslendimcnlo nella coltivazione, bensì i necessari supplementi di mezzi di sussistenza potrebbero essere csarcbbcroollemitiseiizadovcrmcltcrc a coltura nuove terre. Ammesso ciò, sembra si debba necessariamente ammettere anche la dottrina, secondo cui, a misura clic cresce la popolazione, anche cresce per essa la difficoltà di procurarsi i necessari nvezzi di sussistenza.

Se non che a me sembra clic questa necessità non sia clic apparente. Se si analizza la proposizione si vedrà come essa appartenga alla classe di quelle proposizioni la cui validità dipende da una qualificazione implicita o supposta; verità relative, clic, prese iu senso assoluto, cessano di esser tali. Invero, clic l’uomo non possa esaurire o diminuire le forze della natura, è una conseguenza della indistruttibilità della materia c della resistenza delle forze. Produzione c consumo non sono clic termini relativi. Assolutamente parlando, l’uomo nulla produce, nulla consuma. La razza umana intiera, lavorasse pure per tutta la eternità, non può rendere questa sfera roteante di un atomo più grave o di un atomo più leggiera, non può aumentare nè diminuire di un iota la somma delle forze, il cui circolo eterno produce ogni movimento c mantiene ogni vita. Come l’acqua che togliamo al mare deve ritornare al mare, cosi la sostanza clic deriviamo dai serbatoi della natura è, dal momento in cui la deriviamo, sulla via per ritornare alla natura. Ciò clic noi sottraiamo a una estensione limitata di terreno può tcmporariamenlc ridurre la produttività di questo terreno in quanto la restituzione ne può essere fatta a un altre terreno o divisa fra questo ed altri terreni od anche, per avventura, fra tulli i paesi ; ma questa possibilità diminuisce quanto maggiore è l'arca clic si considera c cessa quando si considera il globo intiero. Che la terra possa nutrire mille bilioni di individui conte ne nutrisce mille milioni, è una deduzione necessaria di questa verità evidente, che cioè, almeno perciò clic concerne il nostro campo d’azione, la materia è eterna, e la forza deve agire eternamente. La vita non consuma le forze che mantengono la vita. Noi entriamo ncH’univcrso materiale senza nulla portare Con noi, ne usciamo senza nulla esportarne. L’essere umano, considerato fisicamente, non è che una forma passcggicra della materia, un modo mutevole di movimento. La maleria rimane e la forza persiste. Nulla è diminuito, nulla indebolito. E da ciò consegue clic il limite della popolazione del globo può esser solo il limile dello spazio.

Ora, questa limitazione dello spazio, questo pericolo che la razza umana aumenti al punto clic gli individui non possano più muoversi, è cosi remolo, da non aver per noi più interesse pratico clic 11011 abbia il peritolo del ritorno dell'epoca glaciale0 della estinzione finale del sole. Tuttavia, vaga e remota qual’è, gli è questa possibilità quella che alla dottrina di Mai.thus il suo carattere di evidenza. Ma se noi le leniamo dietro, anche quesl’omhra sparirà, in quanto anch’cssa nasce da una falsa analogia. Che la vita animale e vegetale tenda ad urlare contro i limili dello spazio, ciò non prova punto clic la vita dell'uomo abbia la stessa tendenza.

Poniamo pure che l’uomo non sia se non 1111 animale più altamente sviluppalo; che la scimmia caudata sia un suo remolo progenitore, il quale abbia gradualmente sviluppalo le sue tendenze acrobatiche, e che la balena gibbosa sia un progenitore ancor più remolo, che nelle prime epoche prese per suo regno il mare; poniamo pure che, risalendo al di là (H questi animali, l’uomo sia affine ai vegetali c ancora soggetto alle stesse leggi cui sono soggette le piante, i pesci, gli uccelli c i quadrupedi. Vi sarà sempre fra l’uomo e gli altri animali questa differenza: clic l’uomo è il solo animale i cui desideri aumentano quando sono appagali; il solo animale che non sia mai soddisfatto. I bisogni degli altri esseri viventi sono uniformi e fissi. Il Ime dei nostri giorni non aspira a cose maggiori di quelle cui aspirasse il primo bue che l’uomo ha aggiogato. Il gabbiano che si posa sui rapidi steamers del Canale inglese, non sente bisogno di un cibo c di un nido migliori di quelli, di cui sentiva il Insogno il gabbiano clic roteava attorno alle galere di Cesare che prime toccarono le sponde britanniche. Di tutto ciò che la natura offre agli esseri viventi, per quanto abbondante sia, tutti, tranne l'uomo, non possono prendere c non prendono se 11011 quanto basta ai loro bisogni definiti e fissi 11 solo modo die essi hanno di consumare quantità addizionali di mezzi di sussistenza, è quello di moltiplicarsi.

Non cosi dell'uomo Come appena i suoi bisogni animali sono soddisfatti, nascono in lui altri bisogni, l’ritna ha bisogu 1 di alimento, come le bestie; poi di 1111 riparo, come le bestie; soddisfatti questi bisogni, gli i-tinli di riproduzione affermano anche in lui, tome nelle bestie, il loro impero. Ma qui l'uomo c la bestia si separano. La bestia non va mai al di là; l'uomo non ha l'alto con ciò che mettere il piede sul primo gradino di una progressione infinita, nella quale la bestia non entra mai e clic e al disopra e al di fuori della bestia.

Dopo aver trovala la quantità, l’uomo cerca la qualità. I desideri, i bisogni, ch’egli ha comuni colla bestia, ei li estende, li aliina, li eleva. Nel cibo ci non cerca più l'ncquclainciilo della fame, ina il soddisfacimento del gusto; negli indumenti ei non cerca più soltanto un riparo, ma un adornamento; la rozza capanna diventa una casa; il cieco istinto sessuale comincia a cambiarsi in influenze sottili, c la bassa c rude vita animale a fiorire e a fruttificare in forme di una bellezza delicata. A misura che la potenza dell’uomo a soddisfare i suoi bisogni alimenta, nuche si elevano le sue aspirazioni. Rimanendoci alle forme inferiori di bisogni, noi vediamo Lucullo pranzare con Lucullo; dodici verri girare allo spiedo perchè Antonio possa prendere da ciascuno il suo boccone preferito; tutti i regni della natura messi a contributo per accrescer grazia alle grazie di Cleopatra, e sorgere colonnati di marmo, e giardini pensili, e piramidi simili a colline. Passando a forme più elevate, desideri che nelle piante sono assopiti e negli animali sono vaghi ed incerti, nell’uomo si destano. Gli occhi dell’intelli-genza si aprono e l’uomo sente la brama del sapere. Ei sfida gli ardori del deserto e il soffio gelato dei mari polari, ma non già per cercarvi pane; veglia le notti per seguire i giri eterni delle stelle e scuoprire le fonti della vita. Egli aggiunge fatica a fatica per soddisfare una fame clic nessun altro animale prova, per estinguere una sete da cui nessun altro animale è tormentalo.

Al di fuori c al di sopra della natura, in sè e al di sopra di sè, spingendo l’occhio indietro attraverso le nebbie che avviluppano il passato e avanti, attraverso le ombre die cuoprono l’avvenire, l’uomo è senza posa tormentato da altri desideri, mentre i bisogni dei bruti si acquetano nel soddisfacimento. Dietro alle cose ei cerca la legge che le governa ; ei vorrebbe sapere come fu formato il mondo, come sospese le stelle e scuoprire le fonti della vita. Allora, quando l’uomo ha sviluppato la nobiltà della sua natura, nasce in lui un desiderio più alto ancora, la passione delle passioni, la speranza delle speranze: il desiderio di potere, lui, uomo, concorrere in qualche modo a rendere migliore e più bella la vita col distrarre la miseria, il male, le onte, i dolori. Ei doma e si fa schiavo l'animale, volge le spalle al festino e rinuncia al potere, lascia ad altri la cura di accumulare ricchezze, di soddisfare gusti delicati, di scaldarsi al sole di questo giorno cosi breve. Ei lavora per quelli che non ha mai visto e non potrà veder mai, per acquistar gloria, od anche solo perchè gli si renda giustizia; gloria e giustizia clic non gli verranno se ncn assai dopo che le zolle della sua fossa saranno cadute sul coperchio del suo feretro. Ei lavora nella solitudine, dove è freddo, dove poco è il plauso degli uomini e pungenti le pietre c intricati i rovi. In mezzo agli scherni dei contemporanei ed ai sogghigni che feriscono come colpi di coltello, ei lavora per l’avvenire; egli apre il sentiero che l’umanità, nel suo progresso, allargherà a via maestra. A sempre più eccelse e larghe sfere sale il desiderio, ed una stella, sòrta all’Oriente, lo guida. I polsi dell’uomo battono col cuore di Dio; ei vorrebbe aiutare a governare i mondi.

Non c questo troppo profondo abisso, perchè l’analogia possa colmarlo? Date maggior alimento, assicurate in modo più pieno le condizioni della vita, i vegetali e gli animali non faranno che moltiplicare, l’uomo si svilupperà. In quelli la forza espansiva non può che dare l’esistenza ad un maggior numero di individui; in questo tende ineluttabilmente a sviluppare la vita in forme più nobili e con facoltà più elevate. L’uomo è un animale, più qualche cosa d’altro. È il mistico albero terrestre, le cui radici si sprofondano nel suolo, ma i cui rami più eccelsi possono fiorire nei cieli.

Comunque lo si rigiri, il ragionamento su cui poggia la teoria della tendenza naturale della popolazione ad ollrepas-are il limile dei mezzi di sussistenza apparisce fondato non su altro che su una supposizione gratuita. I fatti non vi corrispondono, l’analogia non lo suffraga. E una pura chi mera dell immaginazione, della natura di quelle die hanno per tanto tempo impedito all’uomo di riconoscere la rotondità e la rotazione della terra. È una teoria simile a quella che ai nostrianti-podi tutto ciò che non è fìssalo alla terra debba cadere; che la palla lasciata piombare dal sommo dell’alhero di una nave debba cadere all'indietro dell'albero; che un pesce posto vivo in una barca piena d’acqua non possa spostar acqua. Essa non è più fondala, per non dire meno grottesca, del ragionamento che noi possiamo immaiginarci avrebbe potuto fare Adamo se, avendo lo spirito calcolatore, avesse polutu calcolare la futura crescenza del suo primo figlio sulla base della crescenza dei primi mesi. Da ciò che alla nascila esso pesava dieci libbre, ed otto mesi dopo venti, Adamo, culle cognizioni aritmetiche che alcuni dotti gli attribuirono, avrebbe potuto cifrare un risultato non meno sbalorditolo di quello a cui arriva Malthus, clic cioè a dieci anni suo figlio avrebbe dovuto pesare come un bue, a dodici come un elefante, e a Irenl’nnui avrebbe dovuto pesare, prcss'a poco, 175,716,330,548 milioni di tonnellate.

Il fallo si è clic noi non abbiamo più ragione di preoccuparci deU’cccessivo aumento della popolazione che non ne avesse Adamo di preoccuparsi della rapida crescenza del suo primo figlio. Se vi ha deduzione realmente rispondente ai fatti e suffragata dalla analogia, questa si è che la legge della popolazióne include adattazioni non meno belle di quelle che la scienza ha scoperto nelle leggi naturali e elicami non abbiamo maggior ragione di supporreche l’istinto della riproduzione, nello sviluppo naturale della società, tenda a produrre la miseria e il vizio, che di supporre che la forza di gravitazione debba far precipitare la luna sulla terra c la terra sul sole o che per ciò che l’acqua, quando la sua temperatura scende al disotto di 0", si condensa, i fiumi e i laghi debbano indurirsi fino al fondo al menomo gelo e clic quindi le regioni temperate della terra debbano diventare, anche negli inverni miti, inabitabili. Che, oltre al freno positivo e al freno prudenziale di Malthus, vi sia un terzo freno, che sempre più agisce a misura che si eleva la stregua della agiatezza e lo sviluppo della intelligenza, gli è ciò che molti falli notorii provano. La proporzione delle nascile è notoriamente più alla negli stanziamenti nuovi, deve la lotta colla natura lascia poco agio per la vita intellettuale e nelle classi povere dei paesi vecchi, le quali, in mezzo alla ricchezza, sono private di lutti i vantaggi che questa procura e ridotte ad una vita animalesca che non nelle classi, a cui l’aumento della ricchezza ha procuralo la indipendenza, gli agi ed uua vita più compiuta e più varia. Questo fatto, consegnato da tempo nel molto « felicità al ricco e prole al povero », fu segnalato da Smith, il quale dice come non sia raro vedere neH’Highland povere donne, mezze morte di fame, esser state madri di ventitré o ventiquattro figli — c del resto è dappertutto così visibile che basta ricordarlo.

Se la vera legge della popolazione si trova cosi, come parmi debba esserlo, indicata, la tendenza all’aumento, invece di essere sempre uniforme, è forte là dove un aumento di popolazione darebbe un aumento di benessere e là dove la perpetuità della razza è minacciala da una mortalità prodotta da condizioni avverse e si indebolisce a misura che un più alto sv'1 41    ’’    iduodiventa


possibile e clic la perpetuità della razza è assicurata. In altre parole, la legge della popolazione armonizza colla legge dello sviluppo intellettuale, cd è a questa legge subordinata e il pericolo che gli esseri umani possano venire a trovarsi in un mondo, che non possa nutrirli, deriva non dagli ordini delia natura, bensì dai cattivi ordini sociali, che in mezzo alla ricchezza condannano gli uomini alla miseria. La verità di questa proposizione sarà, io spero, dimostrata in modo decisivo quando, dopo esserci sbarazzato dinnanzi il terreno, noi ci faremo a ricercare le vere leggi dello sviluppo sociale. Anticipare qui su tali leggi sarebbe rompere l’ordine naturale del ragionamento. Se sarò riuscito a far ammettere una proposizione negativa, mostrando come la teoria di Malthus non sia provata dal ragionamento, su cui la si fonda, per ora ciò mi basta. Mi propongo di provare, nel Capitolo seguente, l’affermativa c di mostrare che la teoria ha contro di sò i fatti.

CAPITOLO IV.

CONFUTAZIONE DELLA TEORIA DI MALTHUS.

La teoria che l'aumento della popolazione tenda a far ribassare le mercedi ed a produrre la povertà è cosi profondamente radicata ccosi intimamente intessuta con tutte le altre teorie della Economia politica corrente, essa si accorda cosi bene con certe idee del popolo c può presentarsi sotto forme cosi diverse, che ho creduto necessario sottoporla a serio esame e mostrare un po’ dettagliatamente la insufficienza degli argomenti con cui la si sostiene, prima di farle subire la prova dei fatti; imperocché, il generale consentimento in tale teoria aggiunge un esempio dei più salienti ai molti, che presenta la storia del pensiero, di quanto facilmente si ignorino i falli quando si è acciccali da una teoria preconcetta.

Gli è facile far subire alla teoria la prova suprema dei fatti. È evidente che domandarsi se l’aumenlodella popolazione tenda necessariamente a far ribassare le mercedi ed a produrre la povertà, gli è puramente e semplicemente domandarsi se tale aumento tenda a ridurre la quantità di ricchezza, che può esser prodotta da una data somma di lavoro.

Ciò la teoria corrente sostiene. La teoria accettata si è clic più si domanda alla natura, meno la natura è generosa; di guisa che il raddoppiare la somma di lavoro applicala alla natura non 6 far raddoppiare il prodotto; epperò, l’aumento della popolazione deve tendere a far ribassare le mercedi e ad accrescere la povertà o, secondo la frase di Malthus, deve produrre il vizio e la miseria.

Ecco ciò che J. St. Mill dice a questo riguardo :

« In uno stadio qualunque di civiltà, un numero maggiore di individui non può essere, collettivamente, cosi bene provveduto come un numero minore. L’avarizia della natura, non la ingiustizia della società, è la causa dei mali di una popolazione esuberante. Una ingiusta distribuzione della ricchezza nuu aggrava il male, ma tull’al più fa si che lo si senta un po’ prima. Ed è inutile dire clic ogni bocca di più che, per l’aumento della popolazione, viene al mondo, vi viene con due braccia per mantenerla. Le nuove bocche domandano tanto cibo quanto le altre c le braccia non producono altrettanto come prima. Se tulli gli strumenti di produzione fossero tenuti in proprietà comune da lutto il popolo e il prodotto diviso fra tutti con eguaglianza perfetta e se in una società cosi costituita l’industria fosse cosi sviluppata e il prodotto cosi largo com’é attualmente, vi sarebbe abbastanza da far vivere la popolazione attuale nell'agiatezza; ma quando questa popolazione si fosse raddoppiata, come, colie abitudini esistenti del popolo e sotto un tale incoraggiamento, indubbiamente si raddoppierebbc in poco più di vent’anni, quale sarebbe allora la sua condizione? A meno che le arti della produzione si fossero nello stesso tempo sviluppate in modo mai più visto, le terre di qualità inferiore a cui si dovrebbe ricorrere e la coltivazione più laboriosa e meno rimunerativa a cui dovrebbero sottoporsi le terre di qualità superiore per procurare mezzi di sussistenza alla popolazione così raddoppiata, renderebbero, per una necessità ineluttabile, ogni individuo della comunità più povero di prima. Se la popolazione continuasse ad aumentare nelle stesse proporzioni, non larderebbe a venire un punto in cui nessuno avrebbe più del mero necessario, poi, ben presto, un punto in cui perfin questo necessario mancherebbe e l’ulteriore aumento della popolazione sarebbe arresta to da Ila morte »(1).

Tutto ciò io nego. Affermo, anzi, che il contrario di tutte queste proposizioni è il vero: affermo che in qualsiasi stadio di civiltà un maggior numero di individui possono collettivamente essere meglio mantenuti che non un numero minore; affermo che è l'ingiustizia della società, non l'avarizia della natura la causa del bisogno e della miseria che la teoria corrente fa derivare dall’eccesso di popolazione ; affermo che men tre le nuove bocche che, per l’aumento della popolazione si aggiungono, non domandano più di alimento delle altre, le braccia che le accompagnano possono, nell’ordine naturaledelle cose, produrre di più; affermo che, a parità di tutte le altre circostanze, più grande è la popolazione e più grande sarebbe l’agiatezza, che una più equa distribuzione della ricchezza procurerebbe ai singoli individui; affermo che, in unostatodi eguaglianza, l’aumentonaturale della popolazione tenderebbe costantemente a rendere gli individui più ricchi e non più poveri.

Entro nettamente nella discussione e sottopongo la questione alla prova dei fatti.

Ma si noti bene — imperocché, a rischio di ripetermi, voglio mettere il lettore in guardia contro una confusione di idee, che si trova anche in scrittori di grande reputazione — si noti bene, dico, che la questione di fatto, in cui questa discussione si risolve, non è già a quale stadio della popolazione vi sia maggior somma di mezzi di sussistenza prodotti, bensì in quale stadio della popolazione vi sia maggior somma di forze produttive di ricchezza. Imperocché, il potere di produrre ricchezza in qualsiasi forma è il potere di produrre mezzi di sussistenza; e il consumo di ricchezza sotto qualsiasi forma o del potere produttivo di ricchezza equivale a consumo di mezzi di sussistenza. Io ho, per esempio, in tasca una somma di denaro; posso spenderla in alimenti, in sigari, in gioielli, in biglietti d’ingresso a un teatro; secondo come la spenderò, io verrò a determinare lavoro nella pro

fi) J. St. Mill, Principii di Economìa politica, libro I, cap. 13, § 2 (nella Biblioteca dell'Economista, serie I, voi. 12, pag. 327).

duzione di alimenti, di sigari, di gioielli, di rappresentazioni teatrali. Una guarnizione di diamanti ha un valore eguale a quello di tanti sacchi di farina, cioè, per produrre quei diamanti occorre in media tanta somma di lavoro quanta ne occorrerebbe per produrre quei tanti sacchi di farina. Se adunque cuopro mia moglie di diamanti, sarà questo uno spiegamento del potere produttivo di mezzi di sussistenza nè più nè meno che se avessi destinato una corrispondente quantità di mezzi di sussistenza, quei tanti sacchi di farina, a scopi di ostentazione. Se prendo un valletto, può darsi che tolga alla terra un aratore. Per allevare c mantenere un cavallo di razza occorre tanta somma di cure e di lavoro quanta basterebbe per allevare e mantenere parecchi cavalli di fatica.

La distruzione di ricchezza, in cui si risolve una grande illuminazione od una salva di colpi, equivale alla combustione di una corrispondente quantità di alimenti; il mantenimento di un reggimento di soldati, di una fregata e del suo equipaggio, è l’applicazione a usi improduttivi di una somma di lavoro, che avrebbe potuto produrre la sussistenza di parecchie migliaia di individui. Cosi, la potenzialità di un paese a produrre cose necessarie alla vita non deve essere misurata dai mezzi di sussistenza cfTetlivamcnle prodotti, bensì da) potere produttivo spiegalo nella produzione delle varie forme di ricchezza.

Ma i ragionamenti astratti sono perfettamente inutili dove la questione è di puro fatto. Il potere relativo di produrre ricchezza decresce a misura che cresce la popolazione?

I fatti sono cosi patenti che basta richiamare su di essi l’attenzione. Noi abbiamo nei tempi moderni veduto molte com unità dove la popolazione è aumentata. Or, non è egli un fatto che anche vi aumentò, ed ancor più rapidamente, la ricchezza? Noi vediamo ancor oggi comunità, dove la popolazione va ancora aumentando; non vi vediamo anche aumentare, e ancor più rapidamente, la ricchezza ? Vi può essere alcuno il quale metta in dubbio che mentre in Inghilterra la popolazione andò aumentando ogni anno del 2 0|0, la ricchezza non vi sia andata aumentando in una ragione più alta ? Non è egli vero che mentre la popolazione degli Stati Uniti si andò raddoppiando ogni ventidue anni, la loro ricchezza si andò raddoppiando in un periodo molto più breve? Non è egli vero che di più comunità poste in condizioni eguali, cioè, della stessa razza e giunte allo stesso grado di civiltà, quella, la cui popolazione è più densa, è anche la più ricca? Gli Stati popolosi dell’Est non sono forse, in proporzione della popolazione, più ricchi degli Stati meno popolosi dell’Ovesto del Sud ? L’Inghilterra, dove la popolazione è ancor più densa che negli Stali Uniti, non è forse, in proporzione, anche più ricca? Dove trovate voi maggior somma di ricchezza prodigata in usi improduttivi, edilìzi costosi, mobigli sontuosi, equipaggi di lusso, statue, pitture, giardini, yaclilt di piacere, ecc.? Non è forse dove la popolazione è più densa? Dove trovate voi in maggior proporzione quelli, che la produzione generale mantiene senza che vi sia da parte loro alcun lavoro produttivo, renditieri, uomini che vivono in un ozio elegante, ladri, agenti di polizia, domestici, uomini di legge, uomini di lettere, ecc. ? Non è forse dove la popolazione è più densa, non dove essa è rada? E d’onde affluiscono i grandi capitali in cerca di impieghi rimunerativi? Non forse dai paesi a popolazione densa per portarsi verso i paesi a popolazione rada? Tutto ciò prova in modo conchiudente che la ricchezza è maggiore dove più densa è la popolazione ; che la ricchezza prodotta da una data somma di lavoro aumenta a misura che aumenta la popolazione. La cosa ci si presenta evidente dovunque volgiamo lo sguardo. Dato lo stesso livello di civiltà, lo stesso grado di sviluppo delle arti produttive, del governo ecc. i paesi più popolosi anche sono sempre i più ricchi.

Prendiamo un caso particolare e un caso che, di quanti si possono citare, sembra a prima vista essere quello, che più suffraga la teoria che noi combattiamo, il caso cioè di una comunità, dove, mentre la popolazione è notevolmente aumentata le mercedi sono notevolmente diminuiteedove non è solo una induzione incerta ma un fatto patente chela liberalità della natura vi è andata diminuendo — l'esempio della California. Quando, alla notizia della scoperta dei depositi auriferi, il primo fiotto di emigranti irruppe in quer paese, essi trovarono una terra, dove la natura era nelle disposizioni più generose. Sulle sponde, nei letti dei (lumi, le brillanti particelle depositate dall'azione di migliaia d’anni, potevano esser raccolte coi mezzi più primitivi e in quantità tali che un’oncia d’oro al giorno poteva considerarsi come lina mercede ordinaria. Le pianure, coperte di grassi pascoli, erano corse da innumeri strupi di cavalli e di buoi, tanto che il viaggiatore poteva a volontà, quaudo il suo cavallo era stanco, lasciarlo e sellarne un nuovo od uccidere un vitello quando aveva bisogno di mangiare, lasciando al proprietario la sola parte che avesse valore, la pelle. Sulle ricche terre, che prime furono messe a coltura, bastava grattare la cortecciae seminarvi, per averne raccolti che nei paesi vecchi o non si sarebbero potuti avere affatto o solo a forza di ingrassi e di lavoro. AI principio della storia della California, in mezzo a questa profusione di ricchezza offerta dalla natura, le mercedi e l’interesse erano più alti che in nessun altro paese del mondo.

Questa profusione della natura vergine andò continuamente diminuendo per le sempre più forti sottrazioni rese necessarie dal continuo aumento della popolazione. Si dovettero coltivare depositi sempre meno ricchi, finché non se ne trovarono più clic valessero la pena di occuparsene, mentre la coltivazione delle miniere d’oro richiede capitali, molta abilità, macchine complicate ed importa grandi rischi. I cavalli cominciarono a costar denaro e i buoi delle pianure della Nevada furono, attraverso le montagne, portati via per ferrovia per essere uccisi negli ammazzatoi di San Francisco, mentre i coltivatori incominciavano a economizzar la paglia, a cercare ingrassi e si dovevano mettere a coltura terre che, se non irrigate, non davano, ogni quattro anni, che tre raccolti. Nel tempo stesso lemercediel’inleresseandavano continuamente ribassando, tanto che molti sono ora contenti di lavorare una settimana per meno di quanto una volta avrebbero domandato pel lavoro di un giorno, e per l’interesse di un anno si paga ora ciò che prima non sarebbe parso usura per l’interesse di un mese. Forsecchè la minor produttività della natura e la più bassa ragione delle mercedi e dell’interesse starebbero fra loro come causa ed effetto? Sarebbe egli vero che le mercedi sono più basse perchè il lavoro produce meno ricchezza ?

Tutto il contrario! Invece di essere minore nel 1879 che nel 1849, io sono convinto che In produttività del lavoro in California 6 ora maggiore. E nessuno, mi sembra, il quale consideri di quanto la efficacia del lavoro vi sia stata, negli ultimi anni, aumentata dalle strade, dalle gettate, dai canali, dalle ferrovie, dai piroscafi, dai telegrafi c da ogni maniera di applicazioni meccaniche, da più stretti rapporti cogli altri paesi, dalle economie innumere risultanti dall’aumento della popolazione, nessuno, dico, potrà dubitare clic in complesso la rimunerazione, che il lavoro riceve dalla natura, non sia oggi, in California, molto più grande che noi fosse ai tempi dei placers non ancora esauriti e delle vergini terre, la maggior potenza del fattore umano della produzione avendo più che compensato la minor potenza del fattore naturale. Clic questa conclusione sia la sola corretta è provato da molti fatti, i quali mostrano come il consumo di ricchezza sia oggi, in ragione del numero dei lavoratori, molto più grande che non fosse allora. Invece di essere composta quasi esclusivamente di uomini nel fiore degli anni, la popolazione contiene ora un gran numero di donne e di fanciulli e il numero dei non-produltori vi è cresciuto in una ragione maggiore di quella, secondo cui crebbe la popolazione; il lusso è aumentalo mollo più che non siano diminuite le mercedi — dove le abitazioni migliori erano una volta tende di tela e di carta, sono oggi palazzi, che non la cedono in magnificenza a quelli delle più grandi città di Europa; equipaggi blasonati percorrono le vie di San Francisco e yachs di piacere la sua baia; le classi, che possono vivere sontuosamente di reddito, sono andate continuamente aumentando; vi sono ora ricchi appetto ai quali i più ricchi di quei primi anni sarebbero parsi poco meno cbe poveri; — insomma, dappertutto si trovano leprove più chiare e più conchiudenti che la produzione e il consumo della ricchezza sono aumentate assai più che non sia aumentala la popolazione e che se una classe viene ora ad aver meno gli è solo per la maggior diseguaglianza nella distribuzione.

Ciò che è evidente in questo caso particolare lo è anche dappertutto ove si porti lo sguardo. I paesi più ricchi non sono quelli, dove la natura è più prodiga, bensì quelli, dove il lavoro è più produttivo — non il Messico, ma il Massachusetts, non il Brasile, ma l’Inghilterra. I paesi, dove la popolazione è più densa e requisisce di più le risorse della natura, sono, a parità di tutte le altre circostanze, quelli, dove una maggior parte del prodotto può essere destinata al lusso, al mantenimento dei non-produttori; quelli, dove il capitale abbonda e che, quando una necessità si presenta, come ad esempio in caso di guerra, possono sopportare le maggiori sottrazioni. Che la produzione della ricchezza debba, in proporzione del lavoro impiegato, essere maggiore in un paese a popolazione densa come l’Inghilterra, che nei paesi nuovi, dove le mercedi e il saggio dell’interesse sono più alti, è provato in modo evidente dal fatto che sebbene una minor quota della popolazione sia occupala ad un lavoro produttivo, molto maggiore è la eccedenza di prodotto che rimane disponibile per altri scopi che non il soddisfacimento dei bisogni fisici. In un paese nuovo, tutte le forze disponibili della comunità sono applicate alla produzione; non vi ha uomo che non attenda a un lavoro produttivo qualunque, non donna che non abbia il suo compito domestico. Non vi sono nè poveri nè mendicanti, non ricchi oziosi, non classe che lavori unicamente per soddisfare i gusti o i capricci del ricco, non classe puramente scientifica o letteraria, non classi di delinquenti, che vivano derubando la società, non classe numerosa mantenuta per difendere questa da quelli. E tuttavia, sebbene le forze della comunità siano per tal modo applicale tutte alla produzione, non vi ha nè vi può essere, in proporzione della popolazione, un consumo di ricchezza eguale a quello, che fanno i paesi vecchi; imperocché, sebbene la condizione della classe inferiore sia migliore e non vi sia alcuno, il quale non possa guadagnare di clic vivere, neppure vi ha alcuno che possa guadagnare molto di più, nessuno o quasi nessuno che possa vivere in una condizione, che si accosti a quella che in un paese vecchio si direbbe di lusso od anche solo agiata. Locchè torna allo stesso come dire che nei paesi vecchi il consumo della ricchezza è, in proporzione della popolazione, maggiore, sebbene la somma di lavoro applicala alla produzione della ricchezza vi sia relativamente minore, ossia, che un minor numero di lavoratori vi produce una ricchezza maggiore, la ricchezza dovendo esser prodotta prima di poter essere consumata.

Forse si dirà che la maggior ricchezza dei paesi vecchi è dovuta non alla maggior potenza produttiva, ma alle accumulazioni di ricchezza, che i paesi nuovi non hanno ancora avuto il tempo di fare.

Sarà bene arrestarci un momento a considerare questa idea dell’accumulazione della ricchezza. Il vero è che la ricchezza non può essere accumulata se non in assai piccola misura e che le comunità, come la grande maggioranza degli individui, vivono, come si dice, alla giornata. La ricchezza non consente grandi accumulazioni, tranne per avventura sotto alcune forme poco importanti e che essa non conserva. La materia dell’universo, che, quando il lavoro le ha dato una forma rispondente ad un bisogno, coslituisce la ricchezza, tende coslantementea ritornare al suo stato primitivo. Certe forme di ricchezza dureranno alcune ore, altre alcuni giorni, altre alcuni mesi, altre alcuni anni; ben poche sono quelle, che possano trasmettersi da una generazione ad un’altra. Prendiamo la ricchezza sotto qualcuna delle sue forme più utili e più durevoli, bastimenti, case, ferrovie, macchine. A meno che non vi si lavori continuamente attorno a ripararle, a rinnovarle, esse saranno quasi immediatamente fuori d’uso. Arrestate il lavoro in una comunità qualunque, e la ricchezza sparirà come cessa il getto di una fontana come appena si impedisca all’acqua di arrivarvi; fate che il lavoro ricominci, e la ricchezza riapparirà quasi immediatamente. Gli è ciò che si è sempre osservato dove una guerra od altra calamità abbia distrutto la ricchezza, lasciando intatta la popolazione. Non vi è oggi a Londra meno ricchezza a causa del grande incendio del 1666, nè meno ricchezza a Chicago a causa del grande incendio del 1870. Su quei terreni spazzati dal fuoco sorsero per mano dell’uomo edilìzi più ricchi con più vasti emporii di merci e lo straniero che. ignorando la storia di questa città, percorre ora quei suoi grandiosi corsi, non si sogna neppure che solo alcuni anni fa quej luoghi erano combusti e nudi. Lo slesso principio, che cioè la ricchezza è continua-mente rinnovellata, apparisce chiaro ir. ogni città nuova. Data la stessa popolazione e lo stesso grado di produttività del lavoro, la città fondata ieri possiede e gode la stessa sopvipa di beni che può possedere e godere la città fondata dai Romani. Nessuno, che abbia visto Melbourne o San Francisco, può dubitare che se (ulta la popolazione dell'Inghilterra fosse, lasciando indietro tutta la ricchezza accumulala, trasportata nella Nuova Zelanda, questa sarebbe in breve altrettanto ricca quanto è oggi l’Inghilterra e inversamente se la popolazione dell’Inghilterra fosse ridotta alle proporzioni della popolazione della Nuova Zelanda, l’Inghilterra, con lutto il suo fondo di ricchezza accumulata, non tarderebbe a diventare egualmente povera. La ricchezza accumulata sembra tenere nell’organismo sociale il posto, che il nutrimento accumulato tiene nell’organismo fisico. Un qualche accumulamento di ricchezza è necessario e, fino ad un certo punto, può essere in caso di bisogno requisito; ma la ricchezza prodotta dalle generazioni passale non può maggiormente servire al consumo attuale di quanto i pranzi fatti un anno fa possano ora dar forza ad un uomo.

Ma, a parte queste considerazioni, alle quali ho alluso più per la loro portata generale che per la loro portata particolare, gli è evidente che le grandi accumulazioni di ricchezza non possono spiegare un maggior consumo se non nei casi, in cui la ricchezza accumulata decresce e che dappertutto dove la ricchezza accumulata rimane costante e, più evidentemente ancora, dove essa cresce, un maggior consumo di ricchezza deve importare una maggior produzione. Or, sin che consideriamo più comunità diverse, sia che consideriamo la stessa comunità in epoche diverse della sua vita, un fatto ci si presenta evidente ed è che lo stato di progresso, se ò contrassegnato da un aumento di popolazione, anche è contrassegnato da un aumento di ricchezza accumulata non solo per la comunità nel suo complesso, ma anche per capo. Epperò, aumento di popolazione, a quanto almeno finora si è veduto, non significa riduzione, ma aumento nella produzione media di ricchezza.

E la ragione ne è evidente. Invero, se anche l’aumento di popolazione riduca la potenza del fattore naturale della ricchezza col costringere a ricorrere a terre sempre meno ricche, ecc., esso però aumenta .talmente la potenza del fattore umano da più che compensare la minor produttività del fattore naturale. Venti uomini che lavorino insieme dove la natura è avara, produrranno più che il ven-tuplo della ricchezza, che può produrre un uomo, dove la natura è prodiga. Più la popolazione è densa, più il lavoro è suddiviso e maggiori sono le economienella produzione e nella distribuzione; epperò, gli è precisamente il contrario della teoria di Malthus ciò che è vero e, nei limiti entro i quali noi abbiamo alcuna ragione di supporre che l’aumento continuerà a verificarsi in qualsiasi stadio di civiltà, un maggior numero di individui produrrà sempre una maggior somma proporzionale di ricchezza, c riuscirà a soddisfare i suoi bisogni meglio che non potrebbe un numero minore.

Guardiamo semplicemente ai fatti. Vi ha egli qualche cosa di più chiaro di questo, che cioè la causa della miseria che esiste nei centri della civiltà non sta.nella debolezza delle forze produttive? Nei paesi, dove la miseria è più profonda, le forze produttive sono evidentemente tali da bastare, se fossero completamente impiegate, a procurare al più povero non solo l’agiatezza, ma il lusso. La paralisia industriale, la crisi commerciale, che oggi infieriscono nel mondo incivilito, non nascono evidentemente da una deficienza della potenza produttiva. Quale si sia il male, esso non sta certo nella mancanza dei mezzi produttivi di ricchezza.

Gli è precisamente questo fatto, che cioè la povertà apparisce dove maggiore è la potenza produttiva e più larga la produzione di ricchezza, ciò che costituisce l’enigma, che turba il mondo incivilito c che noi cerchiamo di risolvere. Evidentemente, la teoria di Malthus, che attribuisce la povertà alla diminuzione della potenza produttiva, non lo risolverà mai. Questa teoria è assolutamente in disaccordo con tutte i fatti. Essa attribuisce gratuitamente alle leggi di Dio risultati, che secondo l’esame che abbiamo fatto debbono realmente derivare dai cattivi ordinamenti dell’uomo; induzione, che procedendo innanzi ci si chiarirà come un fatto dimostrato. Imperocché, noi dobbiamo ora cercare che cos’è che deve produrre la povertà in mezzo al progresso della ricchezza.

LIBRO III.

LE LEGGI DELLA DISTRIBUZIONE.

Le macchine, che prime furono inventate per compiere nn dato movimento, sono sempre le più complesse e gli artefici che vengono dopo scuoprono generalmente che con meno ruote che non se ne impiegassero prima, si possono ottenere più facilmente gli stessi risultati. Similmente, i primi sistemi filosofici sono sempre i più complicati e, in generale, vi si ritiene che un anello, un principio apposito, sia necessario per collegare fra loro due fenomeni apparentemente disgiunti ; ma interviene spesso che si trova in seguito un solo grande principio sufficiente per collegare fra loro tutti i fenomeni discordanti, che ricorrono in un ordine speciale di cose.

Adamo Smith, Saggio sui principii che dirigono le ricerche filosofiche, con esempi tratti dalla Storia dell'Astronomia.

CAPITOLO I.

LA INDAGINE LIMITATA ALLE LEGGI DELLA DISTRIBUZIONE.

LA RELAZIONE NECESSARIA DI QUESTE LEGGI.

I Capitoli precedenti avranno, io penso, provato in modo conchiudente come la spiegazione corrente data, in nome della Economia politica, al problema, che noi cerchiamo di risolvere, non sia per nulla una spiegazione.

Chelemercedi,invecediaumentarecoI progresso materiale, tendano adiminuire, gli è ciò che non riesce a spiegare la teoria, secondo cui l’aumento dei lavoratori tendecostantemente a dividere in parti sempre più piccole la somma di capitale, con cui le mercedi sono pagate. Imperocché, come abbiamo veduto, le mercedi non vengono dal capitale, ma sono il prodotto diretto del lavoro. Ogni lavoratore produttore crea la sua mercede a misura che lavora ed ogni lavoratore di più vuol dire qualche cosa di aggiunto al vero fondo delle mercedi, un’aggiunta, che, in generale, é molto maggiore della somma, che il lavoratore riceve come mercede.

Nè la diminuzione delle mercedi può maggiormente essere spiegala dalla teoria, secondo cui la natura produce sempre di meno a misura che, crescendo la popolazione, le si domanda di più; imperocché, la crescente efficacia del lavoro fa dello stato progressivo uno stato di produzione per capo continuamente crescente e i paesi, dove la popolazione è più densa, anche sono sempre, a parità di tutte le altre circostanze, i più ricchi.

Se non che finora non abbiamo fatto che accrescere le incertezze del problema. Noi abbiamo abbattuto una teoria che, sia pure comunque, spiegava pur sempre, in un modo generalmente accettato, i fatti quali si presentano; ma con ciò non abbiamo fatto altro che rendere questi fatti sempre più inesplicabili. Gli è come se, quando il sistema di Tolomeo era ancora quello universalmente accettato, si fosse dimostrato soltanto che il sole e le stelle non girano attorno alla terra. I fenomeni del giorno e della notte e del moto apparente dei corpi celesti sarebbero rimasti inesplicali e la vecchia teoria si sarebbe inevitabilmente raffermata finché una migliore non fosse sorta a prenderne il posto. Il nostro ragionamento ci ha condotto a questa conclusione, che ogni lavoratore, che attende ad un lavoro produttivo, produce la sua mercede e che un aumento nel numero dei lavoratori dovrebbe fare aumentare la mercede di ciascuno; mentre invece il fatto,quale si presenta, si èche molti lavoratori vi sono, i quali non possono ottenere un impiego rimunerativo e che l’aumento del numero dei lavoratori trae con sè una diminuzione delle mercedi. Insomma, finora noi abbiamo provato soltanto che le mercedi dovrebbero essere alte dove invece sono basse.

Ma pur non avendo provato che questo, noi abbiamo già fatto un passo. Si è già vicini a trovare ciò che si cerca quando si sa dove è inutile andarlo a cercare. Se non altro, abbiamo ristretto il campo della nostra indagine. Imperocché, questo almeno è per noi chiaro, che cioè la causa, che nonostante l’enorme aumento della potenza produttiva riduce la gran massa dei produttori a quella minima porzione del prodotto, colla quale essi si adattano a vivere, non è la limitazione del capitale, nè la limitazione delle forze della natura che rispondono al lavoro. Dunque, se questa causa non la si può trovare nelle leggi, che governano la produzione della ricchezza, la si dovrà cercare nelle leggi che ne governano la distribuzione. Studiamo adunque queste leggi.

Ci sarà necessario svolgere nei suoi punti principali la intiera materia della distribuzione della ricchezza. Per scuoprire la causa, che, a misura che la popolazione aumenta e che le arti produttive progrediscono, rende sempre più profonda la povertà nelle classi inferiori, noi dobbiamo trovare la legge, che determina qual parte del prodotto è distribuita al lavoro sotto forma di mercede. Per trovare la legge delle mercedi, od almeno per esser certi di averla trovata, noi dobbiamo parimenti trovare le leggi, che determinano la parte del prodotto, che va al capitale e la parte del prodotto, che va ai proprietari della terra; imperocché, come la terra, il lavoro e il capitale si uniscono per produrre la ricchezza, cosi gli è fra questi tre fattori che il prodotto deve essere distribuito.

Per « prodotto » o « produzione » di una comunità si intende la somma di ricchezza da essa prodotta, il fondo generale, da cui, in quanto il fondo esistente anteriormente non sia diminuito, sono tratti tutti i consumi e tutti i redditi. Come già ho spiegato, per produzione non si intende soltanto la fabbricazione delle cose, ma anche il maggior valore, che si ottiene col loro trasporto e col loro scambio. Yi ha produzione di ricchezza in una comunità puramente commerciale, come vi ha produzione di ricchezza in una comunità puramente agricola o industriale; e nell’un caso come negli altri una parte di questo prodotto va al capitale, una parte al lavoro ed una parte ai proprietari della terra, se la terra ha un valore. In fatto, una porzione della ricchezza prodotta va costantemente a ricostituire il capitale, il quale è continuamente consumato e continuamente ricostituito. Ma di questa porzione della ricchezza prodotta non è necessario tener conto, venendo essa ad essere eliminata quando si consideri il capitale come costante, come abitualmente si fa quando si ragiona del capitale. Epperò, quando noi parliamo del « prodotto » intendiamo significare la parte della ricchezza prodotta, che eccede quanto è necessario per ricostituire il capitale consumato nella produzione c quando parliamo di « interesse » o di « reddito » del capitale, intendiamo significare ciò, che va al capitale, dopo fatta tale ricostituzione.

Inoltre, gli è un fatto clic in ogni comunità, la quale sia uscita dai primi stadii di sviluppo, una porzione del prodotto è, sotto forma di imposta, presa c consumata dal governo. Ma non è punto necessario, volendo cercare le leggi della distribuzione, di tener conto di ciò. Noi possiamo considerare le imposte o come non esistenti affatto o come riducenti di altrettanto il prodotto, locchè anche è a dirsi di ciò, che è tolto sul prodotto da certe forme di monopolio, di cui parleremo in un Capitolo successivo (Cap. IV) c clic hanno risultati analoghi a quelli delle imposte. Dopo aver trovato le leggi della distribuzione, noi potremo vedere quale influenza esercitino su di esse, se pure ne esercitano qualcuna, le imposte.

Queste leggi della distribuzione, o almeno due su tre, noi dobbiamo trovarle da noi, in quanto, a parte l’esame che già abbiamo fatto di una di esse, si vedrà come esse, almeno nel loro insieme, non siano state, nei trattati della Economia politica corrente più classici, correttamente formolate.

E già basterebbe a mostrarlo la terminologia in uso. In tutte le opere di Economia politica ò detto che i tre fattori della produzione sono la terra, il lavoro e il capitale e che il prodotto totale è primieramente distribuito in tre parti corrispondenti. Tre termini sono adunque necessari, ciascuno dei quali rappresenti chiaramente una di queste parti, ad esclusione delle altre due. Il termine «rendila », cosi com’è definito, esprime assai chiaramente la prima di queste parli, quella che va ai proprictarii della terra ; ed anche il termine « mercede » esprime assai chiaramente, secondo la sua definizione, la seconda di queste parti, quella che costituisce la ricompensa del lavoro. Ma per ciò che è del terzo termine, quello che dovrebbe esprimere ciò che va al capitale, regna nelle opere classiche una ambiguità ed una confusione in sommo grado imbarazzanti.

Di tutti i termini in uso, quello che più si avvicina ad esprimere in modo esclusivo la idea di corrispettivo per l’uso del capitale, è il termine « interesse », il quale nell’accezione comune implica la idea di corrispettivo per l’uso del capitale, esclusa qualsiasi idea di lavoro nel suo uso o impiego e qualsiasi idea di rischio, tranne quello che puòesscre compreso nel concetto di assicurazione. Il termine «profitto», nel significato in cui lo si usa ordinariamente, è quasi sinonimo di reddito e significa un guadagno, una somma avuta in più di una somma spesa e comprende spesso ricavi, che sono propriamente « rendita », in quella che quasi sempre anche comprende sia ricavi, clic propriamente sonu « mercede », sia il compenso pei rischi inerenti ai vari usi del capitale. Ep-però, a meno di far violenza al suo significato, il termine < reddito » non può in Economia politica essere impiegalo a significare la porzione del prodotto, clic va al capitale, in opposizione alla porzione che va al lavoro e a quella che va alla terra.

Or, tutto ciò è, nelle opere classiche di Economia politica, ammesso. Adamo Smith mostra benissimo come la mercede e il compenso pei rischi entrino per gran parte nei profitti, notando come i considerevoli profitti dei farmacisti e dei venditori al dettaglio siano in realtà mercede del loro lavoro, non interesse del loro capitale, e come i grandi profitti, che talvolta si fanno in affari rischiosi, come nel contrabbando e nel commercio di rigatteria, non siano in realtà che il compenso dei rischi, i quali alla lunga riducono il reddito dei capitali impiegati in tali affari al saggio ordinario ed anche al disotto. Esempi analoghi furono dati nella più parte delle opere che vennero dopo, dove il profitto è formalmente definito secondo il significato comune della parola, con esclusione per avventura della rendita. In tutte queste opere è detto che i profitti constano di tre elementi, la mercede o salario per la sorveglianza o condotta, il compenso pei rischi e l'interesse o corrispettivo per l’uso del capitale.

E cosi, nè nel significato comune, nè nel significato che gli è espressamente attribuito in Economia politica, il termine t profitto » non può trovar posto, nella discussione della distribuzione della ricchezza, fra i tre fattori della produzione. Lo si prenda nell’un significato o nell’altro, parlare della distribuzione della ricchezza in rendila, mercede c profitto, gli è come parlare della divisione della umanità in uomini, donne e esseri umani. Eppure, gli è appunto ciò clic, a sommo imbarazzo del lettore, si fa in tutti i trattati classici. Dopo aver nettamente decomposto il profitto in mercede di sorveglianza, compenso pei rischi e interesse o reddito nello per l’uso del capitale, si procede a trattare della distribuzione della ricchezza fra la rendita della terra, la mercede o salario del lavoro e il profitto del capitale.

Son certo che vi sono migliaia di persone, che si saranno invano stillalo il cervello su questa confusione di termini ed avranno finito coH'abbandonarc all'atto ogni speranza di riuscire a capirne qualche cosa, persuadendosi clic, poiché la colpa non poteva certo essere di questi grandi pensatori, doveva senz’altro dipendere dalla propria cortezza di cervello. Or, se ciò può esser loro di qualche consolazione, prendano la Storia della civiltà di Buckle e vedano come un uomo, che pur doveva essersi fatto una idea chiara di ciò clic aveva letto c che aveva letto allcnlamcnlc lutti i principali economisti da Smith in poi, non abbia saputo neppur esso districarsi da questa confusione del profitto coll’interesse. Buckle (1) parla sempre della distribuzione della ricchezza in rendila, mercede c profitti.

Nè c’è da farne le meraviglie. Invero,dopoaver decomposto i profitti in « mer-

(1) Bucklc, op, cit., vol. I, cap. II e noto.

cede » ii « salario », « a-sicui azione » e « interesse », questi economisti, nel-fassegnare le ran-e. che ilelerminano la stregua generale dei profitti, parlano ili cose, che evidentemente allettano soltanto quella parte del profitto, che essi han/u> chiamato « interesse » ; poi, parlando del saggio dell’interesse, o tirano fuori la formula, che nulla dice, del rapporto fra la offerta o la domanda, o parlano ili muse, che affettano il compenso pei rischi, usando cosi il vocabolo nel suo significalo comune e non nel significato economico che gli avevano assegnato e da cui il compenso pei rischi era escluso. Se il lettore prende i l’rin-ci/iii di Economia politica di J. St. Mill c confronta il Capitolo sui Profitti (1) col Capitolo suirinleresse (2), ei vedrà la confusione che sorge da tutto ciò esemplificata, nel più logico degli economisti inglesi, in un modo,che non potrei rendere più chiaro.

Or, non fu senza una causa clic ingegni di tal falla caddero in tale confusione. Se essi, l’uno dietro all’altro, hanno seguito il dottore Adamo Smith come ragazzi che giochino a < dietro al primo», saltando dove il primo salta, cadendo dove il primo cade, gli è che vi fu una siepe, che Smith ha saltato, una buca, dove esso è caduto.

La difficoltà, da cui questa confusione è venuta, sta nella teoria preaccettata delle mercedi. Per ragioni, che ho già accennato, parve agli economisti una verità per sè evidente che le mercedi di una certa classe di lavoratori dipendessero dal rapporto fra il capitale e il numero dei lavoratori. Ma vi sono certe speci di retribuzione del lavoro, alle quali tale teoria non può evidentemente applicarsi, di guisa che nell’uso il termine « mercede » fu ristretto a significare solo le mercedi o « salari » nel senso stretto e comune della parola. Cosi essendo, se il vocabolo « interesse «fosse stato impiegato (come, secondo le loro definizioni, avrebbe dovuto essere) per indicare la terza porzione del prodotto, tutte le retribuzioni date al lavoro personale, salvo quelle date a coloro che di-consi comunemente « salariati », ne sarebbero evidentemente rimaste escluse. Ma, dividendo la ricchezza fra rendila, mercede e profitti, invece che fra rendita, mercede e interesse, si veniva a girare la difficoltà, in quanto le mercedi, che non cadevano sotto la legge prcacceltata delle mercedi, venivano a trovarsi vagamente raggruppate sotto il concetto di « profitti », come salari o mercedi di sorveglianza.

Chi ponga mente a ciò che si legge nelle opere degli economisti intorno alla dirtribuzione dell i ricchezza, vedrà come essi, pur designando correttamente il vocabolo « mercede », nel servirsi poi di tale vocabolo gli attribuiscano un significalo incompleto, applicandolo non a tutte le mercedi, ma solo alla mercede del lavoro manuale pagato da un padrone. Le altre mercedi son messe insieme al reddito del capitale e comprese sotto la denominazione di « profitti », evitando così di stabilire una distinzione un po’ netta fra il reddito del capitale e la retribuzione del lavoro umano. E il fatto si è che la Economia politica fallisce all'intento di dare una chiara c consistente idea della distribuzione della

(1) J. St. Mill, op. cit., libro li, cap. 15.

(2) J. St. Mill, op. cit., libro III, cap. 23.

ricchezza. La legge della rendita è chiaramente esposta, ma rimane isolata. Il resto è tutta una confusione, una incoerenza.

La stessa disposizione di queste opere mostra tutto ciò che di confuso e di sconclusionato vi ha nel pensiero. Io non conosco un trattato di Economia politica, nel quale queste leggi della distribuzione siano coordinale in modo che il lettore possa abbracciarle d’un colpo d’occhio e riconoscere i loro reciproci rapporti; bensì, ciò che è detto di ciascuna è involuto in lina massa di riflessioni e di dissertazioni morali e politiche. Nè ci vuol molto per trovarne la ragione. Basta ravvicinare Tra loro le tre leggi della distribuzione, quali sono generalmente insegnate, per vedere come non vi sia fra esse alcun rapporto necessario.

Le leggi della distribuzione della ricchezza sono evidentemente leggi di proporzione, e debbono essere cosi legate l’una all’altra che, date due Ji esse, deve venire ad esser data per illazione la terza. Imperocché, dire che una delle tre parti di un tutto è aumentata o diminuita, gli è dire che una delle altre due parti od entrambe sono inversamente diminuite o aumentate. Se Tom, Dick e Harry sono associati in un affare, la convenzione, che fissa la parte di uno nei guadagni, viene nel tempo stesso a fissare le parli riunite o distinte degli altri due. Fissare la parte di Tom al 40°/„, gli è lasciar solo il 60 °/0 da dividersi fra Dick e Harry. Fissare la parte di Dick al 40°/,, c quella di Harry al 35 °/m gli è fissare la parte di Tom a 25 %.

Ma fra le leggi della distribuzione, quali sono esposte nei libri classici, non vi ha alcuna simile correlazione. Se noi le andiamo a pescar fuori c a raccoglierle insieme, ecco che cosa si ha:

Le t mercedi » sono determinate dal rapporto fra la somma di capitale consacrata alla retribuzione ed al mantenimento del lavoro e il numero dei lavoratori che cercano impiego;

La « rendita » è determinata dal limite di coltura, in quanto tutte le terre danno come rendila quella parte del loro prodotto, che eccede ciò che una eguale applicazione di lavoro e di capitale ritiene dalla più povera fra le terre coltivate;

L’t interesse » è determinato dalla equazione fra le domande di coloro che vogliono avere e le offerte di coloro che vogliono dare capitali a mutuo; — oppure (se noi prendiamo ciò che è dato come legge dei profitti) è determinato dalle mercedi, diminuendo quando le mercedi aumentano, aumentando quando le mercedi diminuiscono, ossia, per usare le parole di Mill, è determinalo dal costo del lavoro pel capitalista.

La combinazione di queste correnti formolazioni delle leggi della distribuzione fa subito vedere come esse manchino di quella reciproca correlazione, clic le vere leggi della distribuzione debbono presentare. Esse non sono nè correlative, nè coordinate.

Epperò, due almeno di queste leggi devono essere o mal concepite, o male esposte. E ciò coincide con quanto abbinino già detto, che cioè la concezione corrente della legge delle mercedi, e per conseguenza quella della legge dell’interesse, non reggono all’esame. Cerchiamo adunque le vere leggi della di-stribuzionc del prodotto del lavoro in mercede, rendita e interesse. La prova clic le avremo trovate starà nella loro correlazione, nel coincidere che esse faranno fra loro, ncll’intcgrarsi c limitarsi a vicenda.

Coi profitti questa nostra indagine non ha evidentemente nulla a clic vedere. Noi abbiamo bisogno di sapere che cos’è che determina la divisione del prodotto riunito della terra, del lavoro e del capitale fra questi tre fattori; or, quello di « profitto » non è un termine che possa riferirsi esclusivamente nll'una o all’altra di queste tre divisioni. Delle tre parti, nelle quali gli economisti dividono i profitti — compenso pei rischi, mercede di sorveglianza, compenso per l’uso del capitale — il compenso per l’uso del capitale rientra nel concetto di « interesse», il quale comprende tulli i compensi per l’uso del capitale cd esclude ogni altra cosa; la mercede di sorveglianza rientra nel concetto di < mercede », clic comprende qualsiasi retribuzione data al lavoro dell’uomo cd esclude ogni altra cosa; il compenso pei rischi non trova posto in nessuna di queste categorie, in quanto il rischio è eliminato quando si considerano nel loro insieme tutto le transazioni di una comunità. Epperò, d'accordo colle definizioni degli economisti, io adopererò il vocabolo «interesse » come significante questa porzione del prodotto, clic va ai capitale.

Rccapitoliamo:

La terra, il lavoro e il capitale sono i fattori delia prpduzionc. Il concetto di « terra » comprende tutte le forze o ricchezze naturali ; il concetto di « laverò » comprende ogni spiegamento dell’attività dcH'uomo; il concetto di «capitale » comprende qualsiasi ricchezza impiegala-a produrre una ricchezza maggiore. Il prodotto totale è distribuito in retribuzioni a questi tre fattori. La parte, clic va ai proprietari della terra, come pagamento delle forze o ricchezze naturali, dicesi « rendila »; la parte, clic costituisce la retribuzione per lo spiegamento dcll’allività umana, diccsi « mercede»; la parte, clic costituisce il compenso per l’uso del capitale,diccsi «interesse». Questi tre termini si escludono l’un l’altro. Il reddito di un individuo può derivare da una, da due o da tutte tre queste sorgenti; ma nella nostra indagine per scuoprirc le leggi della distribuzione noi dobbiamo tenerle distinte.

Ma prima di intraprendere la indagine, alla quale ci accingiamo, mi si conceda di premettere clic se, come panni di avere abbondantemente dimostralo, la Economia politica ha, a questo riguardo, tenuto mala via, ciò potè dipendere dall’csscr essa parlila da un falso punto. Vivendo c facendo le loro osservazioni in uno stato di società, in cui in generale il capitale prende a conduzione la terra cd il lavoro, c sembra cosi essere l’inlrnprendilorc c il primo motore della produzione, i grandi cultori della scienza furono condotti a considerare il capitale come il fattore più importante della produzione, la terra come suo strumento cd il lavoro come suo agente. Questo modo di considerare le cose apparisce ad ogni pagina dei loro scritti, nella forma c nell’ordine ilei loro ragionamenti, nel carattere dei loro esempi e perfino nella loro terminologia. Dappertutto il capitale è il punto di partenza, il capitalista la figura centrale. E questo modo di considerare le cose va sino a tal punto clic Smitii e Ricahdo adoperano la espressione « salario naturale » per indicare il minimum, con cui il lavoratore riesce a poter vivere, mentre invece, a meno clic la ingiustizia debba dirsi naturale, gli è tutto ciò che il lavoro produco clic si dovrebbe dire essere il suo « salario naturale ». Questa abitudine di considerare il capitale come il padrone del lavoro, da una parie condusse alla teoria,secondo cui le mercedi dipendono dall'abbondanza relativa di capitale, non meno chenlla teoria, secondo cui l’interesse i in ragione inversa delle mercedi, mentre dall’altra allontanava da verità, chcaltrimenli sarebbero apparse evidenti. Insomnia, il falso passo che, per ciò che riguarda le grandi leggi della distribuzione, ha fatto traviare la Economia politica, fu commesso quando Smith, nel suo primo libro, abbandonava il punto di vista espresso nel principio, secondo cui « il prodotto del lavoro costituisce la ricompensa o mercede naturale del lavoro », per mettersi a qucll’altro, nel quale il capitale è considerato come quello che impiega il lavoro c paga le mercedi.

Ma se noi attendiamo alla origine cd alla connessione naturale delle cose, quest’ordine viene ad invertirsi c il capitale, invece di esser primo, viene a trovarsi ultimo; invece di impiegare il lavoro, si trova invece ad esser lui impiegato dal lavoro. La terra deve esistere prima clic qualsiasi lavoro possa aver luogo, ed occorre uno spiegamento di lavoro prima che qualsiasi capitale sia prodotto. Il capitale è il risultato del lavoro cd è impiegato dal lavoro come ausiliario i n una ulteriore produzione. 11 lavoro è la forza attiva cd iniziale, quindi è il lavoro clic impiega il capitale. Il lavoro non può spiegarsi clic sulla terra ed ò dalla terra che esso deve trarre la materia, clic esso trasforma in ricchezza. Eppcrò, la terra ò l'antecedente, il campo c la materia del lavoro. L’ordine naturale 6 questo: terra, lavoro, capitale; — quindi, invece di prendere come punto di partenza il capitale, noi prenderemo la terra.

Un’altra osservazione è a farsi. Il capitale non i un fattore necessario della produzione. Il lavoro applicato alla terra può produrre ricchezza senza l’aiuto del capitale c, nella genesi necessaria delle cose, deve produrre ricchezza prima clic il capitale possa esistere. Epperò, la legge della rendita c la legge delle mercedi debbono essere correlative l'una all’altra e formare un tutto perfetto al difuori della legge del capitale, in quanto altrimenti esse non converrebbero ai casi, facilmente immaginabili e clic fino ad un certo punto esistono realmente, in cui il capitale non Ita alcuna parte nella produzione. E siccome il capitale non è, conio spesso si dice, clic lavoro accumulato, cosi esso non celie una forma del lavoro, una suddivisione di questo termine generale « lavoro », e la sua legge dove essere subordinata c correlativa alla legge delle mercedi, in modo da convenire ni casi, In cui il prodotto iutiero è diviso fra il lavoro c il capitale, senza clic deduzione alcuna sia fatta per la rendita. Per ritornare all’esempio già addotto, la divisione del prodotto fra la terra, il lavoro e il capitale deve l'arsi coinè si farebbe fra Tom, Dick e Harry se Tom c Dick fossero gli associati c Harry non entrasse che ad aiutare Dick c a dividere con lui.

CAPITOLO II.

LA RENDITA E LA LEGGE DELLA RENDITA.

Il vocabolo « rendita », nel suo senso economico, cioè quando è usato, come lo si usa qui, per indicare quella parte del prodotto, che va al proprietario della terra o di altre ricchezze naturali in virtù della loro proprietà, ha un significato diverso da quello, che ha nell’uso comune. Sotto certi rapporti il significato economico è più stretto del significato comune, sotto certi altri più lato.

Più stretto — in quanto nel linguaggio ordinario noi diciamo t rendita » non solo ciò che si paga per l’uso della terra e dei beni naturali che essa contiene, ma anche ciò che si paga per l’uso di costruzioni, di macchine, di infissi, ecc. c parlando della rendita di una casa o di una tenuta noi non distinguiamo ciò che si paga per l’uso delle migliorazioni da ciò che si paga per l’uso della nuda terra. Ma dal significato economico del vocabolo « rendita » è escluso ciò che si paga per l’uso di qualsiasi prodotto dell’attività umana; e della somma globale clic si paga per l’uso di una casa, di una tenuta, ecc. solo quella parte è rendita, che è pagata per l'uso della terra, la parte che si paga per l’uso delle costruzioni od altre migliorazioni essendo un verb e proprio interesse, in quanto lo si paga per l’uso di un capitale.

Più lato — in quanto mentre nel linguaggio ordinario si parla di rendita solo quando il proprietario e quegli che fa uso della terra sono persone diverse, invece, nel senso economico, vi ha rendita anche quando il proprietario e quegli che fa uso della terra sono una persona sola. In questo caso, tutta la parte del suo reddito, che il proprietario potrebbe ottenere col locare la terra ad altri, è rendita; mentre la retribuzione del suo lavoro e del suo capitale è quella parte di reddito, che il suo lavoro e il suo capitale gli darebbero se prendesse a conduzione la terra, invece di esserne proprietario. La rendita è anche espressa in un prezzo di vendita. Quando si compera una terra, ciò che si paga per acquistare la proprietà o il diritto a un uso perpetuo è una rendita capitalizzala. Se compero una terra a basso prezzo e la tengo insino a che mi riesce fatto di venderla ad un prezzo più alto, mi troverò ad essere diventato più ricco non di mercedi pagate per un mio lavoro, nè di un interesse pagato per un mio capitale, bensì di una rendita maggiore. Insomma, la rendita è quella parte della ricchezza prodotta, che il diritto esclusivo all’uso di una ricchezza naturale dà al proprietario. Dappertutto dove la terra ha un valore di scambio vi ha rendita nel senso economico della parola. Dappertutto dove la terra avente un valore di scambio è usata sia dal proprietario, sia da un locatario, vi ha rendita attuale; dappertutto dove essa non è usata, ma ha tuttavia un valore, vi ha rendita potenziale. Si è questa capacità di dare una rendita, ciò che dà alla terra un valore. Finché la sua proprietà non conferisce alcun vantaggio, la terra non ha valore (1).

(1) Nel parlare del valore della terra, io mi riferisco unicamente alla terra nuda. Volendo parlare del valore della terra e dei miglioramenti, userò quelle altre parole.

Epperò, l.i rendita o il valore della terra non nascono dalla produttività o utilità della terra. Essa non rappresenta in alcun mode un aiuto o un vantaggio dato alla produzione, ma solo il potere di assicurare a sè una parte dei risultati della produzione. Quali si sienode sue forze produttive, la terra non può produrre una rendita c non ha alcun valore infino a che non vi sia qualcuno disposto a dar lavoro o risultati del lavoro per acquistare il privilegio di farne uso. E ciò che uno sarà disposto a dare per l’acquisto di tale privilegio non dipende già dalla forza produttiva della terra in sè, bensì da questa produttività paragonata con quella di una terra, che si possa avere per nulla. Io posso avere una terra fertilissima, ma essa non mi darà alcuna rendita e non avrà alcun valore finché altre terre egualmente fertili si potranno avere per nulla. Ma quando queste altre terre egualmente fertili della mia avranno trovato un proprietario e la migliore delle terre che si possono avere per nulla sia, per fertilità, situazione od altra qualità, inferiore a quella che ho io, allora la mia terra comin-cierà ad avere un valore e a darmi una rendita. E se anche la produttività della mia terra diminuisca, pure, se la produttività della terra, che si può avere per nulla, diminuisce in una proporzione più grande, la rendita che potrò ottenere e quindi il valore della mia terra aumenteranno cionondimeno continuamente. Insomma, la rendita è il prezzo di un monopolio risultante dalla riduzione a proprietà individuale di elementi naturali, che il lavoro dell’uomo non può produrre nè aumentare.

Se un uomo possedesse tutta la terra accessibile ad una comunità, ei potrebbe naturalmente domandare per l'uso di essa il prezzo o le condizioni che meglio gli piacessero e, finché il suo diritto di proprietà durasse ad essere riconosciuto, gli altri membri della comunità, non volendo piegarsi alle sue condizioni, non avrebbero altra alternativa che quella di emigrare o di morire. E ciò si è visto in più d’una comunità. Ma nella società moderna la terra, sebbene generalmente ridotta a proprietà individuale, è nelle mani di troppe persone diverse perchè il prezzo pel suo uso possa essere fissato a capriccio e a libito.

Mentre ogni individuo proprietario cerca di ritrarre dalla terra il più che può, vi ha un limite a ciò ch’ei può ritrarne, limite, che costituisce il prezzo o la rendita di mercato della terra ed è diverso per le diverse terre e nei diversi tempi. La legge o relazione, che in queste condizioni di libera competizione fra tutte le parti (condizione, che si deve sempre supporre quando si formolano i principii della Economia politica) determina qual renditaoqual prezzo può essere ottenuto dal proprietario, dicesi « legge della rendita ». Ciò posto, noi abbiamo più che un punto di partenza per determinare le leggi, che governano le mercedi e l’interesse. Invero, poiché la distribuzione della ricchezza è una divisione, una volta che sapremo che cos’è che determina la parte di prodotto che va alla terra come rendita, anche sapremo che cos’è che determina la porzione che è lasciata al lavoro come mercede, quando non vi ha cooperazione da parte del capitale e quella che è lasciata per le mercedi e per l’interesse, quando il capitale coopera alla produzione.

Fortunatamente, per ciò che è della legge della rendila, non occorrono discus-sioni. Qui le autorità sono d’accordo col senso comune (1) e la forinola accettata dalla Economia politica corrente ha il carattere di evidenzaaprioridi un assioma di geometria. Questa legge generalmente ammessa della rendita, che/. St. Mill chiama il pone asinorum della Economia politica, è anche delta < legge della rendita di Ricardo », in quanto, se anche Ricardo non sia stato il primo ad enunciarla, fu egli specialmente che la fece conoscere (2). Ecco questa legge:

La rendita della terra i determinata dalla eccedenza del prodotto di questa su ciò che la stessa coltura può ottenere dalla meno produttiva delle terre coltivale.

Questa legge, che naturalmente si applica anche alla terra usala ad altri scopi che l’agricoltura ed a tutte le ricchezze naturali, come le miniere, i luoghi di pesca, ecc., fu completamente spiegata ed illustrata da tutti i principali economisti a partire da Ricarro; ma la sua semplice enunciazione ha tutta la forza di una proposizione evidente per se stessa, in quanto gli è chiaro che l'effetto della competizione è di far si che la più bassa retribuzione, per cui il lavoro ed il capitale consentono ad applicarsi alla produzione, sia precisamente la più alta che essi possono domandare e quindi di permettere al proprietario di una terra più produttiva di appropriarsi come rendita tutta la parte di prodotto, che eccede ciò che è necessario per retribuire il lavoro e il capitale al saggio ordinario, vai quanto dire, ciò che essi possono ottenere dalla meno produttiva (o sul punto meno produttivo) delle terre coltivate, per la quale, naturalmente, nessuna rendita è pagata.

Forse potrà giovare ad una più facile intelligenza della legge della rendita il presentarla sotto questa forma: la proprietà di un agente naturale della produzione darà il potere di appropriarsi tanto di ricchezza prodotta dal lavoro e dal capitale ad esso applicati quanto eccede il reddito, che la stessa somma di lavoro e di capitale potrebbe ritrarre dalla meno produttiva delle occupazioni, a cui possa liberamente applicarsi.

Tutto ciò riesce precisamente allo stesso, in quanto non vi ha occupazione, alla quale possano applicarsi il lavoro e il capitale, la quale non richieda l’uso della terra ed inoltre la coltivazione od altra qualsiasi forma di utilizzazione della terra avverrà sempre, tutto considerato, a quella più bassa misura di rimunerazione, che è liberamente accettata in qualsiasi altra forma di occupazione e di impiego. Pongasi ad esempio una comunità, nella quale una parte dei lavoro e del capitale sia applicata all’agricoltura ed una parte all’industria manifattu-

(1) Non intendo già dire cho la legge universalmente accettata della rendita non sia stata mai combattuta. In tntta quella roba, che, nella odierna confusione della scienza, fu stampata sotto il nome di Economia politica, sarebbe difficile trovare qualche cosa che non sia stato impugnato. Bensì intendo dire che questa legge ha la sanzione di tutti gli economisti che fanno veramente autorità. Come dico J. St. Mill (ojj. cit., libra II, cap. 16) « pochi vi sono, » che le abbiano negato il loro assenso, tranne quelli che non l’hanno compresa. Il modo » vago c incoerente, nel quale 6 spesso intesa da coloro che affettano di combatterla, è vera-» mente degno di nota » — osserva?,iono, che ha ricevuto in seguito molte altre conferme.

(2) Secondo Mac Culloch, la legge della rendita fu osposta la prima volta in un opuscolo dal dottore Giacomo Anderson di Edimburgo nel 1777 e al principio di questo secolo da sir Edoardo West, da Malthus e da Bicardo.

riera. La più povera delle lerre coltivate dà un reddi.o medio che esprimeremo con 20; — 20 sarà quindi il reddito medio del lavoro e del capitale cosi nell’industria manifatturiera come nell’agricoltura. Pongasi ora che una causa permanente riduca il reddito delle manifatture alò. Gli è chiaro che il lavoro ed il capitale applicati all’industria manifatturiera si porteranno verso l’agricoltura, e ciò infino a tanto che — sia per effetto della messa a coltura di terre inferiori

0 di punti inferiori delle stesse terre, sin in seguito ad un aumento del valore relativo dei prodotti manifalturnti dovuto alla minor produzione, sia per le due cause insieme — il reddito del lavoro e del capitale nelle due speci di intraprese sia di nuovo, tutto considerato, allo stesso livello; di guisa che, quale si sia il grado di produttività minima, al quale le manifatture continuano a poter essere esercitate, sin esso 18, 17 o 16, la coltivazione si estenderà anch’essa sino a quel punto. Epperò, dire che la rendita è la eccedenza del prodotto della terra sul prodotto della meno produttiva delle terre coltivate torna lo stesso come dire che è la eccedenza del prodotto su ciò che la stessa somma di lavoro e di capitale otterrebbe nella occupazione e nell’impiego meno rimunerativi.

La legge della rendita non è in fa'tto che una deduzione della legge di competizione o di concorrenza e si risolve sempre nel dire clic siccome le mercedi e l’interesse tendono ad un livello comune, tutta quella parte della produzione generale della ricchezza, che eccede ciò che il lavoro ed il capitale impiegati avrebbero potuto ottenere per sé quando si fossero applicati all’agente naturale più povero, andrà ai proprietari sotto forma di rendita. Essa poggia in ultima analisi su quel principio fondamentale, che è per la Economia politica ciò che la legge dell’attrazione è per la fisica, che cioè gli uomini cercano di soddisfare

1 loro bisogni col minimo dispendio di forza possibile.

Questa è adunque la legge della rendita. Sebbene molti trattati classici seguano troppo l’esempio di Ricardo, il quale sembra la considerasse specialmente nei suoi rapporti coll’agricoltura, e in parecchi luoghi parla della industria manifatturieracomenondanteuna rendita — mentre in realtà l’industria manifatturiera e lo scambio dònno le rendite più alte, come si vede dall’alto valore che ha la terra nelle città industriali e commerciali — locchè toglieva che la importanza e la portata della legge potessero mostrarsi in tutta la loro pienezza, pure, dopo Ricardo, la legge fu chiaramente compresa e pienamente riconosciuta. Ma non cosi i suoi corollari. Per quanto questi siano semplici, la dottrina corrente delle mercedi — sorretta e fortificala non solo dalle ragioni che abbiamo già segnalato, ma anche da considerazioni, di cui misureremo il peso enorme quando saremo giunti alla conclusione a cui intendiamo — impedirono finora il loro riconoscimento (1). Eppure, non ò essa una proposizione cosi chiara come la più semplice delle dimostrazioni di geometria questa, che corollario della legge della rendita ò la legge delle mercedi quando la divisione del prodotto avviene solo fra la rendita e le mercedi, oppure la legge delle

(1) Bcckle (Storta della civiltà, cap. II) riconosce la relazione necessaria che intercede fra la rendita, l'interesse e le mercedi, ma, evidentemente, non l’ha mai fatta oggetto di stadio.

mercedi e dell’interesse prese insieme quando la divisione avviene fra la rendita, le mercedi e l’interesse? Inversamente, la legge della rendita è necessariamente la legge delle mercedi e dell’interesse presi insieme, in quanto afferma che, quale si sia la produzione risultante dalla applicazione del lavoro e del capitale, questi due fattori non ricevono in mercedi ed interesse che una porzione del prodotto eguale a quanto essi avrebbero potuto produrre su una terra, che avessero potuto liberamente coltivare senz’obbligo di pagare una rendita, vai quanto dire sulla meno produttiva delle terre o sul punto meno produttivo delle terre coltivate. Imperocché, se tutta la porzione di prodotto, che eccede ciò che il lavoro ed il capitale potrebbero ritrarre da una terra, per cui non avessero a pagar rendila, deve andare come rendila ai proprietari della terra, tutto ciò che il lavoro e il capitale possono reclamare come mercede e interesse si è la somma di prodotto, che essi avrebbero potuto ritrarre da una terra destituita di rendita.

Ossia, per esprimere la cosa con una notazione algebrica:

Avendosi:

Prodotto = Rendita -|- Mercedi -)- Interesse

si avrà:

Prodotto — Rendita n= Mercedi -f- Interesse.

Epperò, le mercedi e l’interesse non dipendono già dal prodotto del lavoro c del capitale, bensì da ciò che rimane dopo presa la rendila; ossia, dipendono dal prodotto, che essi potrebbero avere senza pagar rendita, cioè dalla pin povera delle terre coltivale. Quindi, quale si sia l’aumento della potenza produttiva, se anche la rendita aumenta di pari passo, nè le mercedi, nè l’interesse non potranno aumentare.

Come appena questa semplice relazione è ammessa, un fiotto di luce si proietta su quanto prima appariva inesplicabile, c fatti in apparenza contrad-ditorii vengono da sè a disporsi sotto una legge evidente. L’aumento della rendita, che si verifica nei paesi progressivi, subito apparisce come la chiave che ci spiega perchè le mercedie l’interesse non aumentino coll’aumento della potenza di produzione. Invero,la ricchezza prodotta in ogni comunità è divisa in due da quella che si potrebbe chiamare la « linea della rendita n tracciala dal limite della coltivazione, ossia dalla retribuzione, che il lavoro e il capitale possono ottenere da agenti naturali, a cui possano liberamente applicarsi senza dover pagar rendit i. Gli è sulla porzione di proflotto, che è al disotto di questa linea, che sono pagati il lavoro ed il capitale. Tutto ciò clic è al disopra va ai proprietari della terra. E così, dove il valore della terra è basso, pur essendo poca la produzione di ricchezza, può esser alto il saggio delle mercedi e dell’interesse, come si vede nei paesi nuovi ; e dove il valore della terra è alto, pur essendo grande la produzione di ricchezza, il saggiodelle mercediedell’interesse può esser basso, come si vede nei paesi vecchi. E dove la potenza produttiva aumenta, come va aumentando in tutti i paesi progressivi, le mercedi e l’interesse non seguono già questo aumento, bensì le fluttuazioni della rendita. Se il valore della terra cresce proporzionalmente, tutta la maggior produzione è assorbita dalla rendita e le mercedi e l’interesse rimangono quali erano prima.

Se il valore della terra aumenta secondo una progressione più forte di quella secondo cui aumenta la potenza produttiva, la rendila assorbirà ancor più della maggior produzione, e in quella che il prodotto ilei lavoro e del capitale sarà mollo maggiore, le mercedi e l’inlcrcssc ribasseranno. Gli è solo quando il valore della terra non cresca cosi rapidamente come la potenza produttiva, che roH’amnento di questa anche potranno aumentare le mercedi e l’interesse. K tutto ciò è provato da quanto avviene attualmente.

CAPITOLO III.

l'interesse e i.a causa hell'interesse.

Determinala cosi la legge della rendila, anche ci troviamo ad avere, come suo corollario necessario, la legge delle mercedi, quando la divisione del prodotto avviene fra la rendila e le mercedi, e la legge delle mercedi e dell’interesse presi insieme, quando la divisione avviene fra i Ire fattori. La quota di prodotto presa come rendila deve determinare la quota che è lasciala alle mercedi, se si tratta solo della terra e del lavoro, o che deve andar divisa fra le mercedi e l’interesse, se il capitale ha concorso alla produzione.

Ma senza occuparci di questa deduzione, cerchiamo ora ciascuna di queste leggi separatamente c indipendentemente l'ima dall’altra. Se, dopo averle ottenute per tal via, noi troveremo che esse si corrispondono, le nostre conclusioni avranno il più alto grado di certezza.

E poiché la determinazione della legge delle mercedi è l’intento finale della nostra indagine, cominciamo dall’inlcressc.

Ilo già accennato al diverso significalo dei termini «profitto» c «interesse». Può esser utile aggiungere qui che il vocabolo «interesse», usato come termine astratto nella materia della distribuzione della ricchezza, ha un significalo diverso da quello che ha nell’uso comune, in quanto esso comprende qualsiasi retribuzione per l’uso del capitale c non soltanto quella, che ricorre nei rapporti fra chi dà e chi riceve in prestito un capitale e non comprende il compenso pei rischi, che pure è si gran parte di ciò, clic nel linguaggio comune diccsi « interesse ». Il compenso pei rischi non è, evidentemente,che un aggua-gliamcnto del reddito fra i diversi impieghi de! capitale. Ciò che noi dobbiamo trovare si è clic cos’ò che determina la misura generale dcH’inlcresse propriamente detto. La diversa misura di compenso pei rischi, che si aggiunge a questo interesse propriamente detto, dà il saggio corrente dcH’inlcresse commerciale.

Or, se è evideme che le maggiori differenze in ciò che dicesi ordinariamente interesse sono dovute a differenze nei rischi, non è meno evidente che grandi differenze ricorrono nei saggi dell’interesse propriamente dello, secondo i diversi luoghi c i diversi tempi. Vi fu tempo in cui, in California, il saggio del 2 al mese non appariva esageralo per mutui, che ora si farebbero al 7-8 "/„ all’anno; e sebbene questa dilh'renza possa in parte venir riferita al sentimento di una maggior stabilità, pure per la parte maggiore deve dipendere da qualche causa generale. Negli Siati Uniti il saggio dell’interesse fu, in generale, più alto che in Inghilterra, c più allo negli Stati dell’Unione nuovi clic nei vecchi, e la tendenza deH’inlercsàe a ribassare a misura che la società progredisce è ben marcala, e fu segnalala da molto tempo. Quol’è la legge che unirà tutte queste variazioni e nc mostrerà la causa?

Non è necessario indugiarci oltre sul fatto, già da noi segnalato, che la Economia politica non è finora venula a capo di determinare la vera legge dell'interesse. Le sue speculazioni a questo riguardo non hanno la precisione e la coerenza, che permisero alla teoria universalmente accettata delle mercedi di resistere alla evidenza dei falli e non richiedono un esame egualmente particolareggiato. Che esse vadano contro ai falli, che l'interesse non dipenda dalla produttività del lavoro c del capitale, è provalo dal fallo generale che dove il lavoro e il capitale sono più produttivi, l’interesse è più basso. Che inversamente l’interesse non dipenda dalle mercedi, ossia dal costo del lavoro, ribassando quando le mercedi salgono, salendo quando le mercedi ribassano, è del pari provato dal fatto generale che l’interesse è allo quando c dove le mercedi sono alte, basso quando e dove le mercedi sono basse.

Cominciamo, come si dice, dal principio. Quale sia la natura e quali le funzioni del capitale fu già da noi sufficientemente chiarito, ma a rischio di fare qualche cosa di simile ad una digressione, vediamo di determinare la causa prima di considerarne la legge. Questa determinazione, oltre al giovare alla nostra indagine col darci una idea più ferma e più netta del soggetto, potrà condurre a conclusioni, la cui importanza pratica apparirà più tardi.

Qual'è la ragione e la giustificazione dell’interesse? Perchè dovrebbe il mutuatario restituire al mutuante più di quanto ha da lui ricevuto? Queste domande meritano una risposta, non solo per la loro importanza speculativa, ma anche per la loro importanza pratica. Il sentimento che l’interesse sia una spogliazione, un furto all’industria, è largamente diffuso e si va diffondendo al di là e al di qua dell’Atlantico, e si afferma sempre più nella letteratura e nei moli popolari. Gli espositori della Economia politica corrente dicono che non vi ha conflitto fra lavoro e capitale e combattono come ingiuriosi pel lavoro non meno che pel capitale lutti i progetti per ridurre la ricompensa che il capitale ottiene; e poi nelle stesse opere insegnano che le mercedi e l’interesse stanno fra loro in ragione inversa, e che l’interesse sarà basso od allo secondo che saranno alle o basse le mercedi (1). Gli è chiaro che se questa dottrina è corretta, la sola obbiezione che, dal punto di vista del lavoratore, si può logicamente fare a questo o quel progetto di riduzione dell’interesse, si è che esso sia inattuabile, ragione questa evidentemente assai debole ora che la idea della onnipotenza della legge è così diffusa; ed al postutto, se anche una simile obbiezione potesse far abbandonare questo o quel progetto, non toglierebbe che non ne possano sorgere dei nuovi.

Quale sarebbe la ragion d’essere dell’interesse? L’interesse, è detto in lutti

(1) Ciò, realmente, è detto dei profitti, ma volendo evidentemente intendere del reddito del capitale.

i libri classici di Economia politica, è il compenso dcll’aslinenza. Ma evidentemente questa non è buona ragione. L’astinenza non è una qualità attiva, ma passiva; essa non è una azione, ma una mera inazione. Perchè, adunque, dovrebbe potersi reclamare per essa una parte qualsiasi del prodotto? Se ho una somma di denaro e la tengo un anno sotto chiave, avrò esercitato tanta astinenza quanta ne avrei esercitala coll’imprcstarla per un anno. Eppure, sebbene in quest’ultimo caso mi aspetti a vedermela restituita con una somma addizionale come interesse, nel primo caso mi troverò ad avere la stessa somma senza alcun aumento. Eppure, l’astinenza fu la stessa nei due casi. E se si dicesse che col prestare quella somma io rendo un servizio al mutuatario, si potrebbe rispondere clic anebe il mutuatario rende un servizio a me col tenere quella somma al sicuro; servizio, che in certe condizioni può avere assai valore e per ottenere il quale potrei essere disposto a pagare qualche cosa, e che, trattandosi di certe forme di capitale, potrebbe apparire ancor più evidente che trattandosi di una somma di denaro. Invero, vi sono forme di capitale che non possono conservarsi, ma devono essere costantemente rinnovate, e molte che sono onerose a conservarsi quando uno non trova immediatamente ad impiegarle. Epperò, se anche chi accumula il capitale aiuta, col prestarglielo, chi ne fa uso, questi non si sarà liberalo completarne/ile dal suo debito quando avrà restituito il capitale avuto in prestito? La conservazione del capitale assicurato, il suo mantenimento e la sua ricostituzione, non sono forse un compenso sufficiente pel suo uso? L’accumulazione è il fine, lo scopo dell’astinenza; questa non può andare più in là nè fare di più; anzi, per sè sola non può neppure far ciò. Se noi ci limitassimo ad astenerci dall’usarla, quanta ricchezza non sparirebbe in un anno? Epperò, se per l’astinenza si domanda qualche cosa di più del capitale prestalo, non è una lesione che si fa al lavoro? Idee simili a queste stanno in fondo alla opinione assai diffusa che l’interesse non possa crescere che a spese del lavoro, che in fatto esso sia una spogliazione, un furto al lavoro; spogliazione, che in una società fondata sulla giustizia dovrebbe essere impedita.

I ragionamenti, ai quali si ricorse per confutare queste idee, non mi sembrano sempre felici. Prendiamo, come quello che riflette il modo di ragionare più in uso, l’esempio, cosi spesso citato, della pialla di Bastiat. Giacomo, falegname, col lavoro di dieci giorni si fa una pialla, che potrà servire per 200 giorni sui 300 giorni di lavoro all’anno. Guglielmo, anch’esso falegname, gli domanda in prestito la pialla per un anno, obbligandosi a restituirgli alla fine dell’anno, quando la pialla sarà fuori d’uso, una pialla nuova ed egualmente buona. Giacomo non consente a prestare la sua pialla a questa coedizione, osservando che se dopo l’anno ei non ha a ricevere indietro altro che unà pialla, ei non verrà ad avere nulla che lo compensi della perdita che esso fa del vantaggio, che l’uso della pialla per un anno gli avrebbe procurato. Guglielmo se ne capacita, e quindi offre non solo di restituirgli alla fine dell’anno una pialla nuova, ma di dargli in aggiunta una tavola. L’accordo è conchiuso in questi termini a comune soddisfazione. La pialla nell’anno si logora, ma alla fine Giacomo ne riceve una nuova con una tavola in aggiunta; poi torna a prestare la nuova pialla alle stesse condizioni, e cosi di seguito finché la pialla passa a suo figlio, clic continua a prestarla ricevendo sempre ad ogni volta, oltre ad una pialla nuova, una tavola. Si dice clic questa tavola, la quale rappresenta l’interesse, è una rimunerazione naturale ed equa, in quanto, dandola in corrispettivo dell'uso della pialla, Guglielmo < ottiene la facoltà, clic esiste nello strumento, di aumentare la produttività del lavoro », nè si trova peggio di come si sarebbe trovato se non avesse preso in prestito la pialla, mentre Giacomo non viene ad avere più di quanto avrebbe avuto se invece di dare la sua pialla in prestilo (’avesse tenuta c se ne fosse servito.

Ma è proprio cosi? Si noterà clic qui non si afferma punto che Giacomo sappia fare una pialla c Guglielmo 110; chè allora la tavola sarebbe la retribuzione di una abilità maggiore. Solo, Giacomo si è astenuto dal consumare il risultalo del suo lavoro infino a clic non l’ebbe accumulato sotto forma di pialla, loccliò costituisce l'idea essenziale del capitale.

Ora, se Giacomo non avesse prestato la sua pialla, se ne sarebbe servito per 200 giorni, in capo ai quali la pialla sarebbe diventata inservibile, ed egli avrebbe dovuto impiegare le rimanenti 10 giornate di lavoro dell’anno per farsi una pialla nuova. Guglielmo poi, se non si fosse fatto prestare la pialla, avrebbe impiegato le prime 10 giornate di lavoro per farsene una, di cui si sarebbe pollilo servire per le rimanenti 200. Dunque, se noi supponiamo che una tavola rappresenti il fruito di una giornata di lavoro colla pialla, alla fine dell’anno, se nessun imprestilo fosse avvenuto, i due falegnami sarebbero venuti a trovarsi, in fatto di pialle, come si trovavano al principio: Giacomo con una pialla, Guglielmo senza pialla c ciascuno avrebbe avuto come risultato del lavoro d’un anno 290 tavole. Se il prestito fosse stalo fatto alla condizione primamente proposta da Guglielmo, quella cioè di restituire non altro che un’altra pialla nuova, la situazione relativa, in cui Guglielmo e Giacomo sarebbero venuti a trovarsi, sarebbe stata la stessa. Guglielmo avrebbe lavorato 290 giorni e impiegato le ultime 10 giornate a farsi una pialla nuova da restituire a Giacomo; Giacomo poi avrebbe impiegato le prime 10 giornate dell’anno per farsi un’altra pialla, la quale gli avrebbe durato per le rimanenti 290 giornate, in capo alle quali avrebbe ricevuto da Guglielmo una pialla nuova. Dunque, se il prestito fosse stato fatto alla condizione di restituire non altro che una pialla nuova, i due falegnami sarebbero venuti a trovarsi alla fine dell’anno nella stessa posizione, in cui si sarebbero trovati se il prestilo non fosse avvenuto. Giacomo non avrebbe perduto nulla al guadagno di Guglielmo e Guglielmo non avrebbe guadagnato nulla alla perdita di Giacomo. Il lavoro di ciascuno avrebbe avuto la retribuzione, che avrebbe avuto altrimenti, cioè 290 tavole, e Giacomo avrebbe il vantaggio che aveva dapprima, quello di avere una pialla nuova.

Ma se in aggiunta alla pialla Giacomo riceve una tavola, ei si troverà alla fine dell’anno in una posizione migliore di quella, in cui si sarebbe trovalo se non vi fosse stato prestito c Giacomo in una posizione peggiore. Giacomo si troverà ad avere 290 tavole ed una pialla nuova; Guglielmo si troverà ad avere 289 tavole c nessuna pialla. Se ora Giacomo prende in prestilo e tavola e pialla alle stesse condizioni di prima, dovrà alla fine dell’anno dare a Giacomo una pialla, due tavole ed una frazione di tavola c se si fa prestare di nuovo anche questa differenza, e cosi ili seguilo, non è egli evidente clic il reddito dell’uno andrà continuamente diminuendo, quello dell'altro continuamente aumentando, infino a che, come risultato del prestilo primitivo d’una pialla, si avrà che Giacomo si prenderà tutto il risultato del lavoro di Guglielmo, vai quanto dire che Guglielmo diventerà virtualmente suo schiavo?

L’interesse è esso adunque naturale ed equo? Nulla vi ha in questo esempio clic lo provi. Evidentemente, ciò che Basliat c molti altri dàuno come base dell’interesse, cioè « la potenza che esiste nello strumento di aumentare la produttività del lavoro », non è, nè in linea di giustizia nè in l’alto, la base dell’interesse. La fallacia, che fa che l’esempio di Bastiat passi come conchiudcntc presso coloro, che non si danno la briga di analizzarlo, come noi lo abbiamo analizzato, sta nell’associare che essi l'anno al prestito della pialla il trasferimento della maggior potenza produttiva, clic una pialla dà al lavoro. Ma in realtà il prestito non importa punto questo trasferimento. Ciò che essenzialmente Giacomo presta a Guglielmo, non è la maggior potenza produttiva, che il lavoro acquista col servirsi di una pialla. Perché ciò fosse, bisognerebbe supporre che la fabbricazione e l’uso delle pialle fosse uu segreto di commercio o una privativa; ma allora l’esempio verrebbe ad essere di monopolio, non d’uso di un capitale. Ciò che, essenzialmente, Giacomo presta a Guglielmo non è il privilegio di applirarc il suo lavoro in un modo più efficace, bensì l’uso del risultato concreto di dieci giornate di lavoro. Se « il potere che esiste negli strumenti di aumentare la forza produttiva del lavoro » fosse la causa dell’interesse, il saggio dell’iuleressc aumenterebbe col progresso delle invenzioni. Or cosi non è, nè alcuno si aspetta certo di vedermi consentire a pagare un maggior interesse pel prestito d’una macchina a cucire del valore di cinquanta dollari che pel prestilo di tanti aghi per lo stesso valore. Il capitale, come la ricchezza, è scambiabile. Non è questa o quella cosa, ma una cosa qualunque dello stesso valore nel circolo degli scambi. Nè il perfezionamento degli strumenti aggiunge alcun che alla potenza produttiva del capitale, bensì aggiunge alla potenza produttiva del lavoro.

Ed io inclino a credere clic se tutta la ricchezza consistesse in cose come le pialle e tutta la produzione fosse come quella del falegname, vale a dire, se tutta la-ricchezza consistesse nella materia inerte dell’universo e la produzione nel lavorare questa materia in forme diverse, l’interesse sarebbe veramente un furto fatto al lavoro c non potrebbe durare a lungo. Nè con ciò voglio dire ebe non vi sarebbe accumulazione; imperocché, sebbene la speranza ili aumentare, coll’aiuto del capitale, la ricchezza sia uu motivo per convertire la ricchezza iu capitale, non è questo il solo motivo c neppure il motivo principale. I fanciulli economizzano i loro soldi pel Natale; i pirati vanno aggiungendo tesori ai loro tesori nascosti ; i principi dell'Oriente ammassano monete; e uomini come Steward c Vanderbilt, perché un giorno furono presi dalla febbre ili accumulare capitali, continueranno, finche sarà loro possibile, ad aggiungere milioni a milioni, se anche quest’aecumulaziunc non voglia dire per essi un aumento ili produzione. E neppure intendo .lire clic non vi sarebbero più prestiti; imperocché a questi condurrebbe, e in larga misura, l’interesse comune. Se

Guglielmo ha a fare un lavoro, cli’ci debba incominciare immediatamente, e Giacomo un altro, che non debba incominciare che 10 giorni dopo, il prestito di una pialla può essere di vantaggio ad entrambi, se anche Guglielmo non debba, in aggiunta alla pialla, dare a Giacomo nessuna tavola.

Se non che, non ogni ricchezza è della natura delle pialle e delle tavole, nò ogni produzione è solo trasformazione della materia inerte dell’unirerso. Certo, se metto in disparte e conservo una somma di danaro, essa, durante questo tempo, non aumenta. Ma se invece metto in disparte e conservo del vino, alla fine dell'anno avrò un incremento di valore, in quanto il vino sarà diventato di qualità migliore; o se, in una località conveniente alle api, io ne allevo una certa quantità, in capo all’anno avrò un numero maggiore di sciami ed il miele che essi avranno fatto; oppure se, avendo pascoli, tengo pecore, vacche,ecc., alla fine dell’anno mi troverò, anche qui, ad avere un maggior numero di capi.

Or, ciò che in questi casi procura un aumento è qualche cosa che, sebbene per esser utilizzato richieda un lavoro, è tuttavia distinto e separabile da questo; è la forza attiva della natura, il principio della crescenza, della riproduzione, che dappertutto caratterizza tutte le forme di questa cosa o condizione misteriosa che chiamiamo vita. E pare a me che sia questa la causa dell’interesse, vale a dire dell’aumento del capitale al dilà e al disopra di ciò che è dovuto al lavoro. Sono, per cosi dire, nei movimenti, che 'costituiscono l’eterno flusso della materia, certe correnti vitali che, se noi le impieghiamo, ci aiutano, con una forza indipendente dai nostri sforzi, a dare alla materia le forme che desideriamo, cioè, a trasformarla in ricchezza.

Mentre molte cose si possono citare, che, come il denaro o le pialle, le tavole, le macchine o le vesti, non hanno alcuna potenza intrinseca d’ineremenlo, altre ve ne sono, comprese nei concetti di ricchezza e di capitale, che, come il vino, fino ad un certo punto aumentano, diremmo, di qualità o, come le api, il bestiame aumentano di quantità ed altre, come le sementi, che, sebbene le condizioni che loro permettono di aumentare non possono crearsi senza lavoro,.pure, una volta che queste esistano, dànno un incremento ossia un reddito in più di quello che è dovuto al lavoro.

Or, la scambiabilità della ricchezza imporla necessariamente una ripartizione proporzionale, fra tutte le specie di ricchezza, di un qualche speciale vantaggio proveniente dal possesso d’una specie qualunque, in quanto nessuno darebbe un capitale sotto una certa forma, quando questa potesse esser scambiata contro una forma più vantaggiosa. Per esempio, nessuno consentirebbe a macinare grano e a tenere farina disponibile pel comodo di chi desideri scambiar frumento o un suo equivalente contro farina, quando non potesse avere con questo scambio un aumento di ricchezza eguale a quello che, tutto consideralo, potrebbe avere affidando il suo grano alla terra; — nessuno, potendo tenerlo, consentirebbe a scambiare un greggie di pecore contro un eguale peso netto di carne pecorina da consegnarsi fra un anno, in quanto, tenendosi il greggie, verrà ad avere, in capo all’anno, non solo lo stesso peso di carne pecorina, ma ancora gli agnelli e le lane; — nessuno si farebbe a scavare un canale d’irrigazione se quelli, clic il canale aiuterà ad utilizzare le forze riproduttive della natura, non fossero disposti a dargli una porzione del maggior prodotto che essi verranno ad avere, di guisa che il suo capitale venga a dargli un reddito eguale al loro. Cosi, nel circolo degli scambi, la potenza d’incremento, che la forza riproduttiva o vitale della natura dà a certe specie di capitali, deve ripartirsi su tutte e quegli che dà in prestito o impiega negli scambi denaro, pialle, mattoni, vesti, ecc., non è senza il potere di ottenere un incremento più che noi sarebbe se avesse prestato o impiegato in uno scopo di riproduzione altrettanto capitale sotto una forma suscettiva d'incremento.

Anche nella utilizzazionedelle differenze nelle forze della natura e nelle facoltà dell’uomo, che si effettua mediante lo scambio, havvi un incremento, che tiene di quello prodotto dalle forze vitali della natura. In una località, ad esempio, una data somma di lavoro produrrà una quantità di alimenti vegetali come 200 ed una quantità di alimenti vegetali come 100; in un’altra, le condizioni saranno invertite e la stessa somma di lavoro produrrà 100 di alimenti vegetali e 200 di alimenti animali. Là il valore dell’alimento vegetale starà al valore dell’alimento animale come 2 a 1, qui come 1 a 2 ; e supposto che delle due speci di alimento occorrano quantità eguali, la stessa somma di lavoro procurerà in ciascuna delle due località 150 dell’uno e dell’altro. Ma applicando il lavoro in una località a produrre alimenti vegetali, nell'altra a produrre alimenti animali e scambiando le quantità richieste, gli abitanti di ciascuna delle due località saranno in grado di procurarsi, per quella tal somma di lavoro, 200 di ciascuna specie di alimenti, meno le perdite e le spese dello scambio; di guisa che in ciascuna delle due località il prodotto, che è sottratto al consumo e destinato allo scambio, addurrà un aumento di ricchezza. Gli è cosi che il gatto di Whittington, mandato in un lontano paese dove i gatti siano pochi e i topi molti, ritorna in forma di balle di merci e di sacchetti d'oro.

Naturalmente, il lavoro è necessario per lo scambio, come è necessario per la utilizzazione delle forze riproduttive della natura; e il prodotto dello scambio, come il prodotto dell’agricoltura, è evidentemente il prodotto del lavoro; ma nell’un caso e nell’altro vi ha una forza distinta, che col lavoro coopera e che rende impossibile misurare il risultato unicamente alla stregua del lavoro speso e fa della somma del capitale e del tempo che rimane impiegato parli integranti della somma delle forze. Il capitale aiuta il lavoro in tutti i diversi modi di produzione; ma havvi una differenza fra le relazioni dei due fattori nei modi di produzione, che consistono unicamente nel trasformare o spostar la materia, come sarebbe il piallamcnto delle tavole o la estrazione del carbone e le relazioni loro nei modi di produzione, che si servono delle forze riproduttive della natura o della potenza d’accrescimento della ricchezza che deriva da differenze nella distribuzione delle attitudini della natura e dell’uomo, come sarebbe la germinazione del grano o lo scambio di ghiaccio contro zucchero. Nella produzione della prima specie il lavoro è la sola causa efficiente; quando il lavoro si arresta, anche la produzione si arresta. Quando il falegname, al tramonto del sole, depone la sua pialla, l’incremento di valore, che con questa produceva, si arresta fino al mattino dell’indomani, quando riprenderà il lavoro. Quando la campana della fabbrica suona la chiusura dei laboratori, o quando si chiude l’ingresso alla miniera, la produzione si arresta fino al momento in cui il lavoro ricomincia. Il tempo fra la cessazione c la ripresa del lavoro potrebbe, per ciò die riguarda la produzione, anche non essere stato affatto. Il numero dei giorni, la vicenda delle stagioni, non sono qui un elemento della produzione, la quale dipende solo dalla somma di lavoro spesa. Ma negli altri modi di produzione cui ho accennato e nei quali la parte del lavoro può essere paragonala all'operazione dei lcgnaiuolirchc gettano i loro tronchi d’albero al fiume lasciando alla corrente di portarli, parecchie miglia a valle, alla segheria, il tempo ò un elemento. La semente affidata alla terra germoglia c cresce mentre il coltivatore dorme o lavora altri campi e le correnti sempre in movimento della atmosfera c dell’Oceano portano il gallodi Whittington verso l’immaginario paese devastato dai topi.

Ritorniamo all'esempio di Bastiat. Gli è evidente che sevi ha una qualche ragione, per cui Guglielmo debba alla line dell’anno dare a Giacomo qualche cosa di più di una pialla eguale a quella avuta in prestito, questa ragione 11011 sta, come Bastiat dice, nella maggior potenza, che lo strumento dà al lavoro; — imperocché, quella, come già ho mostrato, non è un elemento di produzione — bensì nell'elemento del tempo, nel lasso di un anno dal prestito della pialla alla sua restituzione. Or, se noi ci conteniamo nej termini di questo esempio, nulla vi ha che ci dica coinè questo elemento possa qui'operare, in quanto una pialla non ha per sé, alla fine dell’anno, un valore maggiore di quello clic abbia al principio. Ma se noi alla pialla sostituiamo un vitello, si vedrà chiaramente come per mettere Giacomo nella stessa posizione, in cui sarebbe venuto a trovarsi se non avesse prestalo il vitello, bisogna che Guglielmo gli renda alla fine dcH’auno non un vitello ma una vacca. Oppure, se noi supponiamo che le dicci giornate di lavoro siano state impiegale a far crescere grano, gli è evidente clic Giacomo non sarebbe completamente ripagato se alla fine dell’anno non ricevesse clic la quantità di grano seminata ; imperocché, durante l’anno il grano germoglia, cresce c si moltiplica; e cosi, se la pialla fosse stata destinala allo scambio, avrebbe potuto durante l’anno essere scambiata più volte c ad ogni volta apportare a Giacomo un aumento di ricchezza. Epperò, poiché il lavoro di Giacomo avrebbe potuto essere applicato in una qualsiasi di queste forme o, ciò che torna allo stesso, una parte di questo lavoro potrebbe in tal modo essere scambiala con una qualsiasi di esse, Giacomo non vorrà fare una pialla, perchè Guglielmo se ne serva, a meno che gli si dia indietro qualche cosa di più di una pialla. E Guglielmo può dare questo di più, in quanto la stessa ripartizione generale dei vantaggi del lavoro applicato in modi diversi gli permetterà di ottenere dal suo lavoro un vantaggio tratto daU’elemcuto del tempo. È questa ripartizione generale dei vantaggi, che necessariamente si ha dove le esigenze della società vogliono che si attenda simultaneamente a modi diversi di produzione, ciò elio al possesso della ricchezza, non suscettiva per sé di incremento, dà un vantaggio simile a quello, che è annesso alla ricchezza impiegata in modo da avere un incremento grazie all’elciuenlo del tempo. E, in ultima analisi, il vantaggio dato dal tempo deriva dalla forza generatrice della natura c dalle tlif-fcrenze nelle attitudini della natura e dell'uomo.

Se !a qualità e l'altitudine della materia e la forza produttiva dell’uomo fossero dappertutto le stesse, non vi sarebbe interesse. Il vantaggio, clic strumenti migliori procurano, potrebbe talvolta essere trasferito a condizioni somiglianti a quella del pagamento ili un interesse; ma queste transazioni sarebbero irregolari e intermittenti, costituirebbero la eccezione, non la regola. Imperocché, la potenza di procurare tali retribuzioni non sarebbe, come ora, inerente al possesso del capitale c il vantaggio del tempo non si farebbe sentire clic in circostanze particolari. Se, possedendo 1000 dollari, sono sicuro di trovare a prestarli mediante interesse, non è già perchè vi siano altre persone che, non avendo 1000 dollari c non potendo procurarseli altrimenti, siano disposte a darmi qualche cosa per potersi servire del mio capitale, bensì perchè il capitale, che i miei 1000 dollari rappresentano, ha il potere di produrre una maggior ricchezza a chiunque lo possieda, fosse anche un milionario. Imperocché il prezzo, a cui una cosa si vende, non dipende tanto da ciò clic il compratore è disposto a dare piuttosto che andarsene senza di essa, quanto da ciò che il venditore può avere altrimenti. Per esempio, un industriale, che desidera ritirarsi dagli affari, ha per 100000 dollari di meccanismi. Se non può, vendendo, prendere questi 100000 dollari e investirli in modo che gli diano un interesse, sarà per lui indifferente, una volta eliminalo il rischio, l’avere il prezzo tutto in una volta oa rate; e se il compratore ha il capitale necessario, ciò che dobbiamo supporre perchè l’affare possa rimanere nei proprii termini, gli sarà indifferente il pagar subito o dopo un certo termine. Se il compratore non ha il capitale necessario, potrà essere di sua convenienza che il pagamento sia a termine; ma non sarebbe che in circostanze eccezionali che il venditore domanderebbe e che il compratore sarebbe disposto a pagare per ciò un premio; ne in tal caso questo premio sarebbe proprio un interesse per l’uso del capitale, ma un reddito derivante dall’incremento del capitale. Guglielmo non tarderebbe a scuoprire clic, se non può pagare, può dare una tavola per ottenere di differire il pagamento della pialla a Giacomo.

Insomma, se noi ci facciamo ad analizzare la produzione, noi troviamo che essa si presenta sotto tre forme in quanto :

Adatta — ossia, cambia i prodotti naturali di l’orma o di luogo, sì da renderli alti al soddisfacimento dei bisogni dell’uomo;

Aumenta — ossia utilizza le forze vitali della natura, come nella coltivazione di piante o nell’allevamento di animali;

•Scambia — ossia utilizza, in modo da aggiungere alla somma generale di ricchezza, il maggior potere di quel le forze della natura, che variano secondo le località o quelle forze dell’uomo, che variano secondo la situazione, l’occupazione e il carattere.

In ciascuno di questi tre modi di produzione il capitale può aiutare il lavoro o, per esser più esalti, nel primo il capitale può aiutare il lavoro, ma non è assolutamente necessario; negli altri il capitale deve aiutare il lavoro, ossia, è necessario.

Or, mentre, coll’impiegare il rapitale sotto la forma voluta, noi possiamo aumentare la potenza effettiva del lavoro a imprimere alla materia il carattere di ricchezza — come quando noi adattiamo legna c ferro alla forma e all’uso di pialla, oppure ferro, carbone, acqua c olio alla forma e all’uso di macchina a vapore, oppure pietre, argilla, legname e ferro alla forma e all’uso di costruzione — tuttavia la caratteristica di quest’uso del capitale si è che il benefizio sta nell’uso. Quando invece impieghiamo il capitale nel secondo di quei modi, come quando seminiamo grano o mettiamo capi di bestiame in una mandria, o mettiamo in serbo vino perchè diventi migliore cogli anni, allora il benefizio nasce non dall'uso ma dall’incremento. E così quando noi impieghiamo il capitale nel terzo di quei modi e invece di servirci di una cosa la scambiamo, il benefizio è nel maggior valore delle cose ricevute in cambio.

In principio i benefizi, che derivano dall’uso, vanno al lavoro e quelli, clic derivano dall’incremento, vanno al capitale. Ma a misura che la divisione del lavoro c la scambiabilità della ricchezza rendono necessaria ed importano una ripartizione proporzionale dei benefizi, in quanto questi diversi modi di produzione sono correlativi l’uno all’altro, i benefizi, che derivano da un modo di produzione, si agguaglieranno coi benefizi, che derivano dagli altri modi, in quanto nè il lavoro nè il capitale non saranno applicati a quel tal modo di produzione, quando altri modi, pur loro aperti, darebbero loro un reddito maggiore. Vale a dire, il lavoro impiegato nel primo modo di produzione verrà ad avere non il reddito intiero, ma il reddito meno quel tanto, che è necessario per dare al capitale un aumento eguale a quello, che avrebbe potuto avere negli altri modi di produzione; e il capitale applicato al secondo e al terzo modo di produzione otterrà non l’intiero incremento, ma l’incremento meno quel tanto, che è bastante per dare al lavoro una retribuzione eguale a quella, che avrebbe avuto se si fosse impiegalo nel primo modo.

Cosi, l’interesse nasce dalla potenza di incremento, che le forze riproduttive della natura e la possibilità dello scambio, analoga a queste negli elfetti, dònno al capitale. Non è una cosa arbitraria, ma naturale; non è il risultato di una organizzazione sociale particolare, bensì delle leggi universali, che stanno a base della società. Dunque l’interesse è giusto.

Quelli, clic parlano di abolire l'interesse, cadono in un errore similea quello, già da noi segnalato, che dà una apparenza di verità alla teoria, secondo cui le mercedi sono tratte dal capitale. Quando pensano all’interesse, non hanno presente se non quello, che è pagato da chi usa un capitale a chi ne è proprietario. Ma evidentemente questo non è tutto l’interesse, ma solo un interesse. Chiunque si serve di un capitale ed ottiene l’incremento di ricchezza, che esso è capace di dare, riceve un interesse. Se io pianto un albero e lo coltivo lino a che dia frutti, io vengoa riceverein questi frutti l’interesse del capitale così accumulato, cioè del lavoro, che vi ho speso attorno. Se allevo una vacca, il latte che essa mi darà mattino e sera non è semplicemente la retribuzione del mio lavoro attuale, ma l'interesse del capitale, che il mio lavoro, speso nell’allevarla, ha accumulato nella vacca. Parimenti, se io impiego il mio capitale ad aiutare di-retlamonle la produzione, ad esempio, con macchine, oppure ad aiutarla indirettamente colloscambio, io riceverò uno speciale e distinto vantaggio dal carattere riproduttivo del capitale, non meno reale, sebbene per avventura meno chiaro, di quello che riceverei se avessi prestalo il mio capitale ad altri e questi mi pagasse un interesse.

CAPITOLO IV.

IL FALSO CAPITALE E I PROFITTI CONFUSI SPESSO COLL’INTERESSE.

La credenza che l’interesse sia un furto fatto alla industria è dovuta in gran parte al non distinguersi che si fa xiò, che è realmente capitale, da ciò, che non

10 è —i profitti, che sono un vero eproprio interesse, da profitti, che derivano da altre fonti che dall’impiego del capitale. Nel linguaggio e nella letteratura del giorno, chiunque possiede una cosa che, indipendentemente dal suo lavoro, gli dia un reddito, è detto capitalista e lutto ciò, che per tal modo si ottiene, è detto

11 guadagno, la ripresa del capitale e dappertutto sentiamo parlare di conflitto fra capitale e lavoro. Ancora non domando al lettore di prendere il suo partito sul punto se veramente fra lavoro e capitate conflitto vi sia ; ma sarà utile togliere fin d’ora di mezzo alcuni falsi concetti, che mettono confusione nelle idee.

Noi abbiamo già fatto osservare come i valori della terra, che tanta parte costituiscono di ciò, che ordinariamente si dice capitale, non siano per nulla capitale e come la rendila, che anche ordinariamente si comprende nei redditi di capitale e che assorbe una porzione sempre più grande del prodotto di una comunità progrediente, non sia per nulla un provento di capitale e debba esser tenuta ben distinta dall’interesse. Non è necessario insistere oltre su questo punto. Anche abbiamo già notato come i titoli di debito pubblico, le obbligazioni, i titoli di credito, ecc., che costituiscono un’altra grande porzione di ciò, che ordinariamente si dice capitale, non siano puntocapitnle. Se non che, in alcune delle loro forme queste prove di debito somigliano talmente al capitale ed in certi casi adempiono od almeno sembrano adempiere cosi bene le funzioni del capitale, col-l’apportare ai loro possessori un reddito, che non solo è detto interesse ma ha tutta l’apparenza di un interesse, che prima di farci a liberare il concetto di interesse da alcune altre ambiguità che lo avvolgono, sarà bene ritornar a parlare un po’ più a lungo di queste.

Nulla può essere capitale, ripetiamolo, che non sia ricchezza; vale a dire, nulla può esser capitale, che non sia composto di cose reali e tangibili, non dei doni spontanei della natura, i quali abbiano in sè e non per procura il potere di soddisfare direttamente o indirettamente i bisogni dell’uomo.

Cosi, un titolo di obbligazione dello Stalo non è un capitale, nò rappresenta un capitale. Il capitale, che il Governo ha per esso ricevuto, fu consumato improduttivamente, vomitato da bocche di cannoni, consumato in navi da guerra, speso in mantener soldati tenuti per non faraltroche marciare, fare esercizi, ammazzare e distrurrc. L’ohbligazione non può rappresentare un capitale clic fu distrutto. Essa non rappresenta affatto capitale alcuno.Essa nonè che una solenne dichiarazione fatta dal Governo che esso prenderà di tanto in tanto,per mezzo delle imposte, dal fondo di ricchezza esistente nel paese, tanto di ricchezza, ch’esso rimetterà al possessore dell’obbligazione e che a certi intervalli prenderà nello stesso modo tanto di ricchezza, per dare al possessore quell’incrcinento che il capitale, che il Governo promette di restituire un giorno, gli darebbe se fosse realmente in suo possesso. Le somme enormi, che sono per tal modo prese sul prodotto del lavoro in tutti i paesi moderni per pagare l’interesse dei debiti pubblici, non sono guadagni o incrementi di capitale, non « interesse » nel senso stretto della parola, ma tasse levate sul prodotto del lavoro e del capitale c che lasciano tanto di meno per le mercedi e pel vero e proprio interesse.

Ma supponiamo c!)e le obbligazioni siano state emesse per scavare il letto di un fiume, per costruire fari o un pubblico mercato; oppure, per rappresentare la stessa idea con un altro esempio, supponiamo che esse siano state emesse da una Compagnia ferroviaria. Qui esse rappresenteranno un capitale esistente cd applicato ad usi produttivi c, come le azioni di una società che paghi dividendi, potranno considerarsi come prove della proprietà del capitale. Ma esse non possono considerarsi come tali se non in quanto esse rappresentino veramente un capitale e non in quanto siano stale emesse in eccedenza del capitale impiegato. Quasi tutte le nostre società ferroviarie ed altre società sono gravate in questo modo. Per ogni dollaro di capitale realmente impiegalo, si emisero certificati per due, tre, quattro, cinque e persino dieci e su queste somme fittizie si pagano, più o meno regolarmente, interessi e dividendi. Or, ciò che queste società guadagnano e pagano in più della somma dovuta come interesse del capitale realmente investilo, non meno che le somme considerevoli assorbite dalla organizzazione di sindacati e delle quali non si tiene mai conto, non sono evidentemente prese sul prodotto totale della comunità in ragione di servizi resi dal capitale, non sono punto un interesse. Se noi ci atteniamo alla terminologia degli economisti, che distinguono il profitto in interesse, quota di assicurazione dei rischi c mercede per l’opera personale di direzione, queste somme dovrebbero comprendersi in quest’ultinia categoria.

Se non che, mentre gli è troppo chiaro che la mercede o salario di direzione implica un reddito derivante da qualità personali, quali l’abilità, il tatto, Io spirito d’inlrapresa o di organizzazione, lo spirilo inventivo, il carattere, ecc., invece, a formare i profitti di cui parliamo, entra un altro elemento, che solo arbitrariamente può esser messo insieme a questi, l’elemento del monopolio.

Quando Giacomo 1 accordò al suo favorito il privilegio (li fabbricare il filo d’oro o d’argento, proibendo con severe pene a chiunque altri di fabbricare di tal filo, il reddito, di cui Buckingham venne, in conseguenza di ciò, a godere, non derivava già daU'inleresse del capitale investito in tale fabbricazione, nè dall’abilità, ecc., di quelli clic dirigevano l’operazione, bensì (la ciò che esso aveva avuto dal re, cioè dal privilegio esclusivo o piuttosto dal potere di levare per sè una imposta su quanti avessero fatto uso di quel filo. Un una fonte dello stesso genere derivano gran parte dei profitti, che sono generalmente confusi coi guadagni del capitale. Anche debbono essere riferiti a questa fonte i proventi dei brevetti accordati per un certo tempo allo scopo di incoraggiare le invenzioni, non meno che i redditi, che si ricavano dai monopoli creati dai dazi pro-tellivi sotto pretesto di incoraggiare la industria del paese. Ma un’altra fonte vi ha di monopoli molto più dissimulata e generale. Nella riunione di grandi masse di capitali sotto un controllo comune, si sviluppa una potenza nuova ed essenzialmente diversa da quella potenza d’incremento, clic è una caratteristica generale del capitale e clic dà origine all’interesse. Mentre quest’ullima forza è, diremmo, per sua natura essenzialmente costruttiva, quella che nasce dalla riunione dei capitali è essenzialmente distruttiva. È un potere della stessa natura di quello, che Giacomo I accordò a Buckingham, eil è spesso esercitato con non minore indifferenza e mancanza di qualsiasi riguardo non solo pei diritti industriali, ma anche pei diritti personali degli individui. Una società ferroviaria affronta una piccola città come il grassatore affronta la sua vittima. La minaccia « se voi non accettate le nostre condizioni noi lascieremo la vostra città a 2-3 miglia dalla ferrovia » non è meno efficace del « la borsa o la vita » pronunzialo spianando una pistola. Imperocché, la minaccia della società, se realizzala, non solo priverebbe la piccola città dei benefizi, che la ferrovia potrebbe procurarle, ma anche la metterebbe in una condizione peggiore di quella, in cui si sarebbe trovata se la ferrovia non fosse stata costrutta affatto. Oppure, se dove sonocomunicazioni per acquasi viene ad impiantare un servizio di concorrenza, il quale abbassi le tariffe fino al punto da costringere il servizio primitivo a cessare, il pubblico dovrà allora fare le spese della operazione, pressamente come i Rohillas furono costretti di pagare i quaranta Laghi, coi quali Sujah Dowlab si fece dare da Warren Hasting i soldati inglesi per aiutarlo a desolare il paese e a decimare il popolo. E come i malandrini si uniscono per rubare di concerto e dividere il bottino, così le diverse società ferroviarie si uniscono per elevare le tariffe c dividersi i guadagni: oppure, la ferrovia del Pacifico formerà colla Compagnia di navigazione del mar Pacifico una combinazione, che equivarrà allo stabilimento ili barriere doganali per terra e per mare. E come le creature di Buckingham, sotto pretesto di far rispettare la Patente reale, perquisivano le case dei privati sequestrando carte e persone per capriccio o a scopo di estorsione, cosi la grande Compagnia telegrafica che, grazie alla potenza del capitale associato, toglie alla popolazione degli Stati Uniti di godere dei vantaggi di una benefica invenzione, accaparra le corrispondenze c rovina i giornali che le dònno incomodo.

Non è necessario insistere su queste cose, basta accennarle. A tutti è nota la tirannia e la rapacità, colla quale il capitale, quando è concentrato in potenti mezzi, viene impiegato a corrompere, rubare e distrurre. Ciò, su cui desidero richiamare l’attenzione del lettore, si è che i profitti ottenuti in simil modo non vogliono essere confusi coi redditi del capitale considerato come agente della produzione, bensì debbono essere attribuiti alla cattiva organizzazione delle forze del potere legislativo, alla cieca aderenza a vecchi e barbari costumi, al superstizioso rispetto degli uomini per la competenza tecnica di una frazione minima deH’amminislrazionc delle leggi; mentre la causa generale, che nelle comunità progredienti tende, colla concentrazione della ricchezza, alla concentrazione del potere, è la soluzione del grande problema, che cerchiamo di risolvere.

Ogni analisi proverà come molti profitti, che nel concetto di molti sono confusi coll’interesse, derivino in realtà non dalla potenza del capitale, ma da quella dei capitali concentrali o, meglio, dei capitali concentrali operanti in una cattiva organizzazione sociale. Essa mostrerà del pari come i profitti, che sono chiaramente e realmente.un compenso o salario di sorveglianza, siano spesso confusi coi guadagni del capitale.

Parimenti, si confondono spesso coll’interesse profitti dovuti all’elemento del rischio. Vi ha di quelli, che si arricchiscono correndo rischi, che alla maggioranza degli individui debbono arrecare una perdita. Appartengono a questo genere certe forme di speculazione e specialmente i giuochi di Borsa. La risolutezza, l’accortezza, il possesso di un capitale, l'abilità in quelle, che nelle forme inferiori di giuoco sono conosciute come le risorse del baro e dello scroccone, dànno certi vantaggi individuali; se non che, precisamente come a un tavolo da giuoco, anche qui ciò che uno guadagna qualcun altro deve perderlo.

E chi esamini le grandi fortune, che cosi spesso si citano come esempi del potere di accumulazione del capitale — quelle di un duca di Westminster, di un marchese di Bui», dei Bolhschild, degli Astor, degli Steward, dei Wanderbill, dei Gould, degli Stanford, dei Flood — non tarda a persuadersi che esse furono, in più omeno gran parte, formale non con interessi, ma con guadagni fatti nei modi, che abbiamo ora indicato.

Quanto fosse necessario chiamare l’attenzione del lettore su queste distinzioni lo provano le discussioni correnti, le quali, secondo il punto di vista a cui uno si mette, fanno apparir il bianco o il nero. — Da una parte ci si vuol far vedere la causa della esistenza di una povertà profonda accanto alle grandi accumulazioni di ricchezze nelle angherie, che il capitale esercita sul lavoro; dall’altra si risponde che il capitale aiuta la produzione, quindi ci si vuol far vedere che non vi ha nulla di ingiusto, nulla di innaturale nel profondo abisso, che separa il ricco dal povero; che la ricchezza non è se non la ricompensa del lavoro, della intelligenza, della economia e che la povertà non è se non la pena dell’indolenza, dell.’ignoranza e della imprevidenza.

CAPITOLO V.

LA LEGGE DELL’INTERESSE.

Ed ora, facciamoci alla legge dell’interesse, tenendo ben presenti due cose, su cui già ho chiamato l’attenzione del lettore, cioè, che:

Primo: Non è il capitale che impiega il lavoro, ma il lavoro che impiega il capitale.

Secondo: Il capitale non è una quantità fissa, ma può sempre essere aumentato o diminuito: 1) dalla maggiore o minore applicazione di lavoro alla produzione di capitale ; 2) dalla conversione di ricchezza in capitale o di capitale in ricchezza, in quanto il capitale non essendo che ricchezza impiegata in un certo modo, ricchezza è il concetto più luto c più comprensivo.

Gli i evidente che, in condizioni di libertà, il maximum di ciò che si può dare per l’impiego di un capitale, sarà l’incremento di ricchezza che esso procura, e il minimum sarà ciò, clurè necessario per la reintegrazione del capitale impiegato; imperocché, al disopra di quel maximum la presa in prestito di un capitale importerebbe una perdita, al disotto di questo minimum il capitale non sarebbe mantenuto.

Ancora si osservi che non è punto, come dicono alla leggera alcuni scrittori, l'aumento di efficacia dato al lavoro dalla adattazione del capitale alla tal forma oal tal uso ciò che fissa quel maximum, bensì la potenza media di aumento, che appartiene al capitale in genere. La facoltà di applicarsi sotto forme vantaggiose è una facoltà del lavoro, che il capitale, in quanto capitale, non può nè reclamare, nè dividere. Un arco e delle freccie permetteranno a un Indiano di uccidere, poniamo, un buffalo al giorno, mentre con un bastone e con pietre potrebbe a mala pena ucciderne uno alla settimana; ma non per ciò potrà il fabbricante d’armi della tribù reclamare dal cacciatore sei dei sette buffali uccisi come retribuzione per l’uso dell’arco e delle freccie; nè il capitale investito in un lanificio darà al capitalista la differenza fra il prodotto della fabbrica e ciò, che la stessa somma di lavoro avrebbe prodotto lavorando al filatoio o al telaio a mano. Guglielmo, coll’avere in prestito da Giacomo una pialla, non viene punto ad avere la differenza, onde il vantaggio della maggiore efficienza del lavoro di levigamento del legno fatto colla pialla supera quello della maggior efficienza del lavoro stesso quando fosse fatto con una conchiglia o con una pietra. Il progresso della scienza ha reso il vantaggio derivante dall’impiego della pialla una proprietà ed una potenza del lavoro comune. Ciò che Guglielmo riceve da Giacomo è solo il vantaggio, che l’elemento di un anno di tempo darebbe al possesso di tanto capitale quanto è rappresentato dalla pialla.

Or, se le forze vitali della natura, che fanno dell'elemento del tempo un vantaggio, sono la causa dell’interesse, sembra dovrebbe derivarne che questa misura massima dell’interesse sia determinata dalla intensità di queste forze e dalla misura, nella quale esse sono fatte concorrere alla produzione. Ma mentre la forza riproduttiva della natura sembra variare enormemente — ad esempio, fra il salmone che depone migliaia d’uova c la balena che non alleva un balenotto se non ad intervalli di più anni, fra il coniglio e l’elefante — il modo, onde l’equilibrio naturale è mantenuto, mostra come vi sia una equazione fra le forze riproduttive e le forze distruttive della natura, la quale in fatto porta il principio dell’aumenlo ad una stregua uniforme. L’uomo ha, in limiti ristretti, il potere di turbare quest'equilibrio e nel modificare le condizioni naturali può servirsi a volontà della diversa intensità della forza riproduttiva della natura. Ma allora un altro principio si afferma nel vasto campo dei suoi desideri; principio, che determina nell’aumento della ricchezza una equazione ed un equilibrio simile a quello, che si stabilisce nella natura fra le forme diverse della vita. Questa equazione si traduce nei valori. Se in un paese adatto a questi due allevamenti io allevo conigli e voi cavalli, i miei conigli potranno, fino al momento in cui il limite naturale non sia raggiunto, aumentare più rapidamente dei vostri cavalli. Ma non per ciò aumenterà con eguale rapidità il mio capitale, in quanto l’elTeUo delle diverse stregue di aumento sarà ili diminuire il valore dei conigli in confronto di quello dei cavalli e di aumentare il valore dei cavalli in confronto di quello dei conigli;

Sebbene la diversa intensità delle forze vitali della natura sia cosi ridotta alla uniformità, vi può essere nei diversi gradi di sviluppo della società una differenza per ciò che riguarda la misura proporzionale, secondo cui queste forze vitali concorrono alla produzione generale della ricchezza. Ma a questo riguardo due cose sono a notarsi. In primo luogo, sebbene in un paese come l’Inghilterra la parte presa dall’industria manifatturiera nella produzione totale sia molto aumentata in confronto della parte presa dall’agricoltura, vuoisi tuttavia notare come, in assai larga misura, ciò sia vero solo della divisione politica e geografica, non della comunità industriale. Imperocché, le comunità industriali non sono limitate dalle divisioni politiche, nè chiuse dai mari o dalle montagne. Esse non sono limitate che dalla estensione dei loro scambi e a formare la proporzione, incui nella economia dell’Inghilterra l’agricoltura e l’allevamentostanno rispetto all’industria manifatturiera, entrano Jowa e l’Illinois, il Texas e la California, il Canadà e l'India, il Queensland e il Baltico, in una parola, tutti i paesi, ai quali il commercio mondiale dellTnghilterra si estende. In secondo luogo vuoisi notare come, sebbene il progresso della civiltà porti ad un maggior sviluppo delle manifatture in confronto dell’agricoltura e quindi ad una requisizione relativamente minore delle forze riproduttive della natura, tuttavia questa tendenza sia accompagnata da ur. corrispondente estendimento degli scambi, d’onde una maggior requisizione della potenza d’incremento per tal modo prodotta. Cosi queste tendenze, in larga misura e forse, a giudicare dal punto a cui si è ora, completamente si bilanciano a vicenda e mantengono l’equilibrio, che fissa l’aumento medio del capitale, ossia il saggio normale deH’inleressc.

Or, questo saggio normale dell’interesse, clic cade fra il reddito massimo e il reddito minimo di capitale, deve, quale si sia il punto a cui si ferma, esser tale che, tutto consideralo (ad esempio, il sentimento della sicurezza, il desiderio dell’accumulazione, ecc.) la retribuzione del capitale e la retribuzione del lavoro saranno eguali, cioè saranno un risultato egualmente attraente per

10 sforzo o pel sacrificio fatto. E forse impossibile formolarc questo saggio normale, in quanto la mercede è ordinariamente espressa in una quantità, l’interesse in un rapporto; ma se noi supponiamo che una quantità data di ricchezza sia il prodotto di una data somma di lavoro cooperante per un dato tempo con una certa somma di capitale, la proporzione, secondo cui sarebbe diviso il prodotto fra il lavoro e il capitale, ci offrirebbe una base. Un punto deve esservi, al quale o piuttosto verso il quale, l’interesse deve tendere a fermarsi, in quanto, a meno che l’equilibrio non sia stabilito, il lavoro non accetterebbe, l’usodel capitale o il capitale non sarebbemessoa disposizionedel lavoro. Invero,

11 lavoro e il capitale non sono che due forme diverse di una stessa cosa, l’attività umana. Il capitale è prodotto dal lavoro; esso non è in fatto clic lavoro impresso sulla materia, lavoro immagazzinato per esser di nuovo lascialo libero al bisogno, come il calore del sole è immagazzinato nel carbone e viene sprigionato nel focolare. L’impiego del capitale nella produzione non è dunque

che un modo di lavoro. Come non si può impiegare il capitale se non consumandolo, il suo impiego è uno spiegamento di lavoro c, per la conservazione del capitale, la sua produzione per opera del lavoro deve essere proporzionata al consumo, che di esso si fa per aiutare il lavoro. Eppcrò, il principio, che, in circostanze che permettano la libera competizione, agisce nel senso di portare le mercedi e, sostanzialmente, i profitti ad una misura comune — il principio, secondo cui gli uomini cercano di soddisfare i loro bisogni col minimo sforzo possibile — agisce a stabilire e mantenere questo equilibrio fra le mercedi e l’interesse.    _    .

Questa relazione naturale fra le mercedi e l’interesse, questo equilibrio, per cui ciascuno rappresenta un reddito eguale per uno sforzo eguale, può essere esposto in modo da suggerire l’idea di un rapporto di opposizione ; ma quest*, opposizione non è che apparente. In una associazione fra Dick e Harry, il dire che Dick prende una certa quota dei profitti importa il dire che la porzione di Harry è maggiore o minore secondo che minore o maggiore è la porzione di Dick; ma se, come in questo caso, ciascuno riceve soltanto ciò che esso aggiunge al fondo comune, l'aumentare che faccia la parte di uno non importerà punto una diminuzione di ciò che riceve l’altro

Una volta fissata questa relazione, gli è evidente che l’interesse e le mercedi debbono salire e discendere insieme e che l’interesse non può aumentare senza che aumentino le mercedi, nè le mercedi diminuire senza che diminuisca l’interesse. Imperocché, se le mercedi scendono, anche l’interesse deve scendere in proporzione, in quanto altrimenti diventerebbe più profittevole trasformare il lavoro in capitale che applicarlo direttamente; e se scende l’interesse anche devono scendere le mercedi, in quanto altrimenti l’aumento del capitale si troverebbe arrestato.

Naturalmente, noi non parliamo di mercedi o interesse partiòolari bensì della misura dell’interesse e delle mercedi generale (sempre intendendo per interesse il reddito che può ottenere il capitale, meno l’assicurazione e la mercede di sorveglianza). In un caso particolare o in un modo speciale d’impiego, la tendenza delle mercedi o dell’interesse ad equilibrarsi può essere contrariata; ma fra la misura generale delle mercedi e la misura generale dell’interesse questa tendenza deve esser sempre pronta ad affermarsi. Imperocché, sebbene in un ramo particolare di produzione una linea netta possa essere tracciata fra quelli che forniscono lavoro e quelli che forniscono capitale, tuttavia pur nelle comunità, dove la classe dei lavoratori è più nettamente distinta dalla classe dei capitalisti, queste due classi si fondono l’una nell’altra per gradazioni impercettibili c ai punti estremi, dove le due classi si incontrano nella stessa persona, l’azione e la reazione, che producono l’equilibrio o impediscono che sia turbato, possono agire senza ostacolo, quali si sieno gli ostacoli che possano esistere dove la separazione è assoluta. Inoltre, vuoisi ricordare che, come già fu detto, il capitale non è che una porzione della ricchezza, distinta dalla ricchezza in generale unicamente dallo scopo cui è applicata e che quindi la somma intiere della ricchezza spiega sulle relazioni del capitale e del lavoro la stessa azione agguaglialricc, clic un volante esercita sul movimento di una macchina, riprendendo capitale quando questo è in eccesso, restituendone quando fa difetto, a quel modo che «n gioielliere fa portare alla sua moglie diamanti quando ne ha a sovrabbr ^anza, c glieli riprende per rimetterli in vetrina quando il suo fondo di negozio è scarso. Così, ogni tendenza dell’interesse ad innalzarsi al disopra dell’equilibrio formato colle mercedi deve immediatamente determinare non solo una tendenza a dirigere il lavoro verso la produzione di capitale, ma ancora l’applicazione di ricchezza ad usi di capitale; e corrispondentemente, ogni tendenza delle mercedi ad elevarsi al disopra dell’equilihrio formato coll’interesse deve incontrare una tendenza non solo a stornar lavoro dalla produzione di capitale, ma anche a diminure la proporzione di capitale,

stornando da usi produttivi ad usi improduttivi alcuni degli articoli di ricchezza, onde il capitale è composto.

Recapitoliamo:

Una certa relazione o rapporto vi ha fra le mercedi e l’interesse, rapporto determinato da cause, che se non sono assolutamente permanenti, cambiano però lentamente e che fanno si che tanto lavoro si converta in capitale quanto è richiesto per la produzione in quelle date condizioni di sviluppo delle cognizioni e delle arti, di densità della popolazione, di carattere delle occupazioni, di varietà, estensione e rapidità degli scambi; e questa relazione orapporto è costantemente mantenutodall’azionec reazione del lavoroedel capitale; epperò, l'interesse deve salire o scendere col salire o scendere delle mercedi.

Per esempio: il prezzo della farina 6 determinato da) prezzo del grano e dal costo della macinatura. Il costo della macinatura varia lentamente e di pochissimo, la differenza essendo a lunghi intervalli appena percettibile, mentre il prezzo del grano varia frequentemente e di mollo. Epperò, noi possiamo correttamente dire che il prezzo della farina è determinalo dal prezzo del grano, ossia, per mettere la proposizione sotto la stessa forma della precedente, una certa relazione, un certo rapporto vi ha fra il valore del grano e il valore della farina, rapporto fissato ddl costo della macinazione e che l’azione c la reazione della domanda di farina e della offerta di grano mantengono costantemente; dunque, il prezzo della farina deve salire o scendere col salire o scendere del prezzo del grano.

Oppure, se, lasciando il termine di connessione, il prezzo del grano, noi diremo per induzione che il prezzo della farina dipende dall’andamento delle stagioni, dalla guerra, ecc., noi potremo mettere la legge dell’interesse sotto una forma, che la connette direttamente alla legge della rendita e dire che la misura generale dell’interesse sarà determinala dal reddito del capitale sulla terra più povera, a cui il capitale è liberamente applicato, cioè sulla migliore delle terre, che gli sono aperte senza pagamento di rendita. Cosi, noi veniamo a dare alla legge dell’interesse una formolazione, che la fa apparire un corollario della legge della rendita.

Noi possiamo ancora provare questa conclusione in un altro modo. Invero, che l’interesse diminuisca quando la rendita aumenta, lo si può facilmente vedere eliminando le mercedi. Certo, per ciò fare noi dobbiamo immaginare un mondo organizzato su principii affatto diversi. Tuttavia, noi possiamo immaginare una condizione di cose, che Carlyle avrebbe chiamato il paradiso di un pazzo, dove la produzione della ricchezza avvenga senza l’aiuto del lavoro e solo per la forza riproduttiva del capitale; dove le pecore portino sul dorso vestiti belli e fatti; dove le vacche diano forme di burro e di formaggio; dove i buoi giunti al giusto punto d'ingrassamento si taglino da sè in bistecche e costoleite; dove le case vengano su da sè ed un coltello gettalo in terra vi metta radice e a suo tempo fruttifichi in un assortimento di coltelli. Or, immaginiamo capitalisti trasportati in un mondo siffatto, essi e i loro capitali in forme appropriate. Gli è evidente che essi non verrebbero ad avere, come reddito del loro capitale, tutta la ricchezza da questo prodotta se non finché una parte di questo prodotto non fosse domandata come rendita. Quando la rendita venisse a nascere, essa sarebbe presa sul prodotto del capitale e, venendo essa a crescere, il reddito dei possessori di capitale diminuirebbe necessariamente. Supponendo che il luogo, dove il capitale possiede questo potere di produrre ricchezza senza l’aiuto del lavoro, sia limitalo, che sia ad esempio un’isola, noi vedremo che come appena il capitale fosse aumentato fino al limite segnato dall’attitudine dell’isola a mantenerlo, il suo reddito dovrebbe immediatamente diminuire fino a non essere che poco più del minimum necessario alla sua reintegrazione e i proprietari del suolo verrebbero a prendere quasi lutto il prodotto come rendita, in quanto i capitalisti non avrebbero altra alternativa che o contentarsi di quel reddito o gettare i loro capitali in mare. Oppure, se noi immaginiamo che quell’isola sia in comunicazione col resto del mondo, il reddito del capitale vi si fermerà alla misura del reddito del capitale negli altri paesi. L’interesse non vi sarebbe allora nè più alto nè più basso che altrove. La rendita prenderebbe tutto il di più e la terra, in un’isola tale, avrebbe un grande valore.

Insomma, la legge dell’interesse è questa:

La relatione fra le mercedi e l'interesse i determinata dalla potenza media di aumento, che è inerente al capitale nel suo impiego in modi produttivi. A misura che la rendita aumenta, l’interesse, come le mercedi, deve diminuire; ossia, l’interesse è determinato dal limile della coltura.

Ho cercato, con tutta questo lungo discorso, di determinare ed illustrare la legge dell’interesse più per riguardo alla terminologia ed ai modi di pensare in corso che non perchè ciò fosse necessario. .In realtà, la divisione originaria della ricchezza nella distribuzione è duale, non tripartita. Il capitale non e che una forma del lavoro e la sua distinzione dal lavoro noft è in realtà che una suddivisione, come sarebbe la suddivisione del lavoro in lavoro abile e non abile. Noi siamo, nel nostro esame, pervenuti allo stesso punto, a cui saremmo pervenuti se avessimo trattato il capitale come una forma del lavoro é cercato la legge che divide il prodotto fra la rendita e le mercedi, cioè fra i possessori dei due fattori — sostanze e forse naturali, attività umana — la cui unione produce la ricchezza.

CAPITOLO VI.

I.E MERCEDI E LA LEGGE DELLE MERCEDI.

Noi abbiamo già ottenuto la legge delle mercedi per deduzione. Ma per verificare questa deduzione e spogliare l’argomento da tutte le ambiguità, cerchiamo ora la legge da un punto di partenza distinto.

Naturalmente, una misura comune delle mercedi non vi ha, nel senso in cui in ogni dato tempo, in ogni dato luogo vi ha una misura comune dell’interesse. Le mercedi, comprendendo in questo vocabolo tutte le retribuzioni date al lavoro, non variano solo secondo le diverse attitudini degli individui, ma, a misura che la organizzazione della società diventa più complicata, secondo le occupazioni. Tuttavia, una certa relazione generale vi ha fra tutte le mercedi; e noi esprimiamo una idea chiara e perfettamente compresa quando diciamo che in un dato tempo o in un dato luogo le mercedi sono più alte o più basse che in un altro tempo o in un altro luogo. Nei loro gradi le mercedi aumentano o diminuiscono secondo una legge comune. Qual’è questa legge?

Il principio fondamentale deH’allività umana, la legge che è per la Economia politica ciò che per la fisica è la legge della gravitazione, si è che l’uomo cerca di soddisfare i suoi bisogni colla minor somma di sforzo possibile. Evidentemente, questo principio deve, colla competizione che esso determina, avere per risultato di agguagliare le ricompense, che si ottengono con sforzi eguali in circostanze eguali. Quando gli uomini lavorano per sé, questo agguagliamene si effettuerà attraverso la equazione dei mezzi; fra quelli che lavorano per sè e quelli che lavorano per altri, la stessa tendenza all’agguagliamento deve affermarsi. Or, con questo principio, quali saranno, in condizioni di libertà, i termini, ai quali un uomo potrà prenderne altri perchè lavorino per lui? Evidentemente, queste condizioni saranno determinate da ciò che questi uomini potrebbero fare lavorando per sè. Il principio, che impedisce che il padrone debba dare di più di questo, tranne quel tanto che è necessario per indurre il lavoratore a cambiar occupazione, impedirà anche che i lavoratori vengano ad avere di meno. Se i lavoratori domandano di più, la competizione di altri lavoratori impedirà loro di trovar lavoro; se il padrone offre di meno, nessuno accetterà le sue condizioni, in "quanto ogni lavoratore potrà guadagnare di più lavorando per sè. Dunque, sebbene i padroni desiderino di dare il meno e i lavoratori di avere il più possibile, le mercedi saranno fissate dal lavoro o dal prodotto del lavoro pei lavoratori stessi. Se le mercedi salgono per un momento al disopra o discendono per un momento al disotto di questa linea, la tendenza a ricondurveli non tarda ad affermarsi.

Ma il risultato o guadagno del lavoro— come facilmente si vede in quelle occupazioni primitive e fondamentali, alle quali il lavoro primamente si applica c che, pur negli stadi di sviluppo sociale più elevati, formano ancora la base della produzione — non dipende solo dalla intensità o dalla qualità del lavoro. La ricchezza è il prodotto di due fattori, la terra e il lavoro, e ciò che una data somma di lavoro produce varia secondo le forze delle risorse naturali a cui essa è applicata. Così, il principio, secondo cui l'uomo cerca di soddisfare i suoi bisogni colla minima somma possibile di sforzo, (issa le mercedi alla misura del prodotto, che quel tal lavoro ottiene applicandosi al punto di massima produttività naturale a cui può applicarsi. Or, in virtù di questo stesso principio, questo punto di massima produttività naturale aperto al lavoro in quelle date condizioni, sarà il punto più basso, a cui la produzione continua; imperocché, gli uomini, costretti da una legge suprema dello spirito a cercar di soddisfare i loro bisogni colla minima somma possibile di sforzi, non spenderanno le loro forze su un punto, ove la produzione è debole, quando è aperto loro un altro punto, ove la produzione è forte. Cosi, le mercedi, che un padrone deve pagare, saranno determinate dal punto di produttività naturale più basso, a cui la produzione discende e le mercedi saliranno o scenderanno secondo che quel punto sale o scende.

Sia, per esempio, uno statosemplice di società, dove ognuno, secondo il modo primitivo, lavora persè, gli uni, poniamo, attendendo alla caccia, altri alla pesca, altri alla coltivazione della terra. Supponiamo che alla coltivazione della terra siasi posto mano pur ora e che la terra coltivata sia tutta della stessa qualità, dando per la stessa somma di lavoro lo stesso prodotto. Le mercedi — imperocché, sebbene non vi siano nè padroni nè salariati, pure mercedi vi sono — saranno dunque tutto il prodotto de) lavoro e, fatta ragione della diversa ag-gradevolezza, della diversità dei rischi, ecc., dei tre generi d’occupazione, esse sarano mediamente eguali, cioè, sforzi eguali daranno risultati eguali. In queste condizioni, se uno voglia impiegare un certo numero dei suoi compagni a lavorare per lui invece di lavorare per sé, ei dovrà dar loro mercedi determinate da questo prodotto medio completo del lavoro.

Lasciamo che un certo tempo passi. La coltivazione si è estesa e, invece di terre tutte della stessa qualità, comprende terre di qualità diversa. Le mercedi non saranno più ora, come erano prima, il prodotto medio del lavoro. Esse saranno il prodotto medio del lavoro al limite della coltura, ossia al punto, in cui il reddito è più basso. Imperocché, gli uomini cercando di soddisfare i loro bisogni colla minima somma possibile di sforzi, il punto di coltivazione, dove il reddito è più debole, deve dare al lavoro un reddito equivalente alla retribuzione media delift caccia e della pesca (1). Il lavoro non darà più redditi eguali per sforzi eguali; ma quelli, che applicheranno il loro lavoro alle terre migliori, otterranno colla stessa somma di lavoro un prodotto maggiore di quello, che ottengono coloro che coltivano terre inferiori. Ma le mercedi saranno ancora eguali, in quanto questo eccesso, che ricevono i coltivatori delle terre superiori, è in realtà rendita e se la terra è soggetta al regime della proprietà individuale, sarà ciò che le darà valore. Or, se in queste circostanze, fattesi diverse, un membro di questa comunità voglia prender altri individui perchè lavorino per lui, ei non dovrà pagar loro se non ciò, che il lavoro ottiene al punto più

(1) Questo agguagliamento avverrà nei prezzi.

basso di coltivaziune. E se in seguito il limite della coltivazione discenda a punti sempre più bassi, anche le mercedi dovranno discendere e se per contro il limite della coltivazione sale verso terre di qualità superiore, anche le mercedi saliranno, in quanto come un corpo abbandonato a sè tende a prendere la via più breve verso il centro della terra, cosi gli uomini cercano di soddisfare i loro bisogni nel modo più facile.

Qui, adunque, noi abbiamo la legge delle mercedi come una deduzione da un principio evidente e universale. Che le mercedi dipendano dal limite della coltura, che esse saranno più o meno alte secondo che maggiore o minore e il prodotto, che il lavoro può ottenere dalle più generose fra le risorse naturali che sono a sua disposizione— tutto ciò non i che una conseguenza del principio che gli uomini cercano di soddisfare i loro bisogni colla minor somma possibile di sforzi.

Se ora dagli stati sociali primitivi passiamo ai fenomeni complessi delle società più incivilite, noi vedremo come anch'essi cadano sotto questa legge.

Nelle società incivilite le mercedi differiscono grandemente fra loro, ma pur tuttavia esse hanno fra loro una relazione più o meno definita, più o meno evidente. Questa relazione non è invariabile: incerti tempi un filosofo guadagnerà colle sue lezioni più e più volte la mercede di un*semplice meccanico; in certi altri potrà appena sperare la mercede di un valletto; certe occupazioni procureranno in una grande città mercedi relativamente alte, in uno stanziamento nuovo mercedi relativamente basse. Tuttavia queste differenze fra le mercedi possono, in tutte le condizioni e malgrado divergenze arbitrarie causate dalle abitudini, dalle leggi, ecc., esser riferite a certe circostanze. In uno dei Capitoli del suo Saggio più interessanti, Adamo Smith cosi enumera le circostanze, che « spiegano un guadagno pecuniario debole per certe occupazioni e bilanciano un guadagno elevato in altre »: in primo luogo, l’aggradevolezza delia occupazione; in secondo luogo, la maggiore o minor difficoltà, il maggiore o minor costo del suo apprendimento; in terzo luogo, la maggiore o minore continuità e regolarità del lavoro; in quarto luogo, la maggior o minor fiducia, che si deve avere nel lavoratore; in quinto luogo, la maggiore o minor probabilità di successo (l).Non è necessario studiare partitamentequeste causedi differenza nelle mercedi delle diverse occupazioni. Esse furono ammirabilmente esposte e illustrate da Smith e dagli economisti che vennero dopo, i quali se seppero ben svolgere.il punto di vista di Smith nei suoi particolari, non riuscirono però ad afferrarne la legge principale.

L’effetto di tutte le circostanze, che determinano le differenze fra le mercedi delle varie occupazioni, può comprendersi sotto la formola deH’ofTerta e della domanda ed è perfettamente corretto il dire che le mercedi delle diverse occupazioni variano relativamente secondo le variazioni, che avvengono nella offerta e nella domanda di lavoro, intendendo per domanda l’appello, che la comunità, nel suo insieme, fa a quella tal specie di servizi e per offerta la somma

(1) Quest’ultima circostanza, analoga all'elemento del rischio nei profitti, spiegalealte mercedi degli avvocati, dei medici, degli artisti, ecc., di abilità nota.

relativa di lavoro che, in quelle date circostanze, può esser determinata alla prestazione dei servizi stessi. Ma ciò è vero delle differenze relative Tra mercedi e mercedi; quando invece si dice, come si dice generalmente, chela misura generale delle mercedi è determinala dall’offerta e dalla domando, allora ciò non ha più senso. Invero, la offerta e la domanda non sono che termini relativi. < Offerta di lavoro » può soltanto significare lavoro offerto in cambio di lavoro e «domanda di lavoro» può soltanto significare lavoro o prodotto di lavoro offerto in cambio di lavoro, Cosi, la offerta è domanda e la domanda è offerta; e nel complesso della comunità la estensione dell’una deve essere eguale alla estensione dell’altra. E ciò 6 perfettamente compreso dalla Economia politica corrente per ciò che riguarda la vendita; e gli argomenti di Ricardo, di Mill e di altri, i quali provano come cambiamenti nella offerta e nella domanda non possano determinare un rialzo o un ribasso dei valori, sebbene possano determinare un rialzo o un ribasso nel valore di una data cosa, sono egualmente applicabili al lavoro. Ciò, elio nascondo l'assurdità di questo parlare che si fa in modo generale deH'ofièrta e della domanda a proposito del lavoro, è l’abitudine di considerare la domanda di lavoro come proveniente dal capitale e come una cosa distinta dal lavoro; ma l’analisi, che abbiamo fatto di questa idea, prova abbastanza come essa sin falsa. Invero, apparisce evidente alla sola enunciazione che le mercedi non possono mai in modo permanente eccedere il prodotto del lavoro e clic quindi non vi è altro fondo, da cui si possano mai trarre le mercedi, tranne il fondo, clic il lavoro crea costantemente.

Ma sebbene tutte le circostanze, clic determinano le differenze fra le mercedi delle diverse occupazioni, possano essere considerate come operanti per l’intermediario della offerta e della domanda, tuttavia esse (o piuttosto i loro effetti, in quanto talvolta la stessa causa agisce in entrambi i modi) possono essere distinte in due classi, secondo che tendono soltanto ad aumentare mercedi apparenti , oppure tendono ad aumentare mercedi reali, cioè ad aumentare la ricompensa media per la stessa somma di sforzo. Le alle mercedi di certe occupazioni somigliano molto a ciò, cui .1. Smitii le paragonava, cioè ai premi di una lotteria, nei quali il grosso guadagno di uno è formato colle perdite di molti altri. E ciò non è soltanto vero delle professioni, colle quale il dottore Smith illustra il principio, ma è anche vero in larga misura delle mercedi di sorveglianza o direzione nelle operazioni commerciali, come lo prova il fatto che oltre il DO 0/0 delle case, che intraprendono il commercio, vanno a male. Le mercedi delle occupazioni, alle quali si può attendere solo col favore del tempo o che sono altrimenti intermittenti e incerte, anche appartengono alla stessa classe; mentre le differenze, clic derivano dalla durezza, dal discredito, dalla in-salubrità, ecc. dell’occupazione, implicano differenze di sacrifizio, la cui maggior retribuzione non fa che mantenere la.eguaglianza della retribuzione per sforzi eguali. Tutte queste differenze, insomnia, non sono che agguagliamenti derivanti da circostanze che, per usare le parole di Smiih, « compensano i minori guadagni di certe occupazioni e bilanciano gli alti guadagni di altre ». Ma accanto a queste differenze meramente apparenti, vi sono differenze reali causate dalla maggiore o minore)rarità delle attitudini richieste, la maggior abilità naturale o acquisii» ricevendo in generale mercedi più alte. Or, queste differenze nelle qualità naturali od acquisite sono cscnzialmcnte analoghe alle differenze di forza c di prestezza nel lavoro manuale e come nel lavoro manuale le più alle mercedi, che si pagano a quelli clic fanno di più, sono basate sulle mercedi, che si pagano a quelli clic fanno un lavoro medio, similmente le mercedi per le occupazioni, che richiedono capacità ed abilità maggiori, debbono dipendere dalle mercedi medie, clic si pagano per le capacità ed abilità mediane.

Gli è infatti evidente, in pratica come in teoria, che quali si'sieno le circostanze, che determinano la diversità delle mercedi delle diverse occupazioni, e sebbene queste circostanze variino spesso nelle loro reciproche relazioni, determinando da tempo a tempo, da paese a paese differenze relative più o meno grandi, tuttavia la stregua delle mercedi in una data occupazione dipende sempre dalla mercede di un’altra e così di seguito, fin giù al più basso c più largo strato delle mercedi nelle occupazioni, rispetto alle quali la domanda è più costante e maggiore la libertà di applicatisi.

Imperocché, sebbene barriere più o meno diffìcili a superarsi possano esistere, la somma di lavoro, che può essere applicalo a un dato genere di intrapresa, non è in nessun luogo assolutamente fissa. Ogni artigiano potrebbe farla da oratore e molti oratori da artigiani ; ogni tenitore di magazzino potrebbe diventare un bottegaio e molti bottegai potrebbero diventare tenitori di magazzino; molti coltivatori della terra, quando avessero per ciò una ragione, potrebbero diventare cacciatori o minatori, pescatori o marinai c molti cacciatori, minatori, pescatori o marinai ne sanno abbastanza della coltura della terra per mettervi mano quando taluno ne li richieggo. In ogni genere di occupazione vi sono uomini, che cumulano o alternano una occupazione con un’altra, mentre i giovani, che vengono continuamente a riempire le file dei lavoratori, prendono la strada, per cui sono maggiori gli inviti e minori le resistenze. Inoltre le varie gradazioni delle mercedi non sono già separate da intervalli definiti, ma si fondono l’una nell'altra con transizioni impercettibili. Le mercedi degli artigiani anche meno pagati sono, in generale, più alte di quelle dei semplici lavoratori della terra o manuali; ma vi ha sempre un certo numero di artigiani che, in complesso, non guadagnano ciò che guadagnano certi lavoratori della terra; gli avvocati meglio pagati ricevono mercedi più alte di quelle dei meglio pagati fra i commessi di studio ; ma i meglio pagali fra i commessi di studio guadagnano più di certi avvocati, e in fatto il più mal pagato dei commessi di studio guadagna di più del più mal pagato degli avvocati. Così, sull’orlo, per cosi dire, di ogni occupazione stanno individui, i cui molivi per attendere a quella tale piuttosto clic ad altra occupazione si bilanciano cosi clic il più piccolo cambiamento basta per determinare il loro lavoro in una direzione o in un’altra. Epperò, ogni aumento c ogni diminuzione nella domanda di un certo genere di lavoro, non può se non lemporariamciite spingere le mercedi al disopra o, corrispondentemente, al disotto del livellojrolalivo delle mercedi in altre occupazioni; livello determinato dalle.circostanze già accennale, quali l’aggradcvo-lezza, la continuità del lavoro, ecc. L’esperienza prova come, pur dove barriere artificiali, quali sarebbero leggi limitative, regolamenti corporativi, ordinamento a caste, ecc., si oppongono a questo agire e reagire delle mercedi le unc sulle altre, questi impacci possono ritardare non impedire lo stabilimento dell’equilibrio. Essi operano come le dighe, le quali elevano le acque di un fiume al disopra del loro livello naturale, ma non possono impedir loro di straripare.

Cosi, sebbene le relazioni fra le mercedi possano da tempo a tempo cambiare, come cambiano le circostanze, che determinano i livelli relativi, pure gli è evidente che, a tutti i gradi, le mercedi debbono in definitiva dipendere dalle mercedi del più basso e più largo strato di lavoratori, alzandosi od abbassandosi secondo che queste si innalzano o si abbassano.

Or, le occupazioni primitive e fondamentali, sulle quali sono, per cosi dire, fondate tutte le altre, sono evidentemente quelle, che traggono direttamente la ricchezza dalla natura ; epperò, la legge delle mercedi in queste occupazioni deve essere la legge delle mercedi generale. E siccome in queste occupazioni le mercedi dipendono evidentemente da ciò, che il lavoro può produrre sul punto più basso di produttività naturale a cui si applica ordinariamente, cosi le mercedi dipendono generalmente dai limiti della coltura o, per parlare più correttamente, dal punto più alto di produttività naturale, a cui il lavoro è libero di applicarsi per suo conto, senza dover pagare una rendita.

Questa legge è cosi evidente clic spesso la si esprime senza ammetterla esplicitamente. Spesso, di paesi quali la California o il Nevada si dice che il poco costo del lavoro ne facilita lo sviluppo, in quanto permette di coltivare depositi più poveri, ma più estesi, di minerali. Quelli, clic si esprimono in tal modo, intuiscono una relazione fra le basse mercedi ed il punto inferiore di produzione, ma invertono la causa e l’effetto.

Non è già che le basse mercedi determinino la coltivazione dei depositi meno ricchi, bensì è l'estendersi della produzione ai depositi inferiori clic fa ribassare le mercedi. Se si potesse arbitrariamente abbassare le mercedi, come talvolta si argomentarono di fare le leggi, 11011 perciò si coltiverebbero le miniere povere, finché continuasse ad csservene di più ricche. Ma se si abbassasse arbitrariamente il limite di coltura, come avverrebbe se le miniere più ricche fossero nelle mani di proprietari, clic preferissero aspettare un aumento futuro di valore, anziché permettere che altri le utilizzino ora, le mercedi necessariamente si abbasserebbero.

La dimostrazione è completa. La legge delle mercedi, clic abbiamo cosi ottenuta, ci si presenta come un corollario della legge della rendila ed armonizza perfettamente colla legge dell’interesse. Eccola:

Le mercedi dipendono dal. limite di produzione 0 dal prodotto, che il lavoro può ollenere al punto più allo di produttività naturale che gli è aperto, senza che per potcrvisi applicare debba pagare una rendila.

Questa legge delle mercedi si accorda coi fatti universali c li spiega; senza di essa, questi appaiono incoerenti e contradditori.

Essa mostra clic:

Dove la terra è libera ed il lavoro non è aiutato dal capitale, il prodotto intero va al lavoro come mercede;

Dove la terra è libera ed il lavoro è aiutato dal capitale, la mercede consiste nel prodotto del lavoro, meno la parte necessaria per determinare l'accumulazione del lavoro come capitale;

Dove la terra è proprietà e nasce la rendila, le mercedi sono determinate da ciò, che il lavoro può ottenere dalle risorse naturali più produttive clic gli sono aperte e alle quali può liberamente applicarsi, senza che per esse debba pagare una rendita;

Dove le risorse naturali sono tutte monopolizzate, le mercedi possono dalla competizione dei lavoratori essere costrette a discendere al minimum,con cui i lavoratori consentono a vivere.

Questo minimum necessario delle mercedi (ciò che Smith e Ricardo’ chiamano « salario naturale » e che, secondo Mill, regola le mercedi, in quanto queste saranno più alte o più basse, secondo che la classe lavoratrice consente a vivere in un tenore di agiatezza più o meno alto) è però compreso nella legge delle mercedi più sopra esposta, in quanto gli è evidente che il limite della produzione non può cadere al disotto del punto, a cui sia lasciato, come mercede, giusto quel tanto, che è necessario pel mantenimento del lavoro.

La legge delle mercedi, come la legge della rendita di Ricardo, di cui è un corollario, porta in sè la sua dimostrazione e diventa evidente col solo enunciarla. Invero, essa non è se non una applicazione della verità fondamentale che l’uomo cerca di soddisfare i suoi bisogni colla minima somma possibile di sforzi. In generale, un uomo non lavorerà per un altroché gli dia, lutto considerato, meno di ciò cheei guadagnerebbe lavorando per sè; e inversamente non lavorerà per sè quando può guadagnare di più lavorando per altri; epperò, il reddito, che il lavoro può ritrarre dalle risorse naturali che gli sono aperte, deve fissare le mercedi, che il lavoro riceve in qualsiasi occupazione. Val quanto dire che la linea della rendila è la misura necessaria della linea delle mercedi. In fatto, l’ammissione della legge della rendita dipende dalla precedente (sebbene, a quanto sembra, in molti casi inconsciente) ammissione di questa legge delle mercedi. Ciò che rende evidente che la terra di una certa qualità darà come rendita la eccedenza del suo prodotto sul prodotto della meno produttiva delle terre in uso, è la intuizione di questo fatto che il proprietario della terra di qualità superiore può procurarsi il lavoro necessario per coltivarla, pagando ciò che questo lavoro potrebbe produrre se fosse applicato alla terra più povera.

Nelle sue manifestazioni più semplici, questa legge delle mercedi è riconosciuta anche da chi non si occupa di Economia politica, a quel modo che il fatto che un corpo pesante abbandonato a sè deve cadere a terra, è da tempo riconosciuto anche da coloro che non hanno mai pensato alla legge della gravitazione. Non c’è bisogno di esser economisti per vedere ché se in tutti i paesi le risorse naturali fossero rese accessibili a tutti e se i lavoratori potessero, lavorando per sè, guadagnare mercedi più alle delle più basse mercedi che loro si pagano attualmente, la misura generale delle mercedi salirebbe, mentre il più ignorante c il più stupido dei minatori della California primitiva sapeva benissimo che, come appena i placers fossero stati monopolizzati, le mercedi sarebbero diminuite. Non c’è bisogno di alcuna teoria abilmente architettata per spiegare perchè le mercedi siano cosi alle relativamente alla produzione nei paesi nuovi, dove la terra non ò ancora monopolizzala. La causa la si vede subito. Un uomo non vorrà lavorare per un altro per meno di ciò che gli può fruttare realmente il suo lavoro, quando, col solo andare un po’ più avanti su nuove terre, può prendersi una terra per sè. Gli è solo quando In terra diventa un monopolio e clic il lavoro si trova precluse le risorse naturali, che i lavoratori sono costretti a farsi concorrenza per ottener lavoro e che il proprietario della terra può comperar braccia che lavorino per lui, mentre ei vivrà sulla differenza fra ciò clic il loro lavoro produce e ciò clic per tale lavoro dà loro.

A. Smith stesso intravvide la causa delle alte mercedi nei paesi dove la terra è al primo occupante; ma non apprezzò l’importanza del fatto, nò la sua connessione con altri. Trattando delle cause delia prosperità delle colonie nuove, ci dice (1): « Ogni colono ottiene più terre clic ei non no possa coltivare. Non vi ha rendila e quasi nessuna imposta da pagare. Ognuno è dunque sollecito a prendere operai da ogni dove, pagandoli generosamente. Ma queste alte mercedi, unite all'abbondanza ed al poco prezzo della terra, fanno clic i lavoratori ben presto abbandonano i loro padroni per diventare anch'essi proprietari di terre e ricompensare colla stessa liberalità altri lavoratori, clic alla loro volta li abbandoneranno per la stessa ragione ».

Questo Capitolo contiene parecchi passi, che, come la frase con cui incomincia il Capitolo sulle mercedi del lavoro, provano come Smith non abbia potuto apprezzare le vere leggi della distribuzione della ricchezza unicamente perche, invece di cercare i suoi primi principi! nelle forme di società primitive, ei si volse a cercarle nelle manifestazioni sociali complesse, dove ei si lasciò fuorviare da una teoria preaccettala delle funzioni del capitale e, a quanto mi sembra, da una vaga accettazione della dottrina formulala da Malthus due anni dopo la sua morte. Ed è impossibile leggero le opere degli economisti, che dopo Smitii tentarono di costrurre e schiarire la scienza dell’Economia politica, senza vedere quante volte essi si siano imbattuti nella legge dello mercedi, senza una sola volta riconoscerla. Eppure « se fosse stato un cane, li avrebbe morsi! ». E veramente gli è difficile resistere al sospetto che abbiano bensi visto qual fosse realmente questa legge, madie, impauriti dalle conseguenze pratiche, a cui essa avrebbe condotto, preferirono mostrar d’iguorarla, affrettandosi a metterla sotto il moggio, anziché servirsene come di cliiqvc per la soluzione di problemi, clic solo con essa possono essere risolti. Una grande verità da dirsi ad un secolo, clic l’ha respinta e calpestata, non ù una parola di pace, ma sì di guerra.

Prima di chiudere questo Rapitolo sarà forse bene ricordare al lettore ciò che ho già detto altrove, che cioè io adopero il vocabolo « mercede » nel senso non di una quantità, ma di un rapporto o proporzione. Quando dico che le mercedi diminuiscono allorché la rendita aumenta, non intendo già dire che la quantità di ricchezza ottenuta dui lavoratori come mercede sia necessariamente minore, bensì che è necessariamente minore la proporzione o quota, che la mercede rappresenta rispetto al prodotto totale. La proporzione può diminuire e tuttavia

(1) A. Smitu, Indagini sopra la natura r. le cause della ricchezza delle nazioni. libro VII, cap. 4°.

la quantità rimanere la stessa ed anche aumentare. Se il limite della coltura da un punto produttivo che chiameremo 25discenda a un puntoche chiameremo 20, la rendita di tutte le terre, che prima davano una rendita, aumenterà di 5, e la proporzione o quota di prodotto totale, che va come mercede ai lavoratori, diminuirà di altrettanto; ma se nel frattempo i progressi dell’industria o le economie, che l’aumento della popolazione rende possibili, abbiano talmente accresciuto la forza produttiva del lavoro, che la stessa somma di lavoro, lo stesso sforzo produca al punto 20 tanta ricchezza quanta ne produceva prima al punto 25, i lavoratori riceveranno allora come mercede una quantità eguale a quella che ricevevano prima, e il ribasso relativo delle mercedi non si farà sentire in alcuna diminuzione delle necessità o degli agi della vita dei lavoratori, ma in un aumento del valore della terra, in un maggior reddito e in più prodighe spese della classe, che prende la rendila.

CAPITOLO VII.

CORRELAZIONE E COORDINAZIONE DI QUESTE LEGGI.

Le conclusioni, a cui siamo giunti per ciò che riguarda le leggi della distribuzione della ricchezza, sovvertono una grande ed importante parte della scienza della Economia politica, quale la si insegna oggi, rovesciando alcune delle sue teorie più elaborate e gettando una nuova luce su alcuni dei suoi più gravi problemi. E tuttavia noi non abbiamo nel nostro cammino occupalo alcun terreno disputato, nè messo avanti un solo principio fondamentale, che già non fosse riconosciuto.

La legge dell’interesse e la legge delle mercedi, che noi abbiamo sostituito a quelle generalmente insegnate, sono deduzioni necessarie della gran legge, che sola rende possibile la esistenza d’una scienza dell’Economia politica, della legge universale, inseparabile dallo spirito umano, come l’attrazione è inseparabile dalia materia, e senza la quale sarebbe impossibile prevedere o calcolare nessuna umana azione, quale si fosse, minima o massima, la sua importanza. Questa legge fondamentale — gli uomini cercano di soddisfare i loro bisogni colla minima somma possibile di sforzi — diventa, considerata nella sua relazione ad uno dei fattori della produzione, la legge della rendila; considerala in relazione ad un altro fattore, diventa la legge dell’interesse; considerata in relazione al terzo fattore, diventa la legge delle mercedi. E coll’ammetlere, come l’ammisero lutti gli economisti classici da Ricardo in poi, la legge della rendita, legge clic non ha bisogno che di essere compresa per esser riconosciuta vera, anche si viene, implicitamente e per inferenza, ad ammettere come conseguenze e corollari di essa la legge dell’interesse e la legge delle mercedi, quali furono da noi esposte. In fatto, non è se non che relativamente che queste leggi possono dirsi conseguenze; in quanto ammettere la legge della rendita è un ammettere la legge dell’interesse e la legge delle mercedi. Invero, da che dipende il ricono-scimenlodulia legge della rendila ? Evidentemente, dal riconoscimento di questo fatto che la competizione ha per effetto di impedire che il reddito del lavoro e del capitale sia in nessun luogo maggiore che sulla più povera delle terre coltivate. Gli è vedendo questo che noi veniamo a constatare che il proprietario della terra potrà reclamare come rendita tutta la parte del prodotto, che eccede ciò che la stessa somma di lavoro e di capitale otterrebbe se fosse applicata alla più povera delle terre in uso.

L’armonia e la correlazione delle leggi della distribuzione, quali sono ora da noi concepite, formano un visibile contrasto col difetto di armonia, che caratterizza queste leggi, quali l’Economia politica corrente le presenta. Esponiamole le une di rincontro alle altre:

Enunciazione corrente.

Enunciazione vera.

La rendita dipende dal limite della coltura, salendo quando questo limite scende, scendendo quando questo limite sale.

Le mercedi dipendono dal limite della coltura, scendendo quando questo limite scende, salendo quando questo limite sale.

L'interesse (il suo rapporto colle mercedi essendo fissato dalla potenza netta di incremento inerente al capitale) dipende dal limite di coltura, scendendo quando questo limite scende, salendo quando questo limite sale.


La rendita dipende dal limite della coltura, salendo quando questo limite scende, scendendo quando questo limite sale.

Le mercedi dipendono dal rapporto fra il numero dei lavoratori e la somma di capitale destinata ad impiegarli.

L'interesse dipende dalla equazione fra la offerta e la domanda di capitali ; oppure, come è detto dei profitti, dalle mercedi (o costo del lavoro), salendo quando le mercedi scendono, scendendo quando le mercedi salgono.

Nella esposizione corrente le leggi della distribuzione non hanno un centro comune, non relazione l’una coll’altra; esse non sono le divisioni correlative di un tutto, ma misure di qualità diversa. Nella esposizione che diamo noi esse nascono da un punto unico, si sostengono e si completano a vicenda e formano divisioni correlative di un tutto completo.

CAPITOLO Vili.

I.A STATICA DEL PROBLEMA SPIEGATA.

Noi abbiamo ottenuto una teoria chiara, semplice, conseguente della distribuzione della ricchezza, teoria, che è d’accordo coi primi principi! e coi fatti e che, una volta compresa, apparisce per sè evidente.

Prima di esporre questa teoria reputai necessario dimostrare la insufficienza delle teorie correnti; imperocché, nel pensare come nell’agire, i più non fanno che seguire i capi ed una teoria delle mercedi, la quale non solo ha per sè l'autorità dei più alti economisti, ma anche è saldamente radicata nelle opinioni c nei pregiudizi dell’universale, impedirà sempre, finché non sia provato che essa è insostenibile, di anche solo prendere in esame un’altra teoria; precisamente come la teoria, che faceva della terra il centro dell’universo, impedi che fosse presa in considerazione la teoria, che faceva girare la terra sul suo asse e attorno al sole, finché non fu chiaramente dimostrato che i moli apparenti dei corpi celesti non potevano colla teoria della fissità della terra essere spiegati.

E veramente, una grande somiglianza vi è fra la scienza della Economia politica quale la si insegna oggi e la scienza dell'Astronomia, quale era insegnata prima che fosse adottata la teoria di Copernico. I ripieghi, con cui la Economia corrente tenta di spiegare i fenomeni sociali, che si impongono oggi all’attenzione del mondo incivilito, possono assai bene essere paragonati al sistema complicato di cicli c di epicicli costrutto dai dotti per spiegare i fenomeni celesti secondo i dogmi imposti dall’autorità e le impressioni e i pregiudizi grossolani degli ignoranti. E come le osservazioni, che provavano come questo sistema di cicli e di epicicli non potesse spiegare tutti i fenomeni celesti, preparavano la via alla presa in considerazione della teoria più semplice che fini per trionfare, così col riconoscere la impotenza delle teorie correnti a spiegare i fenomeni sociali, si prepara la via alla presa in considerazione di una teoria, che darà alia Economia politica tutta la semplicità e l’armonia, che la teoria di Copernico ha dato alla scienza astronomica.

iMa a questo punto il parallelo cessa. Che la < terra fissa e solida » veramente turbini nello spazio con una inconcepibile velocità, è cosa che va contro alle prime impressioni dell’uomo in qualunque stato e situazione; ma la verità, che io voglio rendere evidente, è percepita naturalmente; essa fu riconosciuta nell'infanzia di tutti i popoli e solo fu oscurala dalle complessità dello stalo incivilito, dalle usurpazioni degli interessi egoistici e dalla strada per cui si misero le speculazioni dei dotti. Per trovarla, noi non abbiamo che a ritornare ai primi principii e ad osservare le percezioni semplici. Nulla vi può esser di più chiaro di questa proposizione che se le mercedi non aumentano coli’aumenlare che fa la potenza produttiva, ciò è dovuto all’aumento della rendita.

Tre cose si uniscono per produrre: il lavoro, il capitale, la terra.

Tre parti si dividono il prodotto: il lavoratore, il capitalista, il proprietario della terra.

Se con un aumento di produzione il lavoratore non riceve di più e neppure riceve di più il capitalista, ne segue necessariamente clic il proprietario deve far suo tutto questo maggior prodotto.

E i falli sono d’accordo con questa deduzione. Sebbene nè le mercedi, nè l'interesse aumentino in nessun luogo col progresso materiale, l’accompagnamento invariabile, la caratteristica del progresso materiale, è l’aumento della rendita, del valore della terra.

L’aumento della rendita spiega perchè non aumentino le mercedi e l’interesse. La causa, che dà al proprietario della terra, è quella che toglie al lavoratore e al capitalista. Se le mercedi e l’interesse sono più alti nei paesi nuovi che nei vecchi, non è già, come dicono gli economisti classici, perchè la natura dia in quelli una retribuzione più grande all’applicazione della stessa somma di lavoro e di capitale, bensì perchè la terra vi costa meno e quindi la rendita prelevando per sè una porzione del prodotto più piccola, il lavoro e il capitale possono tenere per sè una porzione più grande di ciò che dà la natura. Non è U prodotto totale, tua si il prodotto nello, quello che rimane dopo dedotta la rendila, che determina ciò clic può esser diviso in mercedi c interesse. Eppcrò, la misura delle mercedi e quella dell'inlcrcssc sono dappertutto fissale non tanto dalla potenza produttiva del lavoro, quanto dal valore della terra. Dappertutto dove il valore della terra è relativamente basso, le mercedi e l’interesse sono relativamente alti; dappertutto dove il valore della terra è relativamente alto, le mercedi e l'interesse sono relativamente bassi.

Se la produzione non è uscita da quello stalo semplice, in cui tutto il lavoro è direttamente applicato alla lerra c tutte le mercedi sono pagate dal prodotto del lavoro, il fatto clic quando il proprietario della terra prende una porzione del prodotto più grande il lavoratore deve contentarsi di una porzione più piccola, non può essere perduto di vista.

Mà le complessità della produzione nello stato incivilito, in cui lo scambio ha sì gran parte e tanto lavoro è applicalo a materiali dopo che questi furono separati dalla terra, sebbene possano dissimularlo a chi non rifletta, non alterano però questo fatto, che ogni produzione è sempre la unione di due fattori, la terra e il lavoro, c che la rendita (la porzione del proprietario della terra) non può aumentare che a spese della mercede (la porzione del lavoratore) e dell’interesse (la porzione del capitale). Come la porzione di raccolto, che, nelle forme di organizzazione industriale più semplici, il proprietario del suolo prende come rendila, di tanto diminuisce la quantità di prodotto, che il coltivatore viene ad avere come mercede cd interesse, similmente la rendita della lerra, su cui è costrutta una città manifatturiera o commerciale, di tanto diminuisce la somma, clic può esser divisa in mercedi e interesse fra il lavoro e il capitale applicato alla produzione ed allo scambio della ricchezza.

Irisomma, il valore della terra dipendendo intieramente dal potere, che la proprietà di essa attribuisce, di appropriarsi la ricchezza creata dal lavoro, l’aumento di valore della terra avviene sempre a spese del valore del lavoro. Per conseguenza, se l’aumento della potenza produttiva non fa aumentare le mercedi, gli è che fa aumentare il valore della terra. La rendita assorbe tutto il guadagno e il pauperismo accompagna il progresso.

È inutile star a citare fatti; essi si presenteranno al lettore da sè. Gli è un fatto generale osservabile dappertutto che quando il valore della terra aumenta, allora apparisce il contrasto fra la ricchezza e la miseria. Gli è un fatto universale che dove il valore della terra è più alto, la civiltà presenta lo spettacolo del maggior lusso accanto alla povertà più profonda. Per vedere esseri umani nella condizione più abbietta, più irrimediabile e più disperala, non è nelle praterie aperte che bisogna andare, non nelle capanne di tronchi d’albero delle foreste vergini in dissodamento, dove l’uomo incomincia colle sole sue mani la lotta colla natura e dove la lerra non ha ancora alcun valore, ma ai nelle grandi città, dove la proprietà di poche are di terreno costituisce un patrimonio.

LIBRO IV.

L'AZIONE DEL PROGRESSO MATERIALE SULLA DISTRIBUZIONE DELLA RICCHEZZA

Finora è dubbio se tutte le invenzioni meccaniche fin qui fatte abbiano alleviato la pena quotidiana di alcun essere umano.

J. St. Mill.

Sentite voi, o miei fratelli, i bimbi piangere prima che cogli anni arrivino i dolori? Essi reclinano le loro giovani teste sulle loro madri e ciò non può cessare le loro lagrime. Gli agnellini belano nei prati, gli uccelletti gorgheggiano nel nido, i cerbiatti scherzano colla loro ombra, i fiorellini si aprono verso occidente, ma i fanciulli, i poveri fanciulli, o miei fratelli, piangono amaramente. Piangono quando gli altri scherzano nel paese dell'indipendenza.

Mrs Browning.

CAPITOLO I.

I FATTORI da cercarsi del prorle.ma.

Coll’aver riconosciuto come In rendita sia quella, clic si avvantaggia dell'aumento della produzione, che il progresso materiale adduce, mentre il lavoro non oltiene nulla ; coll'aver visto come l’antagonismo d’interessi non sia già, come la massa crede, fra il lavoro e il capitale, ma, in realtà, fra il lavoro e il capitale da una parte e la proprietà della terra dall’altra — noi siamo giunti ad una conclusione, che ha una portata pratica grandissima. Ma non è tempo ancora di arrestarvici, in quanto non abbiamo ancora completamente risolto il problema, che abbiamo posto in principio. Dire clic le mercedi rimangono basse perchè la rendita sale, gli è come chi dicesse che il battello a vapore si muove perche le sue mole    girano.    La    domanda, che subilo si presenta, si è clic cos’ò

die fa    aumentare    la    rendita.    Qual'è    la forza o la necessità che, a misura che

la potenza produttiva cresce, distribuisce come rendita una porzione del prodotto sempre più grande?

La sola causa segnalata da Ric.ardo di que-to aumento della rendila è l'aumento della popolazione, il quale, col render necessaria una maggior somma ili mezzidi sussistenza, costringe ad estendere la coltura a terre di qualità inferiore o a punti di qualità inferiore delle stesse terre. E nelle opere correnti degli altri autori si chiama cosi esclusivamente l'attenzione su questa necessità ili estendere la coltura dalle terre di qualità superiore u terre via via di qualità inferiore come la causa deU’aumcnto della rendita, che Cabey, e dietro lui il professore Perry ed altri, si immaginarono di aver rovesciato la teoria della rendita di Ricardo col negare che l’agricoltura, nel suo progresso, vada dalle terre più buone alle meno buone (1).

-Or, sebbene sia innegabilmente vero che l’aumento della popolazione, che costringe a coltivare terre di qualità inferiore, fa e deve far aumentare la rendita, pare a me che non tutte le deduzioni, che si traggono da questo principio, siano vere, nè che tale principio spieghi completamente l’aumento della rendita che si produce col progresso materiale. Vi sono evidentemente altre cause, che cospirano a far aumentare la rendita, ma che hanno dovuto essere in tutto o in parte velate dalle erronee idee intorno alle funzioni del capitale ed alla genesi delle mercedi,che hanno finora tenuto il campo. Per scuoprire quali siano queste cause e come esse operino, vediamo quale sia l’azione del progresso materiale sulla distribuzione della ricchezza.

I cambiamenti, che costituiscono il progresso materiale o che vi contribuiscono, sono tre: 1) aumento della popolazione; 2) progresso nelle arti della produzione e degli scambi; 3) progressi nella scienza, nella educazione, nel governo, nella polizia, nei costumi, nella morale, in quanto aumentano il potere di produrre la ricchezza. I! progresso materiale, qualeordinariamente losi intende, è formato di questi tre elementi o direzioni, in ciascuna delle quali le nazioni progressive sono in passato, sebbene in gradi diversi, andate progrediendo. Ma poiché, considerate in riguardo alle forze ed alle economie materiali, l’aumento del sapere, i miglioramenti dei governi, ecc., hanno gli stessi effetti dei progressi delle arti della produzione, non sarà necessario considerarli qui divisa-tamente. Quale portala il progresso morale o intellettuale, considerato unicamente in sè, abbia pel nostro problema, gli è ciò che vedremo più tardi. Qui ci occupiamo del progresso materiale, a cui queste cose contribuiscono solo in quanto aumentano la forza produttiva di ricchezza, e noi vedremo quale sia la loro azione considerando quale sia l'azione dei progressi delle arti della produzione.

(1) A questo proposito può esser utile osservare : 1) che il fatto generale, quale apparisce nel cammino dell’agricoltura nei paesi nuovi dell'Unione c nel carattere delle terre lasciate in disparte nei paesi vecchi, si è che la coltura delle terre più buone precede quella dello terre meno buone; 2) che, sia che la coltura vada dalle terre assolutamente più buone allo terre assolutamente meno buone o viceversa (e tutto fa ritenere che i concetti di « terre più buone » e « terre meno buone » si riferiscano unicamente allo stato delle nostre conoscenze e che progessi ulteriori possono far scoprire qualità compensataci in regioni della terra oggi ritenute come sterili) ad ogni modo la coltura va e, per la natura dello spirito umano, sempre tenderà a andare dalle terre che, nelle condizioni attuali, si ritengono come più buone, alle terre che, nelle condizioni attuali, si ritengono come meno buone ; 3) che la legge di Ricardo non dipende dalla direzione, secondqcui avviene l'cstendimcnto della coltura, bensì da questa proposizione, che seia terra di una data qualità produce tanto, una terra di qualità miglior-' produrrà di più.

Epperò, per constatare l’azione nel progresso materiale sulla distribuzione della ricchezza, consideriamo anzitutto l’azione, che esercita l’aumento della popolazione indipendentemente dai progressi delle arti della popolazione, poi l’azione, che esercitano i progressi delle arti della produzione indipendentemente dall'aumento della popolazione.

CAPITOLO II.

AZIONE DELL’AUMENTO DELLA POPOLAZIONE SULLA DISTRIBUZIONE DELLA RICCHEZZA.

I trattati correnti di Economia politica spiegano come l'aumento della popolazione faccia aumentare la rendita con ciò che la maggior domanda di mezzi di sussistenza costringe la produzione ad applicarsi a terreo a punti della stessa terra sempre meno produttivi. Cosi, se con una data popolazione il limile della coltura è a 30, tutte le terre aventi una produttività al disopra di 30 daranno una rendita. Se la popolazione si raddoppia, sarà necessaria una quantità addizionale di mezzi di sussistenza, la quale non si potrà ottenere che estendendo la coltura, locchè farà si che terre, che prima non davano alcuna rendita, ora ne daranno una. Se il limile della coltura discende a 20, tutte le terre fra 20 e 30 daranno una rendita cd avranno un valore e quelle al disopra di 30 daranno una rendita maggiore cd avranno un valore maggiore di prima.

Gli è qui che la dottrina di Malthus riceve dalle enunciazioni correnti della teoria della rendita l’appoggio, di cui ho parlalo nell'enumerare le cause, che concorsero a dare a questa dottrina, nella opinione dell’universale, una autorità quasi indiscussa. Secondo la dottrina di Malthus, la pressura della popolazione contro i mezzi di sussistenza diventa sempre più dura col crescere della popolazione e sebbene ogni nuova bocca venga al mondo accompagnata da due braccia, diventa, per usare le parole di J. St. Mill, sempre più difficile alle nuove braccia di mantenere le nuove bocche. Secondo la teoria della rendita data da Ricardo, la rendita nasce dalla diversa produttività delle terre coltivate e, come spiegarono Ricardo e gli economisti che lo seguirono, l’aumento della rendila che, secondo mostra il fatto, accompagna l'aumento della popolazione, è causato dalla impossibilità di procurarsi maggiori mezzi di sussistenza se non ad un costo maggiore, locchè costringe la popolazione a coltivare punti sempre meno produttivi, d’onde un proporzionale aumento della rendita. Cosi, le due teorie, come ho già spiegato, vengono ad essere armonizzale e fuse insieme, la legge della rendila diventando non altro clic una applicazione particolare della legge più generale proposta da Malthus c l’aumento della rendita a misura che aumenta la popolazione una prova dell’azione fatale di quella legge. Ho voluto toccare di ciò incidentalmente, in quanto ci accade ora di dover esaminare l’errore, che ha fatto della teoria della rendita un soslcgno di una teoria, a cui in realtà essa non dà alcun appoggio. Della teoria di Malthus noi abbiamo già fallo ragione ; ma un ulteriore argomento contro di essa, tale da dissipare qualsiasi dubbio che ancor rimanga sulla sua inconsistenza, si avrà quando avremo visto come i fenomeni, che si attribuiscono alla pressura della popolazione contro i mezzi tli sussistenza, si manifesterebbero, nelle condizioni esistenti, egualmente, se anche la popolazione rimanesse stazionaria.

L’errore a cui alludo e che è necessario distrurre per ben comprendere l’azione dell’aumento della popolazione sulla distribuzione della ricchezza, è quel presupporre che, espressamente o implicitamente, si fa in tulli i ragionamenti abituali intorno alla rendita nella connessione sua colla popolazione, che il ricorrere a punti di produttività inferiori implichi, in proporzione del lavoro speso nella produzione, un prodotto minore; sebbene questo non sia sempre il caso, è chiaramente riconosciuto per ciò che riguarda i miglioramenti agrari, i quali, per usare le parole di Mill, sono considerati come « un rilassamento dei legami, che arrestano l’aumento della popolazione». Ma non è il caso neppure quando alcun progresso avviene nelle arti della produzione e quando il ricorso a punti di produzione inferiori è evidentemente il risultato di una maggior domanda determinata da un aumento della popolazione. Invero, l’aumento della popolazione, in sè e indipendentemente da qualsiasi progresso nelle arti della produzione, implica un aumento della potenza produttiva del lavoro. Il lavoro produttivo di cento uomini, a parità di tutte le altre circostanze, produrrà molto di più di cento volte ciò che produce il lavoro di un uomo solo, il lavoro di mille uomini molto di più di dieci volle ciò che produce il lavoro di cento ; c cosi per ogni paio di braccia che l’aumento della popolazione apporta, vi ha un’aggiunta più che proporzionale alla potenza produttiva del lavoro. Epperò, coll’aumenlare della popolazione, può avvenire che si ricorra a risorse produttive naturali inferiori, non solo senza che una diminuzione avvenga nella produzione media della ricchezza ragguagliata al lavoro speso, ma senza che vi sia tampoco diminuzione alcuna al punto di produzione più basso. Se la popolazione si raddoppia, la terra, la cui produttività è solo come 20, potrà dare alla stessa somma di lavoro tanto quanto dava prima la terra, la cui produttività era come 30. Imperocché, bisogna non dimenticare (cit> che troppo spesso si dimentica) che nè la produttività della terra nè quella del lavoro non devono essere misurate in relazione ad una cosa sola, bensì in relazione a tutte le cose, che formano oggetto dei bisogni dell’uomo. Un colono e la sua famiglia possono far crescere tanto grano sopra una terra lontana centinaia di miglia dalla abitazione più prossima, quanto ne possono far crescere nel centro di un distretto popoloso. Ma, in un distretto popoloso essi potrebbero, collo stesso lavoro, avere lo stesso reddito da una terra più povera od anche da una terra di qualità eguale, ma dopo aver pagata per essa una rendita elevata, in quanto nel mezzo ad una popolazione numerosa il lavoro avrebbe un’efficacia o produttività maggiore, non per avventura precisamente nella produzione del grano, ma nella produzione della ricchezza, in genere, vai quanto dire, nell’oltenere tutti quei beni c servizi, che sono l’oggetto reale del loro lavoro.

Ma pur quando diminuzione vi ha nella produttività del lavoro al punto di produzione più basso, cioè, quando la maggior domanda di ricchezza ha spinto la produzione a un punlo di produttività naturale cosi basso, da non poter essere compensalo dalla maggior potenza produttiva del lavoro, clic l’aumento della popolazione basta per se a determinare, non ne consegue punlo clic la produzione totale, ragguagliata al lavoro totale, debba essere minore.

Siano terre di qualità decrescente. Le migliori saranno naturalmente le prime ad essere occupate e, a misura die la popolazione aumenta, la produttività si applicherà a terre via via di qualità inferiore. Ma siccome l’aumento della popolazione, col render possibili maggiori economie, aggiunge alla efficacia del lavoro, quella stessa causa, die fa successivamente coltivare le varie qualità decrescenti di terra, fa nel tempo stesso aumentare la somma di ricchezza, die la stessa somma di lavoro può da esse trarre. Anzi, essa farà di più, in quanto essa farà aumentare la potenza produttiva di ricchezza su tutte le terre superiori già messe a coltura. Se i rapporti di quantità e di qualità siano tali che l'aumento della popolazione faccia aumentare la efficacia o produttività del lavoro più che non costringa a ricorrere a terre meno produttive, sebbene il limite della coltura verrebbe a scendere e la rendita a salire, tuttavia la retribuzione minima del lavoro aumenterebbe. Vale a dire, sebbonc le mercedi scenderebbero come proporzione o quota di prodotto, salirebbero come quantità. La produzione media di ricchezza aumenterebbe. Se i rapporti fossero tali che la maggior efficacia del lavoro compensasse esattamente la minor produtlivilàdcllà terra messa a coltura, l'clfollo dcH’aumcnlo di popolazione sarebbe di far aumentare la rendita coH’ahhassare il limite di coltura senza ridurre le mercedi considerale come quantità e di aumentare la produzione media. Se noi ora supponiamo che, la popolazione continuando ad aumentare, vi sia fra la più povera delle terre coltivate e la terra di qualità immediatamente inferiore una tal differenza che la maggior potenza del lavoro, clic l’aumento della popolazione seco adduce, non possa ripianarla, allora la retribuzione minima del lavoro sarà ridotta e col salire della rendila le mercedi scenderanno 11011 solo come proporzione 0-quota di prodotto, ma anche come quantità. Ma, a meno che la discesa nel ricorrere a terre di qualità inferiore sia più precipitosa che non sia dato immaginare e che, credo, non sia stata mai, la produzione media sarà ancora aumentala, in quanto l’aumento di efficacia 0 produttività, che avviene in ragione di quell’au-menlo di popolazione, clic costringe a coltivare terre di qualità inferiore, ò inerente a ogni lavoro e il maggior guadagno sulle terre di qualità superiore farà più che compensare la minor produttività delle terre inferiori messe a coltura. La produzione totale di ricchezza ragguagliata al consumo totale di lavoro sarà maggiore, ma la sua distribuzione più disuguale.

Cosi, l'aumento di popolazione, in quanto fa estendere la coltura a livelli naturali inferiori, fa aumentare la rendila e diminuire le mercedi come proporzione 0 quota di prodotto e può fàrle 0 non farle diminuire anche come quantità, mentre di rado e, probabilmente, mai può far diminuire la produzione totale di ricchezza ragguagliata al consumo totale di lavoro, anzi la fa aumentare c, spesso, di mollo.

Ma perchè l'aumento di popolazione fa cosi aumentare la rendila coll’abbas-sare il limile di coltura, non è dello che sia questo il solo modo, in cui la rendita aumenta coH’aumenlarc della popolazione. L’aumento della popolazione può far aumentare la rendita senza far discendere il limite di coltura; c checché ne dicano scrittori come Mac Cullocii, i quali sostengono clic la rendila 11011 sor gerà là dove vi ha una estensione illimitata di terre tutte egualmente buone, l’aumento di popolazione fa aumentare la rendita indipendentemente dalle qualità naturali della terra, in quanto le maggiori forze ili cooperazione e di scambio, che l’aumento della popolazione seco adduce, equivalgono ad un aumento di capaciti produttiva della terra, anzi — e credo lo si possa dirp senza metafora — dànno realmente alla terra una capaciti produttiva maggiore. .

E non intendo gii dire soltanto che, alla guisa di un perfezionamento dei metodi 0 degli strumenti di produzione, la maggior potenza, che deriva daU’au-mento della popolazione, dia alla stessa somma di lavoro un risultato 0 prodotto maggiore, equivalente ad una maggior potenza naturale della terra; bensì intendo dire che essa importa una maggior potenza del lavoro, la quale è localizzata sulla terra, è inerente non al lavoro in genere, ma solo al lavoro, che si esercita sopra una terra particolare e per conseguenza è inerente alla terra come le qualità del suolo, il clima, i depositi minerali, la situazione naturale e, come questi elementi, passa in altri col possesso del suolo.

Un perfezionamento nel metodo di coltura, grazie al quale si possa, colla stessa spesa, avere due raccolti invece di un solo, 0 un perfezionamento degli strumenti 0 delle macchine, che raddoppi il risultalo del lavoro, avranno manifestamente, applicati ad una data pezza di terreno, lo stesso effetto sul prodotto che se venisse a raddoppiare la fertilità della terra. Ma la differenza sta in ciò che i perfezionamenti dei metodi e degli strumenti di coltura possono essere utilizzati su qualunque terra, mentre l’aumento di fertilità può essere utilizzato solo in quella data terra in cui avviene. Or, la maggior produttività del lavoro, che nasce dall’aumento della popolazione, non può in gran parte essere utilizzata se non sopra una terra particolare e, ancora, in gradi molto diversi.

Ecco; supponiamo una savanna sconfinata, estendentesi in una non interrotta uniformità di erbe, di fiori, di piante, di ruscelli, che stanca colla sua monotonia il viaggiatore. Arriva col suo carro il primo immigrante. Dove gli convenga meglio stanziarsi egli stesso noi sa dire: un acro è egualmente buono che un altro. Quanto a ricchezza di boschi, di ncque, a fertilità, a situazione, non vi ha assolutamente nessuna scelta da fare e il nostro colono è addirittura nell’imbarazzo davanti a tanta ricchezza. Stanco di andar attorno a cercare un posto che sia migliore degli altri, ei si ferma dove vien viene c si dà attorno a costrursi una casa. La terra è vergine e ricca, abbondante di selvaggina, le acque esuberanti di trote. La natura è generosa come non potrebbe esserlo di più. Il nostro colono ha là ciò che, se fosse in un paese popolato, basterebbe a farlo ricco. Eppure, esso è povero. Per non dir nulla della disposizione del suo spirito, clic gli farebbe salutare con gioia l’arrivo ilei più stupido straniero, concili poter scambiare una parola, ci lavora in mezzo a tutti gli svantaggi materiali della solitudine. Ei non può ricevere alcun temporaneo aiuto pei lavori che domandano una maggior unione di forza che quella clic può offrirgli la sua famiglia 0 quel qualunque ausiliare, che ei possa permanentemente tenere. Sebbène abbia bestiame, spesso non può avere carne fresca, in quanto per avere una bistecca dovrebbe uccidere un vitello. Ei deve essere il proprio fabbro, carradore, carpentiere, ecc., insomma « trattare tutti i mestieri e non saperne alcuno ». Ei non può far istruire i suoi ragazzi, perchè dovrebbe tenere e mantenere un maestro apposta. Le cose che non può produrre da sè, ei deve comperarle in grandi quantità e tenerle in serbo, oppure deve farne a meno, non polendo ad ogni momento lasciare il suo lavoro c fare un lungo viaggio laggiù, all’orlo estremo della civiltà, per procurarsele; e quando vi è costretto, l’avere una fiala di medicina o il rimettere una ruota gli costa giornate e giornale di lavoro suo e dei suoi cavalli. In queste circostanze, la natura ha un bell’essere generosa; l’uomo è povero. Ben gli è facile avere di che mangiare, ma all’infuori di ciò il suo lavoro basta appena a soddisfare i bisogni più semplici e, ancora, nel modo più primitivo.

Ben presto un altro immigrante arriva. Sebbene ogni acro della sterminata pianura sia egualmente buono clic un altro qualsiasi, questo secondo immigrante non si troverà in nessun imbarazzo per la scelta della sua stanza. La terra è dappertutto la stessa, sì ; ma una località vi è, che per lui è evidentemente migliore di qualunque altra, ed è dove già vi è un altro colono, dove potrà avere un vicino. Ei si stanzia accanto al primo colono, la cui condizione viene subito ad essere grandemente migliorata e a cui molte cose saranno ora possibili, che non erano prima, in quanto due uomini possono aiutarsi l’un l’altro a far cose che un uomo solo non potrebbe far mai.

Un altro immigrante arriva e, guidato dalle stesse considerazioni, si stabilisce accanto agli altri due; poi ne arriva un altro, poi altri ed altri, finché il primo colono si trova ad essere circondato da vicini. Il lavoro ha ora una efficacia, a cui, nello stato solitario, non poteva accostarsi. Se un qualche pesante lavoro è a farsi, i coloni hanno strumenti adatti e, insieme, fanno in un giorno ciò che ad un solo avrebbe richiesto anni. Quando uno uccide un vitello, gli altri ne hanno una parte, che restituiranno quando uccideranno un vitello alla loro volta e cosi essi hanno sempre carne fresca. Insieme prendono un maestro di scuola, di guisa che i loro ragazzi sono istruiti per una frazione di ciò che Io stesso insegnamento avrebbe costato al primo colono. Diventa relativamente facile mandare alla città vicina, in quanto vi ha sempre qualcuno che vi si reca. Ma di questi viaggi non vi ha più tanto bisogno. Un fabbro ed un carradore non tardano ad aprir bottega e il nostro colono può far riparare i suoi strumenti non spendendo più per le riparazioni che una piccola parte del lavoro, che gli costavano prima. Anche si apre un magazzino, dove ei può procurarsi ciò di cui ha bisogno a misura che il bisogno sorge; poi, un ufficio postale lo mette in comunicazione col resto del mondo. Vengono in seguito un calzolaio, un falegname, un sellaio, un medico e ben presto anche sorge la chiesetta. Godimenti diventano possibili, che nello stato solitario non lo erano: godimenti e soddisfazioni per la sua natura di essere socievole e intelligente, quella che lo eleva al disopra del bruto. La simpatia, il sentimento dell’associazione, la emulazione stimolata dal confronto e dal contrasto, aprono una vita più larga, più varia. Nelle gioie, nei dolori, il nostro colono non è più solo. Si organizzano divertimenti in comune. Di Uinto in tanto arriva un qualche errante conferenziere, che schiude ai suoi uditori i mondi della scienza, della letteratura, dell'arte; all’epoca delle elezioni vengono oratori e il cittadino si sente rialzato in dignità e in potere quando, nella lotta fra John Doe e Richard Roe, si discutono davanti a lui le sorli dègli imperi. Poi, un giorno arriva il circo, di cui si parlava da mesi e che ai fanciulli, il cui orizzonte era stato finallora la prateria, apre i regni dell’immaginazionc: principi e principesse dei racconti delle fate; Crociati nelle loro maglie di ferro; Mori coi loro turbanti; il carro magico di Cenerentola; i giganti dei racconti della nutrice; leoni simili a quelli, che strisciavano davanti a Daniele o che nell’anfiteatro di Roma sbranavano i santi di Dio; struzzi, che ricordano le sabbie del deserto; cammelli simili a quelli, che erano attorno al pozzo, da cui i cattivi fratelli trassero Giuseppe per venderlo schiavo; elefanti simili a quelli, che attraversarono le Alpi con Annibaie o che sentirono la spada dei Maccabei; c la musica incantatrice,che vi suona nel capo come sotto la cupola splendente di Kukla-Khan.

Ed ora, andate a trovare il nostro colono c ditegli: c tu hai tanti alberi da frutta che furono da te piantali ; hai scavato un pozzo, costruito un granaio, una casa, ecc.; insomma, hai col tuo lavoro aggiunto tanto alla tua terra. Questa terra, in sè, non è più cosi buona come prima ; tu l’hai già sfruttata e fra poco avrà bisogno di ingrasso. Ti darò l’intero valore delle migliora/ioni che vi hai fatto attorno e tu dammi la tua terra e va colla tua famiglia a cercartene un’altra al margine estremo della civiltà ». Il nostro colono vi riderebbe in faccia. La sua terra non gli dà più tanto grano nè tante patate come prima, ma gli procura una molto maggior somma di necessità e di comodi. Il suo lavoro applicato alla ter:* non gli dà più cosi abbondanti raccolti nè, vogliamo supporre, raccolti aventi lo stesso valore di prima, ma gli procura una molto maggior somma di tutte quelle altre cose, per aver le quali l’uomo lavora. La presenza di altri coloni, l’aumento di popolazione, ha accresciuto sotto questo riguardo la produttività del suo lavoro applicato alla terra; e questa maggior produttività dà alla sua terra una superiorità sulle terre di qualilà naturale pari, ma collocate dove non sono coloni. Se nessuna terra non rimane da occupare oltre quelle lontane da un centro di popolazione, come era quella del nostro colono quando primamente vi pose la sua stanza, il valore o la rendita della sua terra sarà misurala da tutta intera questa maggior potenza produttiva. Ma se, come abbiamo supposto, vi sin una distesa continua di terra tutta eguale, su cui si vada diffondendo la popolazione, il nuovo arrivante non sarò punto nella necessità di andare, come dovette fare il primo, nelle solitudini. Ei si stabilirà immediatamente al di là degli ultimi arrivali e godrà del vantaggio di avere dei vicini. Il valore o la rendita della terra del nostro colono dipenderà cosi dal vantaggio, che dal trovarsi nel centro della popolazione le viene su quella che è all’estremo. Nel primo caso il limite della produzione rimarrà allo stesso punto; nel secondo sarà spinto più in alto.

La popolazione continua ad aumentare e con essa crescono le.economie, che il suo aumento rende possibili e che hanno per effetto di rendere maggiore la produttività della terra. La terra del nostro primo colono essendo il centro dello stanziamento, il magazzino, la fucina del maniscalco, la bottega del carradore si apriranno su di essa o immediatamente accosto ad essa; e presto sorgeri qui i! villaggio, che andrà presto sviluppandosi a città, a centro degli scambi di tutta la popolazione del distretto. Senza che per ciò venga ad avere una produttività agraria maggiore di quella che avesse prima, la terra del nostro colono comin-cierà a sviluppare una produttività di più alta natura. Al lavoro speso per averne grano o patate essa non darà una quantità di grano o di palate maggiore di prima; ma al lavoro speso nei rami suddivisi della produzione, che la prossimità di altri produttori richiede e specialmente al lavoro spiegato in quella parte finale della produzione, che consiste nella distribuzione, essa darà redditi molto maggiori. Il coltivatore di grano può andare più oltre e trovare terra, su cui il suo lavoro produrrà una cgual quantità di grano e a un dipresso una egual somma di ricchezza; ma l’artigiano, il manifatturiere, il negoziante, il professionista troveranno che qui, nel centro degli scambi, il loro lavoro frutterà loro molto di più che non anche solo un po’ più in là; e il proprietario di questa terra potrà pretendere al risultalo di questa maggior produttività sotto tale riguardo, come potrebbe pretendere al risultato dell* maggior produttività della terra stessa quando fosse coltivala a grano. Cosi il nostro colono potrà vendere come lotti di terreni da costruzione alcuni acri della sua terra a prezzi, che non si sarebbero pagati mai per la terra stessa come terra destinata ad esser coltivata a grano, se anche la sua fertilità granifera fosse le tante volte maggiore. E per tal modo ei potrà costrursi una bella casa per sè e ammobigliarla con lusso. Insomma, per ridurre la cosa alla sua più semplice espressione, quelli, che desiderano servirsi della sua terra, gli costruiranno ed ammobiglieranno una casa, a condizione clic permeila loro di servirsi della maggior produttività, che l’aumento della popolazione ha dato alla sua terra.

E la popolazione continua ad aumentare, dando alla terra una utilità sempre più grande ed una sempre maggior ricchezza al suo proprietario. La città è diventata una metropoli, una Saint-Louis, una Chicago, una San Francisco e va crescendo ognora. La produzione vi è condotta su grande scala, coi migliori meccanismi e nelle condizioni di agevolezza più favorevoli; la divisione del lavoro diventa estremamente minuta, moltiplicando la efficienza del lavoro in modo meraviglioso; gli scambi sono fatti a cosi grandi masse e con una tale rapidità che le perdite per attrito sono ridotte al minimo. Qui è il cuore, il cervello do! vasto organismo sociale svoltosi dal germe del primo stanziamento; qui si è sviluppato uno dei grandi ganglii del mondo umano. Di qui partono tutte le strade, tutte le correnti, irradiandosi attraverso la circostante regione. Qui, se avete qualche cosa a vendere, è il mercato ; qui, se vi abbisogna di comperare qualche cosa, sono i più grandi e meglio forniti magazzini. Qui si concentra, come in suo foco, l’attività intellettuale; di qui parte lo stimolo, che nasce dalia collisione delie menti. Qui le ricche biblioteche, i grandi serbatoi della scienza, i professori più sapienti, gli specialisti più famosi. Qui, i musei, le gallerie artistiche, le collezioni scientifiche; qui tutto ciò che si può trovare di più raro, di più prezioso, di più scelto. Qui vengono da lutti le parli del mondo i grandi attori, i più eloquenti oratori, i cantanti più famosi. Qui insomma è un centro della vita umana in tutte le sue diverse manifestazioni.

Così enormi sono i vantaggi che questa terra ora presenta, che invece di un uomo solo inteso a lavorare, con un paio di cavalli, più e più acri, voi potete in certi luoghi contare sopra un acro solo migliaia di lavoratori, che lavorano gli uni sul capo agli altri, in edilìzi elevantisidi cinque, sei, sette ed anche otto piani sopra il suolo, mentre sotto terra rombano le macchine a vapore, che spiegano la forza di migliaia di cavalli.

Tutti questi vantaggi sono inerenti alla terra; gli è su questa terra e non su un’altra che essi possono essere utilizzati, in quanto qui è il centro della popolazione, il foco degli scambi, il mercato e il laboratorio delle più alte forme dell’industria. Le forze produttive, che la densità della popolazione attribuisce a questa terra, equivalgono ad una moltiplicazione della sua fertilità originaria per cento o per mille. E la rendita, che misura la differenza fra questa maggior produttività e la produttività della più povera fra le terre in uso, è aumentala in corrispondenza. Il nostro colono, o chiunque altro sia succeduto nel suo diritto alla terra, è ora milionario. Ei può, come un altro Rip Van Winkle, non aver fatto altro che sdraiarsi su quella terra e dormire; ora, egli è ricco, non per qualche cosa, che egli abbia fatto, ma solo perchè la popolazione è aumentata. Vi sono lotti, dai quali, per ogni piede quadrato di fronte, il proprie tario può ritrarre più di quanto un operaio comune possa guadagnare in un anno ; ve ne sono di quelli che si vendono per pi ù di quanto basterebbe per lastricarli a pezze d’oro. Nelle vie principali si elevano alti edifizi di granito, di marmo, di ferro, con finestre a grandi cristalli, condotti nello stile più costoso e pieni di quanto può servire ai comodi. E tuttavia, questi edifizi non valgono a gran pezza l’area di terra su cui sorgono, quella stessa terra, che quando il nostro primo colono vi si venne a stabilire, non aveva valore affatto.

Che questosia il modo, in cui l’aumento della popolazio ne potentemente agisce a far aumentare la rendita, ognuno che viva in un paese progrediente lo vedrà da sè, solo che si guardi attorno. La cosa avviene sotto i nostri occhi. La crescente differenza nella produttività delle terre in uso, differenza, che determina un continuo aumento della rendila, non risulta tanto dalla necessità per una popolazione in aumento di ricorrere a terre inferiori, quanto dalla maggior produttività, che l’aumento della popolazione dà alla terra già in uso. Le terre aventi maggior valore, quelle che dànno una rendila maggiore, non sono terre di una fertilità naturale maggiore, ma terre, a cui l’aumento della popolazione ha dato una maggiore utilità.

La maggior produttività o utilità, che l'aumento della popolazione dà, nel modo che ho detto, a certe terre, è propria della semplice qualità dell’estensione. La qualità, che in una terra diventata centro di popolazione ha valore, è la sua capacità superficiale; che poi il suolo sia fertile, sia un terreno di alluvione come a Filadelfia, o un terreno di sedimento come alla Nuova Orleans, o un terreno acquitrinoso cerne a Pietroburgo, o un terreno sabbioso come a San Francisco, poco imporla.

E dove questo valore della terra sembra derivare da qualità naturali superiori, per esempio, dalla profondità delle acque e dal buon ancoraggio, dal trovarvisi ricchi depositi di carbone, o miniere di ferro, o abbondanza di legnami da costruzione, anche qui l'osservazione mostra come queste qualità superiori siano scoperte e rese tangibili dalla popolazione. Le miniere di carbone e di ferro della Pensilvania, che oggi valgono somme enormi, non avevano cinquantanni fa alcun valore. Qual’è la causa efficiente di questa differenza? Non altro che la differenza di popolazione. Gli strali di carbone e di minerali di ferro di Wyo-nicug e di Montana, che oggi non hanno valore, varranno fra cinquantanni milioni e milioni, unicamente perchè di qui ad allora la popolazione sarà grandemente aumentala.

La nave, su cui noi voghiamo attraverso gli spazi, è una nave bene approvvigionata. Se sopra coperta il pane e la carne sembrano scarsi, non si ha che da aprire un boccaporto per trovarvi nuove provviste, di cui non ci sognavamo neppure. Ed un gran potere acquistano sui servizi degli altri roloro, che quando si apre un boccaporto possono, delle provviste che vi si trovano, dire : * questa roba è mia ».

Recapitoliamo. L’azione dell’aumento della popolazione sulla distribuzione della ricchezza è di far aumentare la rendita (e quindi di diminuire la quota di prodotto, che va al capitale e al lavoro) in due modi: in primo luogo, col far discendere il limile di coltura; in secondo luogo, col rivelare nella terra capacità speciali prima latenti o coll’altribuire capacità,speciali a certe terre.

Io inclino a credere che questo secondo modo, a cui poco si è rivolta finora l’attenzione degli economisti, sia in realtà il più importante. Ma ciò, nella nostra indagine, non conta.

CAPITOLO III.

AZIONE DEI PROGRESSI DELLE ARTI SULLA DISTRIBUZIONE DELLA RICCHEZZA.

Abbiamo veduto quale sia l’azione dell’aumento della popolazione sulla distribuzione della ricchezza indipendentemente dai progressi nelle arti della produzione. Vediamo ora quale azione sulla distribuzione della ricchezza esercitino i progressi nelle arti della produzione indipendentemente dall’aumento della popolazione.

Vedemmo come l’aumento della popo'azione faccia aumentare la rendita piuttosto coM’aumenlarc la produttività del lavoro che col diminuirla. Se ora riusciremo a dimostrare che, indipendentemente dall’aumento della popolazione, l’effetto dei progressi nei metodi di produzione e di scambio è di aumentare la rendita, la confutazione della teoria di Malthus e di tutte le teorie che ne derivano o vi si riferiscono sarà completa e definitiva, in quanto avremo cosi spiegalo la tendenza del progresso materiale a far abbassare le mercedi e a render deteriore la condizione delle classi inferiori senza esser ricorsi alla teoria dell’eccesso della popolazione in confronto dei mezzi di sussistenza.

E che i progressi nei metodi di produzione e di scambio abbiano veramente questo effetto, è facile vedere.

L'effetto delle invenzioni e dei perfezionamenti delle arti della produzione i di economizzare il lavoro, cioè di render possibile l’oUenerc lo stesso risultato con una minor somma di lavoro o di ottenere colla stessa somma di lavoro un risultato maggiore.

Or, in uno stato della società, in cui la potenza di lavoro esistente servisse a soddisfare tutti i desideri materiali e non fosse possibile che nuovi desideri venissero a sorgere, provocati dalla facilità di soddisfarli, l’elTello dei progressi economizzanti il lavoro sarebbe solo di ridurre la somma di lavoro spesa. Ma un tale stato sociale, se pure, ciò che non credo, lo si può trovare, non esiste che là dove l’uomo si avvicina maggiormente al bruto. Nello stato sociale, clic dicesi incivilito e di cui in questa indagine ci occupiamo, è addirittura il contrario. La domanda non è una quantità fìssa, la quale non aumenti se non in quanto venga ad aumentare la popolazione. In ogni individuo essa cresce a misura che cresce il suo potere di procurarsi le cose domandale. L’uomo non è come il bue, che, quando è satollo, si sdraia e rumina; è come la sanguisuga che non si stanca di succhiare. « Quando avrò denaro, dice Erasmo, mi comprerò alcuni libri greci, poi qualche abito ». La somma di ricchezza prodotta non è mai proporzionata alla ricchezza che si desidera; e il desiderio cresce ad ogni maggiore opportunità di soddisfarlo.

Cosi essendo, l’effetto dei progressi economizzanti il lavoro sarà di far aumentare la produzione della ricchezza. Or, per produrre ricchezza occorrono due cose : lavoro e terra. Epperò, l’effetto dei progressi economizzanti il lavoro sarà di far aumentare la domanda di terra e, dove il limite delle terre di una certa qualità è raggiunto, di far coltivare terre di una produttività naturale sempre via via minore o di far estendere la coltura a punti sempre via via meno produttivi delle terre già coltivale. Cosi, mentre l'effetto primario dei progressi economizzanti il lavoro sarà di aumentare la potenza del lavoro, l’effetto secondario sarà di estendere la coltura e, dove ciò fa discendere il limite della coltura, di far aumentare la rendita. Quindi, dove, come in Inghilterra, la terra è tutta occupata, o dove, come negli Stati Uniti, essa è occupata o può esserlo n misura che se ne sente il bisogno, l’effetto ultimo dei progressi economizzanti il lavoro sarà di aumentare la rendita, senza aumentare nè le mercedi nè l'interesse .

Importa che ciò sia ben compreso, in quanto gli è ciò che mostra come c(TeIli, che le teorie correnti attribuiscono all’aumenlo della popolazione, siano in realtà dovuti ai progressi delle invenzioni e spiega il fatto, altrimenti inesplicabile, che in nessun luogo i progressi economizzanti il lavoro riescono a migliorare la condizione del lavoratore.

Ma per afferrar bene questa verità è necessario tener presente ciò che ho già più volte ricordalo, vale a dire, la scambiabilità della ricchezza. Io vi ritorno qui solo perchè questo fatto è persistentemente dimenticato o ignorato da scrii tori, i quali parlano della produzione agraria come se si dovesse separare questo genere di produzione dalla produzione in generale, e dei mezzi di sussistenza come se non fossero ricchezza.

Voglia il lettore recarsi bene alla mente ciò che fu già a sufficienza dimostralo, che cioè il possesso e la produzione di una forma qualunque di ricchezza è virtualmente il possesso e la produzione di qualsiasi altra forma di ricchezza, contro cui quella sarà scambiata. Ei potrà allora veder chiaro come non i soli progressi aventi per effetto di economizzare il lavoro direttamente applicato alla terra tendano a far aumentare la rendita, ma tutti i miglioramenti, che in un modo qualunque economizzano il lavoro.

Che il lavoro di ogni individuo sia psclusivamenle applicalo alla produzione di una determinata forma di ricchezza, gli è unicamente il risultato della divisione del lavoro. L’individuo non lavora per ottenere la ricchezza in quella par-ticolar forma, ma si per ottenere tutte le forme di ricchezza, che rispondono ai suoi desideri. Per conseguenza, un progresso, che faccia fare una economia nel lavoro necessario per produrre una delle cose desiderate, aumenta in fallo la potenza di produrre tutte le altre. Se del suo lavoro un uomo deve impiegarne una metà a procurarsi l’alimento, l’altra metà a procurarsi gli indumenti e l’abitazione, un progresso, che aumenti il suo potere di produrre il suo alimento, aumenterà anche il suo potere di procurarsi indumenti ed abitazione. Se il suo desiderio di una alimentazione migliore e più abbondante sia uguale al suo desiderio di avere indumenti migliori o in maggior numero ed una abitazione più comoda, un progresso in uno dei due rami del suo lavoro equivarrà precisa-mente ad un progresso eguale nell’altro ramo. Se questo progresso raddoppi la potenza del suo lavoro per produrre alimenti, ei darà un terzo di lavoro di meno a quella produzione ed un terzo di più al provvedersi di indumenti e di abitazione. Se il progresso raddoppi la potenza del suo lavoro per provvedersi di indumenti e di abitazione, ei darà un terzo di meìio di lavoro alla produzione di queste cose ed un terzo di più alla produzione degli alimenti. Nell’un caso come nell’altro il risultato sarà lo stesso : il lavoratore potrà collo stesso lavoro guadagnare in quantità o qualità un terzo di più delle cose che desidera.

Cosi, dove la produzione avviene sulla base della divisione del lavoro fra gli individui, un aumento nella potenza di produrre una delle cose, che formano oggetto della produzione complessiva, aggiunge alla potenza di ottenere le altre cose e ne fa aumentare la produzione in una misura determinata dal rapporto, in cui la economia di lavoro, resa possibile dal progresso, sta alla somma totale di lavoro spesa ed alla forza relativa dei desideri. Io non riesco a concepire una forma qualunque di ricchezza, la cui domanda non sia resa maggiore da una economia nel lavoro necessario per produrre le altre forme. Come esempio di cose, la cui domanda sembra non debba andar soggetta ad aumento, si citano i feretri; ma l’esempio sta solo per ciò che riguarda la quantità. Che una maggior potenza di mezzi debba condurre ad una domanda di feretri più costosi, nessuno può dubitarne, vedendosi quanto sia forte in ognuno il desiderio di mostrare rispetto ai suoi morti col far loro i più bei funerali possibili.

E neppure la domanda di alimenti non è punto limitata, come spesso, ma a torto, si afferma nei trattali di Economia politica. Si parla spesso della sussistenza come di una quantità fissa; ma essa non è tale se non nel senso che vi è per essa un minimum definito. Una somma di alimenti inferiore ad una certa quantità non basta a tenere un uomo in vita; una somma inferiore ad una certa altra quantità più grande, non basta a mantenerlo in buona salute. Ma al disopra di questo minimum, la quantità di mezzi di sussistenza, clic un uomo può consumare, può crescere quasi indefinitamente. A. Smith, e dietro a lui Ricardo, dice che il desiderio di nutrimento è in ogni uomo limitato dalla limitata capacità del suo ventricolo; ma evidentemente ciò non è vero se non nel senso che quando l’uomo ha il ventricolo pieno, la sua fame è soddisfatta. La sua domanda di alimenti non ha punto questo limile. Il ventricolo di un Luigi XIV, di un Luigi XV, di un Luigi XVI non poteva capire e digerire una quantità dt alimenti maggiore di quella, che potesse capire e digerire il ventricolo di un contadino francese della stessa statura; eppure, mentre poche pertiche quadrate di terreno bastavano a fornire il pan nero e i legumi che formavano l'alimentazione del contadino, occorrevano centinaia e migliaia di acri per bastare alle domande del Re, che oltre Vii suo grande consumo personale di cibi della miglior qualità, aveva bisogno di immense provvigioni pei suoi servi, pei suoi cavalli, pei suoi cani. E nei fatti ordinari della vita di ogni giorno, nei desideri non soddisfatti, ma forse latenti, che ciascuno ha, noi possiamo vedere come ogni aumento nel potere di produrre una forma qualunque di ricchezza debba risolversi in un aumento nella domanda di terra e dei prodotti diretti della terra. L’uomo, che oggi si nutre di cibi grossolani ed abita una piccola casetta, se avvenga che il suo reddito aumenti, per regola generale si nutrirà di cibi più fini c vivrà in una^abilazionc più spaziosa. E se ci diventi ricco, avrà cavalli, domestici, giardini, e la sua domanda di terra aumenterà continuamente colla sua ricchezza. Nella città dove scrivo vi è un uomo — ed altri se ne vedono dovunque — che un tempo si cuoceva da sè le sue fave e si arrostiva il suo lardo, e che ora che è diventato ricco, ha in città una dimora che tiene tutto un isolato e potrebbe bastare per un albergo di primo ordine, c due o tre villeggiature,con vasti terreni, scuderie piene di cavalli di razza, una tenuta modello, una pista a sè, ecc. Certo, per bastare alle domande di questo uomo occorrerà ora mille, parecchie mila volte di più di terra che non glie ne occorresse quando era fiovero.

E così ogni qualsiasi progresso, ogni qualsiasi invenzione, la quale dia al lavoro il potere di produrre una ricchezza maggiore, determina una maggior domanda di terra c dei suoi prodotti, precisamente come farebbe un aumento di popolazione. Cosi essendo, ogni invenzione economizzante il lavoro, sia un aratro a vapore, o un telegrafo, o un nuovo processo di trattamento di un minerale, o un torchio tipografico perfezionato, o una macchina da cucire, tende a far aumentare la rendita.

Ossia, per esprimere questa verità in un modo più conciso:

La ricchezza, sotto tulle le sue forme, essendo il prodotto del lavoro applicato alla terra o ai suoi prodotti, ogni aumento nella potenza del lavoro, la domanda di ricchezza non essendo soddisfatta, sarà utilizzata nel produrre maggior ricchezza, e fard aumentare cosi la domanda di terra.

Per illustrare questo effetto dei processi economizzanti il lavoro, prendiamo un paese dove, come in lutti i paesi del mondo incivilito, la terra sia in possesso di un piccol numero di individui. Supponiamo clic una barriera permanente sia opposta a qualsiasi aumento della popolazione o dalla promulgazione e rigorosa esecuzione di una legge erodiana, o da un cambiamento avvenuto nella morale e nei costumi, quale potrebbe risultare da una vasta circolazione degli opuscoli di Annie Besant. Esprimiamo con 20 il limite della coltura o della produzione. La terra od altre risorse della natura che, coltivate con una data somma di lavoro e di capitale, producono 20, daranno giusto la misura ordinaria delle mercedi e dell’interesse, senza dare rendita alcuna, mentre quelle che, coltivate colla stessa somma di lavoro e di capitale, producono più di 20, daranno questo di più sotto forma di rendila. Or, supponiamo che, rimanendo sempre costante la popolazione,si facciano in questo paese invenzioni e perfezionamenti, che riducano di un decimo la somma di lavoro e di capitale necessaria per produrre una data somma di ricchezza. In queste condizioni, o un decimo di lavoro e di capitale sarà sciolto da impiego, e la produzione rimarrà come prima ; oppure si continuerà ad impiegare la stessa somma di lavoro e di capitale, e la produzione aumenterà di una quantità corrispondente. Ma la organizzazione industriale è, come in tutti i paesi inciviliti, sifTatta, che il lavoro ed il capitale, specie il lavoro, debbono cercar impiego a qualunque condizione; che i semplici lavoratori non sono in grado di farsi dare la loro parte nelle nuove disposizioni, e che ogni riduzione nella somma di lavoro applicata alla produzione avrà per primo ed ultimo risultato, non già di dare ad ogni lavoratore la stessa somma di prodotto per una somma di lavoro minore, ma di togliere il lavoro a un certo numero di individui e di nulla dar loro del prodotto. Di più, per la maggiore efficienza data al lavoro dai nuovi progressi, il punto di produttività naturale 18 darà quanto dava prima il punto 20. E cosi, il desiderio insoddisfatto di ricchezza, la concorrenza del lavoro e del capitale per trovare impiego, assicureranno lo estendimento del limite di coltura, poniamo, al punto 18, e la rendita aumenterà della differenza fra 18 e 20; mentre le mercedi e l’interesse come quantità non saranno superiori, e come quota del prodotto totale saranno inferiori a ciò che erano prima. Vi sarà una maggior produzione di ricchezza, ma i proprietari della terra prenderanno per sé tutto il beneficio (soggetto a riduzioni temporanee, come vedremo più avanti).

Se i progressi economizzanti il lavoro continuano, la efficacia del lavoro diventerà sempre più grande e la somma di lavoro e di capitale necessaria per dare un certo risultato sarà sempre più piccola. Le stesse cause condurranno ad utilizzare questa maggior potenza produttiva nella produzione di una maggior somma di ricchezz^; il limite della coltura scenderà di nuovo; la rendita aumenterà sfa come quantità, sia come quota di prodotto, senza nessun aumento nè delle mercedi, nè dell'interesse. E cosi, a misura che le invenzioni si succederanno, sempre aggiungendo alla efficacia del lavoro, il limite della produzione scenderà sempre più basso e la rendita andrà sempre aumentando, sebbene la produzione resti stazionaria/

Non intendo già dire che l’abbassamento del limite della coltura corrisponda sempre esattamente all’aumento della potenza produttiva, più che non intenda dire che la cosa segua sempre un andamento ben definito. Che in un caso particolare l'abbassamento del limite della produzione rimanga indietro dell’aumento di potenza produttiva, o lo ecceda, dipende, parmi, da quella che si po-

Irebbe chiamare l’« area di produttività », che può essere utilizzata prima che la coltura sia costretta di scendere al punto immediatamente più basso. Ad esempio, se il limite della coltura è a 20, progressi, che permettano di ottenere lo stesso prodotto con un decimo di meno di lavoro e di capitale, non faranno scendere questo limite al punto 18 se l’area avente la produttività t9 è bastante per occupare tutto il lavoro e tutto il capitale distolto dalla coltura delle terre superiori. In questo caso, il limite rimarrà a 19, e la rendita aumenterà della differenza fra 19 e 20. Ma se, l’aumento di potenza produttiva essendo lo stesso, l’arca di produttività fra 20 e 18 non fosse bastante ad impiegare tutto il lavoro e tutto il capitale disoccupato, il limite di coltura, se la stessa somma di lavoro e di capitale reclama impiego, puòcsser portato più basso di 18. In questo caso, la rendita guadagnerà più dell’aumento di prodotto e le mercedi e l'interesse saranno minori di ciò che erano prima dei progressi, che resero maggiore la potenza produttiva.

Nè è precisamente esatto che ogni somma di lavoro, che i progressi delle arti della produzione rendono libera, sia tutta tratta a cercare nuovo impiego nella produzione di una ricchezza maggiore. La maggior potenza di soddisfare i proprii desideri, che ogni nuovo progresso dà ad una parte della comunità, sarà utilizzata per domandare comodi c servizi, non meno che per domandare maggior ricchezza. Un certo numero di lavoratori diventeranno oziosi; alcuni passeranno dalla schiera dei lavoratori produttivi a quella dei lavoratori improduttivi, il cui numero, come l’osservazione prova, tende, in ragione di popolazione, ad aumentare col progredire della società.

Ma poiché debbo ora parlare di una causa, non ancora studiata, che tende costantemente ad abbassare il limite della coltura, a continuamente far aumentare la rendila ed a portarla perfino oltre al punto, che sarebbe fissato dal limite attuale di coltura, non è il caso di tener conto qui delle perturbazioni nel movimento discendente del limite di coltura e del movimento ascendente della rendita. Ciò che desidero render chiaro è il fatto che, senza alcun aumento della popolazione, il progresso delle invenzioni tende costantemente a dare una parie di prodotto sempre più grande ai proprietari della terra c una sempre più piccola al lavoro e al capitale.

E come non possiamo assegnare un limite al progresso delle invenzioni, neppure possiamo assegnarne uno all'aumento della rendita, salvo quello segnato dal prodotto. Invero, se le invenzioni economizzanti il lavoro continuassero via via a succedersi fino a raggiungere la perfezione, eliminando cosi la necessità di qualsiasi lavoro, allora quanto la terra può produrre lo si potrebbe ottenere senza lavoro alcuno, e il limite della produzione sarebbe esteso a zero. Le mercedi sarebbero zero, l’interesse zero: la rendita si prenderebbe tutto. Imperocché, potendo i proprietari della terra ottenere senza lavoro qualsiasi ricchezza, che la terra potesse produrre, non vi sarebbe impiego alcuno nè di lavoro nè di capitale; nè questi avrebbero modo alcuno di partecipare in una misura qualsiasi alla ricchezza prodotta. E per quanto piccola fosse la popolazione, purché un corpo di proprietari della terra continuasse ad esistere, essa sarebbe alla mercè di questi e non sussisterebbe che per servire al loro divertimento o, come classe povera, per tutta bontà loro.

Questo punto di assoluta perfezione nelle invenzioni economizzanti il lavoro può sembrare molto remolo c perfino impossibile a raggiungersi; ma è un punto, verso cui tende sempre più fortemente il progresso delle invenzioni. E nel rarefarsi della popolazione delle contee agricole dell’Inghilterra, dove le piccole terre si vanno convertendo in grandi tenute, o nei vasti campi di grano lavorati a macchina della California e del Dakoha, dove si possono fare miglia e miglia a cavallo attraverso campi ondeggianti di biade senza incontrare una abitazione, si ha già come un preannunzio della condizione finale, verso cui si affretta il mondo incivilito. L’aratro a vapore, la mietitrice a macchina, vanno creando nel mondo moderno latifondi del genere di quelli, che nell’antica Italia creò l'affiusso di schiavi, determinato dalle guerre esterne. E a molli di quella povera gente, costretta a partirsi dalla sua usata dimora e a migrare altrove — come al colono romano, costretto ad unirsi ai proletari della grande città od a vendere il suo sangue, arruolandosi nelle legioni per guadagnarsi il pane — queste invenzioni economizzanti il lavoro appaiono, in sè, come maledizioni; e così sentiamo individui parlare del lavoro come se la logorante tensione dei muscoli fosse in sè una benedizione.

Naturalmente, ciò che ora ho detto si deve intendere delle invenzioni e dei progressi sparsi generalmente. Appena è necessario di dire che finché una invenzione od un progresso è utilizzato da un si piccol numero di individui, che questi ne vengono a ritrarre un vantaggio speciale, ciò, al difuori di questo speciale vantaggio, non affetta la distribuzione generale della ricchezza. Lo stesso dicasi dei monopoli limitati, creati dai brevetti d’invenzione o dalie cause, che dànno Io stesso carattere alle linee ferroviarie o telegrafiche, ecc. Sebbene siano generalmente presi per profitti di capitale, i profitti particolari, che vengono per tal modo a sorgere, sono in fatto, come ho spiegato nel Capitolo precedente, redditi di monopolio e, al difuori della parte, che sottraggono per sè dei benefìzi derivanti da un progresso, non affettano radicalmente la distribuzione generale. Ad esempio, i benefizi di una ferrovia o di altra simile invenzione, che diminuisca il costo del trasporto, sono diffusi o monopolizzati, secondo che il loro prezzo è ridotto a una misura, che non dia se non un interesse ordinario ai capitali impiegati, oppure tenuto ad una misura, che dia un reddito straordinario e cuopra il furto, che commettono i costruttori o i direttori. E, come ben si sa, l’aumento della rendita o dei valori fondiari corrisponde alla riduzione dei carichi.

Come fu detto più sopra, nei progressi, che fanno aumentare la rendita, non si devono comprendere solo quelli, che aumentano direttamente la potenza produttiva, ma anche quelli, che avvengono nel governo, nei costumi, nella morale e che fanno aumentare la rendita indirettamente. Considerati come forze materiali, questi progressi hanno per effetto di accrescere la potenza produttiva e, come avviene dei progressi nelle arti produttive, anche i loro benefizi sono in definitiva monopolizzati dai proprietari della terra. Un notevole esempio di ciò noi abbiamo nell’abolizione del regime protettivo avvenuta in Inghilterra. Il libero scambio ha enormemente accresciuto la ricchezza della Gran Rretagna senza diminuire il pauperismo. Esso ha semplicemente fatto aumentare la rendita. E se anche le corrotte amministrazioni delle nostre città americane diventassero modelli di rettitudine e di economia, l’effetto sarebbe unicamente di aumentare il valore della proprietà fondiaria, non di far aumentare le mercedi o l’interesse.

CAPITOLO IV.

AZIONE DELL’ASPETTATIVA DETERMINATA DAL PROGRESSO MATERIALE.

Noi abbiamo così veduto che come l’aumento della popolazione tende n far aumentare la rendita, cosi tutte le cause, che in una società progrediente agiscono nel senso dj accrescere la potenza produttiva del lavoro, anche tendono a far aumentare la rendita, non le mercedi, nè l’interesse. La maggior produzione di ricchezza va in definitiva ai proprietari della terra sotto forma di maggior rendita ; e sebbene col progresso delle invenzioni certi vantaggi possano andare a individui, che non sono proprietari di terra e che pur concentrano nelle loro mani parti considerevoli del maggior prodotto, tuttavia nulla vi ha in questi progressi, che tenda a far aumentare il reddito generale sia del lavoro sia del capitale.

Ma una causa vi ha, finora non avvertita, che vuol essere presa in considerazione, per ben spiegare la influenza del progresso materiale sulla distribuzione della ricchezza.

Questa causa è l’aspettativa del futuro aumento dei valori fondiari, che in tutti i paesi progredienti avviene per effetto del continuo aumento della rendita ; aspettativa, che determina la speculazione, ossia la elevazione del prezzo della terra oltre al punto, che avrebbe altrimenti raggiunto.

Noi abbiamo fin qui ritenuto, come generalmente si ritiene nell’esporre la teoria della rendita, che il limite di coltura attuale coincida sempre con quello, che si potrebbe chiamare il limite di coltura necessario; cioè, noi abbiamo ritenuto che la coltura si estenda a punti sempre meno produttivi solo perchè ciò sia reso necessario dall’essere le risorse naturali dei punti più produttivi già pienamente utilizzate.

Ed è questo probabilmente il caso nelle comunità stazionarie o che non progrediscono se non lentamente; ma nelle comunità che progrediscono rapidamente, dove il pronto e costante aumento della rendita permette di coniare con fiducia su aumenti ulteriori, la cosa non è così. In queste comunità, l’attesa di prezzi più alti produce, più o meno, gli effetti di    una    coalizione    fra i    proprietari della terra e tende a far sottrarre terre alla coltura in attesa    di prezzi    più

alti, costringendo cosi il limite della coltivazione    ad    estendersi    più    che    non

sarebbe richiesto dalle necessità della produzione.

Questa causa deve agire con una certa forza in tutte le comunità progressive, sebbene in paesi come l’Inghilterra, dove prevale nell’agricoltura ilsislema degli affitti, essa si afferrai per avventura più nei prezzi di vendita delle terre che nella estensione del limite di coltura o nella rendita attuale. Ma in comunità come gli Siati Uniti, dove colui, diesi serve della terra, in generale preferisce, potendo, possederla e dove sono grandi distese di terra da occupare, questa influenza 6 enorme.

E ben lo prova l’area immensa, su cui è sparsa la popolazione degli Stati Uniti. Colui, che parte dalla costa meridionale per cercare il limite della coltura dove possa aver terra senza pagar rendita, deve, come chi attraversasse un fiume per andare a procurarsi un bicchier d’acqua, passare per lunghi tratti attraverso terre solo a mezzo coltivate e vaste distese di terreni vergini prima di giungere al punto, dove la terra possa esser ottenuta senza pagamento di rendite, cioè, mediante presa di possesso o preenzione. Esso (e con lui il limite di coltura) è costretto di andare molto più lungi che non avrebbe altrimenti dovuto; e chi ve lo costringe è la speculazione, la quale tiene questi terreni senza servirsene, in attesa che aumentino di valore in avvenire. E quando si stanzierà, anch’cssoalla sua volta prenderà, polendo, più terra che non ne possa coltivare, pensando che questa terra non tarderà ad aver valore; e cosi quelli, che verranno dopo di lui, saranno costretti di andare più lungi che non richiederebbero le necessità della produzione, portando il limile della coltura a punti ancor meno produttivi perchè più lontani.

La stessa cosa si può vedere in ogni città che cresca rapidamente. Se la terra di qualità superiore per la locazione fosse sempre completamente utilizzala prima di ricorrere a terre di qualità inferiore, nessun lotto, a misura che la città aumenta, si lascierebbe vacuo, nè si Vedrebbero miserabili tuguri incastrati tra costosi edifizi. Questi lotti, di cui alcuni hanno un grande valore, sono in tutto o in parte sottratti all’uso che se ne potrebbe fare, perchè i loro proprietari non potendo e non volendo migliorarli, preferiscono, in attesa di un aumento nei valori fondiari, conservarli per quando potranno ritrarne una rendita maggiore di quella, che si potrebbe ottener ora da quelli, che sarebbero disposti a migliorarli. E da questo sottrarre che si fa in lutto o in parte certe terre all’uso che se ne potrebbe fare, i limiti della città vengono ad essere spinti molto più lungi dal centro che altrimenti non sarebbe necessario.

Ma quando noi giungiamo ai limiti della città in via di ingrandimento, al limite attuale della costruzione, che corrisponde al limile della coltivazione nell’agricoltura — noi non troviamo già terreni, che si possano acquistare a un prezzo corrispondente al valore che hanno per gli scopi agrari, come sarebbe se la rendita fosse determinata unicamente dalle necessità attuali ; bensì troviamo che per lungo tratto al di là del limite della città, la terra ha un valore di speculazione basato sulla aspettativa che essa sarà un giorno richiesta per scopi urbani; e per giungere al punto, dove cominciano le terre, che possono essere acquistate a prezzi non basati sulla rendita fondiaria, noi dobbiamo andare molto al di là del limite attuale dell’uso urbano.

Oppure, prendiamo un caso di un genere diverso e di cui si possono trovare esempi dovunque. Havvi nella contea Marin, in una località, da cui si può facilmente accedere a San Francisco, una bella forèsta, che darebbe ottimo legname da costruzione. Naturalmente, si sarebbe dovuto servirsi di questo legname prima di ricorrere per l’approvvigionamento del mercato di San Francisco al legname di foreste mollo più lontane. E tuttavia quella foresta non è ancora tagliala e ogni giorno legname proveniente da foreste molto più lontane ò trasportalo attraverso di essa per ferrovia, perchè i proprietari di essa preferiscono conservarla per ritrarne poi il maggior prezzo, a cui potrà essere venduta più tardi E cosi, in conseguenza del sottrarre che si fa all’uso questo corpo di legname, il limite di produzione del legname da costruzione viene ad essere spinto, da una parte e dall’altra della costa, molto più lontano che altrimenti non sarebbe necessario. Clic la terra ricca di minerali, quando è ridotta a proprietà individualo, sia spesso sottratta alla utilizzazione, mentre si coltivano depositi molto più poveri, è un fatto notorio; e negli Stati nuovi ècomunc il trovare individui, che sono detti i « poveri della terra », cioè individui, elio rimangono poveri, talvolta sino alla miseria, perché persistono a volere, per torre che essi non possono coltivare, prezzi, a cui nessuno potrebbe coltivarlo con profitto.

Per ritornare all’esempio di cui ci siamo valsi, pongasi che quando il limite della coltura è a 20, avvenga nella potenza produttiva di ricchezza un aumento, che permetta di ottenere lo stesso risultato con un decimo di lavoro di meno. Per le ragioni già dette, il limite della produzione dovrà discendere e, se si fermi a 18, il reddito del lavoro e del capitalo rimarrà quale era prima quando il limite era a 20. Or, il fermarsi di questo limite a 18 o Tesser costretto a scendere più basso, dipende da quella,che ho chiamato < l’area di produttività» che è tra 20 e 18. Ma se la fiducia in un aumento avvenire della rendita conduca i proprietari a domandare come rendila 3 per una terra 20, 2 por una terra 19, ed 1 per una terra 18 ed a sottrarre le loro terre alla coltura infinti a che queste condizioni siano accettate, l’arca di produttività potrà venire ad essere tanto ridotta clic il limite di coltura sia costretto a discendere a 17 cd anche più basso. E cosi il risultato della maggior efficacia del lavoro sarà che i lavoratori verranno ad avere meno di prima, l’interesse verrà ad essere proporzionalmente ridotto, mentre la rendita aumenterà più clic non sia aumentata la potenza produttiva.

La si formoli come un estendimentodel limite di produzione ocome un csten-dimento della linea della rendita aldi lò del limite di produzione, la influenza della speculazione fondiaria nel far aumentare la rendita è un grande fatto, clic non può essere trascurato in una teoria della distribuzione della ricchezza nei paesi progressivi, la quale voglia essere completa. È la forza sviluppala dal progresso materiale,quella che tende costantemente a far aumentare la rendita più che il progresso non faccia aumentare la produzione e cosi, a misura che il progresso va innanzi e che cresce la potenza produttiva, tende a far diminuire le mercedi non solo come quota di prodotto, ma anche come quantità. È questa forza espansiva quella che, operando con una grande intensità nei paesi nuovi, loro apporta, molto prima del loro tempo, le malattie sociali dei paesi vecchi, genera vagabondi su terre vergini e poveri su terre coltivate solo a mezzo.

Insomma, l’aumento generale e costante dei valori fondiari in una comunità progrediente produce necessariamente quella tendenza addizionale al rialzo, clic vediamo affermarsi nel raso di merci, quando una qualche causa generali* c continua agisce nel senso di far aumentare i loro prezzi. Come, durante il periodo di rapido deprezzamento della moneta, che contrassegnò gli ultimi giorni della Confederazione del Sud, il fallo che qualunque cosa comperata oggi si poteva vendere più cara domani agiva nel senso di far salire i prezzi più che non pendesse il valore della moneta, cosi l’aumento costante dei valori fondiari, che il progresso materiale determina, agisce nel senso di maggiormente accelerare questo aumento. Noi vediamo questa causa secondaria agire in tutta la sua forza in quelle vertigini di speculazioni sulle terre, che contrassegnano la crescenza delle comunità nuove; ma sebbene queste non siano che manifestazioni anormali ed occasionali di tal causa, è innegabile che essa agisce costantemente,' con maggiore o minore intensità, intuite le società progredienti.

La causa, che limita la speculazione sulle merci, la tendenza cioè dei prezzi in aumento a provocare approvvigionamenti addizionali, non può limitare la speculazione al rialzo sui valori fondiari, in quanto la terra è una quantità fissa, che l’attività umana non può rendere nè maggiore nè minore ; ma un limite vi ha al prezzo della terra nel minimum richiesto dal lavoro c dal capitale come condizione dell’applicazione loro olla terra. Se fosse possibile ridurre continua-mente le mercedi sino a farle discendere a zero, sarebbe possibile aumentare continuamente la rendita fino a farle assorbire la totalità del prodotto. Ma siccome le mercedi non possono, in modo permanente, esser ridotte al dissolto del punto, a cui i lavoratori consentono a lavorare e a riprodursi, nè l’interesse al dissotto del punto, a cui il capitale vorrà applicarsi alla produzione, un limile vi ha all’aumenlo speculativo della rendita. Epperò, nei paesi, dove le mercedi e l’interesse sono già vicini a questo limite, la speculazione non ha cosi largo campo per far aumentare la rendila come nei paesi, dove le mercedi e l’interesse sono ancora notevolmente più alti del limite stesso. Ma che in lutti i paesi progredienti vi sia una costante tendenza della speculazione a far aumentare la rendita oltre al limite, a cui la produzione cesserebbe, gli è, parmi, ciò che mostrano i periodici ricorsi di paralisia industriale — argomento, che sarà meglio esaminato nel Libro seguente.

LIBRO V.

SOLUZIONE DEL PROBLEMA

I frutti della terra appartengono a chiunque, in qnalanque tempo, la possieda. I parasoli bianchi e gli elefanti superbi sono i fiori di una eoncessione di terra (Atto di concessione di nna terra nell'India, trovato a Zann, tradotto da sir W. Jones).

La vedova raccoglie ortiche per dar da mangiare ai suoi bambini; un signore profumato che stia elegantemente air&'it de Boeuf conosce nn'alchimia, colla quale ei riesce a trarre dalla vedova il terzo delle sue ortiche, ch'ei chiama rendita.    Caklyle.

CAPITOLO I.

CAUSA PRIMA DEI RICORRENTI PAROSSISMI DI DEPRESSIONE INDUSTRIALE.

La nostra lunga indagine è terminata, e ormai possiamo allinearne i risultati.

Cominciamo dalle crisi industriali, intorno alle cui cause tante teorie corrono fra loro e in sè stesse contradditorie.

Un esame del modo, in cui l’aumento speculativo dei valori fondiari falcidia i guadagni del lavoro e del capitale ed arresta la produzione, conduce, parmi, irresistibilmente alla conclusione che qui sta la causa principale di quelle periodiche depressioni industriali, a cui le nazioni incivilite e tutte insieme le nazioni incivilite sembrano sempre più soggette.

Non intendo già dire che altre cause prossime non vi siano. Lasempre maggior complessità del meccanismo della produzione, la sempre maggior dipendenza reciproca delle singole sue parti, per cui ogni scossa ed ogni arresto si propaga immediatamente in cerchi che si vanno allargando; l’essenziale difetto dei medii circolanti, i quali si contraggono quando maggiore ne è il bisogno ; le tremende variazioni di volume, che ricorrono nelle forine del credito commerciale più semplici, e molto più che le varie forme di medii circolanti costituiscono il mezzo degli scambi ; le tariffe protettive, che oppongono barriere artificiali al libero gioco delle forze produttive — queste ed altre simili cause hanno, senza alcun dubbio, una gran parte nel produrre e mantenere quelli, chediconsi «tempi difficili ». Ma dalla considerazione sia dei principii, sia dei fenomeni, appar chiaro come la grande causa iniziale debba cercarsi nell’aumento speculativo dei valori fondiari.

Nel Capitolo precedente ho mostrato come l’aumento speculativo dei valori fondiari tenda a spingere il limile della coltura o della produzione oltre a) punto normale, costringendo per tal modo il lavoro ed il capitale ad accettare un reddito più piccolo, oppure — unico modo, in cui possono resistere a questa tendenza — a cessar di produrre. Or, non solo è naturale che il lavoro ed il capitale resistano all’abbnssamcnlo delle mercedi e dell’interesse, che l’aumento speculativo della rendita tende a determinare, ma a ciò essi sono costretti per propria difesa, in quanto, vi ha un minimum di reddito, al disotto del quale il lavoro non può esistere, nò il capitale conservarsi. Epperò, dal fatto della speculazione sulla terra noi possiamo inferire tutti i fenomeni, che distinguono questi periodici ricorsi di crisi industriali.

Data una comunità progrediente, in cui la popolazione aumenti ei progressi si succedano, la terra vi deve aumentar continuamente di valore. Questo continuo aumento deve necessariamente condurre a speculazioni, che anticipano sull’aumento avvenire e i valori fondiari vengono spinti oltre al punto, in cui, nelle attuali condizioni di produzione, sarebbero lasciati al lavoro e al capitale i loro redditi abituali. La produzione quindi comincia ad arrestarsi. Non già che vi sia necessariamente e neppure probabilmente una diminuzione assoluta della produzione ; ma vi ha ciò, clic per una comunità progrediente è ciò che per una comunità stazionaria è la diminuzione di produzione assoluta: la produzione non aumenterà proporzionalmente, in quanto le maggiori sommedi lavoro e di capitale non troveranno impiego ai saggi di mercede o, corrispondentemente, di interesse usati.

Questo arresto di produzione su certi punti deve necessariamente tradursi su altri punti della rete industriale in una cessazione della domanda, la quale alla sua volta determina, anche in questi al tri punti, un arresto della produzione; c cosi la paralisi» si estenderà attraverso tutte le giunture delle industrie, dei commerci, producendo dappertutto una dislocazione parziale della produzione e dello scambio, ed avendo per risultato fenomeni, che sembrano tradire o un eccesso di produzione o un eccesso di consumo, secondo il diverso punto di vista, da cui uno li considera.

Il periodo di depressione, che terrà dietro, continuerà sino a che: 1) l’aumento della rendita dovuto alla speculazione sia perduto, oppure; 2) finché l’aumento nella efficacia del lavoro dovuto all’aumento della popolazione ed ai progressi delle invenzioni permettano alla linea della rendila normale di oltrepassare la linea della rendita di speculazione, oppure; 3) finché il lavoro e il capitale si adattino ad applicarsi alla produzione per una retribuzione minore. Oppure, più probabilmente, queste tre cause coopereranno a produrre un nuovo equilibrio, in cui tutte le forze della produzione agiranno e ne seguirà un periodo di attività commerciale ; ma ecco che la rendita ricomincierà ad aumentare, di nuovo la speculazione ritornerà ad accelerare questo aumento, di nuovo la produzione dovrà arrestarsi e non si sarà fatto che percorrere un’altra volta lo stesso cerchio.

Nel sistema complicato di produzione, che caratterizza la civiltà moderna, ove ancora non esiste una comunità industriale distinta ed indipendente, ma esistono comunità separate geograficamente e politicamente, le cui organizzazioni industriali sono, in vario modo e in diversa misura, allacciate le une alle altre, non c’è da aspettarsi di vedere l'effetto tener dietro alla causa cosi chiaramente c cosi definitamente, come avverrebbe in uno stato di sviluppo industriale più semplice e in una comunità formante un tutto industriale completo e distinto; tuttavia, i fenomeni, che di fatto distinguono questi periodici ritorni di attività e di depressione, corrispondono nettamente a quelli, che noi abbiamo inferiti dal progresso eccessivo della rendita.

E cosi la deduzione ci mostra i fenomeni attuali come risultanti da un principio. Se noi invertiamo il processo, ci sarà facile risalire per induzione al principio, studiando i fenomeni.

Questi periodi di depressione sono sempre preceduti da periodi di attività e di speculazione; e da tutti è ammessa la connessione frai due fenomeni, considerandosi la depressione come la reazione contro la speculazione, come il mal di capo è la reazione delle sregolatezze della notte. Ma sul modo, in cui la depressione risulta dalla speculazione, le opinioni sono divise, e due scuole si trovano in presenza,come mostrano i tentativi fatti al di là e al di qua dell’Atlantico per spiegare la crisi industriale odierna.

Una scuola dice che la speculazione produce la depressione col determinare un eccesso di produzione; e mostra i magazzini ingombri di mercanzie che non si possono vendere a prezzi rimunerativi, le fabbriche chiuse o che lavorano solo per metà del tempo, le miniere deserte, le navi tirate a secco sulla sponda, il denaro ozioso nei sotterranei delle banche e gli operai costretti alla inazione ed alla miseria. Essa segnala questi fatti come comprovanti che la produzione ha ecceduto la domanda pel consumo; ed anche segnala il fatto che quando i Governi, durante una guerra, si producono come consumatori, si ha allora un periodo di attività, come si vide negli Stati Uniti durante la guerra civile e in Inghilterra durante le guerre napoleoniche.

Un’altra scuola dice che la speculazione ha prodotto la crise col determinare un eccesso di consumo; e mostra i magazzini ingombri, le navi che si irrugginiscono, le fabbriche chiuse, gli operai inoperosi come prove di una cessazione della domanda effettiva; cessazione che, essa dice, è evidentemente determinata da ciò che il popolo, esaltato da una prosperità fittizia, ha vissuto secondo un tenore superiore ai suoi mezzi ed ora è costretto a restringersi, cioè a consumar meno ricchezza. Essa segnala inoltre le enormi ricchezze consumate in guerre, nella costruzione di ferrovie non rimunerative, nei prestiti a Governi insolvibili, ecc., come stravaganze, che sebbene non sentite al momento, come lo scialacquatore non sente al momento il dissesto della sua fortuna, pure devono essere scontate con un certo tempo di minor consumo.

Or, gli è evidente che ciascuna di queste teorie non esprime che un Iato, una fase di una verità generale, ma che nè l’una, nè l’altra non esprime tutta la verità. Entrambe, come spiegazione dei fenomeni, sono egualmente e in sommo grado sbagliate.

Invero, poiché la gran massa degli individui ha bisogno di più ricchezza che non riescano ad averne, e per averla consentono a dare ciò che è la base e la materia prima della ricchezza, il loro lavoro, come vi potrebbe essere eccesso di produzione? E poiché il meccanismo della produzione sta inoperoso e i produttori sono condannati ad una inazione forzata, come vi potrebbe essere eccesso di consumo?

Dal momento che il desiderio di avere di più è accompagnato dalla possibilità di produrre di più, la depressione industriale e commerciale non può essere attribuita nè all’eccesso di produzione, nè all’eccesso di consumo. Evidentemente, il male deve venire da ciò che la produzione e il consumo non possono adeguarsi, nè soddisfarsi a vicenda.

Or, da che nasce questa impossibilità? Evidentemente e per consentimento generale, essa è il risultato della speculazione. Ma della speculazione applicata a che cosa?

Certo, non della speculazione applicata alle cose, che sono il prodotto del lavoro, ai prodotti delle miniere e dell’agricoltnra, agli articoli di manifattura; imperocché, come è bene spiegato in tutti i trattati correnti, i quali mi risparmiano qui la necessità di qualsiasi dimostrazione, la speculazione in queste cose non ha altro effetto che di pareggiare la offerta e la domanda e di rendere più eguale il movimento della produzione e dei consumi, con un’azione analoga a quella del volante di una macchina.

Dunque, se la speculazione è la causa di queste crisi, deve essere la speculazione in cose, che non sono il prodotto dei lavoro, ma che tuttavia sono necessarie perchè il lavoro possa applicarsi alla produzione della ricchezza, in cose di una quantità invariabile — vai quanto dire, deve essere la speculazione sulla terra.

Che la speculazione sulla terra sia la vera causa della depressione industriale negli Stati Uniti, è evidente. In ogni periodo di attività industriale i valori fondiari sono andati continuamente aumentando, spinti in alto, a grandi salti, dalla speculazione. Questi periodi furono invariabilmente seguiti da una cessazione parziale della produzione e, correlativamente, da una parziale cessazione di domanda effettiva, generalmente accompagnata da una rovina commerciale; poi segui un periodo di relativo ristagno, durante il quale l’equilibrio si è andato ristabilendo per poi ritornarsi daccapo allo stesso giro di cose. E questa vicenda può osservarsi in tutto il mondo incivilito. I periodi di attività industriale culminarono sempre in un aumento speculativo dei valori fondiari, seguito da sintomi di arresto della produzione, rivelantesi dapprima generalmente nella cessazione della domanda da parte dei paesi nuovi, dove l’aumento dei valori fondiari era maggiore.

Che questa sia la vera spiegazione di questi periodi di depressione, l'analisi dei fatti lo mostra.

Ogni commercio, ricordiamolo, è lo scambio di prodotti contro prodotti; quindi, la cessazione della domanda per certi prodotti, che contrassegna la depressione commerciale, è in realtà la cessazione della offerta di altri prodotti. Se i negozianti vedono diminuire la loro vendita e i fabbricanti le loro commissioni, mentre le cose che quelli vendono e questi sono pronti a fare, sono cose, di cui il desiderio è largaraento diffuso, ciò mostra unicamente che la offerta di altre cose, clic nella catena degli scambi sarebbero state date per aver quelle, è diminuita. Nel linguaggio comune noi diciamo che < i compratori non hanno denaro » o che il « denaro diventa raro »; ma, cosi esprimendoci, noi dimentichiamo che la moneta non è che lo strumento degli scambi. Ciò, che manca a quelli che vorrebbero comperare, non è il denaro, ma il prodotto, che essi potrebbero cambiare in denaro; ciò, che in realtà diventa più raro, è una data specie di prodotti. Epperò, la diminuzione della domanda effettiva da parte dei consumatori non è che un risultato della diminuzione della produzione.

E ciò vedono chiaramente i negozianti in una città manifatturiera, quando le fabbriche vengono chiuse e gli operai licenziati dal lavoro. È la cessazione della produzione quella, che priva gli operai dei mezzi di comperare ciò che essi desiderano, e lascia cosi al negoziante ciò che, per rapporto alla diminuita domanda, è un fondo sovrabbondante, lo costringe a congedare qualcuno dei suoi commessi ed a ridurre le sue domande. E la cessazione della domanda (parlo naturalmente dei casi generali e non dei cambiamenti nella domanda relativa dovuta a cause quali i cambiamenti della moda), che lascia al fabbricante un fondo sovrabbondante e lo costringe a congedare i suoi operai, deve produr>i nello stesso modo. In un qualche luogo — e sarà anche all'altro capo del mondo — un arresto nella produzione ha determinato un arresto nella domanda per il consumo. Il fatto che la domanda è diminuita senza che il bisogno sia soddisfatto, prova che la produzione si è in qualche luogo arrestata.

Il popolo ha tanto come prima il bisogno delle cose, che il fabbricante produce, a quel modo che gli operai hanno tanto come prima bisogno delle cose, che il negoziante tiene per vendere. Ma non si ha che dare per esse. La produzione si è in qualche luogo arrestata e questa riduzione nella offerta di certe cose si è tradotta nella cessazione della domanda di certe altre, l'arresto pro pagandosi attraverso tutta la compagine della industria e del commercio. Ora, evidentemente, la piramide industriale poggia sulla terra. Le occupazioni primarie e fondamentali, che creano la domanda per tutte le altre, sono evidentemente quelle, che estraggono la ricchezza dalla terra; epperò, se noi seguiamo da un punto dello scambio all’altro, da una occupazione all’allra, questo arresto della produzione, che si mostra in una minor potenza di acquisto, noi dovremo alla fine trovarne la causa in qualche ostacolo, che arresta il lavoro nella applicazione sua alla terra. Ed è chiaro che questo ostacolo è l’aumento speculativo della rendita o dei valori fondiari ; aumento, che produce gli stessi effetti che — ed in fatto è — una esclusione del lavoro e del capitale da parte dei proprietari. Questo arresto della produzione alla base delle industrie, soli-darie tutte l’una dell’altra, si propaga da un punto dello scambio ad un altro, la cessazione dell’offerla traducendosi in una cessazione della domanda, finchò l’intiera macchina ne viene ad essere arrestata e si ha dappertutto lo spettacolo del lavoro senza occupazione e di lavoratori nella miseria.

Questo spettacolo strano e innaturale di un gran numero di uomini, che vu gliono lavorare e non trovano lavoro, basta a suggerire la vera causa a chiunque sia capace di riflettere eoa un po’ di seguilo nelle sue idee. E veramente, sebbene l'abitudine ci abbia resi meno sensibili a questo spettacolo, ò pur sempre strano c poco naturale che uomini, che non vorrebbero di meglio che lavorare per soddisfare ai loro bisogni, non possano trovarne modo; giacché, alla fin fine, dappoiché il lavoro è ciò cbe produce la ricchezza, l’uomo che cerca di scambiar lavoro contro alimenti, indumenti o qualsivoglia altra forma di ricchezza, è come chi offra oro in verghe per avere pezzi coniati o grano per avero farina. Noi parliamo di < offerta di lavoro », di « domanda di lavoro »; ma evidentemente questi non sono clic termini relativi. L’offerta di lavoro è dappertutto la stessa — vengono sempre al mondo due mani per ogni bocca e ventun maschi per ogni venti femmine — e la domanda di lavoro esisterà sempre finché gli uomini desidereranno le cose, che solo il lavoro può procurare. Noi parliamo di mancanza di sfogo al lavoro; ma evidentemente non è lo sfogo al lavoro che manca, quando i bisogni sono gli stessi; evidentemente, la offerta di lavoro non può essere troppo grande, nè la domanda troppo piccola, quando il popolo soffre perchè non ha le cose, che il lavoro produce. La vera causa del male deve essere in qualche cosa, che impedisce all’offerta di soddisfare la domanda, in un qualche ostacolo, che impedisce al lavoro di produrre le cose, di cui il lavoratore ha bisogno.

Prendiamo, nella gran massa dei disoccupali, un individuo qualunque, al quale, sebbene non abbia mai sentito parlare di Malthus, sembra che oggi vi sia troppa gente al mondo. Nei suoi bisogni, nei bisogni della sua donna piena di ansie, nei pianti dei suoi bambini, a cui mancano le cure, affamati forse e assiderati, sa Dio se non vi sia domanda di lavoro abbastanza. Nelle sue mani volonterose è la offerta. Mettete quest’uomo in un’isola deserta e, sebbene privo dei vantaggi enormi, che dànno alle forze produttive dell’uomo la cooperazione e le macchine d’una comunità incivilita, ei saprà colle sue mani saziare le bocche e coprire le membra delle creature, che dipendono da lui. E dove la potenza produttiva del suo lavoro è al più alto grado di sviluppo non lo può! Perchè? Non è forse perchè là egli ha libero accesso alle forze ed alle sostanze della natura e qui tale accesso gli è precluso?

Non è forse questo precludersi che si fa al lavoro l’accesso alla natura ciò che solo può spiegare lo stalo di cose, che costringe a rimanere inoperosi uomini, che avrebbero tutta la volontà di provvedere ai loro bisogni col loro lavoro? Causa prossima della inazione forzata d’un complesso di uomiui può esser la cessazione della domanda, da parte di un altro complesso d’uomini, delle cose che quelli producevano; ma tenete dietro a questa causa da un punto della produzione all’altro, da un’occupazione all’altra e voi troverete che la inazione forzata in un genere di commercio è causata dalla inazione forzata in un altro e che la paralisia, che produce l’intormentimento di tutte le industrie, non può dirsi derivare da una troppo grande offerta o da una troppo piccola domanda di lavoro, ma deve nascere dal fatto che l'offerta non può adeguare la domanda col produrre le cose, che soddisfanno ai bisogni e sono gli oggetti del lavoro.

Or, ciò che è necessario perchè il lavoro possa produrre queste cose è la terra. Quando si dice clic il lavoro crea Ja ricchezza, si parla metaforicamente.

L'uomo non crea nulla. La razza umana intiera, durasse a lavorare tutta una eternità, non può creare il più piccolo degli atomi sospesi in un raggio di sole, non può rendere questo nostro globo di un atomo più grave o più leggero. Nel produrre ricchezza l’uomo non fa che elaborare, coll’aiuto delle forze naturali, dando ad essa le forme che ei più desidera, materia preesistente. Epperò, per produrre deve avere accesso a questa materia e a queste forze, cioè alla terra. La terra ò la fonte di ogni ricchezza; la miniera, da cui sono tratti i materiali, che il lavoro tratta; la sostanza, a cui il lavoro dà forma. Epperò, quando il lavoro non può soddisfare i suoi bisogni, noi possiamo inferirne con certezza che ciò non per altra causa avviene se non perchè è precluso al lavóro l’accesso alla terra.

Quando in tutti i commerci vi ha ciò che noi chiamiamo scarsità d'impiego, quando dappertutto il lavoro è disoccupato, mentre i desideri sono insoddisfatti, l'ostacolo, che impedisce al lavero di produrre la ricchezza di cui ha bisogno, non deve forse trovarsi alla base stessa dell’edificio industriale? Questa base è la terra. I pionieri dei nuovi stanziamenti non sono le modiste, non gli ottici, i doratori, i politori, ecc. I minatori non andarono nella California o nell’Australia perchè già vi fossero calzolai, sarti, macchinisti e stampatori ; bensì furono questi mestieri che seguirono i minatori, come oggi seguono i cerca tori d’oro nelle Black Hills i cercatori di diamanti ndl’Africa meridionale. Non è già il mercante causa del coltivatore, bensì il coltivatore causa del mercante. Non è lo sviluppo d'una città che determini lo sviluppo della provincia, bensì lo sviluppo d’una provincia che determina lo sviluppo della città. Epperò, quando in tutti i commerci uomini, che non cercano altro che di lavorare, non riescono a trovare lavoro, la difficoltà deve provenire dalla occupazione, che crea la domanda per tutte le altre occupazioni; deve derivare da ciò che la terra è chiusa al lavoro.

A Leeds o a Lowell, a Filadelfia o a Manchester, a Londra o a New-York, potrà forse essere necessario risalire ai primi principii per veder ciò; ma dove Io sviluppo industriale non è così complicato, nè gli anelli estremi della catena cosi lontani l’uno dall'altro, non si ha clic a guardare a fatti patenti. Sebbene non abbia ancora trenl’anni, la città di San Francisco è, sia per popolazione, sia per importanza commerciale, fra le grandi città del mondo e, dopo New-York, la più metropolitana delle città dell’America. Sebbene non abbia ancora trent’anni, essa ebbe per alcuni anni un numero sempre più grande d’individui disoccupati. È chiaro che qui gli è perchè i lavoratori non possono trovare impiego nelle campagne, che essi sono in cosi gran numero disoccupati in città. Se questi indivìdui, ora disoccupati, traessero ricchezza dalla terra, non solo impiegherebbero sè stessi, ma anche tutti gli artigiani della città, dando pratiche ai magazzini, affari ai negozianti, spettatori ai teatri, abbonati e inserzioni ai giornali, creando una domanda effettiva, che si sentirebbe nella nuova e nella vecchia Inghilterra c dappertutto dove si producono gli articoli, che una tale popolazione consumerebbe, quando avesse i mezzi di pagarli.

Or, come avviene clic questo lavoro disoccupato non può applicarsi alla terra? Non perchè tutte le terre siano coltivale. Sebbene lutti i sintomi, che nei paesi vecchi si prendono come segni di un eccesso di popolazione, comincino a mostrarsi a San Francisco, è assurdo parlare di eccesso di popolazione in uno Stato che, con risorse naturali più grandi di quelle della Francia, non ha ancora un milione di abitanti. A poche miglia da San Francisco vi sono terre incolte, che basterebbero a dare lavoro a quanti hanno bisogno di lavorare. Non intendo già di dire che ogni uomo disoccupato potrebbe avere una tenuta o costruirsi da sè una casa se avesse la terra; ma che lo potrebbero e Io vorrebbero un numero d’individui bastante per dar lavoro agli altri. Che cosa è, adunque, che impedisce al lavoro d’impiegarsi sulla terra. Unicamente il fatto che la terra fu monopolizzata ed è tenuta a prezzi di speculazione, basali non sul valore attuale, ma sul maggior valore, che saranno per acquistare coll'aumento della popolazione.

E ciò che si vede a San Francisco può, chi voglia osservare, vedersi non meno chiaramente in altri luoghi.

L’odierna crisi commerciale e industriale - crisi, che cominciò a chiaramente manifestarsi negli Stati Uniti nel 1872 e si estese, con maggiore o minore intensità, a tutto il mondo incivilito —è, in gran parte, attribuita allo sviluppo delle costruzioni ferroviarie; e molte cose, veramente, vi sono, che sembrano accusare questo rapporto di causalità. Io sono perfettamente convinto che la costruzione di ferrovie, prima che queste siano realmente necessarie, può stornare il lavoro e il capitale da impieghi più produttivi e rendere la comunità non più ricca, ma più povera; e quando la mania ferroviaria era al suo colmo, io segnalai questo inconveniente in uno scritto politico indirizzato al popolo della California (1). Ma attribuire a questo spreco di capitali una crisi industriale cosi vasta, parmi sia come volere attribuire una marea straordinariamente bassa al Tessersi attinti dal mare pochi secchi d’acqua. La distruzione di lavoro c di capitale avvenuta durante la guerra civile fu enormemente più grande che non possa essere quella avvenuta per la costruzione di ferrovie inutili; eppure, non produsse nessun simile risultato. E certo vi è poco senso a parlare dello spreco di lavoro e di capitale avvenuto nella costruzione di ferrovie non necessarie come della causa di questa crisi, quando il tratto caratteristico di questa è la sovrabbondanza di lavoro e di capitale in cerca d’impiego.

Tuttavia, che una certa connessione vi sia fra il rapido sviluppo delle costruzioni ferroviarie e la depressione industriale, lo si può facilmente vedere da chiunque sappia che cosa voglia dire l’aumento dei valori fondiari ed abbia osservato quale azione le costruzioni ferroviarie esercitino sulla speculazione fondiaria. Dappertutto dove una ferrovia era costrutta o progettata, la terra, sotto la influenza della speculazione, aumentava rapidamente di valore e migliaia di milioni di dollari si aggiungevano ai valori nominali, che il lavoro e il capitale dovevano pagare come prezzo del permesso di porvisi all’opera e di produrre ricchezza. Risultato inevitabile fu l'arresto della produzione; e questo arresto della produzione si propagò, sotto forma di cessazione di domanda, la quale arrestò la produzione, fino negli estremi confini della vasta cerchia degli scambi, operando

(I) H. Cieohok, La questione delle sovvenzioni e il partito democratico, 1871.

con una forza potenziala nei centri del mondo industriale, dove il commercio lega fra loro tutte le parti del mondo incivilito.

Gli effetti primi di questa causa non possono per avventura essere altrove più chiaramente osservati che in California, paese che, a causa del suo relativo isolamento, formò una comunità particolare ben definita.

Quasi sino alla sua fine, l’ultimo decennio fu, in California, contrassegnato dalla stessa attiviti industriale, che si fece sentire in lutti gli Stati del Nord e, di fatto, in tutto il mondo incivilito, quando si consideri l’interruzione degli scambi e la perturbazione dell’industria causale dalla guerra e dal blocco dei porli del Sud. Quest’attività non potrebbe attribuirsi alla inflazione delle emissioni di carta-moneta, nè alle spese smodate del Governo generale, alle quali cause si attribuì in seguilo la comparativa attività dello stesso periodo negli Stati del Sud; in quanto, malgrado il corso forzoso, la costa de) Pacifico continuò ad avere una circolazione metallica e il Governo federale tolse molto più in imposte che non restituisse in spese. Quell’attività era da attribuirsi unicamente a cause normali ; in quanto, sebbene lo sfruttamento dei depositi auriferi andasse declinando, si erano aperte le miniere di argento del Nevada, il grano e le lane cominciavano a prendere il posto dell’oro nei quadri delle esportazioni e l’aumento della popolazione, i perfezionamenli dei metodi di produzione e di scambio, aggiungevano continuamente alla efficacia del lavoro.

Questo progresso trasse con sè, come conseguenza, un continuo aumento di valori fondiari. Questo aumento determinò un rialzo fittizio, che, venuta l’èra delle costruzioni ferroviarie, fece salire il valore della terra in tutte le direzioni. Se la popolazione della California era andata continuamente aumentando, quando quella — lunga, costosa e pericolosa per le febbri — dell’istmo di Panama era la principal via di comunicazione cogli Stali dell’Atlantico, quanto enorme, pensavasi, non avrebbe dovuto essere il suo aumento una volta aperta la strada, che avrebbe messo il porto di New-York a sette giorni di facile viaggio dalla baia di San Francisco e quando nello Stato stesso di California la locomotiva avesse preso il posto delle diligenze e dei lenti cariaggi. L’aumento dei valori fondiari, che si sarebbe per tal modo prodotto, fu anticipatamente scontato. I lotti dei dintorni di San Francisco aumentarono del cento, del mille per cento e le terre coltivabili furono tenute ad alti prezzi, dovunque gli immigranti avessero voluto volgersi.

Ma l’atteso afflusso di immigranti non ebbe luogo. Il lavoro ed il capitale non potevano pagare la terra cosi caro e trarne ancora un reddito. La produzione si arrestò, se non in modo assoluto, almeno in modo relativo. A misura che la ferrovia transcontinentale si avvicinava al suo termine, invece di un aumento di attività, cominciavano a manifestarsi sintomi di paralisia industriale; e quando la ferrovia fu terminata, al periodo di attività già era succeduto un periodo di depressione, da cui il paese non si è ancora pienamente riavuto e durante il quale le mercedi e l’interesse andarono continuamente declinando. Per tal modo — ed anche pel continuo progresso delle invenzioni e pel costante aumento della popolazione, che, sebbene più lento che altrimenti non sarebbe, pure continua — quella, che ho chiamato la linea della rendita normale, si accosta alla linea di speculazione; ina si sa con qual tenacia, in una comunità iu via di sviluppo, si mantenga un aumento di prezzo speculativo (1).

Or, ciò che avvenne in California anche avvenne in tulle le altre parti degli Stati Uniti in via di progresso. Dappertutto dove si costruiva o si progettava una ferrovia, la terra era in anticipazione monopolizzala e il beneficio di quel progresso era scontato in un aumento dei valori fondiari. L’aumento speculativo della rendita oltrepassando cosi l’aumento normale, la produzione si arrestò, la domanda diminuì c il lavoro e il capitalo furono distolti dalle occupazioni aventi più diretto rapporto colla terra per applicarsi a quelle, in cui il valore della terra è un elemento meno percettibile. Gli è così che il rapido sviluppo delle costruzioni ferroviarie ha una relazione colla crisi, che loro tien dietro.

E ciò che avvenne negli Stati Uniti anche avvenne, in modo più o meno evidente, in tutti i paesi del mondo in via di progresso. Dappertutto la terra andò continuamente aumentando di valore col progresso materiale e dappertutto questo aumento di valore fu accompagnato da un aumento addizionale provocato dalla speculazione. L’impulso dalo dalla causa prima non solo si estese dagli Stati nuovi dell’Unione ai vecchi e dagli Stati Uniti all’Europa, ma la causa prima fece sentire la sua azione dappertutto. E cosi una crisi industriale mondiale derivò da un progresso materiale generale.

Una cosa vi ha, che potrà sembrare io abbia trascuralo in questo attribuire che faccio le crisi industriali all’aumento speculativo della rendita e dei valori fondiari cornea causa primaria. L’azione di tal causa, sebbene possa esser rapida, deve essere progressiva, deve somigliare a quella di una pressione, non di un colpo. Invece, le crisi industriali sembrano venire d’un colpo; esse hanno, al loro primo prodursi, il carattere di un parossismo seguito da una relativa letargia, come prodotta da uno spossamento. Tutto sembra vada come d'ordinario; il commercio e l’industria appaiono vigorosi e in via di sviluppo, quando d'un tratto, come fulmine a ciel sereno, avviene la scossa: una banca chiude i suoi sportelli, un grande industriale, un grande commerciante falliscono e, come se il colpo si ripercuotesse in tutta la organizzazione industriale, fallimenti succedono a fallimenti, da tutte le parti si licenziano operai e i capitali si ritirano in una sicurezza improduttiva.

Mi sia permesso spiegare quale, secondo me, sia la ragione di questo fatto; per ciò noi dobbiamo attendere al modo, in cui avvengono gli scambi, in quanto sono gli scambi quelli, che collegano tutte le forme dell’industria in una organizzazione, in cui tutte sono solidarie l’una dell’altra. Perchè scambi possano aver luogo fra produttori, che lo spazio e il tempo separa, grandi quantità di prodotti devonò èssere tenuti nei magazzini e in circolazione ed è questa, come

(1) È sorprendente come in un paese nuovo, che dia grandi speranze, i prezzi della terra creati dalla speculazione si sostengano. Si sento spesso a dire: « non vi è mercato per la terra, non la si trova a vendere a nessun prezzo » — ma se poi andate per comprarla, a meno che noit troviate qualcuno che sia assolutamente costretto a vendere, voi dovete pagarla al prezzo, che prevaleva quando la speculazione era al suo colmo. E ciò perchè i proprietari, in attesa clie i valori fondiari debbano alla fine aumentare, teftgono la terra il più che possono.

già ho spiegalo, la grande funzione del capitale, oltre quella di fornire al lavoro strumenti e sementi. Questi scambi sono, forse per necessità, fatti in gran parte a credito, cioè la prestazione è fatta da una parte, prima che dall'altra sia falla la controprestazione.

Or, senza arrestarci a cercarne le cause, gli è evidente che, in generale, queste anticipazioni vanno dalle industrie più altamente organizzate e più tardivamente sviluppate alle industrie più fondamentali. La costa occidentale dell'Africa, ad esempio, che scambia olio di palma e noci di cocco contro calicot operalo e contro idoli di Birmingham, riceve il controvalore di ciò che dà immediatamente, mentre il mercante inglese deve rimanere molto tempo allo scoperto prima di ricevere il controvalore delle sue somministrazioni. Il coltivatore può vendere la sua messe come appena il raccolto è fatto e a contanti ; il grande fabbricante deve avere un fondo considerevole, spedire i suoi articoli a grandi distanze ai suoi agenti e, generalmente, vendere a termine. Epperò, le anticipazioni e i crediti essendo fatti in generale da quelle, che possiamo chiamare le industrie secondarie, a quelle, che possiamo chiamare le industrie primarie, ne consegue che gli arresti di produzione, che procedono da queste, non si manifestano in quelle immediatamente. Il sistema delle anticipazioni e del credito costituisce, tal quale è, un legame elastico, che presta molto prima di rompersi, ma che quando si rompe si rompe con fracasso.

Oppure, per spiegare in un altro modo ciò che intendo dire: la grande Piramide di Gizeh è composta di strati di muratura, e l’inferiore sostiene naturalmente tutti gli altri. Se noi potessimo, in qualche modo, ridurre gradualmente questo primo strato, la parte superiore della piramide conserverebbe per qualche tempo la sua forma; poi alla fine, quando la gravitazione fosse più forte della coesione dei materiali, la piramide non cederebbe già gradualmente e regolarmente, ma si sfascierebbe d’un tratto. Or, la organizzazione industriale può essere paragonata a questa piramide. In qual rapporto, in un dato stadio di sviluppo sociale, le diverse industrie stiano le une rispetto alle altre, è difficile e forse impossibile dire; ma gli i evidente che un rapporto esiste, come nel fondo di caratteri di una stamperia vi ha proporzione fra le lettere. Ogni forma dell’industria, quale è sviluppala dalla divisione del lavoro, esce dalle altre e tutte, in definitiva, poggiano sulla terra; chè, senza la terra l’uomo è tanto impotente quanto sarebbe se fosse lancialo nello spazio. Per meglio appropriare l'esempio alle condizioni di un paese in via di progresso, immaginiamo una piramide costituita di strati sovrapposti e che il tutto vada crescendo ed estendendosi continuamente. Supponiamo che la crescenza dello strato che poggia sul suolo venga ad essere impedita. Gli altri continueranno a crescere per un certo tempo e, di fatto, la tendenza loro sarà, pel momento, a crescere più di prima, in quanto la forza di crescenza, che non può spiegarsi sullo strato inferiore, cercherà di sfogarsi negli strati superiori, insino a che, alla fine, l'equilibrio venendo a mancare, la costruzione crollerà da tutte le parti.

Che sia per tal modo spiegata la causa principale e la marcia ordinaria dei ricorrenti periodi di paralisia industriale, che vanno diventando una cosi spiccata caratteristica della vita sociale moderna, è ora, parmi, chiaro. E voglia il lettore ricordare clic gli e solo la causa e l'andamento generale di questi fenomeni che qui cerchiamo di determinare e clic, in fatto, solo è possibile deler-minarecon una qualche esattezza. La Economia politica non può e non ha bisogno di occuparsi clic delle tendenze generali. Le forze derivate sono cosi multiformi, le azioni e reazioni loro cosi svariate che il predeterminare quale sarà per essere il carattere esatto di un fenomeno riesce impossibile. Sappiamo che un albero tagliato deve cadere; ma la direzione precisa, secondo cui avverrà la sua caduta, sarà la risultante, impossibile a predeterminarsi, della inclinazione del tronco, della lunghezza dei rami, della forza dei colpi, della forza e della direzione del vento; e perfino l’uccello posato sulla fronda e lo scoiattolo saltellante di ramo in ramo non saranno senza una qualche influenza. Noi sappiamo che un insulto sveglia nel cuore dell’uomo un risentimento; ma per poter dire con qual forza e in qual modo questo sarà per manifestarsi, bisognerebbe poter fare una sintesi dell’uomo intero e di tutto il suo ambiente passato e presente.

Il modo, in cui la causa efficiente, a cui li ho riferiti, spiega i principali tratti di queste depressioni industriali, forma un visibile contrasto coi tentativi, fra loro contradditori e in se stessi incoerenti, die furono fatti per spiegarli secondo le teorie correnti della distribuzione della ricchezza. Che un aumento speculativo della rendita e dei valori fondiari preceda invariabilmente questi periodi di crisi industriale, apparisce in modo chiaro dappertutto. Che i due fenomeni stiano fra loro come causa ad effetto, apparirà evidente a chiunque consideri la relazione necessaria, che esiste fra la terra e il lavoro.

E che la crisi attuale vada compiendo il suo corso e che un nuovo equilibrio si vada, nel modo che ho detto più sopra, ristabilendo, il quale si tradurrà in un nuovo periodo di attività relativa, già si può vedere negli Stati Uniti. La linea di rendita normale e la speculativa si vanno raccostando per effetto: 1) del ribasso speculativo dei valori fondiari, che si manifesta nella riduzione delle renditee nel rihassodei valori fondiari che avviene nelle principali città; 2) della maggior efficacia .del lavoro determinata dall’aumento della popolazione e dalla utilizzazione di nuove invenzioni e scoperte, di cui alcune, che si è, sembra, sul punto di fare, non sono da meno di quella dell’impiego del vapore; 3) del ribasso della misura ordinaria dell’interesse e delle mercedi, ribasso che, per ciò che è dell’interesse, apparisce dall’avvenuta negoziazione di un imprestilo pubblico al 4 ’/o e> Per c>ò che è delle mercedi, è troppo evidente perchè occorrano esempi. Quando l’equilibrio sarà così ristabilito, un periodo di attività nuova, culminante nell’aumento speculativo dei valori fondiari, ricomincierà a prodursi (I). Ma l’interesse e le mercedi non riguadagneranno il terreno perduto. Il risultato netto di tutte queste perturbazioni, di tutti questi corsi e ricorsi, è di costringere via via le mercedi e l’interesse a discendere al loro minimum. In realtà, come ho fatto notare nel primo Capitolo di quest’opera, queste crisi temporanee e periodiche non fanno che rendere più intenso il movimento generale, che accompagna il progresso materiale.

(1) Ciò fu scritto anni addietro. Ora (luglio 1379) nn nuovo periodo di attività ha, com» prevedevo, incominciato e i prezzi dei terreni hanno, a New-York e a Chicago, ripreso a salire.

CAPITOLO II.

PERSISTENZA DELLA POVERTÀ IN MEZZO ALL’AUMENTO DELLA RICCHEZZA.

Il grande problema, di cui queste ricorrenti crisi industriali non sono clic manifestazioni particolari, è ora, mi sembra, pienamente risolto e i fenomeni sociali, che in tutto il mondo incivilito sgomentano i filantropi, turbano gli uomini di Stato, cuoprono di nubi l'avvenire dei popoli più progrediti e suscitano dubbi sulla realtà e sulla meta finale, di ciò che, illusi, abbiamo chiamato progresso, sono ora spiegati.

La ragione, per cui, malgrado l'aumento della potenza produttiva, le mercedi tendono a diventare il minimum di ciò, che è necessario per vivere, si è che coll'aumento della potenza produttiva, la rendita tende a sempre piil aumentare, determinando cosi una tendenza costante delle mercedi a diminuire.

In ogni direzione, la tendenza diretta della civiltà progrediente è ad accrescere la potenza del lavoro umano a soddisfare gli umani bisogni, a distrurrc la povertà, a bandire il bisogno e la paura del bisogno. Tutte le cose, clic costituiscono il progresso, tutte le condizioni, a cui le comunità progressive intendono, hanno per risultato naturale e diretto il miglioramento della condizione materiale (e per conseguenza della condizione intellettuale e morale) di quanti sono soggetti alla loro influenza. L’incremento della popolazione, l’aumento c l’estendimento degli scambi, le scoperte della scienza, i progressi delle invenzioni, la diffusione dell’istruzione, i perfezionamenti delle forme di governo, il miglioramento dei costumi considerati come forze materiali, tutto ha una tendenza diretta ad aumentare la potenza produttiva del lavoro, c non di questo o quel lavoro, ma di tutti i lavori, non del lavoro applicalo a questa o quella industria, ma del lavoro applicato all'industria in genere; imperocché, la legge della produzione della ricchezza nella società è la legge del « ciascuno per tutti e tutti per ciascuno ».

Ma il lavoro non può raccoglierei benefici, che il progresso della civiltà arreca, perchè gli sono intercettati. La terra essendo necessaria al lavoro ed essendo ridotta a proprietà individuale, ogni aumento della potenza produttiva del lavoro non fa che aumentare la rendita — il prezzo, cioè, che il lavoro deve pagare per aver modo di utilizzare le sue forze. E cosi tutti i vantaggi, che il progresso adduce, vanno ai proprietari della terra e le mercedi non aumentano. Ed aumentare non possono, in quanto più il guadagno del lavoro è grande e maggiore è il prezzo, che il lavoro deve dare sul suo guadagno per poter fare un guadagno qualunque. E cosi, il semplice lavoratore non viene ad avere all’aumento della potenza produttiva del suo lavoro maggior interesse che abbia lo schiavo di Cuba all’aumento del prezzo dello zucchero. E come l’aumento del prezzo dello zucchero può peggiorare la condizione dello schiavo cubano coll’indurre il suo padrone a sottoporlo a più duro lavoro, cosi la condizione del semplice lavoratore può dall’aumento della potenza produttiva del suo lavoro venire ad essere, cosi in modo assoluto come in modo relativo, peggiorata. Imperocché, provocata dal continuo aumento della rendita, una tendenza speculativa si determina, la quale sconta con un ulteriore aumento della rendila l’effetto dei progressi futuri e cosi provoca, dove già non l’abbia fallo l’aumento della rendila normale, un continuo ribasso delle mercedi, fino a ridurle alla misura della mercede dello schiavo, cioè a quel tanto, che è necessario per vivere.

Spoglialo cosi di tutti i benefizi dell'aumento della sua potenza produttiva, il lavoro viene ad essere esposto a certi effetti del progresso della civiltà, clic, senza i vantaggi naturali, clic questa accompagnano, sono mali positivi c tendono per se stessi a ridurre il lavoratore libero alla degradata e disperata condizione dello schiavo.

Imperocché, tulli i progressi, clic aggiungono alla potenza produttiva del lavoro a misura che la civiltà va innanzi, importano o rendono necessaria una maggior divisione del lavorone la efficacia del lavoro del corpo intiero dei lavoratori si accresce a spese della indipendenza dei singoli individui che lo compongono. Ogni singolo lavoratore non acquista la conoscenza e lo pratica che di una parte infinitesimale delle molteplici operazioni necessarie per soddisfare i bisogni anche più comuni. Il prodotto totale di una tribù di selvaggi è piccolo, ma ogni membro può fare una vita indipendente. Ei può costrurrc la propria abitazione, scavare o mettere insieme il suo canotto, farsi i suoi indumenti, le sue armi, i suoi strumenti, ecc. Egli ha tutta la conoscenza della natura che ha la sua tribù; sa quali prodotti vegetali possono servire alla sua alimentazione; conosce le abitudini e la vita dei quadrupedi, degli uccelli, dei pesci, degli insetti; sa orientarsi sul sole, sulle stelle, sulla parte, da cui si volgono i fiori o vengono sugli alberi i licheni; insomma, ci può soddisfare a tutti i suoi bisogni. Ei può essere isolalo dai suoi compagni c tuttavia può vivere; e cosi ci possiede un potere indipendente, che fa di lui una parte liberamente contraente nei suoi rapporti colla comunità di cui è membro.

Ed ora, paragonate con questo selvaggio il lavoratore collocalo agli ultimi gradini di una civiltà progredita, il lavoratore, che non fa altro che produrre una cosa sola e, più spesso, solo una parte infinitesimale di una delle tante cose, che costituiscono la ricchezza delia società c vanno a soddisfare i bisogni più primitivi; che non solo non può neppur farsi gli strumenti necessari al suo lavoro, ma spesso lavora con strumenti, clic spesso non possiede e che non può sperare di giungere a posseder mai. Costretto ad un lavoro più assorbente e più continuo di quello del selvaggio, senza con esso guadagnare più di quanto guadagni il selvaggio — lo slrcllamcnto necessario per vivere — ei del selvaggio perde la indipendenza. Non solo ci non può applicare le sue forze al soddisfacimento diretto dei suoi bisogni, ma senza il concorso di molti altri ei si trova nella impossibilità di applicarsi a soddisfarli indirettamente. Ei non è che un anello di una immensa catena di produttori c di consumatori, senza speranza alcuna di potersene staccare, senza speranza di potersi muovere, se non in quanto tutta si muova la catena cui è legalo. Più la posizione sua nella società è bassa e più ei dipende dalla società, più diventa incapace di nulla fare da sè solo. Il potere stesso di spiegare il suo lavoro per soddisfare i proprii bisogni non è sotto il suo controllo c può essergli tolto e reso dalle azioni degli altri o da cause generali, su cui esso non Ita maggior influenza cho sui movimenti del sistema solare. Si arriva a considerare la maledizione primitiva come una benedizione e gli uomini pensano, parlano, si affannano, legiferano come se il monotono lavoro manuale fosse in se stesso un beno e non un male, un fine e non un mezzo. In circostanze siffatte, l’uomo perde la qualità essenziale dell’umanità, il potere divino di modificare e regolare le condizioni. Ei diventa uno schiavo, una macchina, una merce, una cosa inferiore, sotto certi riguardi, al bruto.

Non sono punto un ammiratore sentimentale dello stato selvaggio, nè prendo le mieidee sui liberi figli della natura da Rousseau, da Chateaubriand, da Cooper. Ho coscienza della povertà materiale e mentale di quello stato, della bassezza, della ristrettezza sua. Credo che la civiltà è non solo il destino naturale dell’uomo, ma la emancipazione, la elevazione, la educazione di tutte le sue facoltà e so bene che gli isolo trovandosi in tali disposizioni d’umore da fargli parer invidiabile la sorte del ruminante, che un uomo posto in mezzo ni vantaggi della civiltà può considerare con rimpianto lo stato selvaggio. Ma nel tempo stesso credo che chiunque apra gli occhi ai fatti non può non concluderne che sono nel cuore della nostra civiltà classi intiere, la cui condizione è tale che il più selvaggio dei selvaggi non vorrebbe cambiare la sua sorte colla loro. Credo fermamente che se sulla soglia dell’esistenza uno avesse a scegliere fra il nascere un Fuegiano, o un Negro dell’Australia, o un Eschimese del polo artico, oppure nascere in una delle infime classi di un paese incivilito conte la Gran Bretagna, farebbe una scelta infinitamente migliore preferendo la sorte del selvaggio. Imperocché, le classi che, in mezzo alla ricchezza, sono condannate alla miseria, soffrono tutte le privazioni del selvaggio, senza avere come lui il sentimento della libertà personale; sono condannale ad una vita più stretta, più povera di quella del selvaggio, senza poter sviluppare lo sue rudi qualità ; se il loro orizzonte è più esteso gli è solo per svelar loro felicità, di cui non potranno goder mai.

Vi saranno di quelli, a cui tutto ciò potrà parere esagerazione; ma gli è unicamente perchè non avranno mai voluto farsi una idea della vera condizione di quelle classi, che il ferrato calcagno della civiltà moderna schiaccia. Come osservava Tocqueville in una sua lettera a madame Swetchine: « Noi diventiamo cosi presto indifferenti al pensiero di un bisogno da noi non sentito clic un male, che quanto più dura diventa tanto più grave a chi lo soffre, pel fatto stesso della sua durala apparisce invece tanto meno grave a chi lo osserva ». E la miglior prova, forse, della giustezza di questa osservazione si è che nelle città, dove è una classe povera ed una classe delinquente, dove le ragazze tremano dal freddo mentre cuciono per guadagnarsi il pane, dove ragazzi cenciosi e macilenti fanno della strada la loro casa, si trova a raccogliere continuamente denaro per mandar missionari ai pagani. Ridicolo, se non fosse cosi triste! Baal non stenderà più le sue braccia orrende e rapaci; ma, in terra cristiana, le madri uccideranno i loro bambini pel denaro della sepoltura! E sfido chiunque a trovare nelle narrazioni autentiche della vila selvaggia descrizioni di degradazione, che possano mettersi a paro con quelle, clic si possono trovare nei documenti ufficiali di paesi inciviliti, nei Rapporti delle Commissioni sanitarie o nelle Inchieste sulla condizione delle classi lavoratrici povere.

La semplice teoria che ho delineato (se pur può dirsi teoria la mera constatazione dei rapporti più evidenti) spiega comeavvenga chesi vedono congiunte la povertà e la ricchezza, basse mercedi c grande potenza produttiva, degradazione e diffusione dei lumi, schiavitù di fallo c libertà politiche. Essa armonizza, col farli derivare da una legge generale e inesorabile, falliche altrimenti parrebbero inesplicabili c mostra una concatenazione ed una correlazione in fenomeni, che altrimenti apparirebbero isolali e contradditori. Essa spiega perchè l’interesse e le mercedi siano più alti nelle comunità nuove che non nelle vecchie, sebbene la produzione media di ricchezza, come la produzione totale, sia là minore. Essa spiega perchè i progressi, che aumentano la potenza produttiva del lavoro e del capitale, non facciano aumentare la retribuzione nè dell’uno nè dell’altro. Essa spiega quello che ordinariamente dicesi conflitto fra lavoro c capitale col provare come in realtà vi sia fra di essi armonia di interessi. Essa recide gli ultimi fulcri delle fallacie del protezionismo, in quella che mostra perchè il libero scambio non profitti durevolmente alle classi lavoratrici. Essa spiega perchè la miseria aumenti coll’abbondanza; perchè la ricchezza tenda a formare aggregazioni sempre più grandi. Essa spiega il ritorno periodico delle depressioni industriali, senza ricorrere nè all’assurdo dell’ « eccesso di produzione », nè a quello dell’ r eccesso di consumo ». Essa spiega l’ozio forzato di un gran numero di pretesi produttori, ozio, clic consuma la forza produttiva delle comunità progredite, senza per ciò ricorrere all’asserzione assurda che vi sia troppo poco lavoro a fare o che si sia in troppi a volerlo fare. Essa spiega gli effetti disastrosi, che ha spesso per le classi operaie la introduzione delle macelline; — spiega il vizio e la miseria, di cui dànno spettacolo le popolazioni dense, senza attribuire alle leggi di Colui che è tutto sapienza c tutto bontà, i mali, che derivano da ordinamenti di uomini di corta veduta cd egoisti.

Questa spiegazione è d’accordo coi fatti.

Si osservi il mondo intiero, oggi. Nei paesi più diversi, nelle condizioni più svariale quanto a governo, a industria, a polilicadoganalc, a circolazione, ecc., voi troverete la miseria nelle classi operaie; ma dappertutto dove trovate cosi la miseria e la privazione in mezzo all’abbondanza, voi trovale che la terra è monopolizzala; che invece di essere considerala come proprietà comune di tutto il popolo, è considerata come proprietà privata di individui; che per il suo uso da parte del lavoro, alle rendite sono estorte ai guadagni del lavoro. Si osservi il mondo intiero, oggi, paragonando fra loro paesi diversi e voi vedrete che non è nè l’abbondanza del capitale, nè la produttività del lavoro ciò che fa si chele mercedi siano alte o basse, bensì la misura, nella quale i monopolizzatoci della terra possono, sotto forma di rendita, levar tributo sui guadagni del lavoro. Non è egli un fatto notorio, conosciuto perfino dai più ignoranti, clic i paesi niiovi, dove la ricchezza totale è piccola, ma la terra a buon mercato, sono sempre per le classi lavoratrici paesi migliori dei paesi ricchi, dove la terra costa molto? Non è forse dove la terra ha relativamente un basso valore che voi trovate le mercedi relativamente alte? E non è forse dove la terra ha relativamente un valore allo che le mercedi sono basse? A misura che la terra aumenta di valore, la povertà diventa più profonda, il pauperismo apparisce. Negli stanziamenti nuovi, dove la terra è a buon prezzo, voi non trovate mendicanti; la diseguaglianza delle condizioni vi è leggera. Nelle grandi città, dove la lerra ha tanto valore che la si misura a palmi quadrati, voi trovate gli estremi della povertà e del lusso. E questa diseguaglianza di condizioni fra i due estremi della scala sociale può sempre esser misurala dal prezzo della terra. A New-York la terra ha maggior valore che a San Francisco; e il cittadino di San Francisco può vedere a New-York ^na miseria che lo atterrisce. A Londra la terra ha maggior valore che a New-York e lo squallore e la miseria anche vi sono più profonJe.

Considerate lo stesso paese in tempi diversi e voi troverete lo stesso rapporto. In base a molte investigazioni Hallam dice esser convinto che in Inghilterra le mercedi del lavoro manuale erano nel Medio evo più alte che non oggi. Comunque sia di ciò, i certo che, se pare, non poterono essere di molto minori.

L’enorme aumento dcll’eflicacia del lavoro, che per la stessa agricoltura è valutato al 7-800 % e clic in alcuni rami di industria è addirittura incalcolabile, non ha fallo che profittare alla rendila. In Inghilterra, secondo il prof. Rogers, la rendita della terra è oggi, misurata in denaro, 20 volte più grande e, misurata a grano, 14 volte più grande clic non cinquantanni addietro; e per la rendita dei terreni da costruzione e delle miniere l’aumento fu ancora immensamente più grande. Secondo i calcoli di Faucett, il valore capitalizzato della rendila in Inghilterra è ora di 4 miliardi di lire sterline; vai quanto dire che poche migliaia di individui vi fanno sui guadagni del resto della popolazione un prelevo, il cui valore capitalizzato è più del doppio del valore che, sulla base del valore medio dei Negri del Sud nel 1800, avrebbe la intiera popolazione dell’Inghilterra, se fosse ridotta in schiavitù.

Nel Belgio, nelle Fiandre, in Francia, in Germania, la rendita e il prezzo venale delle terre coltive sono negli ultimi trent'anni raddoppiati (I). Insomnia, l’aumento della potenza di produzione ha dappertutto aggiunto al valore della terra; in nessun luogo ha aggiunto qualcosa al valore del lavoro; imperocché, sebbene le mercedi abbiano in qualche luogo potuto aumentare, questo aumento è evidentemente da attribuirsi ad altre cause. Nella generalità dei luoghi, cioè là dove era possibile — in quanto vi ha un minimum, al disotto del quale i lavoratori non possono continuare a riprodursi —esse sono diminuite. E dappertutto le mercedi, come quote di prodotto, sono discese.

Come la peste nera abbia determinato il grande aumento delle mercedi avvenuto in Inghilterra nel secolo xiv, lo si vede chiaramente negli sforzi dei proprietari della terra per regolare le mercedi mediante statuti. Che quella spaventosa riduzione di popolazione, invece di far aumentare, abbia realmente fatto diminuire la potenza effettiva del lavoro, non vi può essere dubbio; ma la

(1) Sistemi di tenuta della terra, pubblicazione del Cobden Club.

diminuzione della concorrenza per la coltura delle terre fece diminuire ancor di più la rendita, c le mercedi aumentarono talmente che si invocò la forza e le leggi per deprimerle. L’effetto inverso tenne dietro alla monopolizzazione della terra avvenuta in Inghilterra durante il regno di Enrico Vili colla chiusura delle terre comuni c la divisione delle terre ecclesiastiche fra i mezzani c i parassiti, che diventarono così il ceppo di nobili famiglie. Il risultalo fu quello stesso, a cui tende l’aumento speculativo dei valori fondiari. Secondo Malthus (che nei suoi Principii di Economia politica menziona il fatto, senza connetterlo alla tenuta della terra), mentre durante il regno di Enrico VII '/j bushel di grano comprava appena poco più di una giornata di lavoro ordinario, alla fine del regno di Elisabetta ne comperava tre. Che la riduzione delle mercedi sia stata cosi forte come mostrerebbero questi confronti, stento a credere; ma che una riduzione avvenisse e che grande fosse la miseria delle classi lavoratrici, apparisce in modo evidente dai lamenti contro i « robusti vagabondi » e dalle leggi fatte contro di essi. La rapida monopolizzazione della terra, la elevazione della linea della rendita speculativa oltre alla linea normale, generarono vagabondi c poveri, precisamente come in questi ultimi tempi vedemmo negli Stati Uniti le stesse cause'produrre gli stessi elTelti.

« Terre, che una volta si affittavano a 20-10 lire all’anno, dice Ugo Latimer, si affittano oggi a 50-100. Mio padre era coltivatore e non aveva terra in proprio; non aveva che una tenuta, per cui pagava una rendita di 3-4 lire al più e che esso sapeva lavorar così bene, da poter mantenere su essa una mezza dozzina di persone. Ei conduceva alla pastura un centinaio di pecore, e mia madre mungeva una trentina di vacche; quando era chiamato a servire il Re, ci poteva equipaggiare sè e il suo cavallo, in attesa del soldo. Mi ricordo di avere stretto le cinghie al suo cavallo quando partì per Blackhealh Field. Ei mi mandò a scuola ; accasò le mie sorelle con cinque lire di dote, dopo averle piamente allevate nel santo timor di Dio. Ei dava ospitalità ai suoi vicini c qualche elemosina ai poveri. E lutto ciò, con quella stessa terra, per cui ora paga una rendita di 00 lire c più all’anno; ed ora ei non può più far nulla nè pel suo Re, nè per sè, nè pei suoi figli, nè pei poveri, a cui non può più neppure dar da bere ».

«Gli è cosi,scrive sir Tommaso Moore parlando dell’eliminazione dei piccoli coltivatori, che caratterizza il progresso della rendita, gli è così che quei poveri disgraziati, uomini, donne, spose, orfani, genitori con bambini, padri di famiglia con più figli clic mezzi, emigrarono dai campi dove erano nati, senza saper dove andare ».

E gli è così che dalla stoffa dei Latimer e dei Moore, da quello spirito vigoroso, che in mezzo alle fiamme del rogo di Oxford gridava « fate l’uomo, mastro Ridley !» e da quella forza mista a dolcezza, che la prosperità non aveva potuto guastare, nè la scure del carnefice sopprimere, uscirono i ladri e i mendicanti, la massa di malfattori c di miserabili, clic insudicia i petali c divora, come verme roditore, le radici della rosa d’Inghilterra.

Ma tanto varrebbe voler addurre esempi storici della legge di gravitazione. Il principio è ugualmente universale ed evidente. Che la rendita debl/a ridurre lo mercedi è tanto chiaro quanto che il residuo devo essere tanto più piccolo quanto più grande è il sottraendo; — che la rendita effettivamente riduca le mercedi, ognuno, ovunque si trovi, può vederlo sol che guardi attorno.

La causa, che fece cosi subitamente e rapidamente aumentare le mercedi in California nel 1852, no/i è punto un mistero. Fu la scoperta dei depositi (piacere) auriferi in terre non appropriate ed a cui il lavoro aveva libero accesso, che fece salire le mercedi dei cuochi nei ristoranti di San Francisco a 500 dollari al mese e faceva che i bastimenti rimanevano fermi all'àncora senza ufficiali e senza equipaggi finché gli armatori non si piegavano a pagar mercedi, che in ogni altra parte del mondo sarebbero parse favolose. Se questi depositi si fossero trovati su terre appropriate o fossero stati immediatamente monopolizzati, in guisa che una rendila avesse potuto sorgere, sarebbero stali i valori fondiari che avrebbero subitamenteaumenlato, non le mercedi. Le miniere del Comstock erano più rierbe dei piacere; ma esso furono rapidamente monopolizzate e fu solo grazie alla forte organizzazione dell’Associazione dei minatori ed alla tema dei danni che essa poteva arrecare, che si poterono guadagnare quattro dollari al giorno per andare ad arrostire duemila piedi sotto terra, dove l’aria che i minatori respirano deve essere mandala loro a forza di pompe. La ricchezza delle miniere del Comstock ha aggiunto alla rendita. Il prezzo venale di queste miniere ascese a centinaia di milioni ed esse crearono fortune private, i cui redditi mensili non possono essere espressi che colle centinaia di migliaia, se pure non coi milioni. Nè è maggiormente un mistero la causa, che in California ha fallo discendere le mercedi dal massimo dei primi giorni ad una misura press’a poco eguale a quella delle mercedi negli Stati dell’Est e che tende a deprimerli ancora. La produttività del lavoro non diminuì, anzi, come ho mostrato, aumentò; ma su ciò che produce, il lavoro deve ora pagare una rendila. Quando i piacere superficiali furono esauriti, il lavoro dovette applicarsi alle miniere profonde ed alle terre coltive; ma la monopolizzazione di queste essendo permessa, girano ora per le vie di San Francisco uomini disposti a lavorare quasi per nulla, in quauto le risorse della natura non sono più a libera disposizione del lavoro.

La verità è evidente per se stessa. Si faccia a chiunque sia capace di ragionare con un po’ di coerenza, questa domanda :

« Supponiamo che sorga nel Canale inglese o nel mare germanico una isola appartenente a nessuno, su cui il lavoro comune possa, senza limite alcuno, guadagnare 10 scellini al giorno c che rimanga senza proprietario e di libero accesso, còme le terre comuni, elio formavano un giorno tanta parte della superficie dell’Inghilterra.Quale elFelto.ciò avrà sulle mercedi in Inghilterra?».

La persona interrogata vi risponderà subito che le mercedi ordinarie in Inghilterra non tarderanno a raggiungerò i 10 scellini al giorno.

E all’altra domanda: < quale effetto ciò avrebbe sulla rendita », essa, dopo un momento di riflessione, risponderà clic la rendita dovrebbe necessariamente ribassare; e se questa persona interrogata riuscisse a fare un secondo passo nel ragionamento, vi direbbe clic tutto ciò avverrebbe senza che una notevole parto del lavoro inglese fosso divertila verso le nuove risorse naturali e le forme a la direzione doli-industria venissero ad essere notevolmente cambiate e solo si abbandonerebbero i generi di produzione, che dassero al proprietario e ai lavoratori insieme meno di quanto potrebbero dare al lavoro le nuove risorse naturali. Il grande rialzo delle mercedi avverrebbe a spese della rendita.

Prendete ora la stessa persona od altra, un uomo d’affari a testa quadra, di quelli che non si confondono con teorie, ma che sanno come si fa a far denaro. E ditegli: « Ecco qui un piccolo villaggio; fra dieci anni sarà una grande città; fra dieci anni la ferrovia avrà sostituita la diligenza, la luce elettrica la candela; essa avrà abbondanza di tutte le macchine, di tutti i congegni che moltiplicano cosi enormemente la potenza effettiva del lavoro. Fra dieci anni l'interesse vi sarà più alto ? »

E vi risponderà : « No ».

4 E le mercedi vi saranno più alte? sarà più facile a un uomo, che non abbia nulla tranne il suo lavoro, di farsi una sorte indipendente ? ».

E vi risponderà: t No; le mercedi del lavoro comune non vi saranno più alte; anzi, secondo ogni probabilità, saranno più basse; non sarà più facile al semplice lavoratore farsi una sorte indipendente; anzi, è probabile che la sua vita sarà più dura ».

« ila che cosa, allora, avrà aumentalo ? ».

« La rendita, il valore della terra. Andate, procuratevi una pezza di terreno c prendetene possesso ».

E se in queste circostanze voi avete seguilo il suo consiglio, non avrete più nulla a fare. Voi potete sedervi e fumare la vostra pipa; voi potete sdraiarvi come -il lazzarone di Napoli o il lepero del Messico; voi potete andar su iu pallone o giù in un pozzo e senza nulla aver fatto, senza aver aggiunto un iota alla ricchezza della comunità, fra dieci anni sarete ricco. Nella nuova città potrete avere un palazzo sontuoso; ma fra i suoi pubblici edilìzi vi sarà un ricovero di mendicità.

In tutta la nostra lunga investigazione noi ci siamo avvanzati passo passo verso questa semplice verità, che cioè la terra è necessaria all’esercizio del lavoro nella produzione della ricchezza: esser padroni della terra necessaria al lavoro è esser padroni di tutti i frutti del lavoro, tranne quel tanto che è necessario ai lavoratore per vivere. Noi ci siamo avvanzati come in terreno nemico, dove ogni passo deve essere assicurato, ogni posto fortificato, ogni sentiero esplorato; imperocché, nell’applicazione sua ai problemi sociali e politici questa semplice verità è nascosta alla gran massa degli uomini parte dalla semplicità sua stessa, parte e specialmente da fallacie molto diffuse e da falsi modi di pensare, che li conducono a cercar dappertutto, tranne là dove veramente si dovrebbe, una spiegazione dei mali, che opprimono e minacciano il mondo incivilito. E dietro a quelle fallacie bene architettate, dietro alle teorie, che fanno traviare le menti, havvi una potenza energica ed attiva, una potenza, che dappertutto, quale si sia la forma di governo, fa leggi e modella il pensiero, la potenza di uu vasto e dominante interesse pecuniario.

Ha questa verità è cosi semplice e chiara che, una volta vista bene, la si ammette per sempre. Vi sono certi disegni che, anche a guardarli e riguardarli, non presentano che un labirinto confuso di linee e di intrecciamenti — un paesaggio, alberi o qualche cosa di simile — finché non si chiama l’attenzione del riguardante sul fatto che tutte quelle cose formano un insieme, una faccia, una figura. Il rapporto, una volta constatato, è poi chiaro sempre. La stessa cosa è nel caso nostro. Alla luce di quella verità, tutti i fatti sociali si raggruppano da sè in un rapporto ordinato e si vedono i fenomeni più svariati uscire da un solo e grande principio. Non è nelle relazioni fra capitale e lavoro, non nell’eccesso della popolazione rispetto ai mezzi di sussistenza, che vuoisi cercare la spiegazione dell’ineguale sviluppo della nostra civiltà. La grande causa della diseguaglianza nella distribuzione della ricchezza è la diseguaglianza nel possesso della terra. La proprietà della terra è il gran fatto fondamentale, che determina in ultima analisi la condizione sociale, politica e quindi la condizione intellettuale e morale di un popolo. E deve essere cosi. Invero, la terra è l’abitazione dell’uomo; il serbatoio, a cui deve attingere per soddisfare tutti i suoi bisogni ; la materia, a cui il lavoro deve applicarsi per soddisfare tutti i suoi desideri; imperocché, i prodotti stessi del mare non possono esser presi, non si può goder della luce del sole, non si può utilizzare nessuna delle forze della natura, se non si ha l’uso della terra e dei suoi prodotti. Sulla terra nasciamo, di essa viviamo, ad essa ritorniamo — noi siamo i figli della terra come il filo d’erba, come il fiore dei campi. Togliete all’uomo lutto ciò che appartiene alla terra e non sarà più che uno spirito senza corpo. Il progresso materiale non può sollevarsi dalla nostra dipendenza dalla terra; esso non può che aggiungere al nostro potere di trarre dalla terra ricchezze ; gli è perciò che quando la terra è monopolizzala, questo progresso può andare avanti all’infinito senza far aumentare le mercedi o migliorare la condizione di quelli, che non hanno altro che il proprio lavoro. Esso non può che aggiungere al valore della terra ed al potere, che il suo possesso attribuisce. Dappertutto, in tutti i tempi, presso tutti i popoli, il possesso della terra è la base dell’aristocrazia, il fondamento delle grandi fortune, la fonte del potere. Come dicevano i Bramini molti anni fa : I frutti della terra appartengono a chiunque, in qualsiasi tempo, la possieda. 1 parasoli bianchi e gli elefanti superbi sono i fiori di una concessione di terra.

LIBRO VI.

IL RIMEDIO

Una nuova c giusta divisione dei beni e dei diritti di questo mondo dovrebbe ussero il principale oggetto di quelli che governano le cose umane.    De    Tocqueville.

Quando si intende ad elevare permanentemente la condizione di un popolo, i piccoli mezzi non producono soltanto piccoli effetti, ma non producono effetto alcuno.

John Stuart Mill.

CAPITOLO I.

INEFFICACIA DEI RIMEDI ORDINARIAMENTE PROPOSTI.

Col rintracciare alla sua fonte la causa dell’aumento della povertà in mezzo all'aumento della ricchezza, noi abbiamo scoperto il rimedio. Ma prima di venire a questa parte del nostro soggetto, sarà bene passare in rivista le tendenze, sulle quali si fa ordinariamente assegnamento c i rimedi, clic vengono ordinariamente proposti. Il rimedio, che indicano le nostre conclusioni, è ad un tempo radicale e semplice; cosi radicale, che non sarà preso in scria considerazione finché una qualche fiducia rimanga nella efficacia di misure meno caustiche; cosi semplice, che la sua efficacia e portala reale rimarranno forse incomprese infino a che non si sia potuto esperiineutare I’efTetto di misure più complicale.

Le tendenze e le misure, sulle quali, secondo mostrerebbero la letteratura corrente e le discussioni, si fa più o meno assegnamento per alleviare la povertà e la miseria delle masse, possono distinguersi in sei classi. Non voglio già dire che vi siano a questo riguardo altrettanti partiti o scuole, ma solo che per la nostra indagine le opinioni prevalenti o le misure proposte possono, in una rassegna, essere cosi raggruppale. Rimedi, che per maggior comodità o chiarezza considereremo distintamente, sono spesso dipendenti da un solo pensiero.

Molli vi sono, che ancora conservano la comoda credenza clic il progresso materiale finirà coll'estirpare la povertà; molti, che considerano il ritegno morale apportato all’aumento della popolazione come il più efficace Ira i rimedi; ma la fallacia di tutte queste idee fu già da noi abbastanza dimostrala. Esaminiamo ora ciò clic si può sperare :

I. Da una maggior economia nel governo;

IL Da una migliore educazione delle classi popolari e da migliori abitudini di lavoro e di risparmio;

III. Dalla coalizione degli operai per l’aumento delle mercedi;

IV. Dalla cooperazione del lavoro e del capitale;

V. Dalla direzione e dall’intervento governativo;

VI. Da una più generale distribuzione della terra.

Sotto questi sei casi io credo si possano, nella loro forma essenziale, raccogliere tutte le speranze e le proposte per diminuire la miseria sociale, prescindendo dalla misura semplice e a grande portata, che sarò per proporre.

I. — Maggiore economia nel governo.

Sino a pochi anni fa gli Americani tenevano come articolo di fede — fede divisa dai liberali d’Europa — che la povertà delle classi inferiori del vecchio mondo fosse dovuta alle istituzioni monarchiche ed aristocratiche. Questa credenza è rapidamente scomparsa quando si vide apparire negli Stati Uniti, sotto istituzioni repubblicane, una miseria sociale delia stessa specie, se non della 6tessa intensità, di quella che regna in Europa. Ma molli vi sono, che ancora attribuiscono questa miseria agli immensi carichi, che impongono i governi esistenti — i grandi debiti pubblici, i grandi eserciti, le grandi flotte, la stravaganza, che rarattcrizza tanto i legislatori repubblicani quanto i legislatori monarchici e che specialmente caratterizza l’amministrazione delle grandi città. A tutto ciò bisogna, negli Stati Uniti, aggiungere le spogliazioni involte nel sistema protettivo, che per ogni35 centi che entrano nelle casse del tesoro, prende dalla tasca del consumatore un dollaro ed anche quattro o cinque. Or, sembra che un nesso evidente vi sia fra queste immense somme tolte al popolo e le privazioni delle classi inferiori; e a chi guardi le cose superficialmente vien naturale il supporre che la riduzione di questi enormi carichi, imposti senza utilità, renderebbe più facile la vita al povero. Ma quando si consideri la cosa alla luce dei principii economici già esposti si vedrà come questa riduzione non avrebbe l'effetto che se ne spera. Una riduzione della somma, che le imposte prendono sul prodotto totale, equivarrebbe unicamente ad un aumento della potenza di produzione netta. Essa avrebbe per effetto di aggiungere alla potenza produttiva del lavoro, precisamente come farebbe un aumento della densità della popolazione o un progresso nelle arti della produzione. E come nell’un caso il vantaggio che ne risulta va e deve andare ai proprietari della terra in un aumento della rendita, così sarebbe anche nell’altro.

Sul prodotto del lavoro e del capitale pesano oggi in Inghilterra gli interessi di un debito pubblico enorme, le prebende di una Chiesa stabilita, la lista civile c gli appannaggi di una famiglia reale costosa, un gran numero di sinecure, un esercito numeroso, una grande marina militare. Suppongasi il debito pubblico ripudialo, la Chiesa separata dallo Stato, i membri della famiglia reale ridotti a guadagnarsi la vita da se, le sinecure soppresse, l’esercito disciollo, gli ufficiali c gli equipaggi congedati, le navi vendute. Una enorme riduzione delle impostedivcnlercbbc per tal modo possibile. Molto verrebbe aggiunto al prodotto netto da dividersi fra gli elementi della produzione. Ma questo sarebbe un ad-ditamento simile a quello clic da tanto tempo vanno continuamente fucendu i progressi industriali e da non mettersi a paro con quello, che dall'impiego del vapore e delle macchine derivò negli ultimi 20-30 anni. E come tutti questi aumenti del prodotto netto non hanno diminuito il pauperismo e solo hanno aumentato la rendita, tal sarebbe anche di questo. Il beneficio ne sarebbe raccolto tutto dai proprietari. Non voglio già negare che, se tutte queste cose potessero farsi di un colpo e senza le distruzioni c le spese, che una rivoluzione importa, un temporaneo miglioramento non avverrebbe nella condizione delle classi inferiori; ma una riforma cosi pronta e pacifica è evidentemente impossibile. E se anche fosse possibile, qualsiasi temporaneo miglioramento finirebbe coll’essere, nel modo che vediamo avvenire negli Stati Uniti, assorbito dall’aumento dei valori fondiari.

Cosi, negli Stati Uniti, se anche si riducessero le pubbliche spese al miuimo possibile e vi si provvedesse con una imposta sul reddito, il beneficio non potrebbe certo essere maggiore di quello, che produssero le ferrovie. Vi sarebbe una maggior somma di ricchezza lasciata al paese, nel suo complesso, precisa-mente come le ferrovie addussero al paese, nel suo complesso, una somma di ricchezza maggiore; ma le stesse inesorabili leggi continuerebbero ad agire nella sua distribuzione. La condizione di coloro, che vivono del loro lavoro, non sarebbe, in definitiva, migliorala.

Un vago sentimento di ciò è entrato od almeno incomincia ad insinuarsi nella coscienza delle masse e questo fatto costituisce una delle gravi difficoltà politiche, che stringono la Repubblica Americana. Quelli, che non hanno altro se non il loro lavoro, specie i proletari della città — classe, questa, che va continuamente crescendo — non si curano gran fatto delle prodigalità del governo e, in molti casi, sono disposti a considerarle come una buona cosa, che < dà lavoro », che « fa circolare il danaro ». Tweed,che ha derubato New-Jork, come un capo di briganti avrebbe taglieggiata una città catturata (e Tweed non fu che il tipo dei nuovi banditi, che si vanno impadronendo di tutte le nostre città) era senza alcun dubbio mollo popolare presso la maggioranza degli elettori, sebbene tutti sapessero che rubava e le sue malversazioni si ostentassero nei grossi diamanti che sfoggiava e nel largo spendere che faceva. Dopo la sua messa in accusa fu trionfalmente eletto al Senato e pur dopo che, datosi alla fuga, era stato ri-catturato, acclamazioni di popolo lo accompagnavano spesso dalla Corte alla prigione. Aveva rubato milioni al Tesoro pubblico, ma i proletari sentivano che ad essi aveva rubato nulla. E il verdetto della Economia politica non è diverso.

Mi si comprenda bene. Non dico già che la economia nel governo non sia da desiderarsi; solo dico che la riduzione delle spese pubbliche non può avere alcun effetto diretto nell'estirpare la povertà enei faraumenlarelemercedi, finché la terra continua ad essere monopolizzata. Ad ogni modo, però, anche dal punto di vista dell’interesse delle classi povere, non vuoisi risparmiare sforzo alcuno per sopprimere le spese inutili. Più un governo diventa complicato e costoso, e più diventa un potere distinto ed indipendente dal popolo, più difficile diventa il sottoporre al voto popolare questioni di vera politica pubblica. Vedete le nostre elezioni negli Stali Uniti e su che cosa esse avvengono. I problemi più momentosi ci urgono; ma tanta è la parte clic il denaro ha nella politica, cosi grandi sono gli interessi personali che vi sono implicali, che alle più numerose questioni di governo non si dà che poca importanza. L’elettore americano < medio» ha pregiudizi, sentimenti di partito, nozioni generali di una certa specie; ma non si dà delle questioni fondamentali di governo maggior pensiero che un cavallo di tranvia dei profitti della linea. Se cosi non fosse, tanti vecchi abusi non avrebbero si a lungo durato c tanti nuovi non si sarebbero aggiunti. Tutto ciò che tende a rendere più semplice e meno costoso il governo, anche tende a porlo sotto il controllo del popolo e a far andare in prima linea le questioni di reale importanza. Ma nessuna riduzione nelle pubbliche spese può per se stessa guarire o alleviare i mali, che derivano da una costante tendenza ad una ineguale ripartizione della ricchezza.

II. — Diffusione della educazione e sviluppo delle abitudini di lavoro e di economia.

Largamente diffusa nelle classi agiate è e sempre fu l’idea che la povertà e le sofferenze delle masse siano dovute al loro difetto di industriosità, di frugalità, di intelligenza. Questa credenza, che ad un tempo fa tacere il sentimento della responsabilità e vellica l’amor proprio del ricco, colla idea di superiorità che suggerisce, è forse nei paesi come gli Stati Uniti, dove tutti sono politica-mente uguali e, per essere la società nuova, la differenziazione in classi avvenne più per individui che per famiglie, più generale ancora che nei paesi più vecchi, dove le linee di separazione fra classe e classe esistono da più lungo tempo e sono più marcate. A coloro, che possono attribuire la loro buona posizione alla maggiore abilità e frugalità, che diedero loro un punto di partenza, ed alla maggior intelligenza, che li mise in grado di trar partito delle circostanze (1), vicn tutt’affatto naturale l’immaginarsi che quelli che sono rimasti poveri debbano ciò unicamente al difetto di quelle qualità.

Ma chiunque ha compreso le leggi della distribuzione della ricchezza, quali furono esposte nei Capitoli precedenti, scorgerà la fallacia che si contiene in questa credenza; fallacia simile a quella, che si contiene nel sostenere che uno facesse che ognuno dei competitori in una corsa può vincere: che qualcuno debba vincere, sta; ma che ciascuno possa vincere, è impossibile.

Invero, come appena la terra acquista un valore, le mercedi, come vedemmo, non dipendono più dal guadagno reale o dal prodotto del lavoro, ma da ciò che al lavoro rimane dopo prelevata su questo prodotto la rendita ; e quando la rendita è tutta monopolizzata, come lo è dappertutto, tranne nelle terre affatto nuove, la rendita deve deprimere le mercedi sino al punto, a cui la classe più poveramente pagata avrà giusto il necessario per vivere e riprodursi e cosi sino ad un minimum fissato da quello, che dicesi il t tenore di agiatezza » (standard of comfort), cioè la somma di necessità o di comodi, che l’abitudine trae le classi lavoratrici a domandare, come la somma minima, a cui consentono a con

fi) Per dir nulla di una maggior mancanza di coscienza, che è spesso la qualità determinante quelta che fa un milionario di uno che altrimenti sarebbe rimasto un povero diavolo.

servarsi nello stesso numero. Eppcrò, la industriosi là, l’abilità, la frugalità, la intelligenza, non possono servire all’individuo se non in quanto esse siano superiori al livello generale; precisamente come in una corsa la velocità non può servire al corridore se non in quanto superi quella dei suoi competitori. Se un uomo lavora di più, o con una abilità ed intelligenza maggiori dell’ordinario, terrà, per usare il gergo delle corse, la testa sugli altri ; ma se la media della industriosità, dell'abilità o della intelligenza è portata a un punto più allo, una maggiore intensità di applicazione non assicurerà che la mercede di una volta e colui, che vorrà « prendere la testa », dovrà lavorare ancora di più.

Un individuo può economizzare sul suo salario vivendo come viveva il dottor Francklin quando, durante il suo apprendisaggio e le prime giornate da operaio, volle praticare il vegetariarismo ; e molte povere famiglie potrebbero esser rese più agiate, se si insegnasse loro il modo di preparare le vivande a buon mercato, a cui Francklin tentò di limitare l'appetito del suo padrone Keimer, come condizione dell'accettazione da parte sua del posto di confutatore delle opposizioni che fossero fatte alla nuova religione, di cui Keimer voleva diventare il profeta; ma se le classi operaie arrivassero a vivere generalmente in questo modo, le mercedi finirebbero col ribassare in proporzione, e chiunque desiderasse avvanzare gli altri colla pratica dell’economia o alleviare la povertà col predicarla, sarebbe costretto ad inventare un qualche modo ancor più economico di tenere l'anima unita al corpo. Se, nelle condizioni odierne, gli operai americani si adattassero a ridursi al tenore di vita dei Cinesi, dovrebbero alla fine adattarsi anche al loro tenore di salario; e se gli operai inglesi si contentassero della razione di riso o degli indumenti primitivi del Bengalese, il lavoro non larderebbe ad essere cosi mal pagato in Inghilterra come nel Bengala. Dalla introduzione della patata nell’Irlanda si aspettava che essa fosse per migliorare la condizione delle classi povere coll’aumentare la differenza fra le mercedi che esse ricevevano e il costo del loro sostentamento. Invece, le conseguenze, che derivarono da quella introduzione, furono l’aumento della rendita, la diminuzione delle mercedi e, in seguilo alla malattia delle palate, le stragi della fame, in una popolazione che aveva già ridotto il suo tenore di vita a tal punto che un passo più in giù voleva dire la morte per inanizione.

Cosi, se un individuo lavora per un numero di ore maggiore della media, esso farà aumentare la sua mercede; ma le mercedi di tutti gli altri non possono essere aumentate nello stesso modo. È cosa notoria che nelle occupazioni, dove le ore di lavoro sono molte, le mercedi non sono più alte che in quelle, dove le ore di lavoro sono più poche; e, in generale, si vede che quanto più la giornata di lavoro è lunga, più la condizione dell’operaio è trista e meno tempo esso ha per guardare intorno a sè e sviluppare altre facoltà, oltre quelle, che il suo lavoro mette in gioco, minore diventa l’attitudine sua a cambiare occupazione o ad avvantaggiarsi delle buone occasioni. E cosi il lavoratore, che si fa nel suo lavoro aiutare dalla moglie e dai suoi figli, può per tal modo aumentare il suo reddito ; ma nelle occupazioni, in cui è ‘diventato abituale che la moglie e i figli del lavoratore aggiungano l’opera loro, è notorio clic In mercede, che la famiglia intiera guadagna, non i in media maggiore di quella, che guadagna il capo-casa nelle occupazioni, dove esso suole lavorare da solo. Il lavoro di una famiglia svizzera nel fare orologi compete per buon mercato con quello delle macchine americane. I Boemi fabbricanti di sigari a New-York, die lavorano, uomini, donne e ragazzi, nelle loro camere d’affitto, hanno fatto discendere il prezzo della fabbricazione dei sigari al disotto di ciò, che guadagnavano i Cinesi a San Francisco.

Questi fatti generali sono noti. Ed anche sono perfettamente riconosciuti dai trattali classici di Economia politica, i quali però li spiegano colla teoria di Malthus sulla tendenza della popolazione a crescere al di là del limite dei mezzi di sussistenza. Ma la vera spiegazione, come già ho abbastanza dimostrato, sla nella tendenza della rendita a far diminuire le mercedi.

Quanto agli effetti della educazione, può francar la pena di dirne qualche cosa, dappoiché si è generalmente disposti ad attribuire a questa una influenza, che avrebbe del magico. La educazione non è vera educazione se non in quanto abiliti l'individuo a spiegare in modo più efficace le sue facoltà naturali. Or, gli è appunto a tal còmpito che quella, che noi chiamiamo educazione, nella più parte dei casi fallisce. Mi sovviene di una fanciulla, che alla scuola passava per forte in geografìa c in astronomia, e che rimase non poco stupita quando le fu detto che il suolo del cortile di sua casa faceva proprio parte della superfìcie della terra. E se voi discorrete con essi, voi troverete che la scienza di molti premiali di collegio somiglia mollo, in gran parte, alla scienza di quella fanciulla. Di rado pensano meglio e spesso non pensano neppur bene come quelli che non furono in collegio.

Un gentleman, che aveva passato molti anni nell’Australia e conosceva a fondo le abitudini degli indigeni, il reverendo dottore Bleesdale, dopo aver dato alcuni esempi della loro meravigliosa abilità a servirsi delle loro armi, a pronosticare le variazioni del vento e del tempo, a prendere gli uccelli anche più selvatici, mi diceva un giorno : < Io credo sia un grosso errore il considerare quei negri come ignoranti. Il loro sapere è diverso dal nostro; ma in generale lo possiedono meglio. Come appena cominciano a camminare, si insegna loro a maneggiare il boomerang cd altre armi, poi ad osservare, a giudicare; e quando sono giunti all’età, in cui uno deve saper fare da si, essi ne sono pienamente capaci; in fatto, essi sono, in riguardo alla natura delle loro cognizioni, ciò che noi chiamiamo uomini sodi; ciò che non si può dire di molti dei nostri giovani, che dopo aver avuto tutti i vantaggi di una.buona educazione, giunti all’età in cui dovrebbero esser uomini, non sanno nulla fare nè persè nè per gli altri ».

Ma comunque sia di ciò, gli è evidente come lo sviluppo della intelligenza, che è o dovrebbe essere lo scopo della educazione, a meno che esso induca od abiliti le masse a scuoprire cd a rimuovere la causa della inegualé distribuzione della ricchezza, non possa agire sulle mercedi se non coll’aumentare la efficacia del lavoro. Nè può aumentare la mercede dell’individuo, se non in quanto lo renda superiore agli altri. Quando erano pochi quelli che sapevano leggere e scrivere, lo scrivano era persona rispettala e ben pagata; oggi che il saper leggere e scrivere è diventato cosa quasi generale, non attribuisce quasi più vantaggio al-cuno. Nella Cina, il saper leggere c scrivere sembra sia cosa affatto generale c tuttavia le mercedivi sono minime. La diffusione dell’istruzione, senonin quanto renda gli uomini malcontenti di uno stato di cose, che condanna i produttori ad una vita di privazioni, mentre i non-produttori se la godono nel lusso, non può tendere ad elevare generalmente le mercedi o a migliorare in alcun modo la condizione delle classi inferiori — le « colonne di fango » della società, come ebbe a chiamarle un senatore del Sud, che debbono poggiare sul suolo, a qualunque altezza si spinga la costruzione. Nessun aumento della potenza effettiva del lavoro può far aumentare, in generale, le mercedi, finché la rendita durerà ad assorbire tutto il guadagno. Nè è questa soltanto una deduzione da principii, bensì un fatto provato dall’esperienza. I progressi della scienza e delle invenzioni sono andati continuamente aumentando la potenza effettiva del lavoro, senza far aumentare le mercedi. In Inghilterra vi ha un milione di poveri. Negli Stati Uniti i ricoveri di mendicità aumentano e le mercedi diminuiscono.

Vero è che di regola una attività ed abilità maggiori, una maggior prudenza ed una intelligenza più elevala, si trovano associate ad una condizione materiale delle classi lavoratrici migliore; ma che questo sia un effetto, non una causa, la relazione dei fatti lo prova. Dappertutto dove la condizione materiale delle classi lavoratrici fu migliorata, a questo miglioramento tenne dietro il miglioramento delle loro qualità personali e dappertutto dove fu peggiorata, a questo peggioramento tenne dietro uno scadimento delle qualità personali; ma in nessun luogo si può provare che il miglioramento della condizione materiale sia stato il risultato di una maggior attività, abilità, prudenza, istruzione della classe condannata a lottare per guadagnare tanto di che vivere, sebbene queste qualità, una volta acquistate (o piuttosto ciò che le accompagna, la elevazione del « tenor di vita » medio) offrano una forte e, in molti casi, sufficiente resistenza all'abbassamento della condizione materiale.

Il fatto si è che le qualità, che elevano l’uomo al disopra del bruto, sono sovrapposte a quelle, che esso col bruto divide; e non è se non quando l’uomo è sollevato dai bisogni della sua vita animale che la sua natura intellettuale e morale può svilupparsi. Costringete un uomo a logorarsi per non riuscire che a soddisfare le necessità della vita animale, e perderà qualsiasi stimolo all’attività, da cui l'abilità deriva, e non farà che ciò che è costretto a fare. Rendete la sua condizione tale da non poter essere peggiore, tale che esso abbia poca o nessuna speranza, per quanto si adopri, di migliorafla, ed esso cesserà di spingere il suo pensiero oltre all’oggi. Toglietegli ogni agio — e voi non potrete, neppure col far percorrere al ragazzo le pubbliche scuole e col fornire all’uomo un giornale, renderlo intelligente.

Vero è che il miglioramento della condizione materiale di una popolazione o di una classe può non trjdursi immediatamente in un miglioramento intellettuale e morale. Le più alte mercedi possono dapprincipio andarsene nell’ozio e nella dissipazione. Ma alla fine esse determineranno un'attività, un’abilità, una intelligenza maggiori, un maggior spirito di economia. Il confronto fra paesi diversi, fra classi diverse di uno stesso paese, fra periodi diversi della vita di uno stesso popolo, fra le diverse condizioni creale in uno stesso popolo dalla emigrazione, mostrano come risultalo invariabile che le qualità personali di cui abbiamo parlalo appaiono quando le condizioni materiali diventano migliori c scompaiono quande queste diventano peggiori. La Povertà è la « Pa lude della disperazione », che Bunvan vide in sogno e in cui si può durare a gettar libri e libri senza venirne a capo di prosciugarla. Perchè un popolo sia industrioso, abile, prudente e intelligente, bisogna che esso sia sollevato dal bisogno. Se volete che lo schiavo mostri le virtù dell’uomo libero, cominciate coll’emanciparlo.

III. — La t coalizione » dei lavoratori.

Gli è evidente, secondo le leggi della distribuzione, quali le abbiamo esposte, che la « coalizione » dei lavoratori può elevare le mercedi e ciò non a spese degli altri lavoratori, come talvolta si dice, e neppure a spese del capitale, come generalmente si crede, ma, in definitiva, a spese della rendila. Che nessun generale aumento delle mercedi possa ottenersi colla coalizione, che ogni aumento di certe mercedi per tal modo debba ridurre le altre mercedi o i profitti del capitale o quelle e questi insieme, sono idee ispirate dal concetto erroneo che le mercedi siano tratte dal capitale. La fallacia di queste idee è dimostrata non solo dalle leggi della distribuzione, quali furono da noi esposte, ma dalla esperienza dei falli, che finora si sono visti. L’aumento delle mercedi avvenuto in certi rami di lavoro in seguito alla coalizione dei lavoratori e di cui si hanno molti esempi, non ha in nessun luogo avuto per effetto di far ribassare le mercedi negli altri rami o di ridurre la misura dei profitti. A parte la influenza, che può esercitare sul suo capitale fisso o sui suoi impegni correnti, una diminuzione delle mercedi non può pel padrone voler dire che un guadagno, ed un aumento delle mercedi non può voler dire per lui che una perdita, in quanto quella gli dà un vantaggio, questo uno svantaggio di fronte agli altri padroni. Il padrone, che primo riesce a ridurre le mercedi dei suoi operai o che primo è costretto ad aumentarle, viene a trovarsi in una condizione di vantaggio o, corrispondentemente, di svantaggio rispetto ai suoi competitori; vantaggio e svantaggio che cessano, come appena il movimento di ribasso o di aumento si sia esteso anche alle mercedi dei lavoratori da questi impiegati. Tuttavia, in quanto la variazione delle mercedi affetta tutti i suoi impegni o gli articoli in via di fabbricazione alterando il costo relativo della produzione, essa può importare pel padrone un guadagno o uria perdita reale, sebbene questo guadagno e questa perdita, come meramente relativi, scompaiano quando si considera la comunità nel suo insieme. E se il cambiamento nelle mercedi determini un cambiamento nella domanda relativa, potrà far aumentare o diminuire il profitto del capitale sotto forma di macchine, costruzioni, ecc. Ma in ciò un nuovo equilibrio non tarda a stabilirsi, in quanto, specie nei paesi progressivi, il capitale fisso è solo un po’ memo mobile del capitale circolante. Se il capitale sotto una certa forma è scarso, la tendenza dei capitali a prendere questa forma presto lo porterà alla quantità richiesta; se è esuberante, la cessazione dell’aumento non larda a ristabilire il livello.

Ma se una variazione nella misura delle mercedi d’una data occupazione può determinare una variazione nella relativa domanda di lavoro, essa non può determinare alcuna variazione nella domanda di lavoro totale. Suppongasi, ad esempio, che in un dato ramo di fabbricazione la coalizione dei lavoratori riesca in un paese a far aumentare le mercedi, e in un altro paese una coalizione dei padroni riesca a farle diminuire. Se la variazione sia abbastanza grande, la domanda o parte della domanda di quel tal prodotto nel paese, dove le mercedi sono aumentate, sarà coperta dalla importazione da quello, dove le mercedi sono diminuite. Ma, evidentemente, questa maggiore importazione di una particolar specie di prodotti determinerà necessariamente o una corrispondente diminuzione delle importazioni di altri prodotti, od un corrispondente aumento delle esportazioni. Imperocché, gli è solo col prodotto del suo lavoro e del suo capitale che un paese può domandare od ottenere in cambio il prodotto del lavoro e del capitale di un altro paese. L’idea che la diminuzione delle mercedi possa far aumentare od il loro aumento possa far diminuire il commercio d’un paese, è altrettanto infondata quanto l’idea che la prosperità di un paese possa essere aumentata da dazi d’importazione o diminuita dall’abolizione delle restrizioni della libertà di commercio. Se anche tutte le mercedi venissero in un paese a raddoppiarsi, questo paese continuerebbe ad esportare ed importare le stesse cose e nella stessa proporzione; imperocché, lo scambio è determinato non dal costo di produzione assoluto, bensì dal costo di produzione relativo. Ma se le mercedi raddoppiassero in certi rami di industria e non aumentassero egualmente in altri, una variazione avverrebbe nella proporzione delle diverse cose importate, non nel rapporto fra la somma totale delle esportazioni e la somma totale delle importazioni.

Sebbene la maggior parte delle obbiezioni fatte alle coalizioni dei lavoratori per la elevazione delle mercedi siano quindi infondale ; sebbene il buon successo di una unione dei lavoratori di un dato ramo d’industria non possa far diminuire le mercedi degli altri rami, o i profitti del capitale, o recar pregiudizio alla prosperità del paese, pure, tante sono le difficoltà, che una unione dei lavoratori incontra a riuscire efficace, che, mentre sono ad essa inerenti certi mali, il bene che essa può fare è ben poco.

Quella di elevare le mercedi in una o più occupazioni particolari — che è quanto finora poterono riuscir ad ottenere le coalizioni dei lavoratori—èeviden-lemente una intrapresa, le cui difficoltà diventano ogni giorno maggiori. Imperocché, più le mercedi di una determinata industria sono al disopra della misura normale in confronto di quelle delle altre industrie, e più forte è la tendenza a farle ribassare. Così, se una coalizione di tipografi sia con uno sciopero o con una minaccia di sciopero riesce ad elevare la mercede dei compositori del 10 °/0 al disopra deila sua misura normale in confronto delle mercedi delle altre occupazioni, la relativa domanda ed offerta del lavoro di composizione ne verrà ad essere immediatamente affetta. Da un iato si determinerà una tendenza a diminuire la domanda di compositori; dall’altra, l’alta misura della mercede tenderà a far aumentare il numero dei compositori ; e nessuna coalizione, per quanto potente, varrà ad impedire questo duplice movimento. Se l’aumento fosse del 20 •/., queste tendenze sarebbero più forti; se del 50 più forti ancora, c cosi via. Di guisa clic in fatto, pur in un paese come l’Inghilterra, dove le separazioni fra i diversi mestieri sono molto più nette c più diffìcili a superarsi che in un paese come gli Stali Uniti, ciò che le trades-unions, pur sostenendosi a vicenda, possono fare per elevare le mercedi, è relativamente poca cosa; e, ancora, questo poco è limitato alla loro sfera e non affetta gli strati inferiori dei lavoratori non organizzati, la cui condizione c pur quella, che più lin bisogno d’essere migliorata c il cui miglioramento, in definitiva, determina il miglioramento della condizione delle classi, clic loro stanno al disopra. Il solo modo, in cui le mercedi potrebbero, un po’ largamente e durevolmente, essere con questo metodo fatte aumentare, sarebbe quello di una organizzazione generale, simile a quella, cui intendeva l’« Internazionale », e che comprendesse tutte le speci dei lavoratori. Se non che, questa combinazione può essere senza altro messa in disparte, come quella che è praticamente impossibile, in quanto le difficoltà di organizzazione, già cosi grandi nei mestieri più alti e meglio pagati, diventano via via maggiori a misura che si discende la scala industriale.

Nè nella lotta di resistenza — il solo modo, in cui le unioni dei lavoratori, quando non vogliano piegarsi a lavorare a meno di una mercede, possono riuscire nel loro intento — vuoisi dimenticare quali sono veramente le parti, che si trovano qui di fronte. La lotta non è già fra capitale c lavoro, ma fra i lavoratori da una parte ed i proprietari della terra dall’altra. Se la lotta fosse fra il lavoro ed il capitale, sarebbe meno disuguale ; imperocché, la forza di resistenza del capitale non è che di poco maggiore di quella del lavoro. Quando il capitale non è usato nella produzione, non solo non frutta nulla, ma si consuma, in quanto sotto tutte le sue forme esso non può essere mantenuto che mediante una costante riproduzione. Ma la terra non muore di fame come i lavoratori, nè si consuma come il capitale; i suoi proprietari possono aspettare. Ciò può ben avere per essi un qualche inconveniente; ma ciò che per essi è inconveniente, pel capitale vuol dire distruzione, pel lavoro vuol dire la morte.

In certe parti dell’Inghilterra i lavoratori di campagna tentano oggi di unirsi per ottenere un aumento delle loro miserabili mercedi. Se fosse il capitale quello che prende la enorme differenza fra il prodotto reale del loro lavoro e la meschina porzione che loro ne è data, essi non avrebbero che a formare una seria coalizione per riuscire nel loro intento, in quanto gli affittavoli non possono andar avanti senza far lavorare, più di quanto i lavoratori possano andar avanti senza guadagnare una qualche mercede. Ma gli affittavoli non possono cedere molto senza una riduzione del fitto che devono pagare ; e così, gli è fra i proprietari e i lavoratori che la lotta deve impegnarsi. Supponiamo che la coalizione sia cosi estesa da comprendere tutti i lavoratori di campagna e tale da impedire che altri prendano il loro posto. I lavoratori rifiutano ili lavorare, a meno che si accordi loro un forte aumento di mercede; gli affittaioli non possono accordare tale aumento se non sia loro accordata una notevole riduzione di fitto, e non hanno altro modo per respingere le domande dei lavoratori che quello di fare come essi fanno, rifiutare cioè ili produrre. Se la coltura viene cosi ad arrestarsi, i proprietari non faranno che perdere la loro rendila, mcnlrc la loro terra si migliorerà rimanendo in riposo. Ma i lavoratori morranno di fame. E se anche lutti i lavoratori dell’ Inghilterra si unissero in una grande coalizione per ottenere un aumento generale delle mercedi, la lotta sarebbe la stessa c le condizioni sue identiche. Imperocché, le mercedi non possono essere aumentate se non col diminuire la rendita; in un arresto generale della produzione, i proprietari potrebbero vivere, mentre i lavoratori dovrebbero o morire o emigrare. I proprietari del suolo inglesi sono, in virtù della loro proprietà, i padroni dell'Inghilterra. Tanto vero è che « a chiunque, in qualsiasi tempo, appartenga la terra, a lui appartengono anche i suoi frulli ». 1 parasoli bianchi e gli elefanti superbi passarono colla concessione della terra inglese, e mai il popolo potrà riprendere il suo potere finché la concessione non sia revocata. E ciò che è vero dell'Inghilterra, è vero di tutti i paesi.

Si dirà che un tale arresto della produzione non potrà verificarsi mai. Ed è vero; ma è vero solo perchè mai si potrà venire a capo d’una cosi vasta coalizione del lavoro quale solo potrebbe determinarlo. Invece, la natura fissa e definita della terra permei te ai proprietari di coalizzarsi molto più facilmente e più efficacemente che noi possano sia i capitalisti, sia i lavoratori. Quanto facili e polenti siano le coalizioni di proprietari della terra, molli esempi storici lo mostrano. E la necessità assoluta dell'uso della terra, la certezza in tutti i paesi progressivi die essa deve andar continuamente aumentando di valore, producono fra i proprietari, senza necessità alcuna d’una lega formale, tutti gli effetti, che potrebbero produrre le coalizioni meglio organizzate fra i lavoratori c i capitalisti. Private l’operaio della opportunità di trovare impiego, ed esso sarà ben presto ansioso di trovar lavoro a qualsiasi condizione; ma quando il ffusso discendente della speculazione lascia valori fondiari nominali superiori al valore reale, chiunque abbia vissuto in paesi in via di sviluppo sa con qual tenacia i proprietari li mantengono.

Ed oltre a queste difficoltà pratiche nella esecuzione del piano di imporre colla resistenza un aumento delle mercedi, questo metodo ha inerenti certi mali, che i lavoratori non possono non vedere. Parlo senza prevenzioni, essendo ancora membro onorario di una associazione, che quando lavoravo alla mia professione ho sempre lealmente sostenuto. Ma, vedete: i mezzi, coi qual soltanto una trade-union può agire, sono necessariamente distruttivi; la sua organizzazione è necessariamente tirannica. Lo sciopero, che è il solo mezzo, con cui una trade-union può rafforzare le sue domande, è un certame distruttore, un certame simile assai a quello, cui, nei primi giorni di San Francisco, un originale detto il « Re da Denari » sfidò un tale, che lo aveva tacciato di grettezza, di andare cioè lutti e due sul molo, e di là, alternativamente, gettare nella baia pezzi da 20 dollari finché uno non si fosse dato per vinto. La lotta di resistenza, che uno sciopero imporla, è veramente quella, a cui fu spesso paragonata: una guerra e, come ogni guerra, diminuisce la ricchezza. E la sua organizzazione deve, come quella di una guerra, essere tirannica. E come l'uomo che voglia combattere per la libertà deve, quando entra nell’esercito, rinunziare alla sua libertà personale e diventare un semplice pezzo di una grande macchina, cosi dev’essere dei lavoratori, che organizzano uno sciopero.

Pertanto, queste coalizioni sono necessariamente distruttile di quelle cose stesse, clic i lavoratori cercalo di ottenere, la ricchezza e la libertà.

Gli antichi Indi avevano un modo di costringere a pagare un debito giusto, che sir Henry Maine raccosta a qualche cosa di simile, di cui trovò traccie nelle leggi dei Bretoni irlandesi; dicevasi « seder Harna », e consisteva nel sedersi che il creditore faceva alla porta del debitore e rimanersene là senza mangiare nò bere finché il debito non fosse pagato. Il metodo delle coalizioni dei lavoratori somiglia a questo. Nei loro scioperi, i lavoratori non fanno che « sedersi Harna»-, ma, a dilferenza degli ludi, non hanno la forza della superstizione che li sostenga.

IV. — La « cooperatone ».

È da qualche tempo diventato di moda il portar a cielo la cooperazione come il rimedio sovrano ai mali delle classi lavoratrici. Ma, disgraziatamente per la efficacia della cooperazione come rimedio ai mali sociali, questi, come vedemmo, non nascono punto da alcun conflitto fra il lavoro e il capitale; e se anche la cooperazione fosse universale, essa non potrebbe nè elevare le mercedi, nè alleviare la povertà. Ed è facile vederlo.

La cooperazione è di due specie: cooperazione pel consumo e cooperazione per la produzione. Or, la cooperazione per il consumo, e sia pur portata al suo più allo punto nella fuuzione sua di sopprimere gli intermediari, 11011 fa che ridurre il costo degli scambi. Essa non è altro che un modo di economizzare il lavoro c di eliminare i rischi ; e il suo effetto sulla distribuzione non può essere che quello stesso dei progressi e delle invenzioni, che hanno in così mirabile modo reso meno costosi e facilitati gli scambi, quello cioè di far aumentare la rendita. E la cooperazione per la produzione non è che il ritorno ad una forma di mercede, che si trova ancora nella pesca della balena; è la sostituzione di mercedi proporzionali a mercedi fisse; sostituzione, di cui vi sono esempi accidentali in quasi tutte le occupazioni; —oppure, se la direzione ne sia lasciata ai lavoratori ed il capitalista non l'uccia che prender la sua parte del prodotto netto, non è altro che il sistema, così largamente prevalso in Europa dopo l'Impero romano, della colonia parziaria. Tutto ciò che si fa valere in favore della cooperazione per la produzione, si è che essa reude il lavoratore più attivo e più industrioso; in altri termini, che essa rende maggiore la efficacia del lavoro. Pertanto, essa viene ad agire netta direzione stessa iu cui agiscono la macchina u vapore, la mietitrice, ecc., insomma, tutte le cose, onde si compone il progresso materiale ; e non può che produrre lo stesso risultalo, l’aumento cioè della rendila.

Tutta quella grande importanza, che nella letteratura economica e semieconomica si dà alla cooperazione, come mezzo per aumentare le mercedi c diminuire la povertà, mostra iu modo chiaro quanta sia la ignoranza dei primi principii economici in coloro, che si fanno a trattare problemi sociali. Che la coopcrazione nnu possa avere quella tendenza generale, è di tutta evidenza.

Lasciamo andare tutte le difficoltà, che la cooperazione, sia di consumo sia «li produzione, incontra nelle condizioni presenti, e supponiamola giunta a tal grado di sviluppo da aver preso il posto dei metodi odierni; supponiamo che le cooperative di consumo mettano in rapporto produttore e consumatore col minimo di spesa, e che laboratori^ fabbriche, fattorie e miniere cooperative abbiano soppresso i padroni capitalisti, che pagano mercedi fisse, e grandemente aumentala la efficacia del lavoro; —e con ciò? Tutto si ridurràa questo che sarà possibile produrre la stessa somma di ricchezza con una minor somma di lavoro e che quindi i proprietari della terra, fonte di ogni ricchezza, potranno pretendere una somma di ricchezza maggiore per l’uso della loro terra. E non è soltanto teoria, questa ; è verità provata dalla esperienza e dai fatti. I progressi nelle arti della produzione e nelle macchine hanno lo stesso risultato, a cui intende la cooperazione: ridurre il costo dell’adduzione dei prodotti al consumatore ed aumentare la efficacia del lavoro; — ed è sotto questi due riguardi chei paesi vecchi hanno un vantaggio sui nuovi. Ma, come la esperienza mostra, i progressi nei melodi e nel meccanismo della produzione e degli scambi non tendono punto a migliorare la condizione delle classi inferiori e le mercedi sono più basse e la povertà più profonda dove gli scambi si fanno col minimo costo e la produzione ha il vantaggio di un meccanismo migliore. Il benefizio va tulio alla rendila.

Ma supponiamo l’associazione cooperativa fra produttori e proprietari della terra: non sarebbe altro che il pagamento della rendita in natura; quello stesso sistema, che viene applicato a molte terre nella California e negli Stati del Sud, dove il proprietario riceve una parte del raccolto. Tranne per ciò che riguarda il conteggio, questo sistema non differisce da quello di una rendita fissa in denaro, che prevale in Inghilterra. Chiamatelo cooperazione, se cosi vi piace; ma le condizioni della cooperazione saranno pur sempre determinate dalle leggi, che fissano la rendita; e dappertutto dove la terra è monopolizzata, l’aumento della potenza produttiva non farà che attribuire ai proprietari il potere di farsi dare una parte di prodotto maggiore.

Questo credere, che tanti fanno, che la cooperazione sia la soluzione della < questione operaia », deriva da ciò che là dovè la si è tentata, essa ha veramente in molli casi miglioralo sensibilmente la condizione di coloro, che vi erano direttamente interessati. Ma questo miglioramento è dovuto', appunto, all’essere questi casi isolati. Come la industriosità, la economia o l’abilità possono migliorare la condizione dei lavoratori, che possiedono queste qualità in grado superiore, ma cessano di aver questo effetto come appena il progresso in tali qualità sia diventato generale, similmente un vantaggio speciale nell’acquisto degli oggetti di consumo o una speciale efficacia data ad un parlicolar genere di lavoro possono assicurare vantaggi, che cesseranno come appena questi progressi siano diventati cosi generali da affettare tutti i rapporti della distribuzione. E la verità si è che, salvo per avventura nei rispetti dell’educazione, la cooperazione non produce un solo effetto generale che non possa produrre la concorrenza. Come i magazzini a buon mercato hanno sui prezzi un effetto simile a quello delle associazioni cooperative di consumo, cosi la concorrenza nella produzione conduce ad una organizzazione delle forze c ad una divisione dei processi simili a quelle, che produrrebbe In cooperazione nella produzione. Se l’aumento della potenza produttiva non fa aumentare la retribuzione del lavoro, ciò non è già dovuto alla concorrenza, bensì all’essere la concorrenza unilaterale. La terra, senza la quale non vi può essere produzione, è monopolizzata; e la concorrenza dei produttori pel suo uso fa discendere le mercedi al minimum e fa andare tutti i vantaggi dell’aumento della potenza produttiva ai proprietari sotto forma di aumento della rendita e dei valori fondiari. Distruggete questo monopolio, e la concorrenza non potrà più esistere se non per raggiungere lo scopo, a cui intende la cooperazione: dare a ciascuno ciò che legittimamente guadagna; distruggete questo monopolio, e l’industria diventerà la cooperazione di eguali.

V. — Direzione e intervento governativo.

I limiti, entro i quali desidero contenere questo libro, non mi consentono ili esaminare divisatamente tutti i metodi, che vengono proposti per alleviare ed estirpare la povertà con un regolamento governativo del lavoro e dell’accumu-lazione e che nelle loro forme estreme sono detti < socialistici ». Nè del resto è ciò necessario; chè gli stessi difetti sono comuni a tutti. E questi sono: la sostituzione della direzione governativa all’azione individuale e il voler ottenere colla restrizione ciò che meglio si può ottenere colla libertà. Quanto alle verità, che si contengono nelle idee socialistiche, avrò occasione di dirne qualche cosa più avanti; ma è evidente che tutto ciò, che sa di regolamento e di restrizione, è in sè un male, nè vi si deve ricorrere se un altro modo vi sia di raggiungere lo stesso scopo. Ad esempio, per prendere una delle più semplici e moderale fra le misure cui qui alludo, vedasi l’imposta progressiva sui redditi. L’intento, a cui questa imposta mira, quello cioè di ridurre e di impedire le immense concentrazioni di ricchezza, è buono; ma essa richiede un gran numero di impiegati investili di poteri inquisitoriali, implica tentativi di corruzione, di falsità e di altri modi di eludere la legge, che demoralizzano il paese, mettono un premio alla frode e una tassa sulla coscienziosità e finalmente, quanto più l’imposta raggiunge il suo scopo e tanto più paralizza negli individui l’incentivo ad accumulare ricchezza, incentivo, che è uno dei più forti moventi del progresso industriale. Se i piani complicati, nei quali tutto è regolato e ognuno ha il suo posto, venissero ad essere tradotti in atto, si avrebbe uno stato sociale simile a quello del Perù di una volta, o a quello che i Gesuiti sono riusciti, a loro eterno onore, a istituire e mantenere cosi a lungo nel Paraguay.

Non voglio già dire che un tale stato sociale non sarebbe migliore di quello, a cui sembra che tendiamo; imperocché, nell’antico Perù, sebbene la produzione si facesse in condizioni molto svantaggiose per la mancanza del ferro e di animali domestici, pure il bisogno non vi era conosciuto e gli uomini andavano al lavoro cantando. Ma non è punto necessario star a discutere questo. Un socialismo, che in qualche modo si accosti a questo stato sociale, è qualche cosa, che la società moderna non può con successo tentare. La sola forza, che si sia mostrala capace di arrivare a quella forma — una fede religiosa definita e robusta — manca o va ogni giorno più scomparendo. Siamo usciti dal socialismo della vita della tribù, nè vi potremmo ritornare se non per un regresso, che importerebbe l’anarchia e forse la barbarie; i nostri governi, come già si è visto, andrebbero, in tale tentativo, a rifascio. Invece di una distribuzione intelligente di doveri e di guadagni, avremmo la distribuzione romana del grano di Sicilia e il demagogo diventerebbe ben presto imperatore.

L'idea del socialismo è grande e nobile, ed anche è, ne sono convinto, realizzabile; ma un tale stalo sociale non si può architettare; bisogna che si evolva. La società è un organismo, non una macchina. Essa non può vivere che per la vita individuale delle sue parti. Ed è nel libero e naturale sviluppo di tutte lo parti che l'armonia del tutto sarà assicurata. Tutto ciò che è necessario per la rigenerazione sociale si contiene nella divisa di quei patrioti russi, che si chiamano talvolta nihilisti: < Terra e Libertà ».

VI. — Divisione più generale della terra.

11 sentimento che una connessione vi sia fra l’ordinamento della proprietà della terra e la miseria sociale, va diventando, nei paesi più progressivi, sempre più vivo; ma per ora questo sentimento si traduce specialmente in proposte, che mirano ad una più generale divisione della proprietà fondiaria : in Inghilterra, libero commercio della terra, diritto del tenitore c fittavolo (tenant right), divisione in parti eguali degli immobili fra i coeredi; negli Stati Uniti, limitazione della estensione delle proprietà individuali. Anche fu in Inghilterra proposta la compera da parte dello Stato delle grandi proprietà e negli Stali Uniti che si accordassero sussidii in denaro per facilitare lo stabilimento di colonie sulle terre pubbliche. Lasciamo per ora in disparte la prima di queste proposte; quanto alla seconda, essa, nella sua sostanza, cade nella categoria delle misure ora esaminate. Non occorrono ragionamenti per mostrare a quali abusi e a quale demoralizzazione condurrebbero le concessioni di denaro o del credito pubblico.

Come ciò che gli inglesi chiamano il t libero commercio della lerra » (free trade in land) — cioè, la rimozione dei diritti e delle restrizioni, che pesano sui trasferimenti della proprietà della terra — potrebbe facilitare la divisione delle terre agrarie, gli è ciò che non comprendo; sebbene in certa misura un tale effetto potrebbe avere per ciò che riguarda la proprietà urbana. La rimozione delle restrizioni della compra c vendita delle terre permetterebbe unicamente alla proprietà fondiaria di assumere più rapidamente la forma, verso cui tende. Or, che in Inghilterra la tendenza sia alla concentrazione delle terre, lo mostra il fatto clic, malgrado le difficoltà opposte dalle spese di trasferimento, la proprietà vi si va e vi si è andata sempre concentrando. E che questa sia una tendenza generale lo mostra il fatto che lo stesso processo di concentrazione si osserva negli Stati Uniti.

E ciò aflermo senza esitazione per gli Stati Uniti, sebbene si invochino talvolta le statistiche per dimostrare la tendenza contraria. Ma che in un paese come gli Stati Uniti la proprietà della lerra possa in fatto andarsi concentrando, in quella che le cifre del censimento mostrano piuttosto una diminuzione nella estensione media della proprietà, è cosa presto vista. A misura che la terra è messa a coltura e, col crescere della popolazione, passa dalle forme di coltura più basse alle forme più alte e più intensive, la estensione delle terre tende a diminuire. Una piccola terra di allevamento sarebbe una vasta tenuta; una piccola tenuta sarebbe un gran frutteto, un vigneto, un orto vasto; ed un pezzo di terra, che sarebbe piccolo anche per queste colture, sarebbe una grande proprietà in una città. Così, l’aumento della popolazione, che porta la terra ad una coltura sempre più intensiva, tende naturalmente a ridurre la estensione della proprietà con un. processo ben visibile nei paesi nuovi; ma con questo processo ben può andar di conserva una tendenza alla concentrazione della proprietà della terra; tendenza, che sebbene non rivelata dalle statistiche, le quali dànno la estensione inedia delle proprietà, non è meno chiara. Terre della superficie media di un acro in una città possono accusare una concentrazione della proprietà maggiore di quella che accusano, in una colonia nuova, terre della superfice media di 6iO acri. Dico questo per mostrare la erroneità delle deduzioni tratte da queste statistiche, di cui negli Stati Uniti spesso si fa sfoggio per sostenere che il monopolio della terra è un male che si guarirà da sé. E evidente, invece, che il numero dei proprietari, ragguagliato alla popolazione totale, va costantemente diminuendo.

E che negli Stati Uniti e nella Gran Bretagna una forte tendenza alla concentrazione delle terre coltive si affermi, lo si vede chiaramente. Come in Inghilterra e neU’Irluuda le piccole terre furono conglobate in grandi tenute, cosi nella nuova Inghilterra, secondo i Rapporti dell’Uflicio per la statistica del lavoro del Massachusetts, la estensione delle terre va aumentando. Questa tendenza è ancor più visibile negli Stati e nei Territorii nuovi. Ancora pochi anni fa una terra di 320 acri sarebbe stata, secondo il sistema di coltura praticato nel Nord dell’Unione, una grande tenuta, come probabilmente non se ne sarebbe potuto con vantaggio coltivare di maggiori. Ed ora vi sono in California tenute (non stabilimenti di allevamento) di 5, 10,20,40, 60 mila acri; la tenuta-modello di Dakota è anzi di ben 100 mila acri. E la ragione e ovvia: ò l’applicazione delle macchine all’agricoltura, la tendenza generale alla produzione su vasta scala. La stessa tendenza, che va sostituendo la fabbrica, col suo esercito di operai, ai tessitori individuali coi loro telai a mano, comincia a mostrarsi anche nel l’agricoltura.

Or, la esistenza di questa tendenza mostra due cose: in primo luogo, clic tutte le misure, che non fanno che render possibile o facilitare una maggior divisione della terra, saranno inefficaci; in secondo luogo, che tutte le misure, che vorranno imporre questa divisione, tenderanno ad arrestare la produzione. Se, a grandi corpi, la terra può essere coltivata con minor costo che non a piccole pezze, il restringere la proprietà a piccole superfici importerà una riduzione della produzione totale di ricchezza e, in quanto questo restringimento sia imposto e produca il suo effetto, tenderà a diminuire la produttività del lavoro e del capitale.

Epperò, ogni tentativo di giungere ad una più giusta divisione della terra on restrizioni di tale natura, rischia di essere seguilo da una diminuzione della

somma di ricchezza da dividersi e rende figura di quel certo modo tenuto dalla scimia, che, dividendo un formaggio fra i gatti, eguagliava le parli prendendo un boccone dalla parte più grossa.

Ma questa obbiezione, la cui forza è in ragione appunto della efficacia della misura proposta, non è la sola, che possa esser fatta ad ogni idea di restringere la proprietà della terra. Un’altra e ben più seria obbiezione si è che la restrizione non raggiungerebbe lo scopo, che solo è degno di essere proseguito, quello cioè di una giusta divisione de) prodotto. Essa non ridurrebbe la rendita e quindi non potrebbe-far aumentare le mercedi. Essa potrebbe render maggiore il numero degli appartenenti alle classi agiate, ma non migliorerebbe la condizione delle classi inferiori.

Se anche il cosidetto «diritto dell'affìttaiuolo dell’Ulster» (Ulster tenant right) fosse esteso a tutta la Gran Bretagna, tutto si ridurrebbe a tagliar fuori dalla proprietà del landlords una proprietà per l’affìttaiuolo (tenant). La condizione del lavoratore non sarebbe in nulla migliorata. Se si proibisse ai landlords di aumentare i fitti ai loro filtaiuoli e di espellerli dalla terra finché continuano a pagare il fitto, il corpo dei lavoratori non ci verrebbe a guadagnar nulla. La rendita economica continuerebbe ad aumentare ed a render via via minore la porzione di prodotto, che va al lavoro ed al capitale. La sola differenza sarebbe che tale aumento della rendita andrebbe a vantaggio degli affittaiuoli dei primi landlords o proprietari, i quali diventerebbero landlords alla loro volta.

Se con una limitazione della estensione di terra che uno può possedere, con un regolamento delle divisioni e delle successioni o con tasse, si riuscisse a far si che le poche migliaia di proprietari della Gran Bretagna venissero ad aumentare di 2-3 milioni di nuovi proprietari, sarebbero questi soltanto che ci verreb • beco a guadagnare; il resto della popolazione non ci guadagnerebbe un bel nulla e non verrebbe ad avere nei vantaggi della proprietà della terra maggior parte di prima. E se, ciò che è evidentemente impossibile, si facesse una eguale distribuzione della terra fra tutta la popolazione, dando a ciascuno la sua porzione di terra e le leggi opponessero una barriera alla tendenza alla concentrazione col proibire che nessuno potesse tenerne più della misura assegnata, che cosa avverrebbe dell’aumento della popolazione?

Che cosa possa ottenersi da una più grande divisione della terra, si può vedere in quei distretti della Francia e del Belgio, dove la piccola proprietà prevale. Che questa maggior divisione sia in complesso migliore e dia una più salda base allo Stato che non la divisione, che prevale in Inghilterra, non vi può esser dubbio. Ma che essa non faccia punto aumentare le mercedi e non migliori per nulla la condizione della classe, che non possiede altro che il proprio lavoro, è egualmente chiaro. I contadini francesi e belgi praticano una economia rigida, sconosciuta a tutti i popoli clre-parlano inglese. E se in quei due paesi non si vedono quei sintomi di povertà e di miseria, che si vedono dall’altra parte del Canale, ciò dev’esser attribuito non solo a questa maggior divisione della proprietà, ma anche ad un altro fatto, il quale spiega la persistenza di una maggior divisione della proprietà, al fatto cioè che il progresso materiale non fu in quei due paesi cosi rapido.

L’aumento della popolazione vi fu minore (anzi, questa è rimasta quasi stazionaria) nè vi furono cosi grandi i progressi dei metodi di produzione. Tuttavia, il signor di Laveleye — le cui preferenze sono pure tutte per la piccola proprietà e la cui testimonianza avrà quindi maggior peso di quella di osservatori inglesi, che potrebbero supporsi prevenuti in favore del sistema del loro paese — dice nei suoi studi sui Sistemi agrari del Belgio e dell’Olanda pubblicati dal Cobden-Club che la condizione del lavoratore è, sotto questo sistema di una maggior divisione della terra, ancor peggiore che in Inghilterra, mentre i fittaiuoli — imperocché il sistema degli affitti vi prevale, pur dove lo sminuzzamento della terra è maggiore — sono torturati nei fitti con una spietatezza sconosciuta in Inghilterra e perfino nell'Irlanda e che la loro emancipazione « non che averli elevati nella scala sociale, non è per essi che una fonte di mortificazioni e di umiliazioni, in quanto essi sono costretti a votare secondo gli ordini dei loro proprietari, invece di seguire le loro inclinazioni e le loro convinzioni >.

Ma mentre la suddivisione della terra nulla può fare per guarire i mali del monopolio della terra, mentre non può. nulla sulle mercedi e sul miglioramento della condizione delle classi inferiori, essa tende ad impedire l’adozione e perfino In proposizione di misure più efficaci e più radicali ed a rafforzare l’ingiusto sistema esistente coll’interessare alla sua conservazione un maggior numero di persone. Il signor di Laveleye, terminando lo studio ora citato, raccomanda la grande divisione delle terre come il mezzo più sicuro per garantire i grandi proprietari inglesi contro qualche cosa di più radicale. Sebbene nei distretti, dove la terra è così sminuzzata, la condizione del lavoratore sia, secondo egli dice, peggiore che nel resto dell’Europa e i fittaiuoli vi siano più oppressi dai loro proprietari che i fittaiuoli irlandesi, pure, dice il Laveleye, « sentimenti ostili all’ordine sociale non vi si manifestano »; e ciò per le ragioni seguenti:

« Il fittaiuolo, comechè oppresso dalla costante elevazione dei fìtti, vive fra i suoi eguali, contadini come lui, iquali hanno anch’essi fittaiuoli, concili usano, come il proprietario usa con essi. Suo padre, suo fratello, egli stesso forse, possiedono qualche rosa come un acro di terra, che affittano al più alto prezzo possibile. All’osteria, i contadini proprietari si vantano dell’alto fìtto, che tirano dalle loro terre, come potrebbero vantarsi di aver venduto bene i loro porci o le loro palale. Quindi, lo affiliare al più alto prezzo possibile viene a sembrar loro cosa tutt’affatto naturale; nè essi si sognano mai che possa essere un male che i proprietari della terra formino una classe e che la terra sia oggetto di proprietà. Nè il loro pensiero si arresta maggiormente sull’idea di una casta di proprietari dominante, di tiranni « sitibondi di sangue » che si ingrassano, senza nulla fare, coi sudori dei fittaiuoli impoveriti; imperocché, quelli che impongono i più esosi contratti non sono grandi proprietari, ma si turo eguali.

E così la distribuzione di un numero di piccole proprietà fra i contadini forma una specie di difesa e di salvaguardia pei grandi proprietari; e la piccola proprietà dei contadini può senza esagerazione dirsi il parafulmine, che storna dalla società pericoli, che altrimenti potrebbero condurre a catastrofi violenti.

« La concentrazione della terra in grandi possedimenti nelle mani di un ristretto numero di famiglie, è una speciedi provocazione ad una legislazione livellatrice. La posizione dell'Inghilterra, cosi invidiabile sotto molli rapporti, pare a me, da questo lato, piena di pericoli per l’avvenire ».

A me, invece, per la stessa ragione espressa dal signor di Laveleye, la posizione dell'Inghilterra sembra piena di speranze.

Rinunziamoa qualsiasi idea di sopprimere i mali creati dal monopolio della terra col restringere la proprietà di questa. Una eguale distribuzione della terra è impossibile ed ogni tentativo in questo senso non potrebbe che attenuare soltanto, non guarire i mali; ma, attenuandoli, ne ritarderebbe la guarigione. Nè rimedio alcuno può meritare di esser preso in considerazione, il quale non secondi l’indirizzo naturale del movimento sociale e, per cosi dire, non segua la corrente dei tempi. Che la concentrazione sia nell’ordine dello sviluppo, non vi può esser dubbio: — concentrazione della popolazione nellegrandi città, concentrazione dei mestieri in grandi fabbriche, concenlrazionedei trasporti per opera delie ferrovie e della navigazione a vapore, concentrazione delle operazioni agrarie in vaste colture. Perfino le più comuni occupazioni si vanno concentrando: i servitori di piazza, i facchini si uniscono in corporazioni. Tutto nei nostri tempi va verso la concentrazione: bisognerebbe sopprimere il vapore e l’elettricità, fare che essi più non siano a.l servizio dell’uomo.

CAPITOLO II.

IL V E It 0 RIMEDIO.

Noi abbiamo rintracciato la causa della ineguale distribuzione della ricchezza, che è la maledizione e la minaccia della civiltà moderna, nella istituzione della proprietà privata della terra. Noi abbiamo visto come, finché durerà questa istituzione, le masse non potranno durevolmente avvantaggiarsi di nessun aumento della potenza produttiva; come anzi ogni aumento di questa tenderà a sempre più deprimere la loro condizione. Tranne l’abolizione della proprietà privata della terra, noi abbiamo esaminato tulli i rimedi, sui quali si fa assegnamento e che vengono proposti per diminuire la povertà e per giungere ad una miglior distribuzione della ricchezza, e li abbiamo trovati o insufficienti o inattuabili.

Non vi ha che un mezzo per rimuovere un male: rimuoverne la causa. La povertà diventa sempre più profonda a misura che la ricchezza aumenta, le mercedi diminuiscono in quella che aumenta la potenza di produzione, perchè la terra, che è la fonte di ogni ricchezza e il campo di ogni lavoro, è monopolizzata. Per estirpare la povertà, per fare che le mercedi siano ciò che giustizia vuole che siano, cioè, tutto il guadagno del lavoratore, noi dobbiamo sostituire alla proprietà privala della terra, la proprietà comune. Nessun altro rimedio va alla radice del male; nessun altro lascia la minima speranza.

Questo è adunque il rimedio a quella ingiusta c disuguale distribuzione della ricchezza, clic apparisce nella civiltà moderna cd a tulli i mali clic ne derivano:

Bisogna che la terra diventi proprietà comune.

Noi siamo giunti a questa conclusione attraverso ad un esame, in cui ogni passo fu verificato e consolidalo. Nella catena dei nostri ragionamenti nessun anello manca, nessuno è debole. La deduzione e la induzione ci hanno condotti alla stessa verità: la ineguale proprietà della terra determina necessariamente la ineguale distribuzione della ricchezza. E siccome nella natura delle cose la ineguale proprietà della terra è inseparabile dal riconoscimento della proprietà individuale di essa, ne consegue necessariamente che il solo rimedio alia ingiusta distribuzione della ricchezza consiste nel rendere la terra proprietà comune.

Ma è questa una verità, che nello stato presente della società sarò per incontrare la più acre opposizione e dovrà conquistare il suo posto palmo a palmo. È dunque necessario rispondere alle obbiezioni di coloro, che sebbene costretti ad ammetterla, la dichiareranno inattuabile.

Per tal guisa i ragionamenti clic abbiamo esposto verranno ad esser messi ad una nuova e decisiva riprova. E a quel modo che noi farciamo la prova dell’addizione colla sottrazione e la prova della moltiplicazione colla divisione, cosi col provare la sufficienza del rimedio avremo provala la correttezza delle nostre conclusioni sulla causa del male.

Le leggi dell'universo sono armoniche. E se quello, a cui fummo condotti, è il rimedio vero, esso dovrà esser d’accordo colla giustizia e praticamente attuabile; esso dovrà accordarsi colle tendenze dello sviluppo sociale ed armonizzare con altre riforme.

Io mi propongo di provare tutto questo. Mi propongo di rispondere a tutte le obbiezioni pratiche, che possono essere falle edimostrarecomequesta misura non solo sia di facile applicazione, ma sia sufficiente rimedio a tutti i mali, che, a misura che il moderno progresso va innanzi, nascono dalla sempre maggior disuguaglianza nella distribuzione della ricchezza e come essa sostituirà la eguaglianza alla disuguaglianza, l’abbondanza al bisogno, la giustizia all’in-giustizia, la forza sociale alla sociale debolezza e come essa aprirà la via ad una civiltà più nobile c più grande.

Mi propongo cosi di mostrare che le leggi dell’universo non contrastano punto alle aspirazioni naturali del cuore umano; che il progresso della società, se esso deve continuare, può e deve tendere alla eguaglianza, non alla diseguaglianza e che le armonie economiche provano la verità intuita dall lmperalore stoico:

« Noi siamo fatti per la cooperatone, come i piedi, come le mani, come le palpebre, come le fila dei denti superiore ed inferiore ».

LIBRO VII.

GIUSTIZIA DEL RIMEDIO

La giustizia è an rapporto di concordanza, che esiste realmente fra dae cose. Questo rapporto è sempre lo stesso, qualunque sia l'essere che lo considera, sia esso Dio, o un angelo, o nn nomo.    Montesquieu.

CAPITOLO I.

INGIUSTIZIA DELLA PROPRIETÀ PRIVATA DELLA TERRA.

Quando si propone di abolire la proprietà privata della terra, la prima questione che si presenta è quella della giustizia. Il sentimento della giustizia, sebbene spesso scontorto nelle forme più strane dall’abitudine, dalla superstizione e dall’egoismo, è tuttavia fondamentale allo spirito dell’uomo; e ad ogni questione che agiti le umane passioni, si è sicuri di vedere il dissenso invelenirsi non sulla questione « è conveniente? », ma sulla questione « è giusto? ».

Questa tendenza delle discussioni popolari a prendere una forma etica ha la sua causa. Essa nasce da una legge dello spirito dell’uomo; essa ha radice nel riconoscimento vago ed istintivo di quella, che è per avventura la più profonda verità che noi possiamo afferrare. Ciò solo è conveniente, che è giusto; solo ciò che è giusto e durevole. Nell'angusta cerchia delle azioni individuali questa verità può essere spesso oscurata; ma nel vasto campo della vita nazionale essa si afferma dappertutto.

Io mi inchino a questo arbitrato ed accetto la prova. Se il nostro esame delle cause, che fanno delle basse mercedi e del pauperismo i concomitanti del progresso materiale, ci ha condotti ad una conclusione corretta, questa reggerà ad essere trasportala dal campo economico al campo etico, e sarà provato che fonte dei mali sociali è una ingiustizia. Se non vi reggerà, apparirà per ciò solo falsa ; se vi reggerà, sarà questa la prova decisiva della verità sua. Se la proprietà privata della terra è ingiusta, il mio rimedio sarà il buono.

Che cos’è che costituisce la vera base della proprietà? Che cos’èchedàad un uomo il diritto di dire di una cosa; « Questo è mio? ». D’onde viene il sentimento, che fa riconoscere il suo diritto esclusivo di fronte a tutti? Non è forse, originariamente, dal diritto, che l’uomo ha su se stesso, dal-diritto di usare delle sue facoltà e di godere i frutti del loro esercizio? Non è forse quel diritto individuale, che nasce dai falli naturali della organizzazione individuale ed è da questi attestato — il fatto che ogni paio di braccia obbedisce ad un cervello ed è collegato ad un ventricolo; il fatto che ogni uomo è un tutto definito, coerente, indipendente—ciò che solo giustifica la proprietà individuale? Come l’uomo appartiene a se stesso, cosi a lui appartiene il suo lavoro, messo sotto una forma concreta.

Gli è per questa ragione che la cosa, che un uomo produce, è sua ; egli è il padrone, di fronte a tutti, di servirsene o di dislrurla, di scambiarla, di darla ad altri. Niun altri può, a giusto titolo, reclamarla; e il suo diritto esclusivo a godersela non implica violazione alcuna di un diritto altrui. Cosi, ad ogni cosa prodotta dall’attività dell’uomo è inerente un chiaro e indiscutibile titolo di proprietà e di godimento esclusivo, che è perfettamente d’accordo colla giustizia, in quanto esso deriva dal produttore originario, che ne fu investito dalla legge naturale. La penna con cui scrivo è legittimamente mia; niun altri ha su di essa ragione alcuna, in quanto è in me il titolo del produttore che l’ha fatta. Essa è diventata mia, in quanto fu trasmessa a me dal negoziante; e al negoziante l’aveva trasmessa l’importatore; e l’importatore aveva ottenuto il diritto esclusivo di possederla dal fabbricante; e dal fabbricante erano, per gli stessi processi di acquisto, passati i diritti di quelli, che estrassero il metallo dal suolo e lo trasformarono in penna. Dunque, il mio diritto esclusivo alla proprietà della penna nasce dal diritto naturale dell’individuo a esercitare le proprie facoltà.

E non solo è questa la fonte prima, da cui tutte le idee di proprietà esclusiva derivano — come apparisce evidente dalla tendenza dello spirito a ritornarvi quando l’idea della proprietà esclusiva è messa in questione e dal modo, in cui si sviluppano le relazioni sociali — ma anche è necessariamente la fonte unica. Non vi può essere alla proprietà di una cosa titolo alcuno legittimo, il quale non derivi dal titolo del produttore e non poggi sul diritto naturale, che l’uomo ha su se stesso. Non vi può essere altro titolo legittimo, perchè: 1) non vi ha altro diritto naturale, da cui un altro titolo possa esser fatto derivare; 2) il riconoscimento di un altro titolo è inconciliabile con questo e lo distrugge.

1) Invero, qual altro diritto esiste, da cui possa derivarsi il diritto al possesso esclusivo di una cosa qualunque, tranne il diritto, che ha l’uomo su se stesso? Di qual altro potere è l’uomo rivestito da natura, tranne quello di esercitare le sue facoltà? E in qual altro modo può l’uomo agire sulle cose materiali o sugli altri uomini? Paralizzate i nervi motori, e il nostro uomo non avrà più influenza esterna che non ne abbia un pezzo di legno o una pietra. Da clic altro adunque può il diritto di possedere e di disporre delle cose esser fatto derivare? E se non viene dall’uomo stesso, da che altro può venire? La natura non riconosce all’uomo nessun diritto di possedere e di disporre che come risultato dell’esercizio dell’attività sua. In nessun altro modo possono i suoi tesori essere estratti, le sue potenze governate, le sue forze utilizzate e dirette. Essa non fa distinzione fra gli uomini, ma è per lutti assolutamente imparziale. Essa non conosce distinzione fra padrone e schiavo, fra re e suddito, fra santi e peccatori. Per essa tutti gli uomini sono eguali ed hanno eguali diritti. Essa non riconosce altre pretese che quelle del lavoro, e le riconosce senza occuparsi del pretendente. Se un pirata stende le sue vele, il vento le gonfierà come gonlicrebbc quelle della nave di un pacifico mercante o di un missionario; se un re c un miserabile sono gettati in mare, nè l’uno, nè l’altro non potranno tener la testa fuori dell’acqua che nuotando; gli uccelli non saranno più facilmente colpiti dal proprietario della terra, che dal bracconiere; il pesce non morderà meglio all’amo per ciò che questo gli sia gettato da un buon ragazzo che va alla scuola festiva o da un monello vagabondo; il grano viene solo secondo è preparato il terreno c gettala la semente; gli è solo all’appello del lavoro che il minerale esce dalla miniera ; il solerisplende e la pioggia cade egualmente sul giusto c sul malvagio. Le leggi della natura sono i decreti del Creatore. Non è scritto in esse il riconoscimento di nessun altro diritto, tranne quello del lavoro; ma in esse è scritto a grandi e chiare lettere il diritto eguale per tutti gli uomini a servirsi ed a godere della natpra, ad esercitare su di essa la propria attività, a ricevere da essa cd a possedere la ricompensa del proprio lavoro. Epperò, come la natura dà solo al lavoro, l’esercizio del lavoro nella produzione è il solo titolo al possesso esclusivo.

2) Questo titolo di proprietà, che nasce dal lavoro, esclude la possibilità di alcun altro titolo. Se un uomo ha un giusto titolo alla proprietà di qualunque cosa che sia il prodotto del suo lavoro, nessuno può avere un giusto titolo alla proprietà di una cosa che non sia il prodotto del suo lavoro, o il prodotto del lavoro di altri, che abbia trasmesso a lui il suo diritto. Se la produzione dà al produttore il diritto di possesso c di godimento esclusivo, non vi può essere possesso c godimento esclusivo legittimo di una cosa, che non sia il prodottto del lavoro e il riconoscimento della proprietà privata della terra è una ingiustizia. Imperocché, non si può godere del diritto al prodotto del lavoro senza il diritto di liberamente usare dei beni offerti dalla natura; ed ammettere il diritto di proprietà su questi beni, è negare il diritto di proprietà sul prodotto del lavoro. Quando non-produttori possono reclamare come rendita una parte della ricchezza creata dai produttori, il diritto dei produttori ai fruiti del loro lavoro viene ad essere, per quanto è della rendita, negato.

Di qui non si sfugge. Affermare che un uomo può legittimamente pretendere alla proprietà esclusiva del proprio lavoro incorporalo in cose materiali, è negare che alcuno possa legittimamente pretendere alla proprietà esclusiva della terra. Affermare la legittimità della proprietà della terra, è affermare una pretesa, che non ha giustificazione nella natura, come contraria ad un titolo fondato sulla organizzazione dell’uomo e sulle leggi dell’universo materiale.

Ciò, che specialmente impedisce la scomparizione della ingiustizia della proprietà privata della terra, è l’abitudine di comprendere tutte le cose, che sono falle oggetto di proprietà, in una sola categoria o, se una qualche distinzione si fa, di distinguere, secondo il modo poco filosofico dei legisti, fra la proprietà personale e la proprietà fondiaria, oppure fra le cose mobili e le cose immobili. La vera e naturale distinzione è fra le cose, che sono il prodotto del lavoro e le cose, che sono gratuitamente offerte dalla natura ; ossia, per adottare i termini della Economia politica, fra la ricchezza e la terra.

Queste due classi di cose sono fra loro grandemente diverse per essenza e per relazioni; e il comprenderle insieme sotto il nome di proprietà è un confondere tutte le idee, quando si viene a considerare la giustìzia o la ingiustizia, la legittimità o la illegittimità della proprietà.

Una casa e il suolo, su cui essa sorge, sono proprietà, in quanto sono oggetto di proprietà e sono Luna c l’altro posti dai legisti fra le proprietà fondiarie. Tuttavia, le due cose differiscono profondamente per natura e per relazioni. La casa è il prodotto del lavoro dcU’uomo ed appartiene alla classe di cose, che la Economia politica chiama « ricchezza », — il suolo è una parte della natura ed appartiene alla classe di cose, clic la Economia politica chiama « terra ».

Il carattere essenziale dell’una classe di cose si è che esse sono lavoro concretato, sono create dall’attività umana e il loro aumento o la loro diminuzione dipende dall’uomo; — il carattere essenziale dell’altra classe di cose si è che esse non sono concretazioni del lavoro ed esistono indipendentemente dall’attività umana e al difuori di qualsiasi azione dell’uomo; esse sono il campo, il mezzo,.in cui l’uomo si trova ; il serbatoio, da cui esso deve trarre tutto ciò, di cui abbisogna; la materia greggia, il complesso delle forze, sulla quale e colle quali soltanto il suo lavoro può agire.

Nel momento, in cui si fa questa distinzione, si vede come la sanzione, che la legge naturale dà alla prima di queste due speci di proprietà, sia negata all’altra; come la legittimità, insita nella proprietà individuale del prodotto del lavoro, implichi la illegittimità della proprietà individuale della terra; come mentre il riconoscimento dell’una pone tutti glì\pomini sopra un terreno di eguaglianza, assicurando a ciascuno il compenso dovuto al suo lavoro, il riconoscimento dell’altra sia la negazione della eguaglianza nei diritti degli uomini, permettendo a quelli che non lavorano di appropriarsi la ricompensa naturale di quelli che lavorano.

Epperò, checché si possa dire in favore dell’istituto della proprietà privata della terra, gli è evidente che difenderla dal punto di vista della giustizia non si può.

Il diritto eguale degli uomini all’uso della terra è altrettanto chiaro, quanto il loro diritto eguale a respirar l’aria; è un diritto proclamato dal fatto stesso della loro esistenza. Imperocché, noi non possiamo supporre che alcuni abbiano diritto di stare a questo mondo éd altri no.

Se noi siamo lutti quaggiù per un eguale permesso del Creatore, noi vi siamo tutti con egual titolo al godimento dei suoi beni, con eguale diritto all’uso di tutto ciò, che la natura offre con tanta imparzialità (I). È questo un diritto na

ti) Col dire che la proprietà privata della terra non può, in ultima analisi, essere giustificata se non dalla teoria che vi siano uomini, i quali abbiano maggior diritto di esistere degli altri, io non faccio che esprimere ciò, che i difensori del sistema esistente hanno essi stessi fatto sentire. Ciò che ha r.'so Malthus popolare nelle classi dirigenti, ciò che ha fatto che il suo libro illogico sia stato accolto come una rivelazione, che i sovrani gli abbiano mandato decorazioni e che il più sordido uomo dell'Inghilterra abbia proposto di fargli una pensione, fu il fornire che esso faceva una plausibile ragione per sostenere che vi sono uomini che hanno alla esistenza maggior diritto degli altri — presupposto necessario per la giustificazione della proprietà privata della terra e che Malthus esprime chiaramente quando dice che la tendenza della popolazione è di mettere continuamente al mondo esseri, che la natura rifiuta di turale c inalienabile; un diritto, cbe ogni uomo porla con sè nascendo e che, durante tutta la sua vita, non è limitalo che dall’eguale diritto degli altri. Nella natura nulla vi ha che somigli ad una assoluta investitura della terra. Non vi ha al mondo potere alcuno, che possa legittimamente fare la concessione della proprietà esclusiva della terra. Se anche tutti gli uomini cbe sono al mondo si unissero per rinunziare ai loro eguali diritti, non potrebbero rinunziare ai diritti di quelli, che verranno dopo di essi. Invero, che altro siamo noi, se non i possessori di un giorno? 0 forse fummo noi a fare la lerra, da pretendere di determinare i diritti di quelli, che dopo noi ne saranno alla lor volta i possessori? L’Onnipotente, che ha creato la lerra per l’uomo e l’uomo per la lerra, ha dato questa a tutte le generazioni dei figli degli uomini, con un decreto scritto nella costituzione dell’Universo, decreto, che nessuna umana azione può abrogare, nessuna prescrizione dislrurre. Siano pur quante si vogliano le pergamene, sia pur quanto si vuole diuturno il possesso, la giustizia naturale non può riconoscere a nessun uomo un diritto al possesso e al godimento della terra, che non sia egualmente il diritto di lutti i suoi simili. Per quanto i suoi titoli abbiano l'acquiescenza di generazioni e generazioni, pure alle proprietà del duca di Westminster il più povero fanciullo che nasce in questo momento a Londra ha lo stesso diritto del suo primogenito. E per quanto il popolosovrano degli Stati Uniti abbia riconosciuto le proprietà fondiarie degli Astor, pure il più povero bambino, che viene, gemendo, in questo momento al mondo nella più squallida stamberga, è in questo stesso momento investilo di un diritto eguale a quello dei milionari. Ed è derubalo, se questo diritto gli si niega (i).

E cosi, le nostre precedenti conclusioni, già per sè irresistibili, ricevono dalla prova finale e suprema la loro conferma. Trasportale dal campo economico nel campo etico, esse mostrano come sia una ingiustizia la fonte dei mali, che aumentano a misura che il progresso materiale va innanzi.

mantenere e che quindi « non hanno il menomo diritto ad nna parte qualunque del fondo esistente di cose necessarie alla vita »; esseri, cui la natura ingiunge, come a intrusi, di andarsene e che « non esita a costringere colla forza ad ubbidire ai suoi ordini », impiegando per ciò « la fame e le pesti, la gnerra e il delitto, la mortalità e l’abbandono degli infanti, la pi stitnzione e la sifilide ». E questa dottrina di Malthus è oggi l’altima difesa, a cni ricorrono coloro, che vogliono giustificare la proprietà privata della terra. E invero, logicamente, non la si può difendere in altro modo.

(1) Questo diritto naturale e inalienabile all'uso e al godimento egnale della terra è così evidente che fu riconosciuto dagli uomini sempre qnando la forza o l’abitudine non avevano obliterate le prime percezioni. Per non recare cbe un esempio: i coloni bianchi della Nuova Zelanda non riuscirono ad ottenere dai Maoris ciò che questi consideravano come una concessione completa della terra; e sebbene nna intiera tribù abbia consentito alla vendita, ad ogni fanciullo che veniva al mondo essi reclamavano una somma addizionale, dicendo che essi avevano disposto soltanto dei loro diritti e non potevano aver alienato i diritti di quelli, che non erano ancor nati. E il Governo dovette intervenire a regolar la cosa col comperare la terra per una annualità da darsi alia tribù e di cui ogni fanciullo cbe veniva al mondo acquistava una parte.

Le masse d’uomini, che in mezzo all’abbondanza soffrono la miseria; che, investite della libertà politica, son condannate a mercedi da schiavica cui le invenzioni, che economizzano la fatica, non apportano sollievo alcuno e sembrano piuttosto spogliarle di un privilegio, sentono istintivamente che « vi è qualche cosa che non va ». E hanno ragione.

I mali sociali, che dappertutto opprimono gli uomini, in quella che la civiltà progredisce, escono tulli da una grande ingiustizia primitiva: l’appropriazione, come proprietà esclusiva di pochi, della terra, sulla quale e della quale lutti de.-vono vivere. Da questa ingiustizia fondamentale rampollano tutte le ingiustizie, che pervertono e mettono in pericolo lo sviluppo moderno, che condannano il produttore della ricchezza alla povertà e cullano dolcemente nel lusso il non produttore, che fanno sorgere le caserme di affitto accanto ai palazzi, la casa di prostituzione accanto alla chiesa e ci costringono a costrurrc prigioni a misura che apriamo scuole.

Nulla vi ha di strano e di inesplicabile nei fenomeni, che turbano oggi il mondo. Non è perchè il progresso materiale non sia per se stesso un bene; non perchè la natura abbia chiamato all'esistenza esseri, che poi non possa mantenere; non perchè il Creatore abbia messo nelle leggi naturali una macchia d’ingiustizia, contro cui Io spirito umano si rivolta — non è per ciò che il progresso materiale dà frutti cosi amari. Se in mezzo alla nostra civiltà progredita vi son uomini che languono e muoiono di fame, ciò non è dovuto all’avarizia della natura, ma alla ingiustizia dell’uomo. Il vizio c la miseria, la povertà ed il pauperismo, non sono i risultati legittimi dell’aumento della popolazione e dello sviluppo industriale; essi non seguono l’aumento della popolazione e lo sviluppo industriale se non perchè la terra è considerata come proprietà privata; essi sono il risultato diretto e necessario della violazione della legge suprema di giustizia, che si contiene nel dare a pochi il possesso esclusivo di ciò, che la natura offre a tutti.

II riconoscimenlo della proprietà individuale della terra è la negazione dei diritti naturali degli altri individui; è una ingiustizia, che deve tradursi in una ingiusta distribuzione della ricchezza. Imperocché, siccome il lavoro non può produrre senza far uso della terra, la negazione del diritto eguale in tutti all’uso di questa è necessariamente la negazione del diritto del lavoro al proprio prodotto. Se un uomo può essere il padrone della terra, su cui gli altri debbono lavorare, ei potrà appropriarsi il prodotto del loro lavoro, come prezzo del permesso che loro ha dato di lavorare. La legge fondamentale della natura, che il godimento della terra da parte dell’uomo debba essere la conseguenza del suo lavoro, è per tal modo violata. L’uno riceve senza produrre, l’altro produce senza ricevere; — l’uno si arricchisce ingiustamente, l’altro è spogliato. A questa ingiustizia fondamentale noi abbiamo attribuito la disuguale distribuzione della ricchezza, che separa la società moderna in due classi, quella degli opulenti e quella dei miserabili. È l’aumento continuo della rendita — il prezzo, che il lavoro deve pagare per poter servirsi della terra — ciò che spoglia i molti della ricchezza, che essi giustamente guadagnano, per accumularla nelle mani dei pochi, che nulla hanno fatto per guadagnarla.

Perchè quelli che soffrono di questa ingiustizia esiterebbero un solo istante a farla scomparire? E chi sono dunque i proprietari della terra, perchè essi abbiano a poter mietere dove non hanno seminato ?

Consideriamo un istante tutta l’assurdità dei titoli, in forza dei quali noi permettiamo che il diritto al possesso esclusivo della terra ed all’assoluto ■'ominio su di essa di fronte a lutti sia trasmesso con tutta serietà da John Doe a Richard Roe. In California, i nostri titoli alla proprietà della terra risalgono a) governo supremo del Messico, che li ebhe dal re di Spagna, il quale, alla sua volta, li ehbe dal Papa, quando questi, con un tratto di penna, divise fra Spagnuoli e Portoghesi terre, che erano ancora a scuoprirsi; ossia, se cosi meglio vi piace, questi titoli poggiano sulla conquista. Negli Stati dell’Est i titoli risalgono ai trattali cogli Indiani e a concessioni di re inglesi; nella Luigiana risalgono al governo di Francia; nella Florida al governo di Spagna; mentre in Inghilterra risalgono alla conquista normanna. Dappertutto essi derivano non da un diritto che obbliga, ma da una violenza che costringe. E quando un titolo poggia sulla forza, nulla vi ha a dire se la forza lo annulla. Sempre quando al popolo, avendo il potere, piaccia annullare questi titoli, nulla vi può essere da opporre in nome della giustizia. Vi furono uomini, che ebbero il potere di togliere o di dare il possesso esclusivo di porzioni della superficie della terra; ma quando c dove ve ne fu mai un solo che ne abbia avuto il diritto f

Il diritto al possesso esclusivo di qualsiasi cosa prodotta dal lavoro è chiaro. Quale si sia il numero di mani, per le q ~'i quella cosa è passala, al principio della serie vi fu un uomo, cl ..Joia ottenuta o prodotta coi suoi sforzi, aveva su di essa un diritto evidente ad esclusione di tutti gli altri; diritto, che giustamente potè trapassare di persona in persona per vendila o donazione. Ma al principio di qual serie di trasmissioni e di concessioni può trovarsi o supporsi un diritto simile su una parte qualunque dell’universo materiale? Pei miglioramenti un titolo siffatto ben può mostrarsi; ma è un titolo solo pei miglioramenti, non per la terra. Se dissodo una foresta, o prosciugo una palude o colmo una bassura, tutto ciò che posso giustamente reclamare si è il valore crealo da questi lavori. Ma essi non mi dànno diritto alcuno alla terra in sè, nè alcuna altra ragione se non alla mia porzione, eguale a quella di tutti gli altri membri della comunità, del valore che vi è aggiunto dallo sviluppo della comunità stessa.

Ma si dirà; vi sono miglioramenti, che col tempo diventano indistinguibili dalla terra. E sta bene; ma allora il titolo al miglioramento si risolverà nel titolo alla terra, il diritto individuale si perderà nel diritto comune. È il principale che trae a sè l’accessorio, non questo quello. La natura non procede dall’uomo, bensì l’uomo dalla natura; ed è nel seno della natura che l’uomo e tutte le sue opere debbono ritornare.

Si dirà ancora: poiché ogni uomo ha diritto all’uso ed al godimento della natura, colui, che usa della terra, deve poter servirsene in modo esclusivo per poter raccogliere lutto il beneficio del suo lavoro. Ma non è punlo difficile determinare dove finisce il diritto individuale e comincia il diritto sociale. Una misura esatta e delicata si ha nel valore; e con esso non è difficile, quale si sia l’aumento della densità della popolazione, determinare ed assicurare in modo esatto i diritti di ciascuno e gli uguali diritti di tutti. Il valore della terra è, come vedemmo, il prezzo del monopolio. Non è la sua produttività assoluta, bensi la sua produttività relativa quella, che determina il valore della terra. Quali si sieno le qualità sue intrinseche, una terra, che non sia punto migliore di un’altra, di cui si possa aver l’uso, non può avere alcun valore. E il valore della terra dà sempre la misura della differenza fra essa e la migliore delle terre, di cui si può aver l’uso. Epperò, il valore della terra esprime sotto una forma esatta e tangibile il diritto della comunità su una terra tenuta da un individuo; e la rendita esprime la somma esalta, che l’individuo dovrebbe pagare alla comunità per soddisfare i diritti eguali di tutti gli altri membri di essa. Se quindi noi concederemo alla priorità di possesso l’uso pacifico della terra, confiscando la rendita a profitto della comunità, noi verremo a conciliate la fissità del possesso, necessaria pei miglioramenti, col riconoscimento pieno e completo dell’eguale diritto di tutti all’uso della terra.

Quanto al far derivare un diritto individuale esclusivo e pieno all’uso della terra dalla priorità di occupazione, gli è questa, se possibile, la più assurda base, su cui uno possa collocarsi per difendere la proprietà della terra. La priorità di occupazione dare un titolo esclusivo e perpetuo alla superficie di un globo, su cui, nell’ordine della natura, generazioni innumere si succedono! Oche gli uomini dell’ultima generazione avevano forse maggior diritto all’uso di questo globo che noi della generazione attuale ? 0 lo ebbero quelli di cento, di mille anni fa ? 0 lo ebbero i costruttori dei mounds, gli abitanti delle caverne, i contemporanei del mastodonte o del cavallo a unghia trifessa, o quelle più remote generazioni, che in tempi avvolti dalla notte e che arriviamo appena a rappresentarci solo come epoche geologiche, si succedettero su questa terra, che noi occupiamo ora persi breve giorno?

0 che il primo arrivato ad un banchetto avrà diritto di capovolgere le sedie e di pretendere che nessuno degli altri invitali tocchi alla mensa apprestata, se prima non sia venuto a patti con lui? E chi primo presenta un biglietto alla porta di un teatro ed entra, acquisterà per questa sua priorità ii diritto di chiuder le porle e di avere la rappresentazione per sè solo? e il viaggiatore che primo sale in vagone avrà diritto di occupare coi suoi bagagli tutti i posti e di costringere quelli che salgono dopo di lui a starsene in piedi ?

E i casi sono perfettamente analoghi. Noi arriviamo e partiamo; convitati ad un banchetto sempre pronto; spettatori e allori in un teatro, dove è posto per quanti arrivano; viaggiatori da una stazione ad un’altra sopra una sfera, che ruota nello spazio — i qostri diritti di presa di possesso non possono essere esclusivi, bensi debbono dappertutto essere limitati dagli eguali diritti degli altri. Come il viaggiatore può nella vettura occupare, lui ed i suoi bagagli, quanti posti vuole, finché altri viaggiatori non salgano, cosi un colono può prendere ed usare quanta terra gli piace, finché questa non diventa necessaria ad altri — fatto che si rivela quando la terra acquista valore. — Allora, il suo diritto viene ad essere falcidiato dagli eguali diritti degli altri. Se cosi non fosse, un uomo potrebbe, iu virtù della priorità di appropriazione, acquistare e trasmettere a chi meglio gli piacesse il diritto esclusivo non solo a 160, o a 640 acri, ma ad una città intiera, ad uno Stato, ad un continente.

E a questo palese assurdo conduce, quando lo si spinga al suo estremo, il riconoscimento del diritto individuale alla proprietà della terra —che, cioè, se un uomo potesse concentrare in sè i diritti individuali alla terra di un paese, ei potrebbe espellerne tutti gli altri abitanti; e se potesse concentrare in sè i diritti individuali su tutta la superficie della terra, ei solo, di tutta la popolazione che formicola sulla faccia del globo, avrebbe diritto di vivere.

E ciò che avverrebbe in questa supposizione estrema, avviene, in minor scala, realmente. I grandi proprietari della Gran Bretagna, a cui concessioni di terra hanno dato ti parasoli bianchi e gli elefanti superbi », espulsero più volte da vasti distretti la popolazione nativa, i cui antenati vivevano sulla terra da tempo immemorabile, costringendola o ad emigrare, o ad ingrossare il numero dei poveri, o a morir di fame. E negli spazi incolti del nuovo Stato di California si possono vedere i camini anneriti di case, i cui coloni furono cacciati in forza di leggi, che ignorano il diritto naturale; e grandi distese di terre, che potrebbero esser popolose, sono deserte, perchè il riconoscimento della proprietà esclusiva ha messo nelle mani di un uomo il potere di impedire ai suoi simili di farne uso. Quel pugno di proprietari — relativamente alla popolazione totale — che detengono la superficie delle Isole britanniche, non farebbero se non ciò che la legge inglese dà loro pieno diritto di fare, e che molti di essi già hanno fatto su più piccola scala, se un bel giorno espellessero i milioni di inglesi dalle loro isole native. E questa espulsione, per cui poche centinaia di migliaia di individui ne caccierebbero trenta milioni via dal loro paese nativo, farebbe più colpo, ma non per ciò sarebbe più contraria al diritto naturale, che non sia lo spettacolo che oggi vediamo della gran massa del popolo inglese costretta a pagar somme enormi ad un piccol numero di individui, per avere il privilegio di poter vivere sulla terra, che essa con tanta tenerezza dice sua e di poterne far uso; quella terra, che le è resa cara da tante tenere e gloriose memorie, e per cui, al bisogno, essa ha dovere di versare il sangue e di dare la vita.

Non parlo che delle Isole britanniche, perchè la proprietà fondiaria essendovi più concentrata, esse offrono un esempio più saliente di ciò, che la proprietà privata della terra necessariamente imporla. «A chiunque, in qualunque tempo, appartenga la terra, a lui appartengono i frutti » — e questa verità diventa sempre più evidente a misura che più densa diventa la popolazione e che le invenzioni e i progressi yanno rendendo maggiore la potenza produttiva; ma è una verità dappertutto, tanto nei nostri nuovi Stali, quanto nelle Isole britanniche o sulle sponde dell’Indo.

CAPITOLO II.

l’asservimento dei lavoratori,

RISULTATO ULTIMO DELLA PROPRIETÀ DELLA TERRA.

Se la schiavitù personale è ingiusta, anche la proprietà privata della terra lo è.

Imperocché, quali si sieno le circostanze, la proprietà della terra attribuirò sempre la proprietà degli uomini ad un grado misurato dalla necessità (reale od artificiale) di far uso della terra. E questa proposizione non è che una enunciazione in forma diversa della legge della rendita.

E quando questa necessità è assoluta, quando l’alternativa è: o poter far uso della terra o morir di fame — allora la proprietà degli uomini, compresa nella proprietà della terra, diventa assoluta.

Siano cento uomini in un’isola, da cui non ci sia mezzo di uscire — o facciate l'uno di essi padrone assoluto degli altri novantanove, o lo facciate proprietario assoluto della terra dell'isola, ciò non farà per lui o per gli altri differenza alcuna.

Nell’un caso come nell’altro, un uomo solo sarà padrone degli altri novantanove; e il suo potere su di essi sarà di vita e di morte, in quanto col solo negar loro il permesso di vivere nell’isola, li costringerebbe a gettarsi in mare.

Su più vasta scala e attraverso più complesse relazioni, la stessa causa deve operare nello stesso modo e avere lo stesso risultato finale, l’asservimcnto dei lavoratori; il quale apparirà a misura che la pressione diventa più forte e li costringe a vivere sulle terre e delle terre trattale come proprietà esclusiva di altri. Prendete un paese, dove la terra sia divisa fra un certo numero di proprietari, invece di essere nelle mani di un solo, e dove, come nella produzione moderna, il capitalista sia distinto dal lavoratore, e le manifatture e il commercio, in tutti i loro molti rami, siano distinti dall’agricoltura. Sebbene meno diverse e meno evidenti, le relazioni fra i proprietari della terra e i lavoratori tenderanno, coll’aumento della popolazione e collo sviluppo delle arti della produzione, alla stessa padronanza assoluta da una parte ed alla stessa impotenza abbietta dall’altra, come nel caso dell’isola che abbiamo figurato. La rendita aumenterà, in quella che diminuiranno le mercedi. Del prodotto totale il proprietario della terra prenderà una porzione sempre più grande, il lavoratore una porzione sempre più piccola. A misura che l’applicazione a terre più a buon mercato diventerà difficile od impossibile, i lavoratori, quale si sia il prodotto del loro lavoro, saranno ridotti a ciò che è strettamente necessario per vivere; e la libera concorrenza fra di essi,doVe la terra è monopolizzala, li costringerà ad accettare una condizione, che, per quanto orpellata coi titoli e colle insegne della libertà, sarà virtualmente una condizione di schiavitù.

Nulla vi ha di strano nel fatto che, malgrado l'enorme aumento della potenza produttiva, di cui questo secolo fu testimonio e che ancora continua, le mercedi del lavoro negli strali dell’industria più bassi e più estesi tendano gene-ralmenle dappertutto a diventare mercedi da schiavi — vale a dire, ciò che è strettamente necessario per mantenere i lavoratori in grado di poter lavorare. Imperocché, la proprietà della terra, sulla quale e della quale un uomo deve vivere, è virtualmente il possesso ddl'uomo stesso; e col riconoscere il diritto di alcuni all’uso e al godimento esclusivo della terra, noi veniamo a condannare altri individui ad una schiavitù così effettiva c piena, come se li avessimo virtualmente resi cose mobili.

In una forma di società più semplice, dove la produzione consiste special-mente nell’applicazione diretta del lavoro alla terra, la schiavitù,che è il risultalo necessario dell’accordare che si faccia ad altri il dirittoesclusivoal la terra, della quale tutti debbono vivere, si manifesta nettamente sotto forma di Rotismo, di servaggio, di schiavitù.

La schiavitù personale trasse la sua origine dalla cattura dei prigionieri di guerra; e sebbene essa abbia, più o meno,esistito in tutte le parti del globo, la sua estensione non fu grande, e i suoi effetti furono poca cosa, in confronto delle forme di schiavitù, che ebbero per origine l’appropriazione della terra. Nessun popolo fu mai ridotto tutto alla condizione di schiavi, appartenenti, come cose mobili, a uomini della propria razza; nè popolo alcuno fu mai ridotto a questa forma di schiavitù dalla conquista. Il generale assoggettamento dei molti ai pochi, che noi troviamo dovunque la società ha raggiunto un certo sviluppo, è il risultato dell’appropriazione della terra come proprietà individuale. È la proprietà della terra quella clic dappertutto dà la proprietà degli uomini che vi vivono sopra. È una schiavitù di questo genere quella, che attestano le millenarie Piramidi e i monumenti giganteschi dell’Egitto, e della cui istituzione noi abbiamo forse una vaga tradizione nella storia biblica della carestia, durante la quale il re Faraone acquistò le terre del popolo. Fu ad una schiavitù di questo genere che, nel crepuscolo della storia, i conquistatori della Grecia ridussero gli abitanti primitivi di quella penisola, trasformandoli in Iloti, col far loro pagare una rendita per le loro terre. Fu la formazione dei latifondi, o grandi proprietà fondiarie, quella che trasformò la popolazione dell’Italia antica, da una razza di arditi agricoltori, le cui robuste virtù conquistarono il mondo, in una razza di schiavi striscianti; fu l’appropriazione della terra a proprietà assoluta dei loro capi, quella che trasformò a poco a poco i discendenti dei guerrieri Galli, Teutoni e Unni, liberi ed eguali, in coloni e in villani, i borghesi indipendenti dei villaggi slavi nei rozzi contadini della Russia, nei servi della Polonia; quella che generò la feudalità della Cina e del Giappone, non meno che quella dell’Europa, e che fece ilei capi della Polinesia i padroni assoluti del resto della popolazione. Come abbia potuto avvenire che i pastori e i guerrieri ariani, che pure, come mostra la filologia comparata, ebbero comune la culla colle razze indo-germaniche, e si stabilirono nelle vaste terre dell'India, siano diventali gli Indiani supplicanti e striscianti,il verso sanscrito già citato lo mostra. I « parasoli bianchi c gli elefanti superbi » del rajah indiano sono i fiori delle concessioni di terre. E se noi potessimo trovare le chiavi delle civiltà da tanto tempo sepolte sotto quelle gigantesche rovine del Yucatan e del Guatemala, che narrano ad un tempo l’orgoglio della classe diri-genie ed il lavoro non rimunerato, a cui erano condannale le masse, noi vi leggeremmo, secondo ogni probabilità, la storia della schiavitù imposta al popolo dall’appropriazione della terra come proprietà di pochi — altro esempio di quella verità universale che quelli che possiedono la terra sono i padroni degli uomini che vi vivono sopra.

La relazione necessaria fra il lavoro e la terra, il potere assoluto, che il possesso della terra dà sugli uomini, che non possono vivere se non facendone uso, spiegano ciò che altrimenti sarebbe inesplicabile — il sorgere e il durare che fanno istituzioni, costumi e idee così profondamente contrarie al sentimento naturale di libertà c di eguaglianza.

Una volta che la idea di proprietà individuale, che cosi giustamente e naturalmente è propria delle cose prodotte daH’uomo, viene estesa alla terra, tutto il resto non è più che affare di sviluppo. Il più forte e il più furbo acquistano facilmente una parte superiore in questa specie di proprietà, che si può avere semplicemente col prendersela; e col diventare i padroni della terra, necessariamente si diventa i padroni dei proprii simili. Il possesso della terra è la base dell'aristocrazia. Non fu la nobiltà che diede la terra, bensì la terra che diede la nobiltà. Tutti quegli immensi privilegi della nobiltà dell’Europa nel medioevo veniamo*dalla posizione sua come padrona della terra. Il semplice principio della proprietà del suolo produsse da una parte il signore, dall’altra il vassallo: quello avenle lutti i diritti, questo nessuno. Una volta riconosciuto e mantenuto il diritto del signore al possesso della terra, quelli, che su questa vivevano, non poterono continuare a vivervi se non alle condizioni, che al signore piaceva di imporre. I costumi e le abitudini dei tempi fecero che queste condizioni comprendessero servizi personali e servitù, non meno che rendite in natura e in denaro; ma la cosa essenziale,che costringeva ad accettare queste condizioni, era il possesso della terra. Questo potere esiste dovunque esiste la proprietà della terra, e può affermarsi dovunque la competizione per l’uso di questa è abbastanza grande da permettere al proprietario di imporre le sue condizioni. 11 landlord inglese d’oggi, per la legge che riconosce il suo diritto esclusivo alla terra, ha essenzialmente lo stesso potere che aveva il suo predecessore, il barone feudale. Ei può esigere la rendila in servizi personali o servitù; può costringere i suoi fittaiuoli a vestire in quel tal modo, a professare la tal religione, a mandare i loro ragazzi alla tal scuola, a sottoporre le loro questioni alla sua decisione, a curvarglisi davanti quando loro parla, a seguirlo colla livrea, a dargli l’onore delle loro donne — se essi preferiscano queste cose all’essere espulsi dalla sua terra. Ei può, insomma, imporre tutte le condizioni, alle quali un uomo dovrà piegarsi pur di poter vivere sulla sua terra; e la legge non può impedirglielo, a meno clic essa non temperi il suo diritto di proprietà, secondo le idee di coloro, che vorrebbero che questo prendesse la l'orma di un contratto libero o di un atto volontario. E i landlords inglesi esercitano quelli fra tali poteri clic, secondo i tempi, importano loro maggiormente. Così, essendosi liberati dall’obbligo di provvedere alla difesa del paese, essi non hanno più bisogno di pretendere dai loro tenants il servizio militare; e il possesso della ricchezza e del potere manifestandosi oggi altrimenti che coll’avere una quantità enorme di servi, essi non ci tengono più al servizio personale. Ma essi dispongono ordinariamente dei voti dei loro fìttaiuoli e comandano loro in molte piccole cose. Il « reverendissimo padre in Dio », il vescovo Lord Plunkett, espulse un certo numero dei suoi poveri fìttaiuoli irlandesi, perchè non volevano mandare i loro figli alle scuole protestanti festive; e delitti ben più neri si imputano a quel conte di Leitrim, che la Nemesi sopportò sì a lungo prima di mandargli la palla di un assassino; mentre per la ingordigia del denaro freddamente si abbatterono capanne su capanne, e famiglie su famiglie furono gettate in mezzo alla strada 11 principio, che queste cose permette, è quello stesso che in tempi più rudi e in uno stato sociale più semplice, riduceva in schiavitù le masse, e un cosi profondo abisso scavava fra il nobile e il contadino. Dove il contadino fu fatto servo, si fu semplicemente col proibirgli di abbandonare la terra, su cui era nato, producendo cosi artificialmente quello stato di cose, che noi abbiamo supposto esistere in quella tal’isola. Nei paesi poco popolati, per produrre la schiavitù assoluta, ciò è necessario ; ma nei paesi completamente occupati, la concorrenza può riuscire allo stesso. Fra la condizione del contadino inglese, costretto a pagare una rendita schiacciante, e quella del servo russo, il vantaggio era, in molte cose, pel servo. Il servo non moriva di fame.

Or, come parmi di avere abbastanza dimostrato, è la stessa causa, che in tutti i tempi ha degradato ed asservito le classi lavoratrici, quella che oggi agisce nel mondo incivilito. La libertà personale, cioè la libertà di muoversi, è concessa dappertutto; e di ineguaglianze legali e politiche nessun vestigio è più negli Stali Uniti e pochissimi ne esistono pur nei paesi inciviliti più arretrati. Ma la grande causa d’ineguaglianza rimane e si manifesta nell’ineguale distribuzione della ricchezza. L’essenza della schiavitù consiste nel tórre che essa fa al lavoratore quanto esso produce, tranne ciò che è strettamente necessario per mantenere una esistenza animale; ed è a questo minimo che, nelle condizioni attuali, tendono manifestamente le mercedi dei lavoratori liberi. Quale si sia l’aumento della potenza produttiva, la rendita tende costantemente ad assorbire il guadagno e più che il guadagno.

Cosi, in tutti i paesi inciviliti, la condizione delle masse è, o tende a diventare, sotto le parvenze della libertà, quella della schiavitù virtuale. Ed è probabile che questa forma di schiavitù sia di tutte la più crudele e spietata. Invero, il lavoratore è spogliato del prodotto del suo lavoro e costretto a logorarsi per guadagnar tanto di che vivere; ma quelli che gli fissano il lavoro, invece di esseri umani, assumono la forma di necessità imperiose. Quelli, a cui egli presta il suo lavoro, e da cui riceve la mercede, hanno spesso, alla loro volta, un padrone; il contatto fra i lavoratori e coloro, cui in definitiva va il prodotto del loro lavoro, è tolto; l’individuo sparisce. La responsabilità diretta del padrone per lo schiavo — responsabilità, che esercita un’azione mitigatricesulla grande maggioranza degli uomini — non sorge; non è un uomo quello che sembra imporre ad un altro un lavoro senza posa e mal retribuito; sono « le leggi ineluttabili dell’offerta e della domanda », delle quali nessuno è, in particolare, responsabile. Le massime di Catone il Censore — massime, che erano riguardate con orrore anche nei tempi di crudeltà e di schiavini universale — secondo cui, dopo aver spremuto dallo schiavo tutto il lavoro che poteva dare, non c’era più che da sbarazzarsene col farlo o lasciarlo morire, diventano la regola comune; e perfino quell’interesse egoistico, che spingeva il padrone a darsi pensiero della salute del suo schiavo, non c’è più. Il lavoro è diventato una merce e il lavoratore una macchina. Non vi sono più nè padroni, nè schiavi, non possessori, nè posseduti, ma solo compratori e venditori. Lo spirito del mercanteggiare ha preso il posto di ogni altro sentimento.

Quando i proprietari di schiavi del Sud consideravano la condizione del povero lavoratore libero dei paesi civili più progrediti, non fa meraviglia che essi si siano facilmente persuasi della divinità dell’istituzione della schiavitù. Che gli schiavi coltivatori del Sud fossero, come classe, meglio nutriti, meglio mantenuti e meglio vestiti; che avessero meno tribolazioni e maggior parie ai godimenti della vita che non i braccianti dell’Inghilterra, non vi può esser dubbio ; e pur visitando le città del Nord, i proprietari di schiavi potevano vedere e sentire cose, che sarebbero state impossibili in quella, che essi chiamavano la loro organizzazione del lavoro. Negli Stati del Sud, durante i giorni della schiavitù, il padrone, che si fosse avvisato di costringere i suoi negri a lavorare ed a vivere come in paesi di libertà sono costrette a lavorare e a vivere classi intiere di donne e di uomini bianchi liberi, sarebbe stato giudicato infame; e se a trattenerlo non avesse valso la pubblica opinione, avrebbe bastato l’interesse, che aveva a mantenere i suoi schiavi sani e vigorosi. Ma a Londra, a New-York, a Boston, fra gente che davano e darebbero ancora denaro e sangue per emancipare gli schiavi, dove nessuno può maltrattare una bestia in pubblico senza essere arrestato e punito, si possono vedere fanciulli seminudi ed afTamati errare per le vie anche nel cuore dell’inverno e, in squallide stamberghe e in umidi sotterranei, donne logorarsi la vita per una mercede, che non dà loro neppure di che nutrirsi e riscaldarsi. E sarà meraviglia che per gli schiavisti del Sud la domanda dell’abolizionc della schiavitù dovesse sembrare il grido dell’ipocrisia?

Ed ora che la schiavitù fu abolita, i piantatori del Sud trovano di non avere subito perdita alcuna. Il possesso della terra, su cui gli uomini liberi devono vivere, dà loro in fatto altrettanto potere sul lavoro quanto avevano prima, in quella che si trovano ad essere liberati da una responsabilità spesso costosa. I negri che non vogliono piegarsi alle loro condizioni, non hanno altra alternativa che quella di emigrare; cd un movimento in questo senso già comincia ad osservarsi. Ma a misura clic la popolazione aumenta e che la terra diventa cara, i piantatori prenderanno una quota del guadagno dei loro lavoratori maggiore di quella, che venivano ad aver prima sotto il sistema della schiavitù personale e i lavoratori una porzione minore; imperocché, sotto il sistema della schiavitù personale gli schiavi ricevevano almeno di che mantenersi in buona salute fisica, mentre in paesi come l’Inghilterra vi sono classi intiere di lavoratori, che non ricevono neppur tanto.

Le influenze che, dappertutto dove relazioni personali vi sono fra il padrone e lo schiavo, intervengono a moderare la schiavitù personale e ad impedire al padrone]<li esercitare sino al suo ultimo limite il suo potere sullo schiavo, anche si mostrarono nelle forme di servitù più rozze, che caratterizzano i periodi primitivi dello sviluppo dell’Europa. Ed aiutale dalla religione e forse, come nella servitù personale, dal beninteso, se anche pur sempre egoistico, interesse del padrone e penetrate nei costumi, queste influenze segnarono dappertutto un limite a quanto il possessore della terra poteva estorcere al servo e al contadino; di guisa che la competizione di uomini senza mezzi di sussistenza e lottanti gli uni contro gli altri per procurarseli, non fu in nessun luogo lasciata affermarsi in tutta la sua pienezza, nè spiegare tutta la sua azione attenualrice delle mercedi e degradante. Gli iloti della Grecia, i coloni dell'Italia, i servi della Russia e della Polonia, i contadini dell’Europa feudale, (lavano ai loro signori una porzione fissa sia del loro prodotto, sia del loro lavoro; e, in generale, al di fuori di questo, non erano oppressi. Ma le influenze, che intervennero cosi a moderare il potere di estorsione del signore e che ancora si fanno sentire nelle terre inglesi, dove il landlord e la sua famiglia si credono in dovere di mandar rimedi e delicatezze ai malati, di darsi pensiero del benessere dei loro contadini, come il piantatore usava darsi pensiero del benessere dei suoi negri, queste influenze si sono perdute nella forma più raffinala e meno evidente, che il servaggio assume nei, processi più complicati della moderna produzione, che cosi profondamente e per tanti anelli intermedi separano l’individuo che lavora da quello che di tal lavoro si appropria il prodotto e che rendono le relazioni fra i membri delle due classi non dirette, nè particolari, ma indirette e generali. Nella società moderna la competizione ha libero giuoco per costringere l’operaio a dare tutto quel più che può dare; e con qual terribile potenza essa agisca lo si può vedere nella condizione delle classi inferiori nei centri maggiori della ricchezza e dell’industria. E se questa condizione delle classi inferiori non è ancor più generale, lo si deve all’esservi finora stale in America grandi distese di terre fertili non ancora occupate, le quali aprirono uno sbocco al soverchio della popolazione non solo degli Stati Uniti, ma anche dell’Europa — in un paese, l’Irlanda, l’emigrazione essendo stata tale da effettivameute ridurre la popolazione deli’isolu. Ma questo canale di scaricamento non può durare per sempre. Esso è ormai già quasi chiuso, e a misura che si andrà sempre più restringendo, la lotta diventerà sempre più dura.

Non senza ragione la savia cornacchia del Ramayana, la cornacchia Rushanda, «che aveva vissuto in tutte le parti dell’universo e conosceva quanto era avvenuto dal principio dei tempi », diceva che quantunque il disprezzo dei beni di questo mondo sia necessario per la suprema felicità, la povertà è pur sempre la pena più viva che possa esser inflitta. La povertà, cui, a misura che la civiltà progredisce, sono condannate grandi masse d’individui, non è quello stato di libertà dalle distrazioni e dalle tentazioni, che i savi hanno cercato e i filosofi vantato: è una schiavitù, che degrada ed abbrutisce, che umilia la natura più elevata, distrugge i sentimenti più delicati e trae l’uomo, nelle sue sofferenze, ad agire, come non farebbero i bruti. Gli è in questa derelitta e disperata povertà, la quale distrugge tutte le qualità dell’uomo e della donna e perfino rapisce all’infanzia l’innocenza e la gioia, che le classi lavoratrici sono tratte da una forza, che agisce sopra di esse come qualche cosa di irresistibile e d’ineluttabile. L’industriale di Boston, cbe paga le ragazze cbe impiega a due cenis l’ora, potrà commiserarne la condizione; ma egli è, com’esse, sotto l’impero della legge di concorrenza, nè potrebbe pagarle di più senza compromettere i suoi affari; chè il commercio non si fa col sentimento. E cosi, attraverso tutti gli anelli intermedi, fino a quelli, che prendono i guadagni del lavoro sotto forma di rendila, senza nulla dare in ricambio, sono le leggi inesorabili della offerta e della domanda — forza, colla quale l’individuo non può prendersela nè lottare più cbe coi venti e colla marea — quelle cbe sembrano precipitare le classi inferiori nella schiavitù del bisogno.

Ma in realtà la causa, che ha prodotto e sempre dovrà produrre la schiavitù, è la monopolizzazione da parte di pochi di ciò, che la natura ha dato a tutti.

La nostra tanto vantata libertà implicherà sempre necessariamente la schiavitù, infino a che noi dureremo a riconoscere la proprietà privata della terra. Finché questa proprietà non sia abolita, le < Dichiarazioni d’indipendenza », gli « Atti di emancipazione » saranno vani. Finché un uomo potrà reclamare la proprietà esclusiva della terra, della quale altri uomini debbono vivere, la schiavitù continuerà ad esistere e, a misura cbe il progresso materiale va innanzi, diventerà sempre più larga e profonda.

E ciò —e nei Capitoli precedenti ne abbiamo seguilo il processo passo passo — è quanto avviene nel nostro mondo incivilito. La proprietà privata della terra è la macina inferiore ; il progresso materiale la macina superiore ; fra esse le classi lavoratrici sono, con sempre maggior forza, schiacciate.

CAPITOLO III.

DIRITTO DEI PROPRIETARI AD UN COMPENSO.

Il vero è — ed a questa verità non c’è via di scampo — cbe non vi ha e non vi può esser giusto titolo al possesso esclusivo del suolo; e la proprietà esclusiva della terra è una mera, un’audace, una enorme ingiustizia.

La maggioranza degli uomini nelle comunità incivilite non riconoscono questa verità unicamente perchè la maggioranza degli uomini non riflette. Per essi, tutto ciò che è, è giusto, finché la sua ingiustizia non sia stata ripetutamente segnalata; e, in generale, essi sono assai disposti a crocifiggere chi primo s’attenti di segnalarla.

Ma è impossibile studiare la Economia politica, pur come la s’insegna oggi, o pensare alla produzione ed alla distribuzione della ricchezza, senza vedere come la proprietà della terra differisca essenzialmente dalla proprietà delle cose prodotte dall’uomo e come essa non abbia base alcuna nella giustizia assoluta.

Gli è ciò che espressamente o tacitamente ammettono tutte le opere importanti di Economia politica, ma, in generale solo mediante ammissioni od om-missioni vaglie. In generale, si cerca di deviare l’attenzione da questa verità, come un professore di morale in un paese schiavista avrebbe cercalo di deviare l’attenzione dali’esaminarc troppo addentro i diritti naturali degli uomini; e la proprietà della terra è accettala senza commenti, come un fatto ; oppure si pone senz’altro che essa sia necessaria al conveniente uso della terra ed all’esistenza dello stato di civiltà.

L’esame, che abbiamo fatto, ha mostrato in modo conchiudente come la proprietà privata non possa essere giustificata dal punto di vista dell’utilità; come anzi essa sia la gran causa, a cui debbono essere attribuite la povertà, la miseria, la degradazione, il malessere sociale, la debolezza politica, che appaiono cosi minacciose in mezzo al progresso della civiltà. Epperò, la convenienza si unisce alla giustizia per domandarne l'abolizione.

Quando convenienza e giustizia si uniscono cosi per domandare l’abolizione di una istituzione, che non ha più larga base nè più solido fondamento di un semplice regolamento municipale, qual ragione vi può essere per esitare?

La considerazione, che sembra rendere esitanti pur quelli, che vedono chiaramente come la terra sia, di diritto, proprietà comune, si è che avendo permesso che la terra fosse tenuta come proprietà legittima, col ristabilire i diritti comuni si commetterebbe una ingiustizia verso coloro, che hanno comperato la terra con ciò, che incontestabilmente er.i loro legittima proprietà. E cosi si sostiene che, volendosi abolire la proprietà privala della terra, giustizia esige che un pieno compenso sia dato a quelli, che la possiedono oggi ; a quel modo che il Governo inglese, quando abolì la vendita e la compera dei gradi (commissions) militari, si senti obbligato a dare un compenso a quelli, che avevano gradi e che li avevano comperati nella credenza di poterli rivendere o come, quando lo stesso governo abolì la schiavitù nelle sue colonie delle Indie occidentali, pagò 100 milioni di dollari ai proprietari di schiavi.

Herbert Spencer stesso, dopo avere chiaramente dimostrato nella sua Statica sociale la invalidità di qualsiasi titolo, col quale si pretenda al possesso esclusivo della terra, sostiene questa idea (sebbene sembri a me infondata), dichiarando che quello di giustamente estimare e liquidare i diritti dei proprietari attuali, « che sia coi loro alti, sia con atti dei loro maggiori, hanno per le proprietà loro dato equivalenti in ricchezza onestamente guadagnata », sarà « uno dei più complicati problemi, che avrà a risolvere un giorno la società ».

Fu questa idea che suggerì la proposta, che trovò sostenitori*'in Inghilterra, che il Governo comperi al prezzo di mercato la proprietà individuale della terra del paese; e fu la stessa idea che condusse John Stuart Mill, sebbene ei vedesse chiaramente la ingiustizia essenziale della proprietà privata della terra, a sostenere non la ripresa totale di essa, ma l’appropriazione da parte dello Stato degli incrementi di vantaggio avvenire. Ilsuo piano era che si facesse una giusta ed anche larga estimazione del valore di mercato di tutte le terre del Regno e che i futuri aumenti di questo valore non dipendenti da miglioramenti fatti dal proprietario, fossero presi dallo Stato.

A non dir nulla delle difficoltà pratiche, che un tal piano presenta per la estensione che verrebbe a dare alle funzioni del Governo e per- la corruzione cui darebbe luogo, il suo difetto inerente ed essenziale sta nella impossibilità di colmare con un compromesso qualunque la differenza radicale clic è fra il giusto e l’ingiusto. Nella proporzione stessa, in cui si vuole aver riguardo agli interessi dei proprietari, non si avrà riguardo agli interessi e ai diritti generali ; e se i proprietari non hanno a perder nulla dei loro privilegi speciali, il popolo nel suo insieme non verrà a guadagnar nulla. Comperare i diritti di proprietà individuali non sarebbe altro che dare ai proprietari, sotto altra forma, un diritto dello stesso genere e dello stesso valore di quello, clic dà loro attualmente il possesso della terra; sarebbe levare per essi, mediante l’imposta, quella stessa quota dei guadagni del lavoro e del capitale, che essi si appropriano ora mediante la rendita. Il loro ingiusto vantaggio sarebbe mantenuto e l’ingiusto svantaggio dei non-proprietari sarebbe mantenuto del pari. Certo vi sarebbe guadagno pel popolo in generale, quando, in seguito all’aumento della rendita, la somma, che i proprietari avrebbero preso nel sistema attuale, fosse per venire ad esser maggiore dell'interesse sul prezzo d’acquisto della terra al saggio attuale; ma non sarebbe questo che un guadagno avvenire; intanto, non solo il popolo non verrebbe ad averne sollievo alcuno, ma il carico imposto al lavoro ed al capitale a profitto dei proprietari attuali verrebbe ad esser reso molto più gravoso. Invero, uno degli elementi del valore attuale di mercato della terra è l’attesa di un aumento di valore avvenire; epperò, comperare le terre al prezzo di mercato e pagare l'interesse sul prezzo d’acquisto, sarebbe un far pesare sui produttori il pagamento non della sola rendila attuale, ma della rendita sperata dalla speculazione. Ossia, per metter la cosa sotto un’altra forma: la terra sarebbe comperata ad un prezzo calcolato sopra un saggio d’interesse più basso dell’ordinario (in quanto la prospettiva di un aumento avvenire dei valori fondiari fa sì che il prezzo di mercato della terra è sempre molto più alto del prezzo di qualsiasi altra cosa, che dia attualmente lo stesso reddito), e sul prezzo d’acquisto si pagherebbe l’interesse ordinario. E cosi si dovrebbe pagare ai proprietari non solo ciò che essi ricevono, ma molto di più.

(I piano del Mill per nazionalizzare « l’aumento di valore futuro non guadagnato della terra » col fissare il valore di mercato attuale di tutte le terre ed attribuire allo Stato l’incremento di valore futuro, non aumenterebbe la ingiustizia della distribuzione attuale della ricchezza, ma non vi porterebbe rimedio. L’ulteriore aumento speculativo della rendita cesserebbe e in avvenire il popolo in generale guadagnerebbe la differenza fra l’aumento della rendila e la somma, a cui l’aumento sarebbe stato stimato nel fissare il valore attuale della terra, di di cui, naturalmente, il valore in prospettiva è, come il valore attuale, un elemento. Ma lascierebbe per l’avvenire una classe di individui in possesso dell’enorme vantaggio, che sugli altri hanno attualmente. Tutto ciò, che di questo piano si può dire, si è che è già qualche cosa di meglio che niente.

Di piani cosi inefficaci e cosi impraticabili si può parlare dove, al momento, non vi sono altre proposte più efficaci ; e la loro discussione è un segno di buon augurio, in quanto mostra che la punta del cuneo della verità comincia a penetrare nei cervelli. Sulla bocca degli uomini la giustizia si fa umile quando incomincia a protestare contro una ingiustizia sanzionata dal tempo e noi, dei paesi dove si parla inglese, portiamo ancora il collare del servaggio sassone e

fummo educati a riguardare i « diritti » incommutabili dei proprietari della terra con quella superstiziosa riverenza, con cui gli antichi Egizi riguardavano il coccodrillo. Un bel giorno i rappresentanti del Terzo Stato si cuoprirono quando il Re si coperse; — poco tempo dopo la testa del figlio di S. Luigi rotolava sul palco. Il movimento anti-schiavista incominciò negli Stati Uniti con discorsi, in cui si parlava di dare un compenso ai proprietari di schiavi; ma quando quattro milioni di schiavi furono emancipati i proprietari non ricevettero nè pensarono a reclamare compenso alcuno. E quando il popolo di paesi come l’Inghilterra e gli Stati Uniti sarà abbastanza convinto della ingiustizia e degli svantaggi della proprietà privala della terra, sarà portato a nazionalizzarla con qualche più diretto e più facile mezzo che non sia l’acquisto, nè starà a pensare se e come si debbano compensare i proprietari.

Nè, veramente, è il caso di preoccuparsi più che tanto dei proprietari della terra. Che un uomo comej. St. Mill abbia dato tanta importanza alla questione del compenso, da voler solo la confisca dell’aumento avvenire della rendita, non si può spiegare se non coll’acquiescenza, che esso aveva dato alle teorie correnti, secondo cui le mercedi escono dal capitale e la popolazione tende incessantemente ad eccedere i mezzi di sussistenza. Queste teorie non gli lasciarono vedere tutti gli effetti dell’appropriazione privala della terra. Ei vedeva che t il diritto del proprietario è interamente subordinato alla politica generale dello Stato » e che < quando la proprietà privata della terra non è utile, è ingiusta » (1); ma, irretito nei fili della teoria di Malthus, egli, in un paragrafo che ho già riferito, attribuiva espressamente la miseria e la sofferenza che vedeva attorno a sè « all’avarizia della natura, non all’ingiustizia degli uomini »; e gli è cosi che per lui la nazionalizzazione della terra era cosa, relativamente, di poca importanza, che nulla poteva per la estirpazione del pauperismo e della miseria ; scopo, che non avrebbe potuto esser raggiunto se non coll’insegnare agli uomini a reprimere un istinto naturale. Grande e puro qual era, cuore caldo e spirito elevalo, pure non vide mai la vera armonia delle leggi economiche, nè come da una grande ingiustizia fondamentale derivino il bisogno e la miseria, il vizio e la vergogna. Se cosi non fosse, ei non avrebbe scritte queste parole : « la terra del-l’Irlanda, la terra di qualsiasi paese, appartiene al popolo del paese. Gl’individui chiamati proprietari non hanno, nè dal punlo di vista della morale, nè da quello della giustizia, diritto ad altro che alla rendila od al compenso pel suo valore ».

Ma, in nome del Profeta! Se la terra di un paese appartiene al popolo del paese, qual diritto, in nome della morale e della giustizia, avranno alla rendita gli individui chiamati proprietari? Se la terra appartiene al popolo, perchè, in nome della morale e della giustizia, il popolo dovrebbe pagare il valore di rendita di ciò, chea lui appartiene?

Herbert Spencer dice: « Se avessimo a fare con quelli, che hanno originariamente derubato la razza umana del suo patrimonio, la sarebbe presto finita » (2).

(1) J. St. Mill, Principii di Economia politica, lib. I, cap. II, § 6, nella Biblioteca deir Economista, serie I, voi. 12.

(2) Statica sociale, pag. 142 dell'edizione inglese.

Ma, c perche iior la finiremmo presto in qualche modo? Imperocché, questo furio non è già come il furto di un cavallo o di una somma di denaro, clic cessa coll’atto. È un furto continuo, che si fa ogni giorno, ogni ora, ogni minuto. Non è dal prodotto del passato che la rendita è tratta, ma dal prodotto presente. Ogni colpo di martello, ogni spinta di vanga, ogni mandata di spola, ogni giro di-macchina paga il suo tributo. È un’angheria levata sui guadagni di chi rischia la vita nelle viscere della terra o sulle onde infuriate del mare; prende al capitalista il compenso clic gli è dovuto, all’inventore i frutti del suo lavoro paziente ; strappa i fanciulli ai giuochi e alla scuola c li costringe a lavorare prima che i loro ossi siano formati, i loro muscoli sviluppati ; ruba il calore agli assiderali, il pane agli affamati, i farmaci agli infermi, la pace agli inquieti. Avvilisce, abbrutisce, inasprisce. Costringe famiglie di otto, di dieci persone in squallide stamberghe; fa errare pei campi, come porci, ragazzi e fanciulle; riempie le bettole di quelli, per cui la casa non ha allettamenti; di giovani, che potrebbero diventare uomini utili, fa i candidati alle prigioni e ai penitenziari; riempie i postriboli di ragazze, clic avrebbero potuto conoscere le pure gioie della maternità; caccia tutte le male passioni ad aggirarsi per la società come l’inverno caccia i lupi ad aggirarsi attorno alle case dell’uomo; oscura nell’anima umana la fede c sulla immagine di un Creatore giusto c misericordioso getta il velo di un fato duro, cieco, crudele!

Non è solo un furto in passato; è un furio nel presente; un furto, che priva del diritto, che portano con sé nascendo, gli esseri che vengono al mondo in questo punto. E perchè dovremmo esitare a distrurre un sistema di tal fatta? 0 che forse perchè fui derubato ieri, e avant’ieri, e il giorno prima, sarà una ragione perchè io deliba tollerare di esser derubato oggi, domani, posdomani? una ragione perchè io debba conchiudere che il ladro ha acquistato il diritto di derubarmi?

Se la terra appartiene al popolo, perchè si dovrà continuare a permettere ai proprietari di prender la rendita, o si dovrà in qualche modo compensarli della perdita di essa? Si consideri ciò che la rendita è. Essa non nasce già spontaneamente dalla terra ; essa non è già dovuta a nulla che sia stato fatto dal proprietario. Essa rappresenta un valore creato da tutta la comunità. S’abbiano i proprietari, se cosi piace, tutto ciò che loro darebbe il possesso della terra in mancanza del resto della comunità ; ma la rendita, creazione della comunità intiera, appartiene necessariamente a questa.

Sottoponete il diritto dei proprietari alla prova dei principii della legge comune, che determinano i diritti degli uomini fra loro. La legge comune, ci si dice, è la perfezione della ragione; e certo i proprietari non possono lagnarsi della sua decisione, in quanto gli è dai proprietari e pei proprietari che essa fu fatta. Or dunque, che cosa dà la legge all’innocente possessore, quando la terra, che ha comperato col suo denaro, è dichiarata appartenere legittimamente ad altri? Nulla. L’aver egli comprato in buona fede non gli dà diritto a reclamo alcuno. La legge non si occupa della « complicata questione dei compensi » da darsi al compratore. La legge non dice, come J. St. Mill :« La terra appartiene a Tizio; dunque Tizio, clic se ne è creduto il proprietario, non ha diritto che alla rendita od al compenso per il suo valore di mercato ». Imperocché, ciò sarebbe invero come quella famosa decisione a proposito di uno schiavo fuggitivo, in cui era detto che la Corte dava la legge al Nord e Io schiavo al Sud ». Bensì la legge dice semplicemente: c La terra appartiene a Tizio; lo sceriffo ne lo metta al possesso ». Essa non dà diritto alcuno al compratore innocente d’un titolo illegittimo; essa non gli accorda compenso alcuno. E non solo questo; ma essa gli prende tulli i miglioramenti, che esso abbia fallo in buona fede sulla terra. Voi potete aver dato alla terra un allo prezzo, ed aver fatto tutto il fattibile per assicurarvi che il titolo fosse buono; potete aver posseduto pacificamente la terra per anni, senza aver pensato mai che vi potesse essere al mondo un altro titolare; potete averla resa fertile col vostro lavoro, avervi costruito un edilìzio costoso, avente un valore superiore a quello della terra stessa, o una modesta casetta, cinta di orti e di vigneti, dove speravate passare i vostri ultimi giorni; — e, malgrado tutto ciò, se Quirk, Gammon e Snap riescono a scuoprire un vizio nelle vostre pergamene, o a stanare un qualche erede dimenticato, che non ■i sarà sognato mai di avere qualsiasi diritto, non solo la terra, ma tutti i miglioramenti, che potete avervi fatto, vi potranno esser tolti. E neppur questo non è ancor tutto. Secondo la legge comune, quando voi avete restiluitoia terra ed abbandonato lutti i vostri miglioramenti, voi potrete esser chiomato ancora a render conto dei frulli, che dalla terra abbiate ricavato nel tempo, in cui l'avete posseduta.

Se ora noi applichiamo alla causa del « Popolo contro i Proprietari » le stesse regole di giustizia, che i proprietari hanno formolato in leggi e che le Corti americane ed inglesi applicano tutti i giorni nelle controversie fra individui ed individui, non solo non penseremo a dare per la terra un compenso qualunque ai proprietari, ma prenderemo loro tutti i miglioramenti e quando possiedano di più.

Ma io non propongo, nè credo che altri sia mai per proporre, di andare fino a questo punto. Riprenda il popolo la proprietà della terra, e basta. Ed i proprietari continuino pure ad avere il pacifico possesso dei loro miglioramenti c dei loro beni personali.

Nè in questa misura vi sarà oppressione alcuna od ingiustizia per alcuna classe. La gran causa della odierna ineguale distribuzione della ricchezza, con tutte le miserie, le degradazioni, le rovine ch’essa trae seco, sarà spazzata via. I proprietari stessi avranno la parte loro nel guadagno generale. Il guadagno dei grandi proprietari stessi sarà reale; quello dei piccoli proprietari, enorme. Imperocché, coll’accoglier la giustizia, gli uomini accolgono la sposa deU’Amore. E dietro vengono la Pace e l’Abbondanza, portando i loro doni non a pochi, ma a lutti.

Quanto ciò sia vero, lo vedremo più oltre.

Se in questo Capitolo parlai di giustizia e di utilità, come se la giustizia fosse una cosa, l’utilità un’altra, fu unicamente per rispondere alle obbiezioni di quelli che così parlano. Ma nella giustizia è l’utilità più alla, l’utilità vera.

CAPITOLO IV.

LA PROPniETÀ PRIVATA DELLA TERRA DAL PUNTO DI VISTA STORICO.

Ciò che, più di qualunque altra cosa, impedisce la distruzione della ingiustizia insita nella proprietà privata della terra e si oppone alla presa in seria considerazione di qualsiasi proposta intesa ad abolirla, è quell’abitudine mentale che fa parer naturale e necessaria ogni cosa, la quale esista da tempo.

Noi siamo cosi usi a considerare la terra come proprietà privata, essa è cosi fermamente riconosciuta come tale dalle nostre leggi, dai nostri costumi, dalle nostre idee, che la gran maggioranza degli uomini non pensa neppure a metter la cosa in dubbio e considera la proprietà come cosa necessaria all’uso della terra. Non si arriva a concepire, od almeno a nessuno viene in mente di concepire, una società, dove la terra non sia ridotta a proprietà privata. Il primo passo versola coltura o l’ammegliamento della terra sembra debba esser il darle un proprietario particolare; e la terra che uno possiede la si considera come cosi pienamente e così giustamente sua, da aver esso il diritto di venderla, di affittarla, di donarla, di legarla, precisamente come la sua casa, il suo bestiame, le cose sue, i suoi mobili. La t santità della proprietà » fu così costantemente c così efficacemente proclamata, specie da quei « conservatori dell’antica barbarie », come Voltaire chiamava i legisti, che i più considerano la proprietà privata della terra come addirittura la base della civiltà ; e se alcuno metta innanzi l’idea della ripresa della terra come proprietà comune, questa idea la si considera a tutta prima come una fantasia chimerica, che non fu mai e non potrà mai essere realizzata, o come una proposta tendente a rovesciare la società dalla sua base ed a ricondurla alla barbarie.

Se anche fosse vero che la terra sia stata considerata sempre come proprietà privata, ciò non proverebbe punto la giustizia o la necessità di continuare a considerarla come tale per sempre, più di quanto la esistenza universale della schiavitù, che potè un giorno essere affermata, provasse la giustizia o la necessità di fare della carne e del sangue umano una proprietà.

Non è gran tempo, la monarchia sembrava universale, e non solo i re, ma anche la maggioranza dei loro sudditi credevano sul serio che nessun paese potesse far senza di un re. E tuttavia, per non dir nulla dell’America, la Francia d’oggi ne fa per.fettamente senza; e la Regina d’Inghiterra ed Imperatrice delle Indie entra tanto nel governare i suoi regni quanto la figura di legno, che è alla prora della nave, entra a dirigerne la rolla; e le altre teste coronate d’Europa siedono, metaforicamente parlando, su barili di nitro-glicerina.

Poco più di cento anni fa, il vescovo Buller, l’autore della famosa Analogia, dichiarava che « la costituzione di un governo civile senza una religione di Stato era un progetto chimerico, di cui non vi era esempio ». E quanto al non esservene allora esempio, egli aveva perfettamente ragione ; a quel tempo, non esisteva veramente nè sarebbe stato facile indicare un governo, che non avesse la sua religione di Stato. E tuttavia, negli Stali Uniti, noi abbiamo poi provato con una pratica di un secolo che un governo civile può benissimo, senza religione di Stato, esistere.

Ma, a parte che se anche fosse vero che la terra sia stata sempre e dappertutto considerata come proprietà privata, ciò non proverebbe punto che debba esserlo sempre, il fatto è che non è vero. Anzi, il diritto comune alla terra fu dappertutto originariamente riconosciuto; e in nessun luogo la proprietà privata è sórta altrimenti che come risultato di una usurpazione. Le idee primitive e persistenti deH’umanità sono che tutti hanno alla terra un diritto eguale; e l’opinione che la proprietà privata della terra sia necessaria alla società, non è che il prodotto dell’ignoranza, la quale non sa vedere al di là di ciò che immediatamente la circonda; è un’idea di formazione relativamente moderna, altrettanto artificiale e infondata quanto quella del diritto divino dei re.

Le osservazioni dei viaggiatori, le ricerche della critica storica, che tanto ha fatto in questi ultimi tempi per ricostruire le memorie obliate dei popoli, i lavori di dotti come sir Henry Maine, Emile de Laveleye, il prof. Nasse di Bonn ed altri sullo sviluppo delle istituzioni, provano come dappertutto dove la società umana si è formata, il diritto comune degli uomini all’uso della terra sia stato riconosciuto, e come in nessun luogo la proprietà individuale assoluta della terra sia stala accettata liberamente. Dal punto di vista storico, come dal punto di vista morale, la proprietà privala della terra è un furto. Essa non deriva in nessun luogo da un contratto; essa non può in nessun luogo esser attribuita a idee di giustizia e di utilità; essa nacque dappertutto dalla guerra, dalla conquista, dall’uso egoistico, che i furbi seppero fare della superstizione e della legge.

Dappertutto dove noi possiamo rintracciare la storia primitiva della società, in Asia, in Europa, nell’Africa, nell’America, nella Polinesia, dappertutto la terra fu sempre considerala — come le relazioni necessarie, che la vita umana ha con essavogliono la si consideri — quale proprietà comune, alla quale tutti quelli che vi erano stati ammessi avevano un diritto eguale.Vale a dire, lutti i membri della comunità (tutti i cittadini, diremmo noi) avevano diritti eguali all’uso ed al godimento della terra della comunità. Questo riconoscimento del diritto comune alla terra non impediva il pieno riconoscimento del diritto particolare ed esclusivo alle cose, che sono il risultato del lavoro, nè fu abbandonalo quando lo sviluppo dell’agricollura ebbe imposta la necessità di riconoscere il possessore esclusivo della terra per assicurare il godimento esclusivo dei risultati del lavoro speso nel coltivarla. La divisione della terra fra le unità industriali — famiglie, complessi di famiglie o individui — non avvenne se non per quanto era necessario: i pascoli e i boschi furono ritenuti come beni comuni, assicurandosi poi la eguaglianza nel possesso delle terre coltive sia con divisioni periodiche, come presso i Germani, sia colla proibizione dell’alienazione, come nella legge mosaica.

E quest’organizzazione primitiva sussiste ancora, in forma più o meno pura, nelle comunità di villaggio dell’India e della Russia, nei paesi slavi ancora o fino a poco tempo addietro soggetti al governo turco, nei Cantoni montani della Svizzera, presso i Kabili dell’Africa settentrionale ed i Caflìri dell’Africa meridionale, fra le popolazioni indigene di Giava e gli aborigeni della Nuova Zelanda — insomma, dovunque le influenze esterne non hanno alterato la

forma della organizzazione sociale primitiva. E che questa organizzazione abbia esistilo dappertutto fu in questi ultimi anni abbondantemente dimostralo dai risultati delle ricerche di molti dotti ed osservatori indipendenti; risultati, che possono vedersi raccolti nel modo (ch’io sappia) più completo nei Sistemi di tenuta della terra nei diversi paesi, pubblicati dal Cobden-Club e nella Proprietà primitiva di Emilio di Laveleye, alle quali Opere rinvio il lettore, che desideri conoscer la cosa in tutti i particolari.

« In tutte le società primitive », dice il Laveleye, in seguito a ricerche, che non lasciarono inesplorata parte alcuna del mondo < in tutte le società primitive il suolo era proprietà comune della tribù e veniva periodicamente distribuito tra le famiglie, di guisa che tutte potessero vivere del loro lavoro, come natura ha ordinato. Cosi, l’agiatezza di ciascuno era proporzionata alla sua energia e alia sua intelligenza; nessuno, in nessun grado, era privato dei mezzi di sussistenza, e l’aumento della disuguaglianza di generazione in generazione non poteva prodursi ».

Se la conclusione del Laveleye è giusta — e che lo sia non vi può essere dubbio — come potè, si domanderà, la riduzione della terra a proprietà privata diventare cosi generale?

Le cause, che hanno agito nel senso di far sottentrare a quest’idea primitiva del diritto eguale all’uso della terra l’idea di diritti esclusivi e diseguali, possono, panni, ritrovarsi dappertutto, vaghe si, ma certe. Dappertutto, sono quelle stesse, che condussero alla negazione della eguaglianza dei diritti personali ed allo stabilimento di classi privilegiate.

Queste cause possono riassumersi nelle seguenti: la concentrazione del potere nelle mani dei capi e di una classe militare, risultato della guerra, che permise loro di monopolizzare le terre comuni ; la conquista, col ridurre che essa fece il popolo in uno stato di schiavitù, col dividere le sue terre fra i conquistatori, dando parti sproporzionate ai capi; la differenziazione e l’intluenza di una classe sacerdotale; la differenziazione e la influenza di una classe di legisti per professione, ai cui interessi approdava la sostituzione della proprietà esclusiva della terra alla proprietà comune (1); la tendenza della diseguaglianza, una volta sòrta, a diventare sempre più grande, in forza della legge di attrazione.

Fu la lotta fra questa idea di uu diritto eguale alla terra e la tendenza a monopolizzarla col possesso individuale, quella che causò le lotte intestine della Grecia e di Roma; fu il freno posto a questa tendenza — in Grecia da istituzioni come quelle di Licurgo e di Solone, a Roma dalla legge Licinia e dalle successive divisioni della terra — che diede a quei due popoli i loro giorni di forza e di gloria; fu il trionfo finale eli questa tendenza che riuscì ad entrambi fatale. Le grandi proprietà rovinarono la Grecia, come più tardi < i latifondi perdettero l’Italia » (2); e quando il suolo, malgrado gli avvertimenti di grandi

(1) L’influenza dui legisti fu notevole in Europa, sia sul Continente, sia in Inghilterra, nel distrarre tutte le vestigia dell'antico sistema di proprietà della terra, sostituendovi l’idea del diritto romano, la proprietà individuale.

legislatori e di grandi uomini di Stato, passò finalmente nelle mani di pochi, hr popolazione diminuì, l’arte declinò, la intelligenza si snervò, e la razza, per cui l’umanità aveva raggiunto il suo più splendido sviluppo, diventò il ludibrio degli uomini.

Intanto, l’idea della proprietà individuale ed assoluta della terra, che la civiltà moderna derivò da Roma, raggiunse il suo pieno sviluppo nei tempistorici. Quando la futura dominatrice del mondo primamente appare, ogni cittadino aveva la sua piccola terra, che era inalienabile; e la proprietà generale, < la terra granifera che era di diritto pubblico », era soggetta all’uso comune, certo sotto regole e consuetudini, che assicuravano l’eguaglianza, come nelle « marche» della Germania e negli « Alimenti* della Svizzera. Gli è su questa proprietà pubblica, continuamente ingrandita dalla conquista, che le famiglie patrizie giunsero a tagliarsi per sè le loro grandi proprietà. Queste grandi proprietà, per quel potere di attrazione che il grande ha sul piccolo, finirono, malgrado i temporanei infrenamenti delle leggi e le ripetute divisioni, col cacciar via tutti i piccoli proprietari, conglobando le loro piccole terre nei latifondi dei ricchi, in quella che i piccoli proprietari erano costretti a diventar schiavi, o coloni paganti una rendita, o erano mandati nelle nuove provincie conquistate, dove si dava terra ai veterani delle legioni, oppure affluivano alla metropoli, ad ingrossare la massa dei proprietari, che nulla avev’Jno a vendere tranne il loro voto.

Il cesarismo, trasformatosi ben presto in un despotismo sfrenatoatipo orientale, fu il risultato politico inevitabile di questo stato di cose; e l’Impero, pur quando abbracciava il mondo, non era preservato dalla dissoluzione se non dalla vita più sana delle frontiere, dove la terra era stata divisa frai coloni militari e dove le consuetudini primitive sopravvissero più a lungo. Ma i latifondi, che avevano divorato la forza dell’Italia, andarono estendendosi continuamente, coprendo la Sicilia, l’Africa, la Spagna, la Gallia di grandi proprietà coltivate da schiavi o da coloni. Le forti virtù nate dalla indipendenza personale si spensero; una agricoltura esauriente impoverì la terra; le bestie selvatiche succedettero all’uomo, finché, con una forza nutrita dall’eguaglianza, i Barbari irruppero; Roma peri e di una civiltà un giorno cosi fiera non rimasero che rovine.

Gli è cosi che avvenne quel fatto stupefacente, che ai tempi della grandezza di Roma sarebbe parso altrettanto impossibile quanto pare impossibile a noi che i Comanci o le Teste-piatte abbiano mai a conquistare gli Stati Uniti o che i Lapponi possano mai desolare l’Europa. La causa fondamentale di questo fatto vuol esser cercata nel sistema di proprietà del suolo. Oa un lato, la negazione del diritto comune ailu terra ebbe per risultato la decadenza; dall’altro, l’eguaglianza nel diritto diede la forza.

« La libertà, scrive il Laveleye, (1) e, come conseguenza, il possesso di una porzione indivisa della proprietà comune, a cui tutti i capi di famiglia avevano un titolo eguale, erano nel villaggio germanico diritti essenziali. Questo sistema

(1) JitVELCYE, La proprietà primitiva, p»g. 116.

di eguaglianza assoluta impresse all’individuo un carattere notevole, il quale spiega come orde di barbari abbiano potuto impadronirsi dell’Impero romano, malgrado la sua abile amministrazione, la sua perfetta centralizzazione e la sua legge civile, che ha conservato il nome di ragione scritta.

Un’altra causa si fu cbe il grande Impero era colpito al cuore. < Roma peri, scrive il professore Seeley, perchè la messe umana falliva ».

Nelle sue lezioni sulla Storia della civiltà in Europa e meglio in quelle sulla Storia della civiltà in Francia, il Guizot ha vivamente descritto il caos, che tenne dietro, in Europa, alla caduta dell’Impero romano — caos, che, secondo la sua espressione, » portava tutto nel suo seno » e da cui usci lentamente la struttura della civiltà moderna. È una dipintura, che non può essere riassunta in poche linee; ma basti dire che risultato di questa infusione di una vita rozza ma vigorosa nella società romana, fu una disorganizzazione della società germanica non meno che della romana, una fusione ed una giustapposizione dell'idea di un diritto comune alla terra e della idea della proprietà esclusiva, quali sostanzialmente ricorrevano nelle provincie dell’Impero d’Orienle, cbe furono poi invase dai Turchi. Il sistema feudale, così rapidamente adottalo e diffuso, fu il risultato di una simile fusione; ma al disotto eaccanto al sistema feudale, una organizzazione più primitiva, fondata sui diritti comuni dei coltivatori, mise radice o rivisse e lasciò le sue traccie in tutta l’Europa. Questa organizzazione primitiva, che assegnava porzioni eguali della terra coltiva e l’uso comune delle terre non coltive e che esisteva nell’antica Italia, come nell’Inghilterra sassone, si mantenne sotto l’assolutismo e il servaggio in Russia, sotto l’oppressione mussulmana in Serbia e fu cancellata, ma non interamente distrutta, nell’India dai fiotti di successive conquiste e da secoli di oppressione.

Il sistema feudale — sistema, che non è particolare all’Europa, ma sembra essere il risultato della conquista di un paese colonizzato da una razza, in cui la eguaglianza e l'individualismo siano ancora forti — riconosceva nettamente, almeno in teoria, cbe la lerra appartiene alla società in generale, non all’individuo. Rozzo prodotto di una età, in cui la forza difendeva il diritto quanto, forse, poteva difenderlo — imperocché, l’idea di diritto non si può sradicaredallo spirito umano e deve in qualche modo manifestarsi pur in una associazione di pirati e di ladroni — il sistema feudale non riconosceva tuttavia in nessuno il diritto esclusivo ed assoluto alla lerra. Il feudo era essenzialmente un deposito e al suo godimento erano annessi obblighi. Il sovrano, che teoricamente rappresentava il potere e i diritti collettivi di tutto il popolo, era dal punto di vista feudale il solo proprietario assoluto del suolo. E sebbene la terra fosse concessa in possesso individuale, questo possesso importava obblighi, coll’adempimento dei quali si riteneva che colui, che usufruiva la terra, restituisse alla comunità l’equivalente dei benefizi, cbe ritraeva dalla delegazione a lui fatta del diritto comune.

Nel regime feudale, le terre della Corona provvedevano alle pubbliche spese, che sono ora comprese nella lista civile; le terre ecclesiastiche provvedevano alle spese del cullo e di istruzione, alla cura degli infermi e all’assistenza dei poveri e mantenevano una classe di persone, cbe erano ritenute dedicarsi — e in gran parte, senza dubbio, si dedicavano realmente — al pubblico bene; finalmente, le terre militari provvedevano alla difesa del paese. Nell’obbligo, che il possessore di una terra militare aveva, di portare, al bisogno, in campo un certo numero di armati, come negli « aiuti » (aides), clic doveva dare quando il figlio primogenito del sovrano era fallo cavaliere, o la sua figlia andava sposa, o il sovrano stesso era fatto prigioniero di guerra, era come un riconoscimento, grossolano, se si vuole, e inefficace, ma pur sempre innegabilmente un riconoscimento del principio che la terra era una proprietà comune, non individuale.

Nè il diritto del possessore della terra data in concessione poteva dapprincipio estendersi oltre la sua vita. Sebbene il principio ereditario non tardasse a surrogare il principio di selezione, come sempre deve avvenire quando il potere è concentrato, tuttavia la legge feudale voleva che sempre vi fosse un rappresentante del feudo, capace di adempiere i doveri e di raccogliere i benefizi, che alla terra erano annessi; e citi dovesse essere questo rappresentante, non era lasciato al capriccio individuale, ma rigorosamente predeterminato dalla legge. Di qui la custodia cd altre istituzioni feudali. Il diritto di progenitura e il suo rampollo, il diritto di sostituzione, non erano in origine quegli assurdi, che diventarono poi.

Base del sistema feudale era la proprietà assoluta della terra; idea, che i barbari acquistarono rapidamente in mezzo ad una popolazione conquistala, a cui questa idea era famigliare. Ma al disopra di questo diritto il feudalesimo pose un diritto più allo, e il processo della infeudazione consisteva appunto nel collocare il dominio individuale nella subordinazione al diritto superiore, che rappresentava la grande comunità o la nazione. Le sue unità erano iproprietari, die, in virtù della loro proprietà, erano signori assoluti sulle loro terre e vi compievano la loro funzione di protezione, clic il Taine ha cosi ben descritto, sebbene forse a colori troppo vivi, nel Capitolo di introduzione al suo Anàen régitne. L'opera della feudalità fu di collegare queste unità per formarne nazioni e di subordinare i poteri e i diritti dei signori individuali della terra ai poteri e ai diritti della società collettiva, rappresentata dal sovrano o dal re.

E cosi il sistema feudale, nella sua origine c nel suo sviluppo, fu un trionfo delia idea del diritto comune alla terra, col cambiare che fece un diritto sulla terra assoluto iu un diritto condizionale e coll’imporre clic fece particolari obbligazioni contro il privilegio di ricevere la rendita. E nel tempo stesso il potere delia prop/ietà della terra fu, diremmo, resecalo al dissolto, in quanto la tenuta risolubile a volontà del signore si andò fissando a tenuta consuetudinaria e la rendila, clic il signore poteva esigere dal coltivatore, diventò fissa e certa.

E in mezzo al sistema feudale rimasero osi formarono comunità di coltivatori, più o meno soggetti agli obblighi feudali, i quali coltivavano la terra come una proprietà comune; e sebbene i signori, dove e quando ne avevano il potere, reclamassero per se tutte le terre, che credevano mettesse conto reclamare, pure l'idea di un diritto comune fu abbastanza forte perchè la consuetudine l'applicasse ad una porzione considerevole della terra. Le terre comuni dovettero, nei tempi feudali, abbracciare una parte notevole della superficie di molti paesi (l'Europa. Imperocché, in Francia — sebbene l’appropriazione di queste terre da parte dell’aristocrazia, frenata di tanto in tanto e rescissa da editti del Re, abbia continuato per parecchi secoli prima della Rivoluzione e, durante la Rivoluzione e il primo Impero, molle di queste terre siano state vendute e distribuite —le terre comuni o comunali ammontano ancora, secondo il Laveleye, a 4,000,000ettare o 9,884,400 acri. La estensione delle terre comuni in Inghilterra durante la feudalità può dedursi dal fatto che, sebbene l'aristocrazia territoriale abbia incominciato la « chiusura » o appropriazione de|le terre fin dal regno di Enrico VII, si ha che più di 7,660,413 acri di terre comuni furono appropriati con Atti approvati dal 1710 al 1843 e 600,000 acri furono appropriati dopo il 1845; e si fa stima che vi siano ancora in Inghilterra 2,000,000 acri di terre comuni, sebbene, naturalmente, formino la parte del suolo che ha meno valore.

Ed oltre a queste terre comuni, durarono in Francia sino alla Rivoluzione e, in certe parti delia Spagna, fino ai nostri giorni, una consuetudine avente tutta la forza di una legge, secondo cui le terre coltivate diventavano, dopo il raccolto, comuni pel pascolo e pel passaggio fino all’epoca che dovessero esser coltivate di nuovo, ed un’altra consuetudine, in forza della quale ognuno aveva il diritto di andare sulla terra, che il proprietario trascurasse di coltivare, e su di essa poteva seminare e raccogliere in piena sicurezza. E se prima di questo raccolto la terra veniva concimata, si aveva diritto di fare una seconda seminagione e raccolta, senza necessità di permesso da parte del proprietario e senza che questi potesse opporvisi.

Non sono soltanto gli Allmend della Svizzera, le < marche » danesi, le comunità di villaggio della Serbia e della Russia; non solo i lunghi solchi, che sulla terra inglese, ora proprietà esclusiva di individui, permettono ancora di riconoscere i grandi campi, che una volta erano tenuti a rotazione triennale e nei quali ogni membro della comunità riceveva ogni anno a sorte una porzione eguale a quella degli altri; non sono soltanto le prove, che le pazienti ricerche degli studiosi trassero da vecchi documenti; — sono le istituzioni stesse, sotto le qualità civiltà moderna si è sviluppata, che provano la universalità e la diuturna persistenza del riconoscimento del diritto comune all’uso della terra.

Rimangono ancora nel corpo delle nostre leggi residui, i quali hanno perduto la loro significazione, ma che, come i resti delle terre comuni d'una volta in Inghilterra, accennano a questo. La dottrina, che si trova anche nella legge di Maometto, del dominio eminente, che fa, teoricamente, del sovrano il solo proprietario assoluto della terra, non deriva da altro che dal riconoscimento del sovrano come il rappresentante dei diritti collettivi del paese; il diritto di primo-genitura e la sostituzione, che durano ancora in Inghilterra ed esistevano in alcuni Stati dell’America un secolo fa, non sono che forme alterate di ciò, che era un giorno un rampollo della concezione della terra come proprietà comune; la distinzione stessa, che la terminologia legale fa tra la proprietà immobiliare e la proprietà personale, non è che un residuo della distinzione primitiva fra ciò che si considerava in origine come proprietà comune, e ciò che per la sua natura fu considerato sempre come proprietà particolare dell’individuo; e l<> maggiori formalità, clic ancora oggi si richiedono pel trasferimento della proprietà della terra, non sono che un residuo, spoglio oggi di significato e inutile, del consenso più generale e più solenne, che una volta si richiedeva per trasferire diritti, che si consideravano come appartenenti non a un membro, ma a tutti i membri della famiglia o della tribù.

Il cammino generale dello sviluppo della civiltà moderna dopo il periodo feudale fu verso il sovvertimento di queste idee primitive e naturali sulla proprietà collettiva del suolo. Per quanto possa parere un paradosso, gli è un fatto che la emersione della liberlà dai vincoli feudali fu accompagnata da una tendenza a considerare la terra come una forma di proprietà, che implica l’asservimenlo delle classi lavoratrici; tendenza, che ora incomincia a farsi fortemente sentire come la pressione di un ferreo giogo, che nessuna estensione dei poteri politici o della liberlà personale può alleviare, e che gli economisti attribuiscono a torto alla pressione delle leggi naturali, i lavoratori all’oppressione del lavoro da parte del capitale.

Questo è chiaro, che oggi, in Inghilterra, il diritto del popolo, nel suo complesso, al suolo della sua patria è molto meno pienamente riconosciuto che nei tempi feudali. Una molto minor parte di popolazione possiede la terra e il diritto di proprietà di questa parte di popolazione è molto più assoluto. Le terrecomuni, una volta cosi estese,e che cosi largamente contribuivano alla indipendenza ed al mantenimento delle classi umili, furono, tranne pochi resti di terre di poco valore, ridotte a proprietà individuale; le vaste proprietà ecclesiastiche, che erano sostanzialmente proprietà pubbliche, destinate a pubblici scopi, furono da questi scopi distratte per arricchire individui; gli obblighi dei tenitori di terre militari furono aboliti e le spese pel mantenimento dell’esercito e gl’interessi d’un debito enorme accumulato dalle guerre, furono accollati a lutto il popolo sotto forma di tasse sulle necessità e sui comodi della vita ; le terre della Corona passarono in gran parte in mano di proprietari particolari e per mantenere la Famiglia reale e tutti i principini, che i matrimoni vi fanno entrare, l'operaio inglese deve dare qualche cosa quando beve il suo bicchiere di birra o fa la sua pipata di tabacco. Il contadino-proprietario, il yeoman d’Inghilterra, la razza robusta che vinse Crecy, Poitiers c Azincourt, è estinta come la razza dei mastodonti; il membro del clan, il clansman di Scozia, il cui diritto al suolo delle sue colline era cosi indiscusso come quello del suo capo, fu espulso, per far posto ai pascoli da montoni o ai parchi da cervi dei discendenti di quel capo; il diritto di tribù dell’irlandese è diventato la tenuta in affitto risolubile a volontà del proprietario (tenancy at will). Trentamila individui hanno il potere legale di espellere tutta la popolazione dai cinque sesti delle Isole britanniche; e la grande maggioranza del popolo d’Inghilterra non ha sul suolo della sua patria altro diritto che quello di errare per le vie e di battere la campagna. Ben si possono a lui applicare le parole del tribuno romano: Romani, sciamava Tiberio Gracco, siete delti i padroni del mondo, e non avete diritto a un piede quadralo del suo suolo! Le bestie hanno le loro tane, ma i legionari del!Italia non hanno che l'acqua e l’aria.

Il risultato fu forse più marcato in Inghilterra che altrove, ma la tendenza può osservarsi dappertutto; se in Inghilterra si affermò maggiormente, lo si deve alle circostanze, le quali fecero si che essa vi si sviluppasse con rapidità maggiore.

La ragione, per cui lo sviluppo dell’idea di libertà fu accompagnato dallo sviluppo dell’idea della proprietà privata della terra, si è che a misura che, nel progresso della civiltà, le forme più grossolane di supremazia legate alla proprietà della terra erano lasciate cadere, o abolite, o diventavano meno appariscenti, l’attenzione era divertita dalle forme più insidiose, ma più efficaci e cosi i proprietari riuscirono facilmente a assidere la proprietà della terra sulla stessa base dell’altra proprietà.

Il potere nazionale sviluppandosi sia sotto la forma di monarchia assoluta, sia sotto quella di governo parlamentare, spogliò i grandi signori del loro potere individuale, della loro importanza, della loro giurisdizione, del loro potere sulle persone e cosi represse abusi stridenti, come lo sviluppo dell’imperialismo romano aveva represso le crudeltà più rivoltanti della schiavitù. La disintegrazione delle grandi proprietà feudali, che sino al momento, in cui si fece fortemente sentire la tendenza alla concentrazione nascente dalla tendenza moderna alla produzione su vasta scala, ebbe per risultato di far aumentare il numero dei proprietari e l’abolizione delle restrizioni, colle quali i proprietari, quando la popolazione era più disseminata, cercavano di costringere i lavoratori a rimanere sulla loro terra, anche contribuirono a stornare l’attenzione dall’ingiustizia essenziale insita nella proprietà privata della terra; in quella che i progressi costanti delle idee giuridiche derivale dal diritto romano, che fu la grande miniera, il grande magazzino della giurisprudenza moderna, tendevano a togliere la distinzione naturale fra la proprietà della terra e la proprietà delle altre cose. Gli è cosi che allo sviluppo della libertà personale andò compagno lo sviluppo della proprietà individuale della terra.

Il potere politico dei baroni non fu neppur esso distrutto dalle rivolte delle classi, che dovevano sentir nettamente l’ingiustizia della proprietà deila terra. Queste rivolte si succedettero frequenti, ma ad ogni volta esse furono sempre represse in modo terribilmente crudele. Ciò, che infranse la potenza dei baroni, fu lo sviluppo di classi lavoratrici e commercianti, fra le cui mercedi e la rendita non vi Ita la stessa relazione evidente. Queste classi, inoltre, si svilupparono sotto un sistema di gilde, di corporazioni chiuse, le quali, come già ho spiegato trattando delle associazioni e dei monopoli commerciali, le posero in grado di difendersi contro la legge naturale delle mercedi e che si conservavano molto più facilmente che non oggi in cui lo sviluppo dei mezzi di trasporto e la diffusione della educazione primaria e delle notizie del giorno rendono la popolazione sempre più mobile. Queste classi non vedevano e non vedono ancora come il sistema di proprietà della terra sia il fatto fondamentale, che deve determinare in definitiva le condizioni della vita industriale, sociale e politica.

E cosi la tendenza fu ad assimilare l'idea della proprietà della terra alla idea della proprietà delle cose prodotte dal lavoro dell'uomo ; e perfino furono fatti a questo riguardo passi indietro, salutati come progressi. L’Assemblea costituente francese, nel 1789, credeva di spazzar via un resto della tirannia coll’abolire le decime e pone il mantenimento del clero a carico delle imposte generali. L’abate Siéyès fu solo a far osservare come l’Assemblea non facesse altro che rimettere ai proprietari una tassa, che era una delle condizioni, a cui essi tenevano le loro terre, e imporla al lavoro della nazione. Ma fu invano. L'abate Siéyès era un ecclesiastico e si pensò ch'egli difendesse non altro che gli interessi del suo ordine, mentre in realtà difendeva i diritti dell’uomo. In quelle decime il popolo francese avrebbe potuto conservare una entrata pubblica importante, la quale non avrebbe sottratto un centesimo alle mercedi del lavoro o ai profitti del capitale.

Similmente, la abolizione in Inghilterra delle terre militari per opera del Lungo Parlamento, ratificata dopo l’avvento al trono di Carlo II, sebbene non fosse altro che l’appropriazione di redditi pubblici da parte dei proprietari feudali, che per tal modo si liberavano dalla condizione, a cui essi tenevano la proprietà comune della nazione, accollandola al popolo intiero nella tassazione di tutti i consumatori, fu per lungo tempo, e lo è ancora nei libri di legge, qualificata come un trionfo dello spirito di libertà. Eppure, sta qui la sorgente del debito im menso e delle gravi imposte dell’Inghilterra. Se la forma di questi obblighi feudali fosse stata semplicemente mutata, in modo da meglio adattarla ai tempi, le guerre deH’Inghillerrn non avrebbero mai reso necessaria la creazione del debito di una sterlina e il lavoro e il capitale inglesi non sarebbero mai stati tassati di un solo centesimo pel mantenimento dell’esercito. Tutto ciò sarebbe venuto dalla rendita, che i proprietari, dopo quell’epoca, si sono appropriata, dalla tassa, che la proprietà della terra leva sui guadagni del lavoro e del capitale. I proprietari inglesi avevano ricevutole loro terre a condizione di fornire a richiesta, pur ai tempi della conquista normanna, quando la popolazione era molto rada, sessantamila cavalieri perfettamente equipaggiati (1), e di pagare certi accessori, che assorbivano una parte considerevole della rendita. Rimarrebbe forse al disotto del vero chi estimasse il valore in denaro di tutti questi servizi ed obblighi alla metà del valore della rendita della terra. Se si fosse continuato ad astringere i proprietari all’osservanza di queste condizioni, il reddito, chela nazione inglese ritrarrebbe dalla terra inglese, supererebbe oggi di parecchi milioni la somma totale delle entrate pubbliche del Regno Unito. L’Inghilterra conoscerebbe oggi il libero scambio assoluto, non avrebbe avuto bisogno di stabilire diritti di dogana, tasse di consumo, tasse di patente o l’imposta sul reddito (income tax), pur riuscendo a coprire tutte le spese attuali ed una forte eccedenza le sarebbe ancora rimasta da consacrarsi a qualche scopo conduce-vole al benessere di tutto il paese.

Riassumendo, dovunque vi ha una luce che ci guidi, noi possiamo vedere come, nelle loro prime percezioni, tutti i popoli abbiano riconosciuto la pro

fi) André Bissett, nella sua Forza delle nazioni (Londra, 1859), libro nudrito, nel quale chiamava la attenzione del popolo inglese su questa misura, grazie alla quale i proprietari evitarono di dare una parte della loro rendita alla nazione, contesta la asserzione di Blakstonc che il servizio di un cavaliere non fosse che di 40 giorni, dimostrando come esso dovesse durare per tutto il tempo che se ne aveva bisogno.

prietà comune della lena e come la proprietà privata sia una usurpazione, una creazione della forza o dell'astuzia.

Come ebbe a dire Mra8Staèl « la libertà è vecchia »; quando si cerca nelle vecchie memorie, si trova che quella, che ha per il titolo della prescrizione, è la giustizia.

CAPITOLO V.

LA PROPRIETÀ DELLA TERRA NEGLI STATI UNITI.

Nei periodi primitivi della civiltà noi troviamo la terra considerala sempre come proprietà comune. E da questi periodi primitivi passandosi tempi nostri, noi possiamo vedere come le idee naturali siano le slesse e, quando sono posti in circostanze, nelle quali l’effetto della educazione e dell’abitudine venga ad essere indebolito, gli uomini riconoscano istintivamente la eguaglianza del diritto di lutti alle liberalità della natura.

La scoperta dell’oro in California fece affluire in questo paese uomini, che e-rano abituali a considerare la terra come giustamente soggetta alla proprietà individuale e di cui, forse, non uno su mille si era sognato mai di fare una qualsiasi distinzione fra la proprietà della terra e la proprietà di qualunque altra cosa. Ma, per la prima volta nella storia della razza anglo-sassone, questi uomini si trovarono a contatto con una terra, da cui si poteva trarre oro col solo lavarla.

Se la terra, con cui essi erano cosi chiamati a fare, fosse stata una terra coltivabile, o a pascoli, o boschiva d’una ricchezza particolare; se fosse stata una terra, che avesse avuto un valore particolare per la posizione sua rispetto agli interessi commerciali; oppure, se si fosse atteso alla forza motrice idraulica che poteva fornire, o se avesse contenuto ricche miniere di carbone, di ferro, di piombo, quegli uomini le avrebbero applicato il sistema, a cui erano abituati e la terra sarebbe stata, in gran parte, ridotta a proprietà, precisamente come lo furono, senza protesta alcuna di cui mettesse conto occuparsi, le terre pueblo di San Francisco (che in realtà avevano il maggior valore nello Stato) quelle che la legge spagnuola aveva lasciato in disparte per fornire stanze ai futuri abitanti della città. Ma la novità del caso ruppe le idee abituali richiamando gli uomini alle loro idee primitive; e di comune accordo si stabili che la terra che dava oro dovesse rimanere proprietà comune, di cui nessuno avrebbe potuto prendere più di quanto ei potesse ragionevolmente usufruire e che in tanto la si sarebbe potuta tenere in quanto effettivamente se ne fosse fatto uso. Questa idea di giustizia naturale fu ammessa dal Governo generale e dalle Corti; e finché lo sfruttamento delle terre aurifere (placers) continuò ad aver importanza, nessuno si attentò di andare contro a questo ritorno alle idee primitive. Il titolo alla terra rimase al Governo e nessuno potè su di essa acquistare altro che una ragione possessoria. In ogni distretto i minatori fissavano la superficie di terreno, che uno poteva prendere e la somma di lavoro, che vi doveva spendere attorno, perchè la terra potesse dirsi effettivamente coltivala. Se questo lavoro non c’era, chiunque poteva stabilirsi sulla stessa terra.

Cosi, nessuno poteva accaparrare per sè e precludere agli altri le risorse naturali. Il lavoro era riconosciuto come il creatore della ricchezza; gli si lasciava libero il campo, lo si assicurava nel suo prodotto. Questo sistema non avrebbe potuto, nelle condizioni che prevalgono nella più parte dei paesi, assicurare la completa uguaglianza dei diritti ; ma nelle condizioni che là e allora esistevano — una popolazione disseminata, un paese inesplorato ed una occu-cupazione, che era una specie di lotteria — essa assicurava sostanzialmente la giustizia. Uno poteva trovare alla prima un deposito straordinariamente ricco; un altro poteva cercare invano per mesi ed anni; ma lutti correvano la stessa sorte. Nessuno poteva prendersi più della sua parte dei doni del Creatore. La idea essenziale dei regolamenti minerari era di impedire l’accaparramento e il monopolio. Sullo stesso principio sono fondale le leggi delle miniere del Messico c lo stesso principio fu egualmente adottato nell’Australia, nella Colombia inglese, nei campi di diamanti dell’Africa meridionale, come quello che risponde alle idee naturali di giustizia.

Col decadere della utilizzazione dei placers, l’idea abituale della proprietà privata fini col prevalere nell’adozione di una legge, che permetteva le concessioni di terre minerarie. Il solo effetto fu di chiudere l’accesso alle risorse naturali, di dare al proprietario di una terra da miniera il drriUo di dire che niun altri poteva far uso di ciò, di cui non gli piacesse far uso egli stesso. E cosi, in molti casi, una terra da miniera viene sottratta all’uso in uno scopo di speculazione, precisamente come per speculazione si sottraggono all’uso terreni da costruzione in città e terre coltive. Ma in quella che per tal modo impedì l’uso della terra, l’applicazione alle terre da miniere dello stesso principio della proprietà privata, che caratterizza la tenuta delle altre terre, nulla ha fatto per l’assicurazione dei miglioramenti. Le maggiori spese di capitali per aprire e sviluppar miniere, spese che ammontano talvolta a milioni di dollari, furono fatte su titoli possessorii.

Se le circostanze, in cui vennero a trovarsi i primi coloni inglesi dell’America del Nord, fossero state tali da attrarre de novo la loro attenzione sulla questione della proprietà della (erra, non vi è dubbio che essi sarebbero ritornati su tale riguardo ai primi principii, precisamente come ritornarono ai primi principii in materia di governo; eia proprietà individuale della terra sarebbe stata respinta, come furono respinte l’aristocrazia e la monarchia. Ma mentre nel paese da cui venivano questo sistema non si era ancora pienamente sviluppato, nè ancora i suoi effetti si erano fatti pienamente sentire, il fatto che nel nuovo paese eravi un immenso continente da colonizzare prevenne ogni questione sulla giustizia e sulla convenienza della proprietà privata della terra. Imperocché, in un paese nuovo la eguaglianza sembra a sufficienza assicurata, quando a nessuno si permetta di prender la terra ad esclusione degli altri coloni. A prima giunta sembra che nessun male sia fatto ad alcuno col trattare questa terra come proprietà assoluta; chiunque ne voglia trova terra a profusione, nè ancora si sente la schiavitù, che, in un periodo di sviluppo più inoltrato, escenecessariamente dal possesso individuale della terra.

Nella Virginia e nel Sud, dove la colonizzazione ebbe un carattere aristocratico, il complemento naturale delle grandi proprietà, in cui fu divisa la terra, fu introdotto sotto la forma di schiavi negri. Ma i primi coloni della Nuova Inghilterra divisero la terra come, dodici secoli prima, i loro padri avevano diviso la terra della Gran Bretagna, dando a ogni capo di famiglia il suo lotto di abitato (town lot) e il suo lotto di coltura (di seminalo, seed lot), mentre al di là rimaneva la terra comune libera. Per ciò clic è dei grandi proprietari, che i Re inglesi tentarono di creare connettere patenti, i coloni videro assai nettamente la ingiustizia di questo tentativo di monopolio, nè alcuno di quei proprietari ricavò dalla sua concessione gran cosa; ma l'abbondanza della terra tolse che l’attenzione si fissasse sul monopolio, che la proprietà individuale della terra, pur quando le terre sono piccole, deve implicare, quando la terra diventa scarsa. Gli è cosi che la grande Repubblica del mondo moderno adottò negli esordi della sua vita una istituzione, clic ha condotto a rovina le Repubbliche dell'antichità; gli è cosi che un popolo, il quale proclama i diritti inalienabili di tutti gli uomini alla vita, alla libertà, alla conquista della fortuna, ha accettalo senza esitazione un principio» che, col negare i diritti eguali ed inalienabili al suolo, nega in definitiva i diritti eguali di tutti alla vita e alla libertà; gli è cosi che il popolo, che a prezzo di una guerra sanguinosa ha abolito la schiavitù personale, permette tuttavia ad una forma di schiavitù più pericolosa ancora e più generale di metter radice.

Il Continente sembrava così grande, la superficie, su cui la popolazione poteva espandersi, cosi vasta, che fumigliarizzati per abitudine coll’idea della proprietà privata della terra, non abbiamo sentito la sua essenziale ingiustizia. Imperocché, non solo questo fondo di terre non coltivate impedì che si sentissero gli effetti dell’appropriazione privala pur nei distretti più vecchi, ma non si vide neppure che fosse poi cosa ingiusta che uno potesse prendere terra più che non ne potesse coltivare, sì che quelli che in seguito ne avessero avuto bisogno si trovassero a dover pagare un tanto per avere il privilegio dell’uso di quella, dal momento che altri potevano alla lor volta fare la stessa cosa solo andando un po’più in là. Anzi, le stesse fortune, che uscirono dall’appropriazione della terra e che cosi furono in realtà formate con tasse levate sulle mercedi del lavoro, sembrarono e furono proclamate il premio del lavoro. In tutti gli Stali nuovi ed anche, in larga misura, nei vecchi, la nostra aristocrazia della terra è ancora alla sua prima generazione. Quelli, che si sono avvantaggiati dell’aumento di valore della terra, furono in gran parte gente, che entrò nella vita senza un soldo. Le loro grandi fortune, di cui molle vanno ai milioni, sembrano loro e a molti altri essere la m;glior prova della giustizia di ordinamenti sociali, che per tal modo ricompensano la prudenza, la previdenza, il lavoro, l’economia ; mentre in sostanza queste fortune non sono che i guadagni del monopolio e furono necessariamente fatte a spese del lavoro. Ma il fatto che quelli, che si arricchiscono in lai modo, cominciano come lavoratori, nasconde tutto; c lo stesso sentimento, che fa che quanti hanno biglietti di una lotteria godono, nella loro immaginazione, della grandezza delle vincite che possono fare, impedì allo stesso povero di lamentarsi di un sistema, che permetteva così a molti poveri di diventar ricchi.

liisoituiia, il popolo americano non ha sentilo la ingiustizia essenziale della proprietà privata della terra, perchè finora non ne ha ancora sentiti tulli gli effetti. Questa proprietà pubblica, la sterminata distesa di terre da ridursi a proprietà privata, le immense terre, verso le quali erano sempre volti gli occhi degli energici, fu il gran fatto, che, dal giorno in cui i primi coloni sbarcarono sulle coste dell’Atlantico, formò il nostro carattere c colori il nostro pensiero nazionale. Questo carattere non ci viene punto da ciò che noi abbiamo evitato una aristocrazia del sangue ed abolito il diritto di primogenitura ; che noi eleggiamo i nostri funzionari, dal direttore di scuola al Presidente della Repubblica ; che le nostre leggisonointestate in nome del Popolo invece di esserloin nome di un Re; che lo Stato non conosce religione; che i nostri magistrati non portano parrucca; che abbiamo evitato i mali, che gli oratori del «Quattro luglio «usavano segnalare come gli effetti dei dispotismi del vecchio mondo. La intelligenza generale, il generale benessere, l’attività dello spirito d’invenzione, la facoltà di adattazioneedi assimilazione, lo spirito di indipendenza e di libertà, la energia e la fiducia nell’avvenire, chebanno distinto la nostra nazione, non sono cause, ma effetti ; — lutto ciò è uscito dalla terra libera. Questa proprietà pubblica fu la forza, che cambiò il contadino europeo, imprevidente e senza ambizione, nel colono dell’Ovest, pieno di fiducia in sè; clic infuse un sentimento di libertà pur nell’abitante delle città popolose e ha fatto nascere la speranza pur in quelli, che non avevano mai pensato a rifugiarvisi. In Europa, il figlio del popolo, quando è uomo, trova i migliori posti al banchetto della vita già presi, e deve lottare coi suoi simili per raccogliere le bricciole che cadono, senza aver una sola probabilità su mille di riuscire a guadagnare, colla forza o coll’astuzia, un posto. In America, quale si sia la sua condizione, esso ha sempre il sentimento che dietro a lui è la terra pubblica ; e la coscienza di questo fatto, agendo e reagendo, ha penetrato tutta la nostra vita nazionale, dandole la generosità e la indipendenza, la elasticità e l’ambizione. Tutto ciò che nel carattere americano ci rende fieri; tutto ciò che fa le condizioni della nostra esistenza e le nostre istituzioni migliori di quelle dei paesi vecchi, lutto ciò possiamo attribuirlo al fatto che la terra fu negli Stati Uniti a buon mercato, perchè sempre nuove terre erano aperte all’emigrante.

Ma ora eccoci al Pacifico. Verso l’Est non possiamo più andare e la popolazione continuando ad aumentare, essa non può più ormai espandersi se non al Nord e al Sud e riempiere le regioni, su cui già si è passato. Al Nord essa va già riempiendo la valle del Fiume Rosso, riversando in quella della Saskatchewan e nel territorio di Washington; al Sud, essa va cuoprendo il Texas occidentale cd occupando le terre arative del Nuovo Messico e di Arizona.

La Repubblica è entrata in una nuova èra; un’èra, in cui il monopolio della terra farà rapidamente sentire i suoi effetti. Il grande fatto, che fu cosi potente, è sul punto di cessare; la terra pubblica è quasi interamente scomparsa; fra alcuni anni la sua influenza, che già va rapidamente diminuendo, sarà cessata affatto. Non voglio già dire che non vi sarà più terra pubblica. Imperocché, per lungo tempo ancora milioni di acri di terre pubbliche figureranno sui libri del Land Department. Ma bisogna avvertire che la miglior parie del Continente dal punto di vista agrario è già occupata c che quella clic rimane è la terra più povera. Bisogna avvertire che ciò clic rimane comprende le vaste regioni montuose, i deserti sterili, gli altipiani buoni soltanto per pascoli. Ed anche bisogna avvertire che molte delle terre, che figurano, sui libri come aperte alla colonizzazione, sono terre non ispezionate, che furono appropriate o per titolo di possesso o per locazione, che non appariranno se non quando saranno soggette alla ispezione. La California figura sui Libri del Land Department come la terra dello Stalo più vasta, misurando 100.000.000 di acri di terra pubblica, qualche cosa come un dodicesimo della lerra pubblica intiera. Ma tanta parte di questa estensione è occupata da concessioni ferroviarie o tenuta nel modo cbe ho ora detto; tanta parte è presa da montagne incoltivabili o da pianure, che si dovrebbero irrigare; tanta pnrlcèmonopolizzala da locazioni, chedispongono dell’acqua

— che in fatto è difficile indicare all’emigrante una qualche parte dello Stato, dove esso possa prendersi una terra, su cui stabilire e mantenere una famiglia; tanto cbe spesso l’emigrante, stanco di cercare, finisce col comprare o prenderne in affitto una. Non è già che vi sia veramente in California scarsità di lerra

— chè la California, per se stessa un impero, manterrà un giorno unn popolazione pari a quella della Francia — ma l’appropriazione ha furato le mosse alla colonizzazione e si industria a mantenere la sua posizione di vantaggio.

Un dieci o quindici auni fa, il senatore Ben Wade delI’Ohio ebbe a dire, in un discorso al Senato degli Stati Uniti, che alla fine di questo secolo ogni acro di terra coltiva ordinaria avrebbe avuto, negli Stati Uniti, un valore di 50 dollari in oro. È ormai chiaro che, se ei sbagliava in qualche cosa, era nel fissare una data troppo lontana. Nei 21 anni che rimangono ancora a questo secolo, se la nostra popolazione continuerà ad aumentare nelle stesse proporzioni, con cui andò aumentando dall’epoca della fondazione della Repubblica, tranne nella decade che comprende il periodo della guerra civile, essa aumenterà di qualche cosa come 45 milioni circa; aumento, di circa 7 milioni superiore alla popolazione totale data dal censimento del 1870, e pari, prcss’a poco, a una volta e mezza la popolazione attuale della Gran Bretagna.

Niun dubbio sull’attitudine degli Stati Uniti a mantenere una tale popolazione ed anche centinaia di milioni di più e, con una conveniente organizzazione sociale, a mantenerli in una agiatezza maggiore; ma, di fronte a un tale aumento di popolazione, che cosa sarà delle terre pubbliche ancora libere? In fatto, esse cesseranno ben presto di esistere. Certo, passerà molto tempo prima cbe esse siano tutte utilizzate; ma, di questo passo, non andrà molto cbe quanto può servire a qualche cosa avrà un proprietario.

Ma i mali effetti del rendere proprietà assoluta di alcuni la terra di tutto un popolo non aspetteranno l’appropriazione totale della terra pubblica per farsi sentire. Non è punto necessario di figurarceli nel futuro, questi effetti; possiamo osservarli fin d’ora; essi crebbero con noi e vanno ancora crescendo.

Noi mettiamo a coltura sempre nuove terre, apriamo nuove miniere, fondiamo nuove città; cacciamo gli Indiani e sterminiamo i bufali; cuoprinmo la nostra terra di ferrovie e l’allacciamo in una rete di fili telegrafici; aggiungiamo scoperte a scoperte, utilizziamo invenzioni su invenzioni; apriamo scuole e dotiamo istituti —e malgrado tutto ciò, la massa della popolazione non riesce a guadagnarsi più facilmente la vita. Anzi, la cosa diventa per essa sempre più ardua. La classe ricca diventa sempre più ricca, ma la più povera diventa sempre più dipendente; la distanza, che separa chi impiega e chi è impiegato, diventa sempre più grande; i contrasti sociali si fanno sempre più stridenti ; insieme alla vettura in livrea appaiono i ragazzi piè nudi; si comincia a prender l’abitudine di parlare di classi lavoratrici e di classi possidenti; i mendicanti diventano cosi comuni, che mentre una volta si considerava come un delitto poco minore di un furto il non dar da mangiare a chi ne chiedeva, ora si asserragliano le porle, si sguinzagliano i mastini e contro i vagabondi si fanno leggi, che ricordano quelle di Enrico Vili.

Noi ci diciamo il popolo più progressivo del mondo. Ma a che metterà capo il nostro progresso, se questi sono i frutti che cogliamo pervia?

E questi fruiti sono il risultato della proprietà privata della terra, gli effetti di un principio, che deve agire con una forza sempre più grande. Non è già che il numero dei lavoratori sia aumentato piùchenon sia aumentato il capitale; che la popolazione ecceda i mezzi di sussistenza ; che le macchine abbiano reso scarso il lavoro; che vi sia un vero antagonismo fra lavoro e capitale — no; solo, gli è clic la terra va acquistando un valore sempre più alto; le condizioni, alle quali soltanto il lavoro può avere accesso alle risorse della natura, che sole gli permettono di produrre, diventano sempre più dure. La proprietà pubblica si restringe, diminuisce. La proprietà della terra si concentra. La parte di popolazione, che non ha alcun diritto legale alla terra su cui vive, diventa sempre più grande.

11 World di New-York dice: « Caratteristica dei grandi distretti agricoli della Nuova Inghilterra comincia a diventare un proprietario assente, che aggiunge ogni anno al valore nominale delle terre date in affitto, ogni anno aumenta la rendita, che si fa pagare e sempre più degrada il carattere dei fittaiuoli ». E la Nation, alludendo allo slesso paese, dice: « Aumento del valore nominale della terra; fitti sempre più alti; un sempre minor numero di terre coltivale dai loro proprietari; un prodotto sempre via via minore; mercedi più basse; una popolazione sempre più ignorante; un sempre maggior numero di donne, che attendono a duri lavori fuori della casa (il più certo indizio di una civiltà declinante); una continua decadenza dei modi di coltura — è questo lo stato di cose, che un cumulo di fatti costringe irresistibilmente ad ammettere.

E la stessa tendenza si nota negli Stati nuovi, dove le grandi distese di terre coltivale ricordano i latifondi, che rovinarono l’Italia antica. In California, una gran parte delle terre sono affittate di anno in anno a fitti, che vanno dal quarto alla metà del raccolto.

1 tempi più duri, le mercedi più basse, l’aumento della povertà che si osserva negli Stati Uniti, non sono che il risultato delle leggi naturali che abbiamo esposto, leggi così universali e cosi irresistibili come la legge di gravitazione. Noi non abbiamo punto stabilito la Repubblica, quando in faccia ai Principali e ai Potentati abbiamo gettalo la nostra Dichiarazione dei diritti inalienabili dcU'Uomo; non avremo stabilita la Repubblica finché non avremo tradotto in alto questa Dichiarazione, assicurando al più povero fanciullo che viene al mondo fra noi, un egual diritto al suo suolo nativo! Noi non abbiamo punto abolito la schiavitù quando ratificammo l’c Emendamento i4ra0»; per abolire Fa schiavitù, bisogna che aboliamo la proprietà privata della terra! Finché non saremo ritornati ai primi principii; finché non avremo riconosciuto il diritto eguale di tutti alla terra, le nostre libere istituzioni non serviranno a nulla, le nostre scuole comuni non daranno frutto, tutte le nostre scoperte, tutte le nostre invenzioni non faranno che aggiunger forza alla forza che schiaccia le masse.

A che esitare? Voi siete nomini, con infusa in voi la volontà di Dio, con coraggio, pur che osiate mostrarlo. Mai finora lo si volle; ma una qualche via trovate per compiere il grande atto. Chè mai fortuna abbandonò gli audaci. E dovremo noi, di fronte a sì crudele ingiustizia, in questo supremo momento, star tremanti, abbattuti quando, d'un colpo ardito, questi milioni d'uomini che gemono potrebbero esser liberi ? E l’atto sarebbe sì giusto, sì benefico, tanta felicità darebbe agli uomini, che gli angeli del ciclo vi applaudirebbero.    E..E. Taylor.

CAPITOLO I.

LIBRO Vili.


LA PROPRIETÀ PRIVATA DELLA TERRA È INCOMPATIBILE COL SUO MIGLIOR USO.

Un errore è na!o dalla tendenza a confondere l'accidentale coll’essenziale — errore, che i legisti hanno fatto del loro meglio per diffondere e che gli economisti hanno generalmente accetlato, più che non abbiano cercato di esporlo — l'errore, cioè, che la proprietà privata della lerra sia necessaria al migliore suo impiego, e che rifare della lerra una proprietà comune sarebbe distrurre la civiltà e ritornare alla barbarie.

Questo errore può essere paragonalo alla idea, che, secondo Carlo Lamb, ha per si lungo tempo prevalso presso i Cinesi, dopo che l’odore del porcello arrosto fu accidenlalmenle scoperto nell’incendio della capanna di Ho-ti, che cioè per far arroslire un porcello fosse necessario mettere il fuoco ad una casa. Ma se, come disse Lamb nella sua briosa disseriazione, bisognò venisse un savio a mostrare ai Cinesi comesi potessero arrostire porcelli senza bruciare case, non c’è bisogno di un savio per vedere che cos’è che è necessario al miglior uso della terra: non è la proprietà assoluta della lerra, ma la sicurezza pei suoi ammegliamenli. E ciò è evidente per chiunque guardi attorno a sè. Mentre non è punto più necessario fare di un uomo il proprietario esclusivo ed assoluto della terra per indurlo a coltivarla e, in genere, ad ammegliarla, più che non sia necessario bruciare una casa per far arrostire un porcello ; mentre fare della terra una proprietà privata è un modo di assicurare il suo ammegliamcnto altrettanto grossolano, rovinoso ed incerto, quanto è un modo grossolano, ro-

vinoso ed incerto di arrostire un porcello quello di bruciare una casa — noi non abbiamo, per persistere nel nostro errore, la scusa cbe avevano i Cinesi di Lamb. Prima che un savio avesse inventato la gratella (che, secondo Lamb, precedette lo spiedo e il forno), nessuno aveva mai sentito di un porcello stalo arrostito altrimenti che dall’incendio di una casa. Invece, nulla di più comune fra noi che vedere terre ammegliate da chi pur non è proprietario. La massima parte delle terre della Gran Bretagna è coltivata da fìltaiuoli e la più gran parte delle case di Londra sono costrutte su terreni altrui presi a locazione; e lo stesso sistema prevale, più o meno, negli Stati Uniti. Cosi, per l’uso della terra è cosa comunissima l’essere separato dalla proprietà.

Or, tutte queste terre non sarebbero forse egualmente ben coltivate ed egualmente ammegliate, quando la rendita andasse allo Stato o al Comune, di quanto lo sono ora cbe va a privati? Se nessuna proprietà privala della terra fosse riconosciuta, ma se tutte le terre fossero tenute a questo modo e coloro che le occupano o ne fanno uso pagassero la rendita allo Stalo, la terra non sarebbe forse così bene e così sicuramente coltivata ed ammegliala come lo è adesso? Non vi può essere che una risposta sola, ed è che non vi sarebbe differenza di sorta. Dunque, la ripresa della terra come proprietà privata non impedisce per nulla il buon uso e l'ammegliamento della terra.

Ciò, cbe è necessario per l’uso della terra, non è già il possesso privato, ma la sicurezza dei miglioramenti. Non è punlo necessario di dire ad un uomo «questa terra è tua », per indurlo a coltivarla e ad ammegliarla; — basta dirgli < lutto ciò che il tuo lavoro e il tuo capitale produrrà su questa lerra-è tuo ». Date a un uomo la sicurezza di mietere, ed egli seminerà; assicurategli il possesso della casa che abbia bisogno di costrurre, e la costrurrà. La messe e la casa sono le ricompense naturali del lavoro. Gli è per la messe che l’uomo semina; gli è per possedere una casa che l’uomo la costruisce. La proprietà della terra non vi ha nulla a che fare.

Gli è per ottenere questa sicurezza che al principio del periodo feudale tanti piccoli proprietari « commendavano » la proprietà delle loro tèrre a un capo militare, ricevendole poi in feudo o in fedecommesso, giurando, inginocchiati a capo scoperto davanti al signore e colle loro mani nelle sue, di servirlo lealmente. Esempi consimili di abbandono della proprietà della terra per aver la sicurezza del suo godimento, si possono vedere in Turchia, dove i vakouf o terre ecclesiastiche, godendo di una speciale esenzione daU’imposta e dalle estorsioni, è cosa comune che un proprietario venda la sua terra a una moschea per un prezzo nominale, col patto di rimanervi come affitta volo, pagando una rendita fissa.

Non è la m